Qual è lo scandalo del gruppo FB “Mia moglie”?

Nei giorni scorsi personaggi più o meno famosi e da posizionamenti culturali differenti si sono stracciati le vesti alla notizia che un gruppo Facebook intitolato “Mia moglie” raccogliesse migliaia di uomini (ma forse anche qualche donna) che si scambiavano foto più o meno esplicite, appunto, delle loro compagne (reali o presunte). Scopo del gruppo? Un turpe “gioco” erotico in cui l’eccitazione è data dall’esporre la propria donna allo sguardo altrui e dal leggere le fantasie di altri uomini su di lei; e viceversa dal partecipare guardando e commentando le foto postate da altri.

Certamente un fatto molto grave.

Ma attenzione, qual è l’elemento di scandalo di questa notizia? Qual è il punto cruciale che ha scatenato l’indignazione generale?

È riportato nell’intervista che il Corriere della sera ha fatto alla donna che ha denunciato questo fatto, riportiamo letteralmente:

Ciascuno è libero di fare quel che vuole ma se un uomo dà in pasto al mondo del web la foto intima di sua moglie senza chiederle il permesso ha un problema con il concetto di consenso, e mi pare che non sia un problema di poco conto. È questo l’aspetto che conta di più in questa storia.”

Dunque: il consenso. La violazione della privacy.

Certo, è un reato. Certo, è violazione della persona, quindi violenza. Ma allora se ci fosse stato consenso andava tutto bene?

Sì, per la nostra cultura se ci fosse stato il consenso non ci sarebbe stato nessun problema!

Non è forse questo il vero “scandalo” o, meglio, la vera tristezza della cultura di oggi che emerge da questo fatto di cronaca? E a ben vedere non emerge anche il suo paradosso? E cioè che in una società in cui il valore assoluto è la libertà individuale e dove la sessualità e il corpo sono affrancati da ogni valore, proprio questo porta a perdere di vista la dignità della persona, creando involontariamente le condizioni per tante forme di abuso.

Non vogliamo in nessun modo sminuire la gravità di questo fatto o negare che stia sotto l’ombrello dell’abuso, e nemmeno svalutare il concetto di consenso.

Ma crediamo che in qualità di persone umane siamo chiamati ad andare più in profondità e anche ad osare affermare che forse, se manca il rispetto del consenso, è perché manca il rispetto dell’inviolabile dignità della persona e del significato profondo della sessualità.

Nel momento in cui il solo scopo della sessualità è il piacere, il corpo è ridotto a strumento disarcionato dalla persona, l’intimità sessuale della coppia è tendenzialmente vissuta come performance e gratificazione individuale, questa ne è una delle conseguenze.

Le radici di questo fatto di cronaca bieco e inammissibile allora non sono solo nel patriarcato (altro grande imputato di questo processo), ma nel valore e nel significato che si danno al corpo, alla sessualità, al concetto di persona nella nostra cultura.

Come uomini e donne abbiamo davvero tanto bisogno di scoprire che la sessualità ha un suo proprio linguaggio, che è molto più profondo di così; abbiamo tanto bisogno di “rileggere” il significato del linguaggio del corpo nella verità che il corpo stesso esprime.

Abbiamo tanto bisogno di riscoprire che la persona ha una dignità inviolabile che passa innanzitutto dal suo corpo, e che tale dignità si accorda col fatto che la persona non può mai essere trattata come un mezzo ma solo come un fine, che la persona è un bene superiore al piacere, un bene nei confronti del quale solo l’amore può costituire l’atteggiamento adeguato.

E abbiamo anche tanto bisogno di scoprire che la sessualità nella coppia è il linguaggio privilegiato per esprimere l’amore, il dono e l’accoglienza reciproci e per questo necessita di custodia e intimità.

Ecco perché abbiamo bisogno di scoprire in profondità la teologia del corpo, che non è moralismo, ma è riconoscere la massima dignità alla persona, a partire da se stessi, e alla sessualità.

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