La sottile differenza tra INCLUSIONE e COMPIACENZA

Oggi sempre più spesso negli ambienti cristiani si sente risuonare la parola “inclusione”, e in nome dell’inclusione si moltiplicano le iniziative, si lanciano proclami, si elaborano teologie ed idealismi e ahimè sempre più spesso ci si divide.

A questo proposito, non di rado, vanno in scena confusi “teatrini” in cui si schierano da un lato coloro che, in nome dell’inclusione, con ritrovato entusiasmo, aprono le porte a tutti, mossi dal nobile intento di accogliere e non far sentire sbagliato nessuno e dall’altro quelli che, di fronte a questa apertura indiscriminata, non senza un pizzico di indignazione, mettono in guardia sul fatto che così facendo si finisce per svendere ed annacquare l’autentico annuncio cristiano.

Chi ha ragione? Chi ha torto?

La nostra impressione è che, forse, né gli uni né gli altri fratelli abbiano davvero colto l’autentico senso cristiano dell’inclusione.

Partiamo da un punto fermo: l’inclusione è senz’altro un importante valore su cui anche papa Francesco ha più volte insistito dopo anni nei quali spesso, come Chiesa, ci siamo purtroppo atteggiati a club privato e abbiamo finito per comportarci come una dogana, come controllori della grazia e non come facilitatori di essa. (cf. EG, 47)

Ecco una breve citazione che rende l’idea:

«Il Vangelo ci chiama a riconoscere nella storia dell’umanità il disegno di una grande opera di inclusione, che, rispettando pienamente la libertà di ogni persona, di ogni comunità, di ogni popolo, chiama tutti a formare una famiglia di fratelli e sorelle, […] e a far parte della Chiesa, che è il corpo di Cristo». (udienza del 12/11/2016)

Il fatto è che spesso finiamo per mettere il “vino nuovo” dell’inclusione in “otri vecchi”. Ovvero in un’idea di Chiesa un po’ superata. L’impressione è insomma che entrambe queste posizioni continuino, senza rendersene conto, a considerare la Chiesa una specie di club privato.

I primi, mossi non di rado anche da un certo senso di colpa per essere parte di una Chiesa severa e retrograda e da un pizzico di frustrazione per essere rimasti un gruppetto sparuto e poco attraente, sembrano rispolverare sogni di gloria e, in nome dell’inclusione, spingono per allargare i criteri di tesseramento: «Perché io sì e loro no?» e alla voce “loro” ognuno può scegliere quale categoria inserire (conviventi, divorziati, omosessuali, transgender…). E pur di essere aperti, capita poi che si finisca per riadattare l’annuncio evangelico su nuove esigenze, per elaborare nuove antropologie più inclusive e, perché no, per promettere imminenti cambiamenti del magistero.

I secondi invece, da intransigenti defensor fidei, come reazione opposta a queste derive inclusive, più che porsi come fratelli in cammino, si trasformano in arbitri inflessibili, in controllori della grazia, mirando a conservare rigidi criteri di adesione al “club cattolico”.

I primi, con un certo lassismo, finiscono per leggere l’inclusività e l’accoglienza come una necessità di riforma dell’annuncio cristiano, i secondi invece, con rigorismo, interpretano l’annuncio evangelico come un insieme di norme che regolano l’inclusione.

Tutti però dovremmo ricordarci del fatto che non è il vangelo a doversi fare più inclusivo bensì il nostro cuore!

Così diceva qualche anno fa papa Francesco: «Né il lassista né il rigorista rende testimonianza a Gesù Cristo, perché né l’uno né l’altro si fa carico della persona che incontra. Il rigorista si lava le mani: infatti la inchioda alla legge intesa in modo freddo e rigido; il lassista invece si lava le mani: solo apparentemente è misericordioso, ma in realtà non prende sul serio il problema di quella coscienza, minimizzando il peccato. La vera misericordia si fa carico della persona, la ascolta attentamente, si accosta con rispetto e con verità alla sua situazione, e la accompagna nel cammino della riconciliazione». (discorso del 6/03/2014)

Troppo spesso, infatti, dimentichiamo un dato antropologico fondamentale: Nessuno è sbagliato, ma tutti siamo feriti. (per approfondire si veda qui l’articolo che abbiamo scritto a questo proposito)

Come ci ricorda il libro della Sapienza: «Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata». (Sap 11, 24)

Dio è misericordia e compassione, egli non chiude mai le braccia verso nessuno perché siamo suoi figli, lui ci ha chiamato alla vita. Ma troppo spesso dimentichiamo quello che viene detto nel versetto precedente: «Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento». (Sap 11, 23)

Dio non solo ci accoglie, ma aspetta il nostro pentimento. Ed è proprio su questo punto che facciamo acqua da tutte le parti. Troppo spesso infatti, chi accoglie dall’interno, sentendosi nel giusto, finisce per trasformare l’accoglienza in compiacenza, così come, troppo spesso, chi chiede di essere accolto finisce purtroppo per pretendere compiacenza e riconoscimento invece di cercare un reale cammino cristiano.

Per gli uni e per gli altri il primo e fondamentale dato da accogliere è che siamo tutti feriti, tutti segnati da quel Peccato con la “P” maiuscola che ci fa centrare su noi stessi fino a porci al posto di Dio! Tutti portiamo questa ferita, tutti! Se non ripartiamo insieme da qui, dal nostro essere feriti e bisognosi di redenzione a cosa serve l’inclusione? A cosa serve accogliere o non accogliere? A cosa serve essere accolti?  

La Chiesa non è un partito politico, un movimento, un club di tesserati, nella Chiesa c’è spazio per tutti perché è la “Famiglia di Dio”, che riconosce la sua miseria e si mette in cammino perché la sua vita sia trasformata, sia trasfigurata, sia resa sempre più somigliante a quella di Cristo.

Il punto, quindi, non è stabilire se i miei peccati sono più o meno gravi di quelli di una persona omosessuale o di una persona transgender, il punto non è riadattare il magistero per renderlo più inclusivo. Il punto è che siamo tutti bisognosi di guarigione e di metterci in un cammino di verità per accogliere Dio come Padre e lasciare che sia Cristo, Verbo fatto carne, a rivelarci la nostra vera identità, la nostra vera chiamata!

Solo la misericordia di Dio può tirarci fuori dalle nostre morti e portare Vita alla nostra vita. Ma, come abbiamo già detto nell’articolo citato in precedenza, ciò diventa possibile soltanto se prima accogliamo i nostri “piedi sporchi” e permettiamo a Cristo di chinarsi su di noi per lavarceli.

Che tu sia separato, o sposato da trent’anni, che tu ti senta una donna compiuta o che tu non ti riconosca nel tuo corpo, che tu viva una relazione omosessuale o una eterosessuale, per tutti, la prima e fondamentale chiamata è quella ad accogliere il mistero Pasquale di Cristo, ad essere disposti a morire a noi stessi, a perdere le nostre vie, per lasciare che sia Cristo a rivelarci la via della Vita!

Nessuno è sbagliato, ma tutti siamo feriti

Durante una lezione alla facoltà teologica che ho frequentato, un professore, all’interno di una più ampia riflessione sulla necessità di nuovi modi di comunicare la fede, disse provocatoriamente: «oggi la categoria di peccato originale è superata! Non ha più senso parlare di peccato originale alle persone di oggi, nessuno ci capisce più».

In questa provocazione certamente c’era del vero: «nessuno ci capisce più!» Il peccato originale con i suoi effetti è ormai tra i grandi sconosciuti per i cristiani di oggi, eppure costituisce la grande ferita di ogni cuore umano

A ben vedere, già sul peccato personale in senso stretto, non siamo messi molto bene.

Tendenzialmente, infatti, la stragrande maggioranza di noi cresce con l’idea che il peccato sia un’azione, un comportamento sbagliato che viola la legge di Dio. Questa lettura è diffusissima nella formazione catechistica dei bambini, ma amici sacerdoti ci confermano che, dalle confessioni, traspare come questa resti l’idea di fondo anche per molti adulti. Proprio questa lettura del peccato personale conferma che abbiamo le idee molto confuse su che cos’è il peccato originale e che non abbiamo viva esperienza della redenzione di Cristo.

La questione è seria e il professore di cui sopra ci perdonerà se, invece, tentiamo di dire qualcosa su come la ferita del peccato originale riguarda la nostra vita e sul perché, senza accogliere questa realtà, di fatto non possiamo comprendere pienamente noi stessi, né aprirci alla redenzione di Cristo.

Non entriamo qui nel ginepraio relativo alla genesi del peccato originale e a come si sia propagato nella storia dai progenitori fino a noi, anche perché occorrerebbe una lunga e approfondita esegesi del testo biblico. Ci basti sapere che il testo di Genesi 3 in cui tutto ciò viene narrato, è un testo che non vuole raccontare la cronaca dettagliata dei fatti avvenuti all’inizio della storia umana, ma è un racconto di carattere sapienziale che ha lo scopo di riflettere, attraverso un linguaggio mitologico, sull’origine del male e della morte che tocca l’umanità.

La tradizione cristiana ci insegna che il peccato originale riguarda la condizione umana. La nostra natura umana è ferita! Piaccia o meno c’è qualcosa di rotto! Ognuno di noi porta in sé una frattura in quattro direzioni: nel rapporto con Dio, nel rapporto con se stesso, nel rapporto con l’altro sesso e nel rapporto con la creazione. Non ci viene spontaneo relazionarci serenamente con Dio, né con noi stessi, né con l’altro sesso, né tantomeno con il mondo.

Nel vangelo Cristo parla di «durezza di cuore»: il cuore che biblicamente è l’organo centrale e unificante della persona, sede della volontà e della coscienza appare come bloccato, incartato su se stesso, incapace di svolgere appieno la sua funzione unificante verso il bene.

Ma dice anche che la durezza di cuore non è la nostra verità: «in Principio non fu così». C’è stata una rottura. L’umanità non era stata creata così, non è stata pensata per ripiegarsi su se stessa, per chiudersi nell’autosufficienza, ma per essere immagine di Dio, per esistere secondo Dio, per gustare ed esprimere l’Amore.

La nostre offuscate reminiscenze catechistiche potrebbero giustamente obiettare: ma il Catechismo non insegna che il Battesimo cancella il peccato originale?

Sì, è vero il Battesimo donandoci la vita nuova di Cristo cancella il peccato originale, ma il Catechismo dice anche che continuiamo a portare in noi le conseguenze del peccato che si manifestano nella nostra natura indebolita (CCC, 405).

Ciò significa che attraverso il sacramento del Battesimo siamo stati riconciliati con Dio e in Cristo ci è stata donata la vita nuova dei figli di Dio, ma non è che magicamente ci trasformiamo in supereroi! In noi viene piantato un germe di vita divina che va custodito e fatto crescere in una continua tensione tra la nostra umanità ferita e fragile e la vita filiale che cresce dentro di noi.

Non possiamo allora non prendere sul serio la realtà di questa ferita che ci portiamo dentro e che la tradizione chiama: “concupiscenza”.

Lo so, è un parolone in disuso che “puzza di sacrestia” lontano un miglio, ma che rivela potentemente questa nostra condizione: il nostro essere come su un piano inclinato che ci porta istintivamente a preoccuparci prima di tutto per noi stessi, per la nostra soddisfazione e autosufficienza.

L’apostolo Giovanni parla di tre forme di concupiscenza (1Gv 2, 16) ognuna delle quali racchiude una marea di sfaccettature diverse.
La concupiscenza degli occhi ovvero il possesso, il prendere per noi stessi; la concupiscenza della carne, ovvero l’usare la sessualità non nel suo significato di dono per la comunione, ma per la nostra autogratificazione; e la superbia della vita, ovvero l’affermare noi stessi e le nostre ragioni sopra ogni cosa.

A volte possono sembrare cose distanti da noi, cose che fatichiamo a riconoscere nella nostra vita ordinaria, eppure, andando in profondità, possiamo scoprire sfumature che ci toccano molto da vicino.

Giovanni Paolo II ad esempio, nelle sue catechesi, riflettendo sulla concupiscenza della carne, ha voluto soffermarsi su due aspetti molto concreti ed attuali. Da un lato, il fatto che la concupiscenza oscura nel cuore umano il significato della differenza sessuale per cui la relazione tra maschio-femmina diviene problematica, non più terreno spontaneo di comunione, ma di conflitto e di dominio. Dall’altro il fatto che la concupiscenza porta con sé la frammentazione interiore dell’essere umano che sperimenta una «quasi costitutiva difficoltà di immedesimazione col proprio corpo» così che, sebbene nasciamo come maschi e femmine, non ci viene spontaneo maturare come uomini e donne.

Questa insomma è la situazione: C’è qualcosa di rotto in noi, siamo feriti! …feriti su più livelli!
Ma non è tutto, perché questa è solo metà della storia!

Infatti, se è vero che siamo feriti, è ancor più vero che siamo salvati, che siamo redenti! In Cristo ci è data la vita e la libertà vera e sempre ci è offerta la possibilità di passare dal peccato alla verità, dalla morte alla vita. Il germe della vita nuova piantato in noi nel Battesimo piano piano cresce e nel farsi spazio va a toccare e a portare alla luce quelle storture che ci portiamo dentro.

E qui sta la cosa più difficile: accogliere quella luce, ammettere a noi stessi che in noi qualcosa non va, che siamo bisognosi, che abbiamo bisogno di conversione.

Lo so per esperienza, da ex-perfezionista incallito quale ero (e in parte sono ancora), so che non è facile ammettere a se stessi che qualcosa non va! C’è sempre una parte presuntuosa di noi che si ribella ed emerge impetuosa la nostra profonda fobia di sentirci sbagliati. Una parte di noi rigetta l’inquietudine, ha pretese di autosufficienza, è affamata di rassicurazioni e conferme per cui non accetta di mettersi in discussione. Ma se le diamo retta ci chiudiamo alla Vita!

Se non accettiamo di essere rotti, se diciamo a noi stessi: «va bene così», «in me non c’è niente che non va», «sono fatto così», «il problema sono gli altri, il problema è la rigidità della Chiesa»… il nostro cuore si chiude nella durezza, si irrigidisce e non lascia spazio di crescita al germe della vita nuova in noi.

Allora non facciamoci fregare dal nostro orgoglio, accettiamo di essere rotti, di essere feriti!

Vale la pena essere feriti perché in quelle ferite Cristo vuole visitarci e portare guarigione. È soprattutto nelle nostre ferite e nelle nostre miserie che possiamo sperimentare la tenerezza di Dio.
È quello che è successo ai Santi. I Santi non sono supereroi, ma persone che hanno lasciato entrare Cristo nelle loro miserie.

La Pasqua che si avvicina ci insegna proprio questo: il Giovedì Santo leggeremo il brano del Vangelo di Giovanni sulla lavanda dei piedi. Cristo è attratto dai nostri piedi sporchi, non si schifa, si china per lavarceli perché ci ama e siamo preziosi ai suoi occhi! Non facciamo l’errore di Pietro, accogliamo i nostri piedi sporchi e accogliamo la tenerezza di Dio che non si stanca di lavarceli e medicarceli.

Lui vuole fare Pasqua con noi, perché nessuno di noi è sbagliato, semplicemente tutti siamo feriti!

ANNO NUOVO, VITA NUOVA

Al termine di questo anno non potevamo non ringraziare Maria, che ci ha accompagnati così da vicino, mettendo la sua firma sulle scelte importanti e tormentate che proprio in questi ultimi mesi si sono concretizzate: una in ritardo, l’altra in anticipo, ma entrambe puntuali rispetto al suo farsi presente.

Non vogliamo fare i misteriosi, a cosa ci riferiamo?

Vogliamo testimoniare brevemente quanto abbiamo sperimentato in questi ultimi mesi, anzi anni, con la speranza di non svilire troppo quanto abbiamo vissuto, ma rischiando tuttavia, perché crediamo che vedere Dio all’opera sia sempre di aiuto e sostegno alla fede. 

Partendo daccapo: il 27 novembre 2020 viene accettata la nostra offerta per una piccola proprietà da ristrutturare. Ci rendiamo conto che è la festa della medaglia miracolosa, a cui avevamo letteralmente affidato questa scelta, gettando una medaglietta nel giardino di questa casa, così come faceva Madre Teresa. Questo segno ci rassicura, ma da quel momento sono passati quasi 3 faticosi anni in cui ci siamo chiesti più volte se fosse la scelta giusta: sarà “giusto” spendere tutti questi soldi per una casa? Siamo sicuri che sia questa la volontà di Dio per noi? Perché accollarsi un mutuo quando si sta così bene senza? Perché proprio nel nostro solito paesello? Queste e altre domande si sono riproposte più volte e per la maggior parte di esse ancora non abbiamo la risposta, ma è stato chiaro che in questo processo il Signore ci ha chiesto di fidarci di Lui, ci ha fatto crescere, ci ha mostrato le nostre fragilità, ma ci ha anche mostrato la sua Provvidenza. E il 7 ottobre scorso abbiamo finalmente traslocato, con grande ritardo, ma anche con grande gioia quando ci siamo resi conto che il 7 ottobre è anche la festa della Madonna del Rosario. Maria è stata con noi dall’inizio alla fine e come ha detto un nostro amico frate, questa casa è qualcosa che ha voluto lei… Il perché lo scopriremo con il tempo, intanto ci affidiamo a lei e ci godiamo la certezza di avere una mano materna che si prende cura di noi. 

25 marzo 2022, festa dell’Annunciazione, durante un colloquio con il nostro padre spirituale, dopo alcuni anni di interrogativi, inizia un tempo di discernimento sul lavoro di Tommy. La domanda principale è: come poter dare più spazio al nostro ministero nella nostra vita? Ci sarebbero tante cose da dire, ma quella più importante è che, se si lascia spazio alla Spirito, davvero ciò che sembra impossibile diventa possibile. Ma ciò non accade nella realtà, se prima non è avvenuto nel nostro cuore. È lì infatti che deve avvenire l’impossibile: l’impossibile che è fidarsi, che è accettare di andare oltre i propri calcoli, le proprie paure, le proprie resistenze, le proprie sicurezze. Fatto questo, allora la strada si apre, non senza fatiche, ma con tante conferme. E infatti ciò che doveva avvenire tra diversi mesi, per una grande creatività della Provvidenza, è già avvenuto, e la conferma è arrivata il 12 dicembre, giorno della Madonna di Guadalupe. Insomma, per farla breve, il 22 dicembre è stato per Tommy l’ultimo giorno di lavoro da ingegnere, il futuro è tutto da scrivere. 

Pregate per noi, grazie!

Una gioventù sessualmente… impotente

Ho la fortuna di fare un bellissimo mestiere che mi dà il privilegio di ascoltare ciò che spesso nessun altro ha mai ascoltato, di conoscere in profondità persone diversissime tra loro, di poter scorgere quello che c’è di più autentico dietro le maschere, i ruoli e gli atteggiamenti culturalmente mainstream.

Le persone che ascolto con più frequenza sono giovani under 30, e considero una grande opportunità il fatto che tra questi, la maggior parte non sia cattolica. Sono giovani del mondo e, da quello che fa l’operaio a quella che frequenta l’università, con tanto di collettivi universitari e attivismo di vario genere, hanno in comune un fatto: vivono la loro sessualità in maniera “libera” appunto, senza i condizionamenti della morale cattolica riguardo a castità, rapporti prematrimoniali, ecc.… e me ne parlano. Mi raccontano di come è davvero la sessualità vissuta così. Protetti dal non giudizio di quella che qualcuno chiama “la stanza delle parole”, hanno il coraggio di aprirsi e di dire ad alta voce con onestà come si sentono e cosa pensano.

È interessante il fatto che spesso, queste “confessioni” che fanno a se stessi più che a me, siano accompagnate da un certo senso di inadeguatezza. Mi spiego.

Dal cuore delle ragazze emerge quasi sempre il desiderio di una relazione profonda, intima, che sia emotiva ed affettiva, non solo sessuale; emerge il desiderio di essere scelte, magari non per tutta la vita, (dando quasi per scontato che prima o poi ci si lascerà) ma di certo è presente il desiderio di essere scelte per il tratto di vita che passeranno con quella persona. La cosa curiosa a questo punto è che, subito dopo aver espresso queste cose, si sentono quasi in dovere di giustificarsi: ci provano a dividere sesso e relazione ma, nella maggior parte dei casi, non ci riescono e, immaginando invece che per tutte le altre sia facile, si sentono inadeguate o sbagliate a causa di questo loro sentire. Ci provano a vivere “relazioni aperte”, l’ultima frontiera della libertà e dell’emancipazione, ma anche in questo caso ammettono, quasi come fosse una colpa, che non fa per loro.

I maschi, di contro, fanno tenerezza perché si ritrovano spesso incastrati nel ruolo che la società affibbia loro, ovvero di quelli che devono performare, sempre disponibili al sesso, e di conseguenza sono preda anche del nuovo ruolo, molto attivo, che assumono le ragazze, dando per scontato – vedi sopra – che ai ragazzi piaccia così.

In realtà, spesso i ragazzi confessano di essere spiazzati dall’intraprendenza femminile, e questo causa loro anche episodi di disfunzioni sessuali. Recentemente un ragazzo, raccontandomi proprio di come avesse fatto “cilecca” ad un primo appuntamento in cui non aveva per nulla messo in conto il sesso, mi ha detto: “non me lo aspettavo, non lo avevo previsto, ma mi sono detto vabbè non fare lo sfigato, approfittane, ma il mio corpo non è stato d’accordo”.

Già, perché tu puoi provare a usare il tuo corpo come ti pare, ma il corpo non è solo un corpo, non è una macchina da usare a tuo piacimento, non è solo una funzionalità biologico-meccanica. Il tuo corpo è molto di più, non è qualcosa, è qualcuno: tu, per la precisione. Ogni fibra del tuo corpo è inscindibile da ciò che vibra nella tua interiorità, nelle tue emozioni, e in tutto ciò che ancora non conosci di te ma esiste.

Proprio per questo le cose non vanno come ti aspetti: credi di poter approfittare di quella ragazza così disponibile, e invece ti ritrovi a perdere l’erezione; vuoi a tutti i costi avere la tua prima esperienza sessuale con un ragazzo per non sentirti diversa dalle tue amiche, ma poi scopri che quell’atto ti fa male fisicamente, provi dolore invece che piacere, e ti chiedi come mai.

E allora si arriva all’effetto paradossale: pensando di poter vivere la sessualità in maniera libera e fluida, svincolata da se stessi e dalla relazione con l’altro, all’opposto si diventa maschi e femmine sessualmente impotenti, cioè non in grado di viverla pienamente; pensando che non ci siano limiti nell’usare la propria sessualità, in realtà ci si ritrova limitati, a partire dal fatto molto concreto di non riuscire ad avere rapporti completi e quindi anche arrivando ad evitarli per non incorrere in nuove delusioni e frustrazioni.

Ma attenzione, non aspettatevi a questo punto, di contro, un elogio della castità tout court, un’apologia della morale cattolica che quella sì, che è garanzia di una buona sessualità.

No, dipende. Infatti, accanto ai giovani libertini c’è un’altra categoria che, per ragioni diverse, si trova impantanata nelle stesse difficoltà. E non solo per quanto riguarda la sessualità agita ma ancora prima, nel rapporto con questo aspetto così importante – se non fondante – della vita: infatti, anche attraverso il ministero che svolgiamo nella Chiesa, parlando con le persone, incontriamo non di rado blocchi, paure, rigidità, evitamenti, che interferiscono nelle relazioni ben prima di arrivare a vivere la sessualità in camera da letto.

Ci stiamo riferendo alla categoria di giovani, figli di una certa educazione religiosa – dannosa – che purtroppo esiste ancora: quella in cui il corpo è negato e la sessualità è taciuta quasi fosse qualcosa da temere o di cui vergognarsi o semplicemente da tollerare per certi fini.

Purtroppo ci capita ancora di riscontrare come spesso l’educazione sessuale sia trattata solo al livello di ciò che si può e non si può fare. In questo modo però, pur con le più buone intenzioni, la sessualità viene ridotta ad una funzionalità da gestire, ad un atto, il rapporto sessuale, che coinvolge solo una parte di noi, gli organi genitali.

Il problema è che la sessualità è molto di più: è molto di più di ciò succede in camera da letto, è molto di più di un comportamento, è molto di più dell’incontro di due organi sessuali. Quindi non possiamo trattarla come qualcosa che è possibile disattivare o mettere sottochiave per un periodo e poi riattivare quando ci sono le giuste condizioni (magari nel matrimonio) aspettandoci che tutto funzioni spontaneamente. Ne rimarremo immancabilmente delusi.

La sessualità inizia molto prima e non riguarda solo il fare, ma abbraccia tutta la persona, anche il pensare e il vissuto emotivo e relazionale. Ad esempio: come penso al mio corpo e a quello dell’altro? che valore do alla sessualità? che rapporto ho con il piacere? Come integro questo aspetto della mia vita in ciò che sono e nelle relazioni che vivo?

Insomma, la provocazione è questa: attenzione a cosa e come comunichiamo su questo argomento noi cattolici, perché rischiamo di provocare altrettante “vittime” tante quante ne sta facendo la rivoluzione sessuale, anzi, a ben vedere lo abbiamo già fatto per tanti anni in passato. E rischiamo anche di ritrovarci con gli stessi errori di fondo: separare la sessualità dal resto della vita come se fosse una dimensione accessoria a sé stante, ridurla ad un mero gesto che coinvolge solo la genitalità, finendo così per svilire a nostra volta questo grande dono di Dio, che racchiude il mistero della nostra identità e del nostro destino.

Ma allora come fare se sia l’assenza che la presenza di regole in campo sessuale sembra avere effetti nefasti sulla vita dei giovani? Come parlare di sessualità? Cosa dire?

Rispetto al come siamo sempre più che convinti che se non ci si è riconciliati con questa dimensione fondante della vita umana, meglio tacere, se no, insieme alle nostre parole, trasmetteremo inevitabilmente anche tutte le nostre irrisoluzioni.

Sul cosa, da parte nostra possiamo dire che, di tutti gli approcci che abbiamo incontrato, soltanto la teologia del corpo di San Giovanni Paolo II ci sembra in grado di offrire una visione unitaria capace di tenere insieme tutte le dimensioni della persona, capace di conciliare la verità con l’esperienza, la bellezza della sessualità e il bene della persona, i desideri profondi del cuore e la realtà ferita dello stesso cuore umano, proponendo un cammino non motivato da giudizio, moralismi e rigidità, ma solo dalla bellezza che il cuore intuisce. Una bellezza a cui il cuore di tutti – cattolici e libertini- anela, anche se molto spesso non lo sa.

P.S. Giunti alla fine di questo articolo ci rendiamo conto che il tema richiederebbe molteplici approfondimenti (che speriamo saranno oggetto di articoli futuri) queste sono solo alcune suggestioni generali, ma crediamo valga la pena iniziare da qualche parte.

Nei social ma non dei social

Nell’ultimo anno di laurea magistrale in scienze religiose ho avuto modo di seguire un interessante corso di “Teoria ed etica della comunicazione” che, oltre ad avermi permesso di approfondire il magistero della Chiesa in termini di comunicazioni sociali, mi ha aiutato a fare luce su una serie di punti su cui da tempo Giulia ed io ragionavamo, un po’ osservando chi, come noi, fa evangelizzazione sui social, un po’ per essercene scontrati personalmente.

Noi siamo “sbarcati” sui social nel 2019 dopo oltre sei anni di apostolato tra persone in carne ed ossa e questa presenza in rete è senz’altro stata una provvidenziale sorpresa, specie in un periodo come quello della pandemia, permettendoci di ampliare i contatti e far conoscere la teologia del corpo.

Abbiamo però subito notato come l’ambiente dei social (ci riferiamo qui a facebook e Instagram) non è un ambiente neutro, ma una realtà con le sue leggi, le sue logiche, le sue tentazioni… Un ambiente nel quale non è indifferente muoversi in un modo o in un altro, dove è estremamente facile fermarsi ad un livello superficiale delle relazioni e lasciarsi inebriare dal culto della propria immagine.

È curioso come anche le indicazioni dei papi in materia di internet e social network siano progressivamente evolute da grandi entusiasmi iniziali in cui si invitavano i giovani di buona volontà a portare la loro testimonianza e i valori cristiani in questo nuovo ambiente comunicativo, ad una sostanziale prudenza attraverso cui si sottolinea la necessità di una vita fatta di relazioni concrete e si mette in guardia dal narcisismo.

Ecco allora che tra una riflessione e l’altra abbiamo buttato giù 5 punti che, se da un lato non hanno alcuna pretesa di esaurire la questione, dall’altro crediamo possano essere un utile vademecum per chi desidera fare evangelizzazione sui social (noi in primis).

1 – La sottile differenza tra testimonianza e “smutandamento”

Va da sé che se siamo sui social dobbiamo metterci la faccia, le persone hanno diritto di sapere chi gestisce la pagina e qual è l’intento che si prefigge, ovvero è necessario farsi conoscere, ma siamo convinti che su questo fronte occorra equilibrio.

Dopo oltre un decennio di Reality shows e di Amici, corriamo tutti il rischio di “defilippizzarci”, ovvero di mettere in piazza con preoccupante leggerezza i nostri vissuti.

È curioso che nessun cattolico impegnato sui social si sognerebbe mai di postare una foto in cui è svestito, eppure, non di rado, capita di imbattersi in chi condivide senza alcuno scrupolo cose estremamente intime e private della propria vita.

Nello stare sui social crediamo sia fondamentale tenere saldo il baluardo del pudore che custodisce la nostra intimità esteriore ed interiore da sguardi indiscreti. La nostra intimità, i nostri vissuti, sono qualcosa di incredibilmente prezioso, non sono fatti per essere mercificati o esibiti di fronte a chiunque, ma per essere donati a coloro che sono in grado di custodirne il dono nei momenti e negli spazi più appropriati. E spesso solo il faccia a faccia in carne e ossa può essere questo spazio, perché rende tutto molto più vivido, personale e ricco nell’interscambio reciproco.

Dare testimonianza non è “smutandarsi” davanti a tutti rivelando le proprie cose private per colpire al cuore i propri followers; raccontare di sé richiede sapienza, prudenza e discernimento per capire cosa e fino a che punto vale veramente la pena condividere in base al contesto e alle persone che si hanno di fronte, avendo sempre cura di custodire e non svendere la preziosità che siamo.

2 – Ho qualcosa da dire o voglio dire qualcosa?

Instagram è un social che gioca molto sull’interazione con i followers e allora ben venga interagire e chiedere alle persone di cosa vogliono parlare, ma nel farlo è bene anche essere consapevoli che non possiamo parlare di tutto né rispondere a tutto, non siamo tuttologi.

Un rischio concreto, quando si entra nei meccanismi dei social optando per una pubblicazione ricorsiva di contenuti, è quello di farsi prendere dalla frenesia di produrre continuamente materiale pur di riempire il proprio palinsesto, finendo magari col ripetersi o con l’improvvisarsi su terreni sui quali non si è formati, rischiando di dare messaggi equivoci o banalizzanti.

Crediamo quindi sia sano imparare a mettere un confine, a liberarci dalla smania di dover dire qualcosa a tutti i costi e tutti i giorni.

Il punto in ogni caso non è la frequenza ma l’intenzione: ho desiderio autentico di annunciare qualcosa che ha realmente toccato la mia vita o semplicemente devo tenere in vita il mio progetto ?

Non dimentichiamo che evangelizzare significa toccare due aspetti molto delicati: l’annuncio cristiano e il cuore ferito delle persone (il nostro e quello di chi incontriamo). Questo richiede la complicata arte di sposare insieme carità e verità senza cedere alla tentazione di usare la verità come una clava contro gli altri. Ma come fare per conciliare quest’arte con le dinamiche social dove regna un approccio per slogan e quasi sempre non sappiamo chi c’è di fronte a noi?

3 – Evangelizzatori o militanti?

A volte capita di incontrare approcci che hanno più il sapore della militanza politica e dell’ideologia piuttosto che dell’autentica carità evangelica.

Nella sua prima Esortazione Apostolica papa Francesco, parlando delle tentazioni degli operatori pastorali, lanciava un monito: «no alla guerra tra noi!» (EG, 98). Sottolineava infatti come alcuni, più che appartenere alla Chiesa intera, con la sua ricca varietà, finiscono per sentirsi più legati a questo o quel gruppo che si sente differente o speciale. Così facendo si sentono in diritto (o addirittura in dovere) di salire sul piedistallo per “sparare” sugli altri con tutte le più nobili intenzioni.

Ma non possiamo fare evangelizzazione contro qualcuno, sia esso appartenente alla chiesa o meno, la chiamata non è mai a demolire, ma a costruire, promuovendo una cultura del rispetto, del dialogo, dell’amicizia.

Ecco allora due piccoli consigli per vigilare su questo rischio:

  • Conta fino a 10 prima di scrivere, rispondere o parlare e chiediti: «con queste mie parole costruisco o demolisco? Porto unità o semino divisione?». La violenza verbale, la diffamazione, il pettegolezzo, non possono essere il mezzo con cui diffondere o difendere il bene.
  • Certo può capitare che qualcuno ci critichi, ci attacchi o semplicemente scriva cose che non condividiamo. Allora, come suggerisce il papa, il primo atto concreto di evangelizzazione da fare è pregare per lui: «Pregare per la persona con cui siamo irritati è un bel passo verso l’amore, ed è un atto di evangelizzazione. Facciamolo oggi! Non lasciamoci rubare l’ideale dell’amore fraterno!» (EG, 101).

4 – Dal profilo al volto

I social creano connessioni: noi stessi attraverso questo canale abbiamo conosciuto realtà e persone interessanti, con cui ci sono nate collaborazioni, incontri ed amicizie.

A nostro avviso questo è un buon uso dei social: passare dal virtuale al reale, dal “profilo” al volto, da un’indistinta massa più o meno numerosa di follower all’incontro personale con ciascuno, per quanto possibile. In fondo ciascuno di noi non ha bisogno di una community, ma di una comunità con cui camminare.

Non possiamo fare dei social un surrogato delle relazioni interpersonali. Il rischio concreto è lo scollamento tra vita sui social e vita reale, in una specie di schizofrenia mascherata da nobile apostolato.  Il papa nella Laudato Si’ lo dice molto bene:

« le dinamiche dei media e del mondo digitale, […] quando diventano onnipresenti, non favoriscono lo sviluppo di una capacità di vivere con sapienza, di pensare in profondità, di amare con generosità.

[…] le relazioni reali con gli altri, con tutte le sfide che implicano, tendono ad essere sostituite da un tipo di comunicazione mediata da internet. Ciò permette di selezionare o eliminare le relazioni secondo il nostro arbitrio, e così si genera spesso un nuovo tipo di emozioni artificiali, che hanno a che vedere più con dispositivi e schermi che con le persone e la natura. I mezzi attuali permettono che comunichiamo tra noi e che condividiamo conoscenze e affetti. Tuttavia, a volte anche ci impediscono di prendere contatto diretto con l’angoscia, con il tremore, con la gioia dell’altro e con la complessità della sua esperienza personale. Per questo non dovrebbe stupire il fatto che, insieme all’opprimente offerta di questi prodotti, vada crescendo una profonda e malinconica insoddisfazione nelle relazioni interpersonali, o un dannoso isolamento». (LS, 47)

5 – Non confondere vocazione con auto-chiamata

Last but not least, un aspetto che, in un certo, senso fonda tutti i punti precedenti e lo introduciamo con questa domanda di don Oreste Benzi che provocatoriamente chiedeva: «Tu servi Dio per costruire il Suo Regno o ti servi di Dio per costruire il tuo regno?».

La domanda è cruda, ma necessaria. Ciò che stiamo facendo sui social è risposta ad una chiamata che viene dalla vita e che è stata verifica nella Chiesa oppure, gratta, gratta, stiamo solo rispondendo al nostro bisogno di approvazione e riconoscimento?

Ci siamo mai chiesti: ciò che faccio lo vuole il Signore? Cosa porto? Chi porto? Porto Cristo o porto me stesso?

Dobbiamo essere consapevoli che nelle dinamiche dei social network c’è ben poco che si coniuga con la vita nuova del cristiano che è una vita di libertà da se stessi, di libertà dal proprio ego. La logica dei social tende piuttosto ad alimentare l’ego dell’uomo vecchio: il protagonismo dell’individuo che c’è in noi e che cerca di salvarsi affermando se stesso. Non possiamo ignorare che in ognuno di noi c’è questa dimensione ferita che cerca conferme, approvazione, riconoscimento e che facilmente si maschera dietro le più buone intenzioni.

Se il nostro bisogno di approvazione e riconoscimento non si è riconciliato nel profondo di noi, dall’aver sperimentato la paternità benedicente di Dio, molto facilmente ciò che andremo a fare sui social sarà una più o meno velata ricerca esterna di conferme. Ma ci illudiamo, se pensiamo che sarà un’approvazione esterna al nostro fare, o la popolarità dei nostri contenuti, a darci ciò che attende il nostro cuore.

C’è un test che crediamo possa aiutarci a fare un po’ di luce su questo fronte: le cose più importanti restano le più importanti? Ovvero, la mia attività sui social si concilia con la mia vocazione primaria di sposo/a, di genitore, di educatore, di religioso/a oppure tende ad essere prevaricante? Riesco a mettere confini chiari o il mio progetto social è diventato l’ambito preponderante al quale chiedo vita e nel quale gioco le mie energie migliori lasciando le briciole a tutto il resto?

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Arrivati alla fine di questo piccolo vademecum, ci accorgiamo che probabilmente la domanda di fondo che percorre questi 5 punti è quella che ci ha fatto una volta un amico: il contenitore è appropriato al contenuto?

Un balletto su Tik Tok è adatto all’annuncio che desidero condividere? Un ambiente che si gioca sui numeri e sull’immagine favorisce la libertà da sé stessi e l’ascolto dello Spirito?

Chiariamoci: il nostro intento non è demonizzare i social o invitare ad una fuga da essi, ma aprire una riflessione, lasciare aperte delle domande, mettere in evidenza insomma come sia necessario un discernimento spirituale anche su questo aspetto affinché ciascuno possa trovare il proprio modo creativo di abitare questo ambiente in modo libero e responsabile per essere nei social senza essere dei social.

Il vestito senza vergogna – Eva risponde a Chiara Ferragni

Mercoledì 8 febbraio è stato pubblicato il seguente post sul profilo IG di Chiara Ferragni a commento dell’”abito senza vergogna” indossato la sera prima al festival di Sanremo:

“Riportare l’attenzione sui diritti delle donne, del loro corpo e su come disporre del corpo femminile dalle stesse sia, purtroppo, ancora considerato discusso e discutibile. Questo è l’obiettivo dietro questo look. […]

Realizzato negli atelier alta moda Dior il vestito in tulle color carne riproduce con un ricamo trompe l’oeil il corpo di Chiara Ferragni al naturale e liberato da quella vergogna che hanno sempre imposto a tutte, a partire da Eva, la prima donna della storia indotta a provare vergogna.

Questa illusione di nudità vuole ricordare a tutte il diritto e l’uguaglianza di genere che hanno nel mostrare, disporre di sé stesse senza doversi sentire giudicate o colpevoli. Questa illusione di nudità vuole ricordare che chiunque decida di mostrarsi, o sentirsi sexy non autorizza nessuno a giustificare le violenze degli uomini o ad attenuarne le colpe. Questo è il corpo di una donna, quello di Chiara Ferragni che vorrebbe dare voce a tutte le donne del mondo a cui vengono imposti divieti e abusi, a tutte coloro a cui viene detto che il loro corpo genera vergogna, che è solo un oggetto del desiderio o che istiga al peccato.

Questo è il corpo di tutte. Chi è senza peccato scagli la prima pietra!”

Chiaretta mia,

da quando ho visto il tuo “vestito senza vergogna” e il messaggio che lo accompagna sul tuo profilo IG, in cui prendi in causa anche me, sento il bisogno di scriverti, come tua progenitrice e quindi tua bis-bis-bis-all’infinito-nonna.

Cara nipote, la cosa che apprezzo di più del tuo messaggio è l’ultima frase: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”.

Su questo hai proprio ragione, tutti portiamo il segno del peccato originale in noi, che si chiama concupiscenza, e che ci condiziona quotidianamente. Sì, lo so, è una parola che forse non hai mai sentito. Concupiscenza significa, in un certo senso, che, da quando io e Adamo abbiamo deciso di fare di testa nostra, cioè quando abbiamo messo in dubbio l’amore di Dio per noi, da lì in poi qualcosa nel nostro cuore è cambiato. Sai, la storiella che abbiamo mangiato la mela significa proprio questo: non ci siamo fidati di quello che Dio ci aveva detto per il nostro bene, ma lo abbiamo messo in dubbio, abbiamo messo in dubbio il suo amore e da lì in poi non ci siamo più fidati di nessuno, nemmeno l’uno dell’altro, nemmeno di noi stessi. Da lì in poi siamo precipitati in una profonda confusione, da lì in poi tutto ciò che prima era limpido è divenuto opaco, tutto ciò che era unificato si è frammentato, tutto ciò che era amore e fiducia è divenuto timore e possesso.

Il fatto che prima eravamo “nudi senza vergogna” e poi, dopo il peccato originale, ci siamo coperti e vestiti, testimonia proprio questo cambiamento.

Ciò che è cambiato non è il nostro corpo, che Dio ha creato come la cosa più bella del Paradiso, e infatti davanti a Lui passeggiavamo nudi, ciò che è cambiato, ahimè, è il nostro sguardo sul corpo e il nostro cuore.

Prima del peccato, io e Adamo potevamo stare nudi uno di fronte all’altra e godere della nostra bellezza, perché tutto di noi era trasparente: il nostro corpo rivelava la bellezza e la preziosità della nostra persona, il nostro sguardo l’uno verso l’altro era soltanto di amore, non conoscevamo il possesso. Io mi sentivo guardata e desiderata da Adamo come una persona unica e irripetibile da amare.

Adamo sapeva guardarmi in un modo di cui poi non è più stato capace: contemplandomi vedeva me e in me il dono prezioso che Dio gli aveva fatto e si sentiva amato e prediletto da Dio. Il suo desiderio era soltanto quello di accogliermi e di essere un dono per me. In quello sguardo io ritrovavo me stessa ed ero libera da ogni timore, timore di essere rifiutata, timore di essere usata, io ero per lui e lui per me.

Come era bello il mio Adamo, anche lui era totalmente libero: libero da sé stesso, libero dal timore di non essere all’altezza, libero da ansie di prestazione.   

Dopo il peccato, come ti stavo dicendo, tutto è cambiato, si è rotto qualcosa: non ci guardavamo più come prima, l’altro non era più al primo posto, ognuno di noi era più preoccupato per se stesso ed in fondo anche più confuso su se stesso.

Ci siamo improvvisamente accorti che io temevo il suo sguardo e lui temeva il mio. Io temevo che lui mi giudicasse, che si potesse approfittare di me, e lui allo stesso modo. In effetti il nostro sguardo non era più in grado di vedere tutto di noi, il nostro corpo non era più trasparenza della nostra persona, eravamo diventati opachi a noi stessi e all’altro. Il nostro sguardo era diventato incapace di profondità, si soffermava solo sull’esteriorità dell’altro, sugli attributi sessuali del suo corpo, facendoci quasi dimenticare che il corpo rivela la persona, e che l’unico modo appropriato per entrare in relazione con una persona è l’amore, mai il possesso, mai l’utilitarismo, mai la manipolazione, mai la violenza.

Per questo oggi abbiamo bisogno di coprirci. Non per vergogna, non perché il nostro corpo fosse brutto, o istigasse al peccato, come dici tu, ma perché avevamo bisogno di proteggerci da uno sguardo di questo tipo, uno sguardo parziale, divenuto incapace di cogliere l’inviolabile dignità della persona oltre l’esteriorità, e perché avevamo bisogno di tutelare il nostro stesso sguardo verso l’altro.

Per cui, cara nipote del 2023, hai perfettamente ragione quando dici che “mostrarsi, o sentirsi sexy non autorizza nessuno a giustificare le violenze degli uomini o ad attenuarne le colpe”, ma è anche vero che oltre a chiedere rispetto agli uomini, dobbiamo essere noi per prime a rispettare noi stesse.

E allora forse, il primo passo per rispettare noi stesse potrebbe essere quello di non proporci come semplici oggetti del piacere sessuale maschile, l’essere “sexy” appunto! Il vocabolario Treccani ci ricorda infatti che è “sexy” chi riesce ad essere sessualmente eccitante.

Abbiamo fatto coincidere l’essere belle con l’essere sexy, ma c’è un altro modo di essere belle e femminili che non necessariamente passa per il proporci come prodotti ad uso e consumo della lussuria maschile. 

È necessario che la bellezza con cui ci proponiamo tenga conto della ferita del cuore maschile e della ferita del nostro cuore. Se vogliamo rispettare noi stesse e farci rispettare, dobbiamo sapere che mostrandoci nude o seminude, ci espone ad uno sguardo di possesso, di utilizzo, di mercificazione: non è un fatto culturale, è un difetto del nostro cuore che si rivela nel nostro sguardo, è una realtà da affrontare dentro di noi, attraverso un cammino di purificazione e che ci renda sempre più capaci di vedere la persona intera, non solo il suo corpo.

E sai qual è l’antidoto a questo tipo di sguardo? Solo l’amore, solo l’amore è capace di assorbire la vergogna, solo l’amore rende capaci di vedere la persona intera e non solo il suo corpo. Ma temo che oggi si sia smarrito il vero significato del termine amore.

Allora cara nipote, se il tuo obiettivo era quello di “riportare l’attenzione sui diritti delle donne, del loro corpo e su come disporre del corpo femminile dalle stesse sia, purtroppo, ancora considerato discusso e discutibile” fai attenzione alle contraddizioni: il tuo vestito è volutamente contraddittorio, dice di un volersi mostrare pur nella necessità di coprirsi; ma l’apparire sexy con la pretesa che l’altro non ci consideri un oggetto sessuale è altrettanto contradditorio.

Chiaretta mia, dai retta a me, fai un po’ di ordine nel tuo cuore, nei tuoi desideri e chiediti innanzitutto che cosa cerchi: che valore dai al tuo corpo? Che valore dai a te stessa? Che tipo di sguardo desideri ricevere da un uomo? Sai, può essere gratificante ricevere uno sguardo di desiderio, ma se cerchi nel tuo cuore, ti renderai conto che ciò che una donna desidera e che la gratifica pienamente, è uno sguardo d’amore, e credo sia proprio questo che stai cercando, anche se ancora forse non lo sai.

La mia vita con il porno

Buongiorno a tutti, mi presento: mi chiamo Marco, ho 27 anni e vivo a Milano. Tommaso e Giulia mi hanno invitato a scrivere la mia testimonianza sulla mia dipendenza dalla pornografia durata fino all’anno scorso, e ho accettato con piacere. Spero che in questo racconto qualcuno possa riconoscersi e, riguardando un po’ la sua vita, fare la scelta di intraprendere un percorso di disintossicazione dal mondo del porno, ne vale davvero la pena.

Gli inizi

Il mio primo incontro con i porno fu a 10 anni, ero a casa del mio migliore amico con altri coetanei quella sera per giocare un po’ con la play e mangiare una pizza insieme. Eravamo proprio bambini, ricordo che non avevo mai neanche pensato a stare insieme a una ragazza, eravamo ancora nella fase dove il gruppo dei maschi era separato da quello delle femmine. Era tuttavia un tempo in cui sorgevano i primi cellulari con una memoria sufficientemente grande da poter contenere qualche video o immagine; ricordo che la grande rivoluzione era scambiarsi file con il Bluetooth, altro che il cloud o i vari drive condivisi di adesso. I video che andavano per la maggiore erano quelli di Dragon Ball con le canzoni dei Linkin park, video di tutto rispetto, poi però hanno iniziato ad arrivare appunto i porno. “2×1” era il titolo del primo quella sera: il due stava per due uomini neri e l’uno per una ragazza bianca. Fu un video molto violento, di quelli che non ho mai più riguardato. Ne hanno fatto partire un secondo, di cui però preferisco non farne il nome, ma mi sono rifiutato di vederlo.

Non sapevo cosa fosse l’intimità tra persone adulte: mia madre mi aveva fatto solo una distinzione tra l’amore e il sesso per tentare di darmi una morale su qualche immagine di nudo non prevista nei film della sera in famiglia, mai avrei pensato a qualcosa di così degradante. Faccio fatica a descrivere l’emozione provata davanti a quel primo video: avevo una visione della donna come un qualcosa di prezioso, come un fiore da proteggere, non una cosa da calpestare, schiacciare e frantumare a più non posso. E quello che più facevo fatica a comprendere era la volontaria partecipazione di quella bellissima ragazza a farsi trattare così: non potevo credere che una ragazza volesse qualcosa che a me appariva essere uno stupro di gruppo filmato. Quel che avevo visto era tuttavia il sorriso e la compiacenza – che a tratti diventava lacrime e disapprovazione- di quella creatura, che non credevo vero e possibile fino in fondo. Al tempo non potevo sapere che i pornoattori fanno uso di droga per restare nel circolo a fare ciò che fanno, e che c’è un tasso di suicidi non indifferente tra loro.
Inizio a fare domande ai miei amici, incredulo, e ciò che mi sento dire è: “Guarda che se non sai queste cose alle superiori vieni preso in giro”, oppure “Guarda che i bambini nascono così”…
…IO DUNQUE SONO USCITO DA QUESTO???
la frase “questo è amore” oscillava tra due significati: il primo con un punto di domanda finale e il secondo con un punto esclamativo.

Una volta tornato a casa ricordo di essere andato a letto sconvolto, mia madre mi vide profondamente turbato e mi chiese cosa avessi ma non volli risponderle, fino ad ora non sa ancora nulla di quella serata. Il tutto si salvò nella memoria sotto la categoria: “ciò che piace alle donne”, ma se da un lato volevo disperatamente che non fosse vero, dall’altro mi convincevo che quello era divenire adulti, ed era la realtà che doveva piacermi.
Leòn Festinger, uno psicologo che si occupò della pressione sociale che i gruppi di persone esercitano sugli altri, chiama questo tipo di contraddizioni mentali “dissonanze”, e afferma che, alla fine, la più forte tra le due, socialmente parlando, vince, ovvero diventa credenza su cui si basano future scelte. Questo meccanismo starebbe alla base dell’evidenza per cui una persona diventata membro di un gruppo mediante una iniziazione dolorosa è molto più devota al gruppo al contrario di una che non ha avuto una iniziazione di quel tipo.
Una volta riacquistato una sorta di equilibrio mentale, a inizio della pubertà sentii la necessità di guardare qualcosa su internet, nonostante tutto vedere una donna nuda aveva toccato le mie corde, e anche se non volevo rivedere video, qualche immagine soft magari potevo permettermela, e poi, perché no? non c’è nulla che può farmi del male, scelgo io infatti cosa guardare e cosa no. Iniziai dunque a cercare qualche immagine su internet, ma non conoscevo effettivamente il mondo del porno: scrivevo “tette”, o “donna nuda”, cliccavo su “immagini” di Google e guardavo cosa appariva; l’unico accesso a internet era però tramite il pc familiare, e subito venni scoperto da mio fratello che controllò la cronologia e lo disse a mia madre. Non potevo più rischiare tanto, e se poi mi scoprivano ancora? che figura ci facevo?
Continuai con la tv, sui canali 999 di sky, e piano piano scoprii da solo la masturbazione. La prima volta è stata come toccare il cielo con un dito e, per un ragazzino della mia età, un po’ bullizzato, senza grandi aspirazioni, con una precaria comunicazione con i propri genitori e non troppi amici era il paradiso davvero. Aspettavo che mamma uscisse, chiudevo le persiane del salotto e subito iniziavano i miei viaggi.
Scoprii poi che potevo farlo anche senza un video, bastava andare in bagno e immaginare, e potevo immaginarmi non solo le donnine di sky, ma anche quelle vere, e iniziai a fantasticare su di loro… dopo un po’ però notai che non mi soddisfaceva più fantasticare, avevo bisogno di altro. Nell’anno della mia cresima, a 13 anni, ricevetti il mio primo smartphone: l’IPhone 3g, scrivo smartphone perché prima di quel modello era complicato accedere ad internet, era poco fruibile l’esperienza, ma ora era tutto molto più facile. Una volta superata la paura di visitare un sito porno (sai, i virus), è iniziata la mia rovina.

La pornografia e cosa significa starci dentro

In un sito porno puoi trovare tutto ciò che desideri, esiste una regola tra i ragazzi, la regola 69, che recita: “Esiste una versione porno di ogni cosa.” Sì, è davvero così, e purtroppo anche io mi sono basato su di essa per stimolare la mia fantasia e provare piacere. Nei vari siti esistono moltissime categorie, dalle più soft alle più hard. Un ragazzino, anche se schifato dal degrado presente in quelle hard, non tarderà molto prima di ritrovarsi a cercare anche lui tra di esse e si stupirà di questo, garantito. Molti se non tutti si sorprendono di ciò che riescono a vedere (io in primis), si stupiscono di ciò che a un certo punto li eccita e, nonostante un po’ di schifo, ne vogliono di più. Il cervello infatti è fatto per ricercare quel di più, cosa necessaria per poter esplorare e vivere esperienze nuove, ma la pornografia è fatta per fornire tutto l’occorrente per soddisfare quella ricerca, e non lascia vie d’uscita per altro, satura ogni tentativo di aprirsi alla vita e nel tempo fa ripiegare interamente il cervello su di essa.
Già quando iniziai le superiori ricordo che le ragazze mi apparivano come pezzi di carne con cui potevo fare ciò che volevo: mi rifugiavo a farlo nella mia fantasia sì, a casa, dove ripetevo nella mia mente le scene che vedevo nei filmati, ma sognavo di farlo veramente nella realtà con qualcuna, “Non vedo l’ora”, mi dicevo. Appena vedevo una ragazza pensavo a come poteva essere nuda, o come poteva essere a fare sesso o altro, a quali perversioni le sarebbero piaciute, a quanto il loro seno era grosso, a quanto a me sarebbe piaciuto fare sesso con loro. Cercavo di categorizzarle prima consapevolmente e in modo piacevole, poi in modo sempre più automatico e disgustoso.

Nel tempo questo automatismo diviene pressante, ossessivo: mi si presentavano immagini anche con ragazze a cui volevo bene e non volevo pensare in certi modi o in certe scene. Queste erano costanti e non riuscivo a contrastarle, avevano carattere di intrusività, ed erano davvero una sofferenza: mi venivano anche con i familiari o bambine, e mi facevo davvero schifo. In psicologia si parla di generalizzazione, una operazione che il cervello esegue sui ricordi per avere degli schemi di comportamento anche in nuove situazioni, e quindi arrivare “preparati”..
Sapevo però che la masturbazione mi portava almeno una mezza giornata di libertà da questi pensieri intrusivi, e quindi iniziai a trovare il tempo per masturbarmi prima di un evento particolare che sapevo sarebbe stato stressante, così ho instaurato quel circolo vizioso che si chiama feedback positivo, dove la sostanza che ti porta il malessere diventa anche la cura. Utilizzavo questa ingegnosa tecnica di prevenzione anche per affrontare qualche festa o qualche appuntamento: quando mi guardavo un porno poi ero molto più sereno, tranquillo, sciolto nel parlare con le ragazze o stare in ambienti sociali, nulla mi toccava, era come avere i superpoteri.
Mi fa sempre specie pensare a un passo della Valtorta dove Gesù le parla di cos’è il peccato: “e il Male non voleva che lo conosceste, perché è frutto dolce al palato ma che, sceso col suo succo nel sangue, ne desta una febbre che uccide e produce arsione, per cui più si beve di quel suo succo mendace e più se ne ha sete. [17. La disubbidienza di Eva, e l’ubbidienza di Maria].

In quinta superiore

Arrivai in quinta superiore con ancora nessuna esperienza di fidanzamento alle spalle. Conobbi una ragazza di scienze sociali e mi ci trovai davvero in sintonia. Iniziai con lei a fare delle lunghe camminate al pomeriggio e condividevo davvero tanto, dalle cose più superficiali quali “com’è andata la giornata” alle cose più profonde, esistenziali della vita, come “c’è un senso nell’amare?”. Nonostante tutte le fantasie pornografiche che inevitabilmente mi venivano su di lei, cercavo in tutti i modi di evitarle per vederla nella sua purezza: aveva un faccino rotondo, carino, ed era dolce con me. Tornai pian piano a pensare che forse quella visione fiabesca che avevo da bambino sull’amore potesse essere vera. Per 6 mesi uscii con lei in queste passeggiate, lei era alquanto popolare tra i ragazzi della mia età, molti miei amici erano meravigliati dall’intimità che avevo con lei, e avevo ormai riposto tante speranze, ma alla fatidica domanda di essere un qualcosa in più lei mi rifiutò. Non fu tanto quell’episodio che mi buttò giù ma l’aver scoperto poco dopo che quella bella, pura ragazza che pensavo potesse essere un esempio positivo del vero amore faceva sesso occasionale con più ragazzi nel periodo delle nostre passeggiate. Questo purtroppo spense definitivamente la speranza sul vero amore ai miei diciott’anni, anzi, fui confermato nel pensare alle ragazze come ricercatrici di avventure sessuali.
Iniziò un periodo di profondo sconforto e smarrimento e di lì a poco iniziava l’università. Mi sentivo profondamente tradito da quella ragazza, e allo stesso tempo non credevo nelle mie capacità di poter fidanzarmi effettivamente, pensavo che c’era qualcosa che non andava in me.

Iniziai una ricerca, non direttamente sui porno, quelli no, non li potevo mettere in discussione, sulle cause di questa mia incapacità, e incappai su dei siti / video che mi convinsero che non ne sapevo abbastanza di metodi di corteggiamento, in fondo era quindi solo una serie di metodologie da mettere in pratica per far colpo sulle ragazze. In giro sul web ce ne sono parecchi, forse ora molti di più, alcuni si fermano a parlare di tecniche da usare, altri, che ritengo più veri, parlano del confidare nelle proprie capacità, dell’importanza dell’autostima e dell’indipendenza da raggiungere con sé stessi e appunto una dipendenza non te lo permette. Non sono del tutto sbagliati in realtà, ma non sono esaustivi, specialmente riguardo ai porno. Ma aldilà della loro esaustività, con un mio amico iniziammo a mettere in pratica queste tecniche, convinti che bastassero per fare colpo, ma ovviamente non funzionarono; infatti o c’è davvero un cambio radicale, profondo, oppure mettere un coperchio su una pentola a pressione per fare sembrare che tutto vada bene non serve a nulla, e le ragazze lo percepiscono.
Dopo qualche mese di prove fallimentari con questo mio amico venimmo a conoscenza di qualche notizia in inglese che riguardava i porno e i suoi effetti collaterali. Scoprimmo l’esistenza di gruppi di auto-aiuto chiamati “Nofap movements”: gruppi di ragazzi per lo più giovani che si davano man forte online nel cercare di abbandonare la pornografia. Esisteva tra loro una sorta di sapere creato in modo disorganico, basato talvolta esclusivamente sulle testimonianze di chi aveva abbandonato la pornografia e la masturbazione e non su dati sperimentali, che recitava una sorta di elenco di superpoteri (proprio così li chiamavano, “superpowers”) che si ottenevano dall’abbandonare tali attività. Tra i superpoteri più ambiti c’era la capacità di parlare alle ragazze in scioltezza e non avere più paura di loro, ridurre l’ansia sociale, il riuscire a svegliarsi belli pimpanti la mattina, avere voglia di vivere e avere la forza per essere produttivi nella giornata e non rimandare gli impegni. Questi “superpoteri” sono stati poi tutti confermati in ambito scientifico: essi in realtà sono la normalità per un organismo sano.

Era la rivoluzione, iniziammo insieme a smettere di guardare i porno. Il primo giorno fu una meraviglia, ma il secondo giorno non resisto. Convinto del fatto che “doveva essere solo una coincidenza” non mi do per vinto e smetto un’altra volta, ma lo stesso giorno cado. E cado. E ancora. E ancora. Non riesco più a completare un giorno senza masturbarmi. Dopo qualche tempo (è difficile ammettere di essere dipendente da una sostanza) mi arrendo all’idea di essere dipendente.
L’incontrollabilità data dall’astinenza è forte, se non l’hai provata è davvero complicato fartelo intendere. Mette da parte ogni cosa, tutto viene saturato dalla sola voglia di estinguere quell’urgenza, ti porta a smettere qualsiasi attività che stai facendo e il tempo in cui ti droghi si dilata, spariscono le preoccupazioni, spariscono le persone e le scadenze, vieni assorbito dall’esperienza finché non arrivi all’orgasmo nel caso dei porno. Ricordo che in inverno il bagno vicino alle camere era freddo ma piuttosto di perdermi l’occasione di poter godere senza la preoccupazione che qualcuno avesse bisogno a sua volta del bagno, andavo in quello e anche se mi si gelavano le mani o altre parti del corpo, io continuavo ad andarci, e rimanevo lì finché non trovavo il video perfetto. Stavo anche fino a un ora al freddo invernale mezzo nudo senza riscaldamento pur di farmi “come si deve”.

La ragazza dell’università

Al primo anno di università c’è una ragazza che mi piace molto fisicamente. Dopo un po’ di tempo capii che mi piaceva anche di più e quindi iniziai a uscirci insieme. Iniziammo una relazione, che fu molto fisica, ero totalmente assorbito dal suo corpo e sulle porcate che potevano essere fatte insieme, come una sorta di bambola perfetta, lei acconsentiva a tutto e mi era sempre sembrato che condividesse l’amore alle porcate ma non ci siamo mai fermati a parlare di ciò, credo che tutti e due eravamo d’accordo mutuamente che le cose da fare in una relazione erano quelle, io le davo piacere e lei me ne dava. La cosa però dura solo 4 mesi fino al punto in cui la lascio io. Capii di essere ossessionato dal suo corpo e la pornografia: ero convinto che avere una relazione mi avrebbe fatto dimenticare la pornografia, ma dopo poco dal suo inizio ero tornato a masturbarmi sui porno. Mi faceva davvero schifo, sentivo di tradirla, ho provato in tutti i modi a non farlo, ma era più forte di me.
Una volta lessi un forum dove una psicologa, rispondendo a una signora il cui marito -sfogava il suo stress sulla pornografia per non sfogarlo su di lei perché le voleva bene-, scriveva che era giusto che il marito sfogasse il suo istinto in quella maniera, e lei doveva accettarlo così com’è, che è naturale. NO! non è naturale, è UNA MALATTIA!!! Forse qualche anno fa non era considerata una malattia, ma ora dire il contrario, davanti a tutte le evidenze scientifiche e tutte le testimonianze che ci sono in giro, è da idioti. Una volta passata la dipendenza posso assicurare che non hai più bisogno di agire in quel modo, e anzi, non hai più nessuna immagine, né nessuna idea malsana in testa, lo dico per esperienza, non per sentito dire.
È stata una mia responsabilità la fine di quella relazione. Quel meccanismo di ricerca di ragazze sempre nuove, reiterato ogni giorno da quando ormai avevo 13 anni, si è manifestato anche con lei. E io non avevo mai fatto nulla di concreto per evitarlo. La richiesta di questa urgenza era ormai più forte di quello che lei poteva darmi, e in una confusione generale tra pensieri quali – Qual è l’azione giusta? L’azione sbagliata?, il volerle bene ma anche percepire rifiuto nei suoi confronti, l’urgenza di voler cambiare ragazza ma anche non volerle fare del male – l’ho lasciata. Mi è sempre dispiaciuto tanto aver lasciato quella ragazza, nel tempo mi sono accorto che le volevo davvero bene e lei me ne voleva altrettanto. Penso che con lei avremo potuto creare qualcosa di davvero bello, ma non andò così.

Il periodo di disintossicazione.

In quel momento iniziò il periodo più travagliato della mia vita: il periodo di disintossicazione. Dai 20 ai 26 anni i miei tentativi continui di disintossicarmi scandivano le mie giornate: una volta avuta la mia dose iniziava un momento di calma fino al giorno seguente; lì iniziavo a stare male giorno dopo giorno, fino a che toccavo il fondo e dovevo assolutamente farmi un’altra dose per tornare a stare bene. Li chiamavo “i miei cicli”. il punto più alto era caratterizzato da una calma apparente, il punto più basso era come essere in preda agli istinti, pensieri inerenti al sesso che non mi lasciavano in pace, ansia e paura generalizzate e sbalzi di umore. In base a che fase ero dovevo stare attento a certe cose piuttosto che altre. Ricordo che quando ero dipendente tutto mi riportava il pensiero lì: ogni ragazza che mi passava in mente, che fosse una conoscente o amiche o persone viste per strada, ognuna me la immaginavo a fare sesso con qualcuno, o imitare scene che avevo visto. Vedere dei panni stesi fuori da una casa mi faceva pensare che all’interno di quella casa c’era una ragazza o una madre che poteva indossarli e che faceva sesso selvaggio con qualcuno, che forse a volte tradiva o che poteva farlo con me. Ogni tocco di ogni ragazza era interpretabile esclusivamente in una direzione, era difficile interpretarlo come un tocco amichevole. Dovevo dunque stare attento ai miei pensieri, a non auto-innescarmi lo stimolo con la fantasia, e in più dovevo evitare di guardare o soffermarmi su certe immagini.

Le regole autoimposte

Oltre a ciò avevo bisogno di regole per far fronte all’astinenza, formate nel corso dei 6 anni di recovery: mi sono tolto da tutti i social per evitare immagini implicite (Qualsiasi immagine di ragazze), sapevo per esempio che se dovevo andare in bagno il cellulare lo lasciavo fuori, dovevo stare attento a non fissarmi sul suono della mia cintura quando mi toglievo i pantaloni. Dovevo trovarmi qualcosa da fare quando i miei uscivano e rimanevo solo in casa o essere rapido a entrare e uscire dalla doccia. Non dovevo ritrovarmi nelle app che mi obbligavano a scorrere un feed infinito verso il basso. Non potevo guardare certi programmi o pubblicità, neanche di sfuggita. Evitavo certi discorsi o gruppi WhatsApp dove sapevo potevano postare video o immagini. Eppure, tutto questo non era ancora abbastanza anche se nel tempo i miei cicli arrivavano a durare anche una settimana.

Per farvi capire quanto può essere forte l’astinenza quando ho capito che era una cosa buona impedirmi di andare in internet con il cellulare mi sono comprato un telefono vecchio con i tasti grandi, ma in un momento di astinenza ho iniziato a usare il pc portatile. Allora ho messo dei blocchi al pc per impedirmi di andare sui siti porno ma in un altro momento di astinenza ho iniziato a guardare ragazze su Instagram, e una volta messi i blocchi ad Instagram sono arrivato a masturbarmi sulle copertine dei fumetti venduti da Amazon. Il mio cervello riusciva sempre a trovare un modo per stimolarsi, inventandoseli da zero se necessario. Capisco le persone dipendenti dalle droghe che arrivano a buttare via tutto lo stipendio o a rovinarsi la vita per avere la loro dose. Non mi sorprende che certe persone arrivino a sfogare la propria sessualità nel mondo reale con lo stupro. Una volta che parte l’astinenza è incontrollabile. Il serial killer Ted Bundy, nel suo dialogo con uno psicologo prima di essere condannato a morte, diceva esplicitamente tutto questo, di come ha iniziato con la pornografia e di come non riusciva a controllarsi nel fare ciò che faceva.

Affrontare la dipendenza da pornografia non è solo astinenza, ma anche fare i conti con la delusione e l’impotenza esperita ogni volta che si cade. I primi anni erano davvero difficili, mi scoraggiavo facilmente, non sapevo con chi condividere ciò perché tutti non la pensavano come a una dipendenza (forse nemmeno ora), mi sentivo solo in questo e allo stesso tempo non vedevo nessun passo in avanti, mi sembrava sempre di ripartire dall’inizio. Molti smettono proprio per questa lotta estenuante. Nei gruppi sulle app ho visto nel tempo davvero tanti ragazzi che uscivano dopo pochi giorni, o dopo un mese. Ci vuole impegno e dedizione, bisogna voler imparare su di sé, sulla propria condotta, e su come il cervello funziona. Bisogna creare molta consapevolezza per affrontare una dipendenza, ma non è impossibile, anzi, ci sono tante persone che ne sono uscite e che raccontano come la loro vita è cambiata.

Brain Buddy e l’esserne fuori

A settembre dell’anno scorso, dopo ormai 6 anni di tentativi scopro una app: Brainbuddy; una app a pagamento mensile con molte features per uscire dalla pornografia. Una tra queste, la più importante è la mindfulness, un modo per allontanare i pensieri negativi e rimanere nel presente. Ero scettico a pagare una quota mensile per disintossicarmi, ma mi aiutò sul serio. Grazie ad essa iniziai un faccio un periodo di prolungato di astinenza, cadendo una sola volta ad aprile, che continua fino ad oggi. È passato ormai più di un anno da quando ho smesso di guardare i porno, e sono cambiato totalmente.
Penso ora alla mia dipendenza come un sigillo posto sopra a tutte le difficoltà che mi portavo dietro. Una volta rimosso, il cammino non è stato semplice, personalmente ho avuto bisogno di una terapeuta sia durante che dopo, per riconnettermi in modo sano e normale alla realtà. In questo senso è un amplificatore di sofferenze già esistenti (1), “Un abisso attira un altro abisso” dice Madre Teresa di Calcutta.

Grazie all’impegno e all’aiuto sono guarito. Sono passato dall’essere una persona molto ansiosa ad essere molto sicuro di me. Il mio umore si è stabilizzato, prima era molto più altalenante e non riuscivo a tenerlo sotto controllo. La tristezza e la depressione se ne sono andate e hanno lasciato posto a calma e voglia di vivere. Non ho più i gusti pornografici di un tempo, non muoio più dietro a un seno grosso o a una donna matura, mi sembra che nonostante l’attrazione naturale ci sia, non c’è più quell’ossessione o quel “volere spasmodico” che tanti pensano sia caratteristico nell’uomo. Non ho più bisogno di forti stimoli per sentirmi in vita, sono contento di uscire con gli amici o di leggere un buon libro, non rimpiango per nulla quei momenti di astinenza o di piacere estremo.

In tutto questo non ho parlato del mio rapporto con Dio, ma lo ritengo il silenzioso artefice di tutta questa storia. Si è svolto tutto attraverso scelte autonome e libere, con persone in carne ed ossa che, chi più chi meno, mi hanno portato a dove sono ora, e penso che Dio agisca proprio così. Non penso che siano solo le grazie straordinarie da attribuirgli, penso che l’aiuto quotidiano delle persone e l’impegno personale nel volerlo seguire siano una grande grazia. Quando ho avuto la mia conversione a 20 anni essa mi ha spronato più di tutto a volerne uscire, e le preghiere fatte mi portavano a dire “Non può finire così, mi porterà a compimento”. Senza questa speranza continua non so se sarei stato capace di combattere questa battaglia durata sei anni. Però voglio essere chiaro: il tutto si è svolto nella realtà; uscire da una dipendenza implica prendersi la responsabilità di essa, di ogni azione a suo favore. Non basta pregare, non basta affidarsi totalmente, lo devi volere tu, e ci devi combattere tu. lo dico perché mi sono ritrovato a volte a dare troppa responsabilità a Dio, concedendomi qualche lussuria di troppo, nell’idea che “avrà pensato sicuramente a questa mia caduta, quindi sono nel giusto, basterà una confessione.” E così si prolunga la dipendenza, e Dio, più che essere colui a cui chiedere una mano diventa una scusa per concedersi le ricadute. Ho incontrato molti signori di 50, 60, anche 70 anni che scrivevano che ancora alla loro età non erano riusciti a disintossicarsi, e che la pornografia aveva rovinato tutta la loro vita, dal matrimonio alla relazione con i figli al lavoro. Non è qualcosa da sottovalutare, è una responsabilità da prendere tutta intera, una croce da caricarsi ben bene sulle spalle, solo così a un certo punto la si potrà abbandonare. L’ultima cosa di cui voglio parlare è la confessione. Per un grande periodo di tempo mi sono confessato ogni volta che cadevo, convinto, sotto consigli sbagliati, che ero sempre in peccato mortale a fare ciò. Una volta sentii invece un padre che mi disse che in realtà non ero davvero in peccato mortale per la mia volontà contraria a fare il peccato. Era giusto confessarsi ma non avevo scelto io di essere così e non riuscivo ad avere vero controllo sulla cosa. Mi tolse un grandissimo peso.

In conclusione voglio dire che uscire dalla pornografia si può, e tutto ciò che viene dopo la pornografia è vita. È vera vita. Se tu sei alle prese con questa dipendenza non avere paura, fatti aiutare, parlane con i tuoi amici o con la tua compagna, non tenerti il tuo piccolo segreto per te. impara dai tuoi comportamenti e metti in atto delle strategie per contrastarli. Scaricati una app come quella che ho scritto sopra, tutto ti sarà di aiuto. Non avere paura di ricaderci, è normale, soprattutto all’inizio. Il cervello ha bisogno di tempo per ricalibrarsi, anche dopo mesi di astinenza. Non credere alle menzogne che ti dice la testa. Rimani in astinenza per un bel periodo, da un anno a due anni e vedrai davvero i risultati. Non biasimarti e non scoraggiarti, siamo fragili, siamo umani, ma la speranza di rinascere c’è e io te lo sto testimoniando. Una volta usciti tutto prenderà colore, promesso.

(1) Nel libro “l’era della dopamina” di Anna Lembke, una psicologa apparsa anche nel documentario di Netflix “The social dilemma”, parla appunto del fatto che ogni dipendenza (ogni dipendenza, anche quella dalla cannabis) porta la persona a sperimentare sempre più ansia e sofferenza proprio perché amplifica i circuiti del piacere, o meglio, li rende meno sensibili al piacere. Se quindi c’è bisogno di uno stimolo maggiore per sentire piacere, basterà un piccolo stimolo per sentire dolore. Più amplifichiamo il piacere da una parte più amplifichiamo il dolore dall’altra.

Tube chiuse – Cuore aperto

L’impressione è che a volte la “cattolicità” finisca per “prendere fischi per fiaschi” e perda di vista ciò che invece solo noi, come cristiani, custodiamo come profonda verità dell’uomo-donna.

Mi riferisco al caso della giovane donna fitness influencer che ha fatto sapere, a qualche anno di distanza, che si è fatta togliere le tube per il terrore di una gravidanza (sì, ha proprio detto “terrore”).

Capisco che la notizia sgomenti non poco e faccia emergere a caldo pensieri, sentimenti, interrogativi morali, ma soprattutto giudizi personali.

Che però questi sentimenti diventino un pretesto perché chiunque si senta in dovere di commentare e che questa notizia, che è poi la storia di una persona in carne e ossa, venga usata da alcuni per puntare il dito e rivendicare i propri valori morali, mi dispiace molto.

E mi dispiace che questo atteggiamento venga proprio dai cattolici, perché credo ci sfugga qualcosa.

Se una giovane donna rifiuta, per paura, la sua identità più profonda e la sua vocazione più intima, non può essere soltanto un capriccio; se una giovane donna ha così terrore di una gravidanza da compiere un atto così aggressivo verso sé stessa, ovvero l’asportazione di una parte del suo corpo, non è solo egoista, come lei stessa dice di sé.

È una donna profondamente ferita, ferita nella sua storia, ferita nella sua femminilità, ferita rispetto al suo corpo, non a caso infatti è un’influencer che si ciba della propria immagine e di sport (non che lo sport in sé sia negativo, ma quando se ne è schiavi sì, come tutte le cose che condizionano la propria libertà).

Cosa voglio dire: non possiamo essere così superficiali da non tener conto del fatto che questa “scelta” non può che essere frutto di una profonda ferita che riguarda sicuramente la storia di questa persona: che idea di femminilità e di maternità avrà respirato nella sua famiglia? Come mai ha così terrore di una gravidanza? Che esperienza ha avuto per arrivare a ciò? Da cosa si sta difendendo?

Ma non solo: forse ci dimentichiamo troppo spesso che esiste una ferita del nostro cuore che si chiama peccato originale. Piaccia o meno, tutti ne portiamo il peso e ne vediamo le conseguenze nella nostra vita, chi in maniera più evidente chi meno. Ma tutte, se siamo oneste, dobbiamo ammettere di avere qualche difficoltà rispetto al nostro corpo (sbaglio o tutte abbiamo almeno un punto del nostro corpo che vorremmo diverso?) e rispetto alla nostra femminilità (o siamo tutte donne mature e perfettamente risolte?).

Ecco, allora facciamo un passo indietro e riconosciamo ciò che dice Giovanni Paolo II: il peccato ha portato ad una frammentazione della nostra persona, ha portato nella nostra vita tante paure, ha portato ad una difficoltà di immedesimazione col nostro corpo, ha portato ad una femminilità (e mascolinità naturalmente) decadute. È un dato di fatto: ci confondiamo su noi stessi.

Così dice Edith Stein, filosofa molto cara a Giovanni Paolo II e che lui stesso ha canonizzato nel 1998: “è importante che la natura della donna sia sviluppata nella sua purezza; il che non è assolutamente ovvio, anzi si può perfino dire che ciò si verifica solo in circostanze del tutto particolari. A causa del peccato originale infatti, anche sulla predisposizione femminile, come sulla natura umana nel suo complesso, grava una macchia che ne ostacola uno sviluppo puro e che, se non contrastata, porta a una degenerazione tipica.”

È così, tutte noi lottiamo con la degenerazione tipica della femminilità, che ha tante derive e sfumature, anche opposte tra loro, e si può dire che Francesca, questo il nome della giovane, ne sia un esempio estremo.

Questo però non ci dà il diritto di giudicarla (anche se non approviamo ciò che ha fatto) perché sotto questa storia si nasconde certamente un dolore e si nasconde una ferita ontologica da cui, in vari modi, siamo tutti toccati e che oscura la nostra verità.

Non provo rabbia nei tuoi confronti Francesca, anche se io non posso avere figli e tu di questa possibilità hai voluto privarti, perché sei vittima inconsapevole della tua storia, di una società decaduta e di una ferita profonda del cuore di cui forse nessuno ti ha mai parlato. Proprio come forse nessuno ti ha mai annunciato che per questa ferita c’è un rimedio. il rimedio è Cristo, medico dell’infinita tenerezza, che è venuto per sanare questa ferita e condurci alla pienezza della nostra identità.

Provo compassione e tenerezza per te Francesca, e spero che un giorno tu possa fare pace con la tua storia, con il tuo corpo, con la tua femminilità, e trovare il tuo modo di essere madre, che sai, non passa solo attraverso il corpo ma soprattutto attraverso il tuo cuore che quello sì, lo puoi sempre aprire alla vita, se vorrai.  

Ma come ti vesti?! (teologia del corpo edition)

Vi ricordate il programma di Real Time condotto da una superchic Carla Gozzi e da Enzo Miccio? Nel corso di ogni puntata i due conduttori esaminavano il guardaroba della protagonista, ritenuta vestirsi male o con capi non adatti alla sua fisicità, e la aiutavano a realizzarne uno più alla moda e capace di valorizzare il suo aspetto.

Ecco, è da un po’ che rifletto sul tema dell’abito e quest’estate tale argomento si è ripresentato più volte, sia chiacchierando con alcune ragazze più giovani e condividendo insieme osservazioni e sensazioni personali, ma anche osservando l’abbigliamento estivo sfoggiato con molta nonchalance dalla teenager di oggi.

Sebbene non sia praticamente mai oggetto di catechesi o evangelizzazione, la questione del vestito non è da poco: l’abito non è affatto un dettaglio frivolo, non è una questione superficiale, l’abito infatti “presenta” la persona, manda un messaggio, dice cosa penso di me, cosa penso del mio corpo, come mi guardo e come voglio essere guardata.

È quindi un tema che riguarda in maniera profonda l’identità e qui lo esaminerò dal punto di vista femminile, il che non vuol dire non tener presente la prospettiva maschile, anzi.

Ancora una volta la teologia del corpo mi ha offerto le chiavi di lettura più illuminanti, a mio avviso, per districarmi in quest’ambito e, a partire da essa, desidero condividere 4 punti che Carla Gozzi ed Enzo Miccio definirebbero “Mai più senza”, ovvero quei riferimenti da tenere sempre presenti e che in questo caso, non riguardano caratteristiche estetiche, ma piuttosto coordinate di base più profonde, che la filosofia chiamerebbe antropologiche, ovvero riguardanti l’essenza dell’essere umano-persona.

Punto 1: Il corpo è sacramento della persona

Questo significa che il corpo rende visibile l’incomunicabile mistero della persona: detto in altri termini, il corpo manifesta la persona, che è unità inscindibile di anima e corpo.

Da ciò deriva che il corpo ha altissima dignità, non è un involucro muto, non è parte della persona, ma è la persona, è sua diretta espressione. Per questo motivo tutto ciò che riguarda la parte visibile di me, compreso il mio modo di vestire, parla di me, di come mi penso, di come mi sento. Se allora, siamo d’accordo sul fatto che ogni persona è preziosa, unica e irripetibile, anche il modo di vestire è chiamato a riflettere questa preziosità, questa unicità.

Ricordiamoci che siamo figlie di Dio, figlie di Re e siamo innanzitutto rivestite del Suo Amore, per questo motivo siamo autorizzate e possiamo autorizzarci a vestirci bene, a essere belle, a valorizzarci. Anzi, solo sulla base di questo presupposto il nostro essere belle prende pieno significato e valore.

Come avrete capito insomma, questo primo punto smonta direttamente tutti quegli atteggiamenti di svalutazione del corpo e del proprio aspetto fisico che spesso hanno preso piede in diversi ambienti cattolici. In certi contesti “parrocchiosi” ad esempio, mi facevano notare anche alcune giovani, se ti trucchi e ti vesti carina quasi ti senti in colpa perché temi che gli altri pensino che vuoi essere appariscente o che sei vanitosa.

Oserei dire che la prospettiva va proprio ribaltata: sminuirsi e svalutarsi con il proprio modo di vestire non è rendersi merito come persone, come figlie di Dio. Anche per questo il termine modest fashion spesso usato nel mondo cattolico non mi è mai particolarmente piaciuto (anche se comprendo cosa significhi), anzi lo ritengo proprio infelice perché l’aggettivo modesto, secondo la Treccani, è sinonimo di dimesso, senza pretese, umile… e da qui ad anonimo e sciatto la strada è breve.

Punto 2: Sei creata come femmina e lì c’è un dono per te e per gli altri

È proprio così, Dio ci ha creato femmine dando forma non solo al nostro corpo, ma anche alla nostra psiche (come pensiamo, come ci relazioniamo) e addirittura anche al nostro spirito, cioè la parte più profonda di noi, il nostro modo di amare.

È bello pensare che Dio mi ha creato in quanto donna perché la mia femminilità fosse un dono e perché il mio modo di amare fosse caratterizzato da quelle sfumature di tenerezza e cura che solo la femminilità sa incarnare.

Nel guardaroba allora dico sì a gonne, vestiti, capi svolazzanti e colorati, gioelli… insomma tutto ciò che è marcatamente femminile e che renda evidente una differenza con il mondo maschile. Non sto dicendo che dobbiamo essere tutte leopardate come Costanza Miriano (ognuno ha i suoi gusti) o tutte agghindate come se fossimo sul set di Un diavolo veste Prada, ma che per ciascuna, rispettando il proprio stile, sia importante un tocco di femminilità.

Mi sembra infatti un valore aggiunto testimoniare anche attraverso l’abbigliamento che l’essere donna è bello, che la femminilità è una caratteristica profonda della mia identità in cui mi riconosco appieno, pur nella mia specificità e modalità, e che non mi toglie nulla, anzi, è proprio l’identità profonda che Dio ha scelto per me e per la mia missione nel mondo.

Punto 3: Dio affida ad ogni donna la dignità di ogni uomo (e viceversa naturalmente)

Cosa significa abiti femminili? Provocanti e seducenti? Quanto è opportuno che sia lunga (o corta) la gonna? E quanto profonda la scollatura? Al mare in bikini e micro-brasiliana sì o no?

Qui permettetemi una citazione che smonta ogni questione di questo tipo e va dritta al punto. Chi conosce la teologia del corpo sa che Giovanni Paolo II commenta la famosa frase: “Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore” e mette in luce un fatto molto vero: per effetto della concupiscenza (leggi ferita del peccato originale) ognuno di noi è incline a guardare l’altro come qualcuno da usare/possedere, e c’è quindi bisogno di una redenzione del cuore che renda puro anche il nostro sguardo.

Allora – dice Giovanni Paolo II – Cristo in questo brano di Vangelo “assegna come compito ad ogni uomo la dignità di ogni donna; e contemporaneamente (sebbene dal testo ciò risulti solo in modo indiretto) assegna anche ad ogni donna la dignità di ogni uomo”.

Che vuol dire? Prendiamo il caso della moda mare di questi ultimi anni. Mi ricordo di un uomo sposato, cattolico, che aveva scritto su FB denunciando il tipo di costumi che portano le ragazze oggi, con lato B molto scoperto diciamo, perché non lo aiutavano rispetto alla sua personale lotta per la purezza. Ricordo anche la risposta di una signora che gli recriminava il fatto che un uomo, se davvero fosse integro, non dovrebbe neanche fare certi tipi di pensieri.

Ecco, Giovanni Paolo II dice non solo che è necessaria una lotta per la purezza, perché il cuore dell’uomo (e della donna) è ferito ontologicamente su questo punto. Ma poi responsabilizza entrambi dicendo: uomo, tu sei responsabile della dignità della donna; donna, tu sei responsabile della dignità dell’uomo.

La dignità riguarda il fatto che la persona è sacra, ha un valore inestimabile e non può mai essere ridotta ai suoi soli attributi sessuali.

Per noi donne essere responsabili della dignità dell’uomo può significare molte cose, ma, prima di tutto, significa essere consapevoli di questa ferita di cui l’uomo-maschio porta conseguenze in modo peculiare per ciò che riguarda lo sguardo sul femminile. Siamo chiamate ad aiutarlo nella lotta per la purezza dello sguardo, facendo sì che il suo sguardo, quando si posa su di noi, incontri sempre il mistero di una persona e non un’esposizione di mercanzia. Infatti, soltanto uno sguardo che vede nell’altro qualcuno e non qualcosa è uno sguardo pienamente all’altezza della dignità dell’essere uomo.

Siamo quindi custodi gli uni degli altri, custodi dello sguardo che si posa su di noi, custodi della nostra piena dignità di persone. Ciò non significa ovviamente indossare un burqa o una muta da sub, ma essere consapevoli che a seconda dell’abito che indossiamo possiamo custodire o meno chi ci guarda. Il pudore, ultimo punto, riguarda proprio questa custodia.

Punto 4: Pudore e nudità

Immaginate, uscendo dalla doccia, di essere sorprese dallo sguardo di uno sconosciuto alla finestra e immaginate la vostra reazione: vi coprireste immediatamente, ma non la faccia, bensì i vostri attributi sessuali. Diverso sarebbe se estrasse vostro marito da cui vi sentite profondamente amate.

Perché questa differenza di reazioni? Il pudore secondo GPII è una reazione difensiva naturale della persona che è portata a nascondere i propri attributi sessuali quando essi finiscono sotto lo sguardo di qualcuno che può ridurci esclusivamente ad essi, svilendo la dignità del nostro essere persona. Si tratta di un moto spontaneo di custodia che avviene perché ogni persona ha in sé il desiderio innato di essere amata, non di essere usata.

Allora il pudore è una parola preziosa da riscoprire: non è vergogna del corpo, non è nemmeno “pudicizia”, ma è il desiderio di suscitare amore, rispetto per l’integrità della nostra persona, e non di suscitare, al contrario, uno sguardo che spersonalizza, che oggettivizza, perché focalizzato solo sugli attributi sessuali.

A questo proposito, per quanto riguarda l’abbigliamento è interessante che Karol Wojtyla puntualizza che non è soltanto la quantità di pelle che scopriamo a definirne la moralità del vestito, quanto piuttosto la situazione/funzione dell’abito, e anche il tipo di relazione tra le persone coinvolte.

Ci sono infatti situazioni oggettive che richiedono che il corpo sia in parte scoperto, ad esempio, dice il papa: “Non è contrario fare il bagno in costume, ma è impudico portarlo per strada e nel corso di una passeggiata”, e qui va da sé che dovremmo mettere molto in discussione la moda attuale, e che non vale dire passivamente che la moda di oggi è questa e che si trovano solo vestiti così. Non è un fatto su cui si può sorvolare perché, a questo punto lo abbiamo capito, in gioco non c’è solo il vestito, ma la dignità della persone.

Infine ci sono situazioni, come ad esempio la relazione tra sposi, in cui la nudità, parziale o totale, non solo è pienamente rispettosa della dignità della persona in virtù dell’amore, che cambia lo sguardo sull’altro, ma potremmo dire che è anche necessaria. Infatti la mascolinità e la femminilità espressi anche nel corpo, permettono e alimentano l’amore tra i coniugi, che non è certamente solo platonico, ma vive di tutte le dimensioni della persona.

In conclusione, il tema dell’abbigliamento è complesso, vasto e cruciale in merito alla nostra identità nel senso più profondo del termine. Non è mai una questione solamente estetica, ma è sempre anche morale, ovvero oggetto di una scelta per il bene. Sarebbe bello allora se il vestito non prendesse forma solo dalla moda del momento o dal caso, ma dalla consapevolezza di tutto ciò che manifesta e significa e dalla convinzione che anche il nostro corpo e il nostro abbigliamento possono evangelizzare oppure no.

Il cielo nel tuo corpo [Intervista]

Qualche settimana fa un sacerdote della nostra diocesi, don Massimo Vacchetti, ci ha chiesto di raccontare un po’ di noi e del libro per la rivista Collaboriamo dell’Opera Gesù Divino Operaio. Di seguito l’intervista in forma integrale.

Tommaso e Giulia chi siete? Cosa fate nella vita?

Siamo una coppia di sposi da 12 anni, facciamo parte della Diocesi di Bologna, e abitiamo in un piccolo paese che si chiama Sant’Agostino. Nella vita Tommaso è ingegnere, ma anche studente alla magistrale in Scienze Religiose e Giulia è psicoterapeuta e si sta formando in sessuologia. Insieme, per varie vicissitudini in cui vediamo la mano della Provvidenza, da alcuni anni ci stiamo dedicando alla diffusione del messaggio della teologia del corpo di San Giovanni Paolo II.

Da dove nasce l’idea del libro?

Il tema di questo libro, ovvero la lettura simbolica del corpo maschile e femminile alla luce della teologia del corpo, lo avevamo inizialmente sviluppato in alcune catechesi per i giovani. In un’epoca in cui sembriamo aver smarrito il nesso tra corpo e sessualità, ed il maschile e il femminile appaiono come qualcosa di non meglio identificato, ci sentivamo sollecitati a mostrare la bellezza della differenza sessuale e i significati profondi riposti dal Creatore nei nostri corpi. Via via che approfondivamo questo tema, coglievamo sfumature sempre più vere ed affascinanti di ciò che significa essere maschi femmine e cresceva in noi il desiderio di condividere questa bellezza. Anche i feedback dopo gli incontri e i corsi erano sempre molto entusiasti, tanto che spesso le persone ci chiedevano se esistessero dispense o testi su cui approfondire questo tema.

Questa curiosità e questo desiderio di approfondire da parte delle persone ci interrogava e così un amico frate domenicano (padre Roberto Viglino) ci ha suggerito di scrivere un libro per poter condividere con tutti questi contenuti. Da lì a è concretizzare l’idea ci abbiamo messo qualche anno, in cui nel frattempo sono accaduti due fatti cruciali che ci hanno permesso di scriverlo. Il primo è stato averne parlato con Robert Cheaib, teologo e autore, che ci ha dato il suo supporto, anche come editor, e questo ci ha incoraggiato a proseguire; poi, dopo qualche mese, il lockdown del 2020 ci ha dato il tempo e lo spazio mentale per dedicarci a questo progetto e così a fine 2020 il libro era pronto e a febbraio di questo anno è stato pubblicato.

Perché questo titolo per il vostro libro?

Cercavamo un titolo che fosse immediato e accattivante, che suscitasse curiosità e che facesse intuire che il corpo è molto più del corpo, che il corpo ha in sé un mistero che ci collega direttamente a Dio. Il sottotitolo invece spiega un po’ di cosa parla il libro, e cioè del corpo maschile e del corpo femminile secondo la prospettiva antropologica della teologia del corpo.

Vi ispirate a Giovanni Paolo II e la teologia del corpo…da dove nasce il desiderio o la curiosità di approfondire il suo pensiero riguardo la sessualità?

Guardando la nostra storia, ci piace pensare che non siamo stati noi a cercare la teologia del corpo, in un certo senso, possiamo dire che è stata lei ad averci cercato, o per lo meno a farsi trovare. Ci spieghiamo meglio: fin da fidanzati avevamo il desiderio di approfondire il tema dell’affettività e sessualità, perché nella nostra formazione è stato molto importante. E così, un anno dopo il matrimonio, ci siamo iscritti ad un master in Fertilità e Sessualità coniugale dell’Istituto Giovanni Paolo II di Roma e proprio lì abbiamo scoperto che esisteva questo progetto catechetico straordinario che ci ha subito affascinati per la sua concretezza e chiarezza e soprattutto perché lo abbiamo riconosciuto vero, capace di parlare senza moralismi direttamente al nostro cuore e alla nostra esperienza di donna, di uomo e di sposi.

Il corpo è un linguaggio. Se doveste riassumere in poche parole cosa dice il corpo femminile e cosa dice il corpo maschile?

Il corpo è un linguaggio, ma è più di un linguaggio. Il corpo a ben vedere è la nostra realtà identitaria, noi non abbiamo un corpo, noi siamo il nostro corpo. Spesso facciamo coincidere la nostra identità col nostro “io interiore” considerando il corpo soltanto qualcosa di biologico… in realtà dimentichiamo che Dio ci ha pensato da sempre, ci ha amato e creato esattamente così come siamo, in un’unità di corpo e anima che ci definisce come persona. Senza l’uno o senza l’altro la persona non esiste.

Ogni persona è poi pensata da sempre come maschio o come femmina, che non è solo una caratteristica tra tante, ma è ciò che definisce la nostra identità e il nostro destino. Come maschio sono chiamato a diventare sposo e padre, in qualsiasi vocazione, e come donna sono chiamata a essere sposa e madre, in ogni stato di vita.

È poi nella possibilità di diventare una sola carne pur restando due persone profondamente distinte che Dio ha impresso qualcosa di meraviglioso, ovvero niente meno che la Sua immagine. Ma questo è solo un assaggio, per cogliere la portata di tutto questo meglio leggere il libro. 😉

Il vostro libro sta riscuotendo un certo successo editoriale. In alcune realtà, lo si è adottato per parlare ai giovani. Eppure, si ha l’impressione che anche nella Chiesa sia sempre più marginale parlare di amore, sesso, vita, castità, fedeltà, fecondità in termini cristiani…Che esperienza registrate?

In effetti, nella nostra esperienza, abbiamo osservato da un lato un certo timore e imbarazzo nel parlare di questi temi, se non addirittura un certo smarrimento; in altre occasioni invece un approccio rigido e moralistico che è tutt’altro che affascinante. Queste due derive crediamo nascano dal fatto che la teologia del corpo è ancora troppo sconosciuta. Nel nostro piccolo, attraverso il libro, il blog e i corsi che proponiamo attraverso il Progetto Mistero Grande, ci auguriamo di aiutare a diffonderla, perché è un prezioso tesoro della Chiesa: esaustivo, chiaro, che parla al cuore e che affascina per la bellezza che il Creatore ha racchiuso nel suo progetto sulla sessualità e sull’amore, e crediamo perfino possa essere un canale importante per la nuova evangelizzazione, l’antidoto alla confusione che oggi regna nell’intera società sul tema del corpo e della sessualità.