E la tua Annunciazione?

Anche il 25 marzo di 20 anni fa era la festa dell’Annunciazione.

Era l’anno del Grande Giubileo, Papa Giovanni Paolo II stava vivendo il suo pellegrinaggio in Terra Santa e quel giorno volle celebrare questa solennità con una messa nella basilica dell’Annunciazione a Nazareth.

Oggi anche noi celebriamo questa solennità, ma com’è il nostro rapporto con questa ricorrenza liturgica?

Dobbiamo ammettere che nel nostro immaginario l’evento dell’Annunciazione ha connotati un po’ “fiabeschi”: Maria in ginocchio e di fronte a lei il classico ragazzone biondo con le ali che porta l’annuncio. Questo è un po’ il leitmotiv che l’arte cristiana ci ha consegnato e in verità spesso fatichiamo ad andare oltre quest’immagine per cogliere il contenuto simbolico di questo evento straordinario.

L’Annunciazione infatti non è stata banalmente una comunicazione di servizio da parte di Dio ad una sua creatura, tutt’altro: il mistero dell’Annunciazione custodisce in sé il mistero dell’incarnazione ed è quindi intimamente legato con la teologia del corpo, e di conseguenza alla vita di ciascuno di noi.

Maria con la sua risposta libera, con il suo “sì”, si conforma alla volontà del Padre, fa spazio nella sua carne, al Verbo della vita, al redentore del mondo. Maria tesserà nel suo grembo la carne del Figlio di Dio e dopo nove mesi lo genererà.

Karol Wojtyła, nel poema La Madre, immagina lo stupore di Maria che ripensa all’evento dell’Annunciazione :

«Questo momento di tutta la vita, dacché lo conobbi nella parola,

da quando divenne mio corpo, nutrito in me col mio sangue,

custodito nell’estasi –

cresceva nel mio cuore in silenzio, come un Nuovo Uomo,

tra i miei stupiti pensieri ed il lavoro quotidiano delle mie mani»

Questo evento è il mistero che fa di Maria la Madre di Dio e le consente di raggiungere un’unione con Dio inimmaginabile per le attese dello spirito umano fino ad allora.

Ma a ben vedere, questo è anche il mistero della nostra umanità: come ha più volte sottolineato Giovanni Paolo II, Maria rappresenta anche l’immagine di tutto il genere umano. Ciascuno di noi infatti è chiamato, come Maria, ad essere tempio dello Spirito Santo, ad accogliere la Parola, il Verbo di Dio.

Anche per noi infatti, come per Maria, la vita eterna, la vita piena, passa per un annuncio.

Anche in noi il Dio del cielo desidera dimorare per generare vita, comunione, bellezza.

L’esistenza di ciascuno di noi è fatta di tanti piccoli annunci, di tante “parole” che se accolte, posso fecondare la nostra vita e di riflesso anche quella altrui.

Ogni Eucaristia, ogni incontro con la Parola, ogni evento della nostra vita, può diventare per noi Annunciazione, momento in cui Dio si rivela e ci chiede la disponibilità ad essere accolto, ci chiede di fargli spazio, di dargli la nostra carne.

E se, come Maria, diremo il nostro “sì”, inizierà una gestazione feconda, generativa, che porterà vita.

Come abbiamo letto nella seconda lettura di oggi, Dio Padre non desidera sacrifici, ma un corpo ci ha preparato…  Diciamo allora il nostro “Eccomi”, apriamoci a questo mistero e arriveremo anche noi a gioire cantando il nostro Magnificat.

Coronavirus e altri contagi (spirituali)

Chi l’avrebbe mai detto, eppure viviamo i tempi del coronavirus e in questi giorni di allarme contagi, le nostre vite e le nostre abitudini stanno mutando drasticamente.

Come è già stato fatto notare da qualcuno, questa situazione ci costringe, volenti o nolenti, a scontrarci con la nostra fragilità intrinseca, con il limite e con la debolezza, aspetti che ci appartengono in quanto esseri umani ma che molto volentieri “dimentichiamo”.

Certo tutti gli agi e le comodità in cui viviamo ci hanno allontanato ancora di più da queste dimensioni legate alla nostra precarietà, mentre ai tempi dei nostri nonni, tra influenza spagnola, guerre mondiali e ristrettezze economiche, era decisamente più improbabile dare per scontati la salute, il benessere, e una vita lunga e tranquilla.

Ma oltre ad offrirci l’opportunità di uno sguardo più disilluso sulla nostra condizione, e anche più grato per il grande dono della vita, credo che l’attuale emergenza sia anche in grado di regalarci un altro piccolo risvolto positivo, almeno come spunto di riflessione.

Ci siamo presto accorti di come il pericolo del contagio abbia modificato il nostro modo di vivere i rapporti sociali: evitare luoghi di aggregazione, attenzione alla respirazione, all’igiene, al toccare cose e persone. Come sappiamo, le linee guida per garantire la sicurezza prescrivono di evitare baci, abbracci e strette di mano, impongono almeno un metro di distanza dalle altre persone, stravolgendo così la fisionomia dei nostri rapporti, privandoci della parte più fisica, calorosa ed umana delle nostre relazioni.

Improvvisamente siamo diventati tutti molto attenti a controllare quei gesti che possono da un lato esporci al contagio e dall’altro nuocere potenzialmente agli altri. Il nostro corpo in quanto soggetto a rischio e potenziale fonte di contagio è stato, possiamo dire, come imbavagliato, inibito, eppure, allo stesso tempo, custodito.

La teologia del corpo ci insegna come ogni persona sia una unità inscindibile di corpo e spirito, di “ciccia” e interiorità, e come questa verità antropologica renda la nostra corporeità portatrice di grandi insegnamenti spirituali.

Credo che anche in questa situazione, questo nostro corpo, da un lato fragile e vulnerabile, dall’altro potenziale diffusore di contagio, possa offrirci un’importante lezione spirituale.

Infatti, se in questi giorni abbiamo scoperto di poter essere portatori inconsapevoli di un pericoloso virus e di poter nuocere a chi ci sta intorno attraverso innocenti gesti quotidiani,  ciò che invece continuiamo a trascurare è il fatto che esistono anche altri elementi nocivi di cui possiamo essere portatori inconsapevoli, elementi spiritualmente nocivi che possono contagiare chi ci sta intorno.

Basti pensare alle volte in cui ci ritroviamo portatori di rancore verso qualcosa o qualcuno. Non di rado questa rabbia che proviamo, invece di essere regolata ed utilizzata in modo costruttivo, finisce per sfogarsi sul primo malcapitato che involontariamente ci irrita, oppure va a cercare consenso accendendo anche la rabbia altrui.

Ma pensiamo anche a tutti quei giudizi interiori sugli altri che custodiamo gelosamente per difenderci o per sentirci migliori di loro, e pensiamo a quanto facilmente questi giudizi interiori si tramutino in atteggiamenti e parole capaci di diffondere disprezzo e cattiveria.

E ancora, soffermiamoci un istante su sentimenti come la tristezza, il pessimismo e e la paura, che certamente non possiamo fare a meno di sperimentare, ma con cui di frequente finiamo per stringere pericolose alleanze. Quante volte le nostre parole finiscono per veicolare questi stati d’animo che, come virus pericolosi, possono tramutarsi in altrettante infezioni a contatto con le persone più fragili.

Gesù nel vangelo ci ricorda come inesorabilmente è ciò che esce dal nostro cuore che può contaminare l’uomo (cfr. Mc 7,18-23) 

A ben vedere, basterebbe davvero una piccola parte dell’attenzione che ognuno di noi oggi sta scrupolosamente avendo per fermare la diffusione del coronavirus, per non esporre chi ci sta intorno al contagio dei tanti “virus interiori” di cui ci troviamo spesso ad essere portatori.

Se imparassimo a contenere le parole come stiamo contenendo starnuti e colpi di tosse, se fossimo attenti ad una certa igiene interiore come siamo attenti all’igiene delle nostre mani, davvero tante nostre relazioni andrebbero incontro ad una guarigione.

Credo ci sia un insegnamento da cogliere anche sul fronte della nostra personale incolumità. Perché se è vero che a volte siamo noi ad essere diffusori più o meno inconsapevoli di questi “virus spirituali”, è pur vero che altre volte siamo noi a ritrovarci vittime di questo contagio.

Ciascuno di noi ha certamente sperimentato come in alcune situazioni il malessere altrui sia in grado di propagarsi anche su di noi. Ricordo molto bene che alcuni anni fa, mi accorsi di come alcune conversazioni con colleghi particolarmente critici e lamentosi avessero finito per “contagiare” anche il mio approccio lavorativo. Purtroppo, tutte le patologie spirituali a cui accennavamo poco sopra sono in grado in un certo modo di infettare anche noi. Ecco perché occorrerebbe anche qui una certa precauzione.

Se usassimo un pizzico della premura con cui oggi ci stiamo proteggendo dal contagio del coronavirus per custodirci anche da questi focolai di infezione spirituale, ne trarremo tutti un grande beneficio.

Alle volte diventa una sacrosanta precauzione saper dare un confine a chi ci sta accanto, prendere le distanze da certi atteggiamenti, imparare ad “igienizzare” certi sfoghi con la giusta dose di ironia…

Custodirci e custodire dal contagio di ciò che nuoce alla nostra vita interiore è una cosa per la quale non riceveremo mai istruzioni a domicilio, né vedremo prime pagine dei giornali o servizi dedicati nei TG, ma rappresenta un significativo stimolo che questi tempi di coronavirus ci stanno offrendo, attraverso la mediazione del nostro corpo e della sua preziosa fragilità. 

L’augurio è quindi che il nostro senso di responsabilità possa, in questo complicato contesto, allargare i propri orizzonti. A tutti buon cammino di prevenzione da ogni forma di contagio.

Quaresima: storie di fioretti e fallimenti

Di solito l’arrivo della quaresima tende a suscitare in molti di noi sinceri slanci di miglioramento.

Ricordo che da piccolo questo era il periodo dei celebri “fioretti”. Sia in famiglia, sia al catechismo scattava un imperativo: bisogna fare qualche sacrificio per Gesù!

I fioretti normalmente potevano assumere due connotazioni: una negativa, ovvero le rinunce, e una propositiva, i buoni propositi. Sul fronte rinunce, ricordo molteplici approcci: rinuncia a guardare la TV, rinuncia ai dolciumi, rinuncia alla carne di venerdì e la rinuncia per me sempre più ostica… quella alla nutella!

Accanto alle rinunce, ero sollecitato ad inserire anche la parte più costruttiva: i buoni propositi. Qualche preghierina in più, non litigare con le sorelle, cercare di stare attento a messa, aiutare mamma ad apparecchiare, e via dicendo.

Se mi guardo indietro, devo constatare che da bambino, l’idea che mi ero fatto della quaresima era quella di un periodo veramente triste.

Crescendo, in me aveva prevalso un’ impostazione volontarista. Per cui negli anni delle superiori e dell’università la quaresima era diventata un tempo privilegiato per rimettersi in carreggiata nella vita di fede, una specie di training, di preparazione atletica in cui stringere i denti per poi vivere bene il resto dell’anno… Era finito il tempo dei banali fioretti da bambino, bisognava avventurarsi in qualcosa di più originale e articolato. Non più una banale rinuncia alla nutella, ma fare qualcosa di serio per essere bravi cristiani e piacere a Gesù.

Iniziava così l’epoca dei grandi propositi, la mia fantasia si sbizzarriva per cercare di trovare qualcosa di valido per mettere a frutto quel tempo: leggere una pagina di vangelo tutte le sere, non parlar male degli altri, dire le lodi ogni mattina, una messa extra infra-settimana, leggere un libro edificante, non usare internet per 40 lunghi giorni… Grandi propositi a cui corrispondevano sempre sistematici fallimenti.

Ricordo un episodio emblematico: mi ero proposto di digiunare a pane e acqua tutta una giornata fino a cena. Riuscito a superare eroicamente il pranzo con un solo pacchetto di cracker, a metà pomeriggio il morso della fame mi spinse in cucina. Volevo concedermi un altro pacchetto di cracker, ma poi mi dissi “i miei hanno comprato il pane, meglio mangiare un po’ di quello perché se avanza è un peccato”. Aprendo il sacchetto vidi che all’interno c’era anche una fragrante rosetta…  ve la faccio breve, intorno alle 17 stavo pasteggiando con un buon panino al salame.

Così, normalmente, capitolavano uno dopo l’altro i miei fioretti. E io passavo da sentimenti di grande compiacimento interiore se per due o tre giorni riuscivo ad essere costante, a delusione e sfiducia non appena fallivo il bersaglio.

Tutto era per me una ascesi volontarista, un perfezionamento, una specie di autoaffermazione religiosa in cui Gesù era poco più di una “scusa” camuffata sullo sfondo.

Per lungo tempo non sono riuscito ad andare oltre questo orizzonte, e le parole che ascoltavo in proposito erano sempre su quel tenore: chi diceva che Gesù ha sofferto per noi e quindi anche noi dobbiamo soffrire, chi diceva che la quaresima è un esercizio di rinuncia a sé perché Gesù ci ha detto che dobbiamo rinnegare noi stessi, chi ancora sosteneva che solo mortificando il corpo col digiuno e la preghiera si espiano i peccati, e così via…  Incontravo sempre frasi fatte, scollegate tra loro e non riuscivo a trovare un senso autentico a questo insieme di mortificazioni, per cui ho passato anche alcune quaresime in cui i buoni propositi erano praticamente azzerati per evitare la frustrazione del fallimento. Vivevo una fede fatta di comportamenti, norme e precetti, ma senza alcuna profondità relazionale.

Credo che molto spesso nei nostri ambienti cattolici si rischi di ripetere questo cliché. Un cristianesimo trasformato in etica esigente che vuole guadagnarsi la salvezza attraverso impegno, coerenza ed abnegazione: una malintesa concezione della sofferenza, un certo disprezzo del corpo, l’idea che Gesù voglia da noi qualcosa, che sia affetto da una specie di strano sadismo per cui è contento se anche noi soffriamo. Insomma, il pensiero che ci sia una specie di “tassa da pagare” per essere cristiani o per garantirsi i favori di Dio.

Tutto questo ci stanca, ci prosciuga, ci demoralizza perché manca una autentica prospettiva di relazione figliale con Dio. Tutto questo ci ha fatto perdere di vista che nel battesimo siamo figli di Dio, che il cuore di tutto è la relazione con il Padre e che Cristo da noi non vuole nulla, ma soltanto che ci apriamo all’amore di Dio.

La Liturgia che scandisce il tempo della Chiesa ci guida attraverso periodi di preparazione e momenti di compimento. La quaresima è quel tempo favorevole che ci prepara alla Pasqua. Ma in questa preparazione, l’iniziativa non è, come spesso pensiamo, nostra: “mi devo preparare”.

L’iniziativa è l’indistruttibile voglia che Dio ha di incontrarci ancora nel profondo del nostro cuore. Il Padre rivolge a noi la sua Parola, e la sua Parola il primo giorno della quaresima si sofferma sulle tre forme attraverso cui Dio si propone di incontrarci in questo tempo. (cfr. Mt 6,1-6.16-18)

Elemosina, preghiera e digiuno non sono precetti da assolvere, ma esperienza di unione con il Signore.

La preghiera che è relazione per eccellenza, dialogo cuore a cuore con il Padre, è posta come ponte unificante tra l’elemosina e il digiuno, che si ritrovano come atti profondamente connessi tra loro.

Digiuno ed elemosina sono infatti chiamati ad essere espressione di questa relazione. Il digiuno è multiforme rinuncia a ciò che appaga i nostri sensi e se vissuto nella relazione diventa partecipazione all’amore pasquale di Cristo. Infatti, ci fa sperimentare una piccola morte a noi stessi, al nostro individualismo, affinché possiamo aprirci al passaggio dell’elemosina, il passaggio all’amore donato, ovvero del dono di ciò a cui abbiamo rinunciato.

Esempio pratico: io digiuno da una pizza per donare i 20€ che ho risparmiato a chi ne ha bisogno, rinuncio ad un’ora di TV per donare quel tempo a qualcuno… il digiuno diviene così trampolino per passare da una vita di possesso ad una vita di dono.

La Pasqua d’altronde è proprio questo, è rivelazione dell’amore di Dio nella storia attraverso la passione, la morte e la risurrezione di Cristo.

La quaresima ci prepara a questo grande passaggio dalla morte alla vita, attraverso piccole morti e piccole risurrezioni quotidiane nelle quali il Padre desidera sempre più svelarsi a noi. Piccole “pasque” in cui ritrovarci sempre più figli.

Fissiamo allora lo sguardo su ciò che veramente conta: lasciamoci riconciliare con il Padre, sapendo che di tutto ciò che è vissuto da figli in Cristo, nulla è da buttare, né i nostri fioretti né i nostri fallimenti.

Buona quaresima.

L’irrinunciabile esperienza della solitudine

Che Jovanotti ci piaccia è già venuto a galla (vedi Il Cantico dei Cantici di Jovanotti). Senza dubbio è un’artista di una sensibilità particolare.

Ultimamente mi è capitato di riascoltare una sua vecchia canzone che avevo completamente dimenticato, ma le cui parole, non so perché, erano ancora impresse da qualche parte nella mia memoria.

Il pezzo in questione si intitola “Fango” e devo confessare che quando uscì la prima volta nel 2007, non mi attirò per nulla. Oggi invece, riascoltandolo con inaspettato gusto, si sono accese nella mia testa numerose ‘lampadine’ che vorrei provare di condividere con voi.

Io lo so che non sono solo  Anche quando sono solo”

È il ritornello che ricorre come un mantra in questo brano e pare quasi una sintesi tra una massima sapienziale e una filastrocca per bambini. Il tema è quindi quello della solitudine, un tema attuale e se vogliamo, per certi versi anche drammatico. Che frustrazione la solitudine, credo che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sperimentato questa sofferenza: desiderare qualcuno con cui parlare cuore a cuore, qualcuno con cui condividere una fatica, o una gioia, ma non sapere a chi rivolgerci.

In questo testo però la prospettiva appare diversa, non c’è disperazione, ma matura consapevolezza. L’autore si rende conto di non essere solo anche quando intorno a lui non c’è nessuno. Ovviamente basta dare uno sguardo al testo per capire che non si sta riferendo ad un amico immaginario, è piuttosto come se volesse sottolineare che la sua solitudine nasconde una presenza interiore.

Insomma, Jovanotti lo sa di non essere solo quando è solo… e io?

Mi tornano alla mente le riflessioni di San Giovanni Paolo II che, meditando sull’esperienza del primo uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio, si sofferma proprio sul significato della sua solitudine di fronte a Dio.

Siamo nel secondo capitolo della Genesi, un testo dall’alto contenuto simbolico, in cui l’uomo, plasmato dalla polvere del suolo e dal soffio divino di Dio (appunto “con il cielo e con il fango”), nonostante si trovi ad avere a disposizione tutto il creato, sperimenta la solitudine. Una solitudine che porta Dio ad esclamare: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”.

Secondo Giovanni Paolo II questa esperienza, non riguarda solamente il fatto che non sia ancora stata creata la donna, ma ha a che fare con la natura stessa dell’uomo, cioè con la sua umanità.

Come esseri umani infatti, al contrario delle altre creature viventi (animali e piante), siamo dotati di una vita interiore e pertanto ciò che ci accade, non ci accade e basta, ma ciò che viviamo nel corpo tocca inesorabilmente la nostra interiorità, ci interroga, ci stupisce, ci ferisce, muove le nostre idee, le nostre sensazioni, i nostri sentimenti e soprattutto attiva la nostra capacità di interpretazione, di giudizio e di decisione. È lì che ogni persona può aprirsi alle domande ultime su sé stessa, sull’esistenza, sulla trascendenza, è lì che può scoprirsi sola con Dio.

La Bibbia chiama questa dimensione ‘cuore’, i teologi utilizzano la parola ‘coscienza’, per Giovanni Paolo II è qui che attraverso l’esperienza del proprio corpo ogni uomo trova la sua vera identità di persona ad immagine e somiglianza di Dio, scoprendosi capace di relazione con Dio come “partner dell’Assoluto”.

La solitudine allora, non è vuoto da riempire, ma è scoperta di una presenza!

In quanto esseri umani, a ben vedere, non siamo mai soli quando siamo soli, viviamo in un costante dialogo interiore con noi stessi, e con ciò che vive dentro di noi. Questo è il fondamento della preghiera, che è superamento dell’isolamento in quanto relazione figliale con Dio Padre che parla al cuore. Questa è la grandezza dell’essere umano: la sola creatura che nella solitudine è capace di conoscersi, di possedersi, di donarsi liberamente e di entrare in comunione con altre persone e con il suo Creatore.

Di fronte a questa realtà si comprende perché Jovanotti dice:

 “l’unico pericolo che sento veramente

È quello di non riuscire più a sentire niente”

Il vero rischio che corriamo è quello di smettere di vivere al livello più profondo della nostra esistenza, di fermarci in superficie. È il rischio dell’insensibilità, di non riuscire più a cogliere il senso oltre le cose:

“Il profumo dei fiori l’odore della città

Il suono dei motorini il sapore della pizza

Le lacrime di una mamma le idee di uno studente”

Nulla è per caso, tutto muove perché possiamo “stare con le antenne alzate verso il cielo” ovvero vivere in relazione con Dio e così capire meglio noi stessi, gli altri e il mistero della vita.

Pensare richiede un allenamento quotidiano, una lettura di ciò che si vive, si sente, si soffre e l’esercizio della memoria con cui si costruisce l’esperienza. Oggi purtroppo viviamo in una cultura che sistematicamente narcotizza il pensiero, non siamo più abituati a sopportare la frustrazione del silenzio e della solitudine. Siamo sempre connessi, con tutto tranne che con noi stessi, per cui le cose che viviamo, gli eventi, le relazioni, tutto resta muto.

Alcuni giorni fa durante l’incontro con un gruppo di universitari, un ragazzo confidandoci il suo smarrimento ci ha chiesto come fare a capire se vale la pena impegnarsi in una relazione seria con la ragazza che frequenta oppure se conviene restare amici. Qualcosa abbiamo provato a dire, ma purtroppo qui non esistono ricette, occorre recuperare e custodire il contatto con la propria vita interiore. Senza l’assunzione di questo compito (che comprende anche il cammino con un padre spirituale), di fronte a domande come questa, non serviranno a molto nemmeno rosari e novene. Infatti, prima ancora di portare ogni cosa davanti a Dio, è necessario che io trovi la mia collocazione di fronte a ciò che sto vivendo, che io dia un nome ai pensieri e ai sentimenti che si muovono in me.

A ben vedere ciò che spesso ci mette in crisi, non sono i problemi in sé stessi, quanto la nostra capacità di rispondere ad essi, insomma la nostra responsabilità. Certo tutto questo comporta una fatica, ed anche la disponibilità ad ascoltare le ferite e le angosce del proprio cuore, ma non è possibile prescindere da questo passaggio, specie per chi desidera iniziare una relazione di coppia. Giovanni Paolo II diceva che l’unità tra uomo e donna scaturisce dall’incontro di due solitudini, ovvero di due persone che hanno sperimentato la loro solitudine di fronte a Dio e hanno accolto la loro vita come un dono scoprendosi chiamate al dono di sé. Solo così è possibile trovare ancora “il coraggio di innamorarsi […] di svegliarsi e di alzarsi. Di smettere di lamentarsi…”.

L’augurio che insieme vogliamo cogliere da questa canzone è quello di poter guardare alla solitudine e al silenzio non più come a nemici da evitare, ma come alleati da custodire. La solitudine è una esperienza irrinunciabile che ci mette di fronte a noi stessi, ai nostri limiti, ai nostri desideri, al rapporto con Dio.

Il ritornello “Io lo so che non sono solo, anche quando sono solopossa allora diventare una piccola preghiera capace di condurci a profondità nuove della nostra vita.

La Luce oltre le luci

Finalmente sono riuscita a riordinare la casa dopo le feste di Natale: tolta la ghirlanda dallo specchio all’ingresso, rimesse le statuine nella loro scatola pronte a tornare in scena tra 11 mesi e, infine, riposto l’albero made in china, naturalmente dopo averlo svestito da tutte le palline (meno quelle che non sono sopravvissute alla gatta) e dalle luci intermittenti, che davano quel tocco così caldo alla casa.

Già, le luci. Mi ricordo che da bambina facevo un gioco mentre ero in auto con mia madre, di solito nel tragitto casa dei nonni – casa nostra, ed era quello di contare quanti alberi di Natale illuminavano le case lungo la strada. Vederli mi affascinava, era come se per un breve periodo dell’anno succedesse qualcosa di magico: l’atmosfera del Natale rendeva appunto tutto più brillante e “luccicoso”.

In questi giorni mi è ritornato alla mente quel gioco, mentre rimettevo al loro posto gli addobbi, e mentre mi capitava di osservare le persone che facevano altrettanto per le luci natalizie dei loro giardini.

Alberi, presepi, slitte, addobbi luminosi di varia natura e dimensione, alcuni davvero molto grandi… chissà quanta fatica per installare quelle luci, e che dispiegamento di forze, incluso necessariamente l’utilizzo di gru e piattaforme aeree!

E mi sono ritrovata a pensare proprio a questo, a quanto impegno, quanta organizzazione, quanta energia (sia fisica che elettrica!) mettano in campo le persone per avere alberi illuminati durante le feste natalizie per poi disfare tutto i primi di gennaio, e ho avuto come la sensazione che questo, per certi versi, purtroppo ci rispecchi. Rispecchi un certo modo di vivere la fede, che rischiamo tutti, e cioè quello di accontentarci di luccicare per un attimo, con sforzi, impegno, e grande appariscenza… per poi ritornare alla vita di prima senza porci troppi problemi, di accontentarci di ‘indossare’ un occasionale luccichio superficiale (e artificiale) che poi non lascia nulla e non incide nella vita di tutti i giorni: insomma un vivere la fede tanto quanto basta, come le luci di Natale, che ti servono da dicembre al 6 gennaio, ma poi la tua vita, tutto il resto dell’anno, la vivi senza.

Mi viene in mente quello che mi diceva un’amica durante queste feste, cioè che secondo lei ci sono i cristiani, e poi ci sono i cristiani che sono anche persone in cammino. Anche se una persona va a messa tutte le domeniche, diceva lei, non è detto che sia una persona in cammino.

Che significa allora essere cristiani? Significa aver ricevuto la luce del Battesimo: sì, ad ognuno di noi il giorno del battesimo è stata consegnata una candela accesa simbolo della vita di Cristo (vera Luce) che illumina la nostra vita rendendoci tempio dello Spirito Santo.

La luce accesa in noi quel giorno però è stata spesso e inevitabilmente soffocata da mille altre cose nel corso della nostra vita, ma resta in noi come la nostalgia di quella luce e di quel calore e allora ci ritroviamo irresistibilmente attratti da ciò che brilla. Così finiamo tante volte per credere che basti indossare occasionalmente qualche scintillio superficiale per colmare quel vuoto.

E che significa invece essere cristiani in cammino? Significa aver riscoperto la nostalgia di questa luce nel profondo di sé stessi e camminare per tornare a farla risplendere e custodirla viva.  A questo proposito, tornando ai nostri addobbi natalizi, come non pensare ai Re Magi, che sono coloro che non si accontentano di uno scintillio passeggero ed effimero, perché sanno che le luci che passano sono fatte per orientarci ad un’altra luce, quella vera. Essi seguono la scia della stella che passo dopo passo, km dopo km, anno dopo anno, li avvicina sempre più a quell’incontro a tu per tu con la “luce vera, quella che illumina ogni uomo”.

E noi, concretamente, come possiamo porci nella prospettiva dei magi? Non ho una risposta esauriente, ma credo che sia essenziale porre il rapporto con il Signore davvero al centro della propria vita, ovvero che la relazione con Lui sia in noi quella luce fondante capace di illuminare tutto il resto. Credo anche sia importante non accontentarsi di abitudini religiose o di eventi che ci scuotano con scintillii emotivi e forse pure artificiosi, ma piuttosto coltivare un dialogo il più possibile continuativo e sincero con Lui, aprire il cuore alle Sue ispirazioni quotidiane, e chiedere di custodirci nella luce contro le tentazioni del nemico che vuole oscurarla con i luccichii superficiali.

Per quanto ci riguarda, ci sono più cose che ci sostengono nello stare in cammino, o almeno a provarci: avere una guida spirituale, che ci aiuta a non raccontarcela e a prendere seriamente le scelte che dobbiamo fare, e a farle con il Signore; gli esercizi spirituali, che sono un tempo privilegiato di incontro con Lui nel qui ed ora; inoltre, importantissimo per noi è avere amicizie che condividono con noi la fede e un cammino spirituale, persone con cui sentiamo di parlare lo stesso linguaggio e con cui possiamo condividere gioie e fatiche autentiche; infine, tutto questo che ho appena scritto non avrebbe senso senza la ricerca di un incontro quotidiano con il Signore, a tu per tu, attraverso la sua Parola e la nostra vita quotidiana.

Queste sono solo alcune modalità che ci sono state preziose fino ad oggi nel mantenerci in cammino, certo non significa che siano le uniche o le migliori, e non significa nemmeno che questo metta al riparo da errori, cantonate e fraintendimenti. Ma il bello è che poco importa, perché tutto serve per arrivare a Lui, anche i nostri errori. Anche a questo proposito, possiamo guardare i Magi: l’incontro con Erode poteva sembrare un grandissimo errore, eppure è proprio Erode che, dopo aver consultato gli scribi e i sacerdoti, indica loro il luogo esatto, Betlemme. Senza Erode, forse, non sarebbero mai arrivati a destinazione. Questo pensiero mi consola molto: tutto serve, nel piano di Dio, anche se sul momento ci sembra di non capire nulla. L’incertezza è unita indissolubilmente alla fiducia, anche questo fa parte del cammino: se sapessimo già tutto infatti, non servirebbe fiducia, non servirebbe cammino.

Ciò che ci attende alla fine, comunque, è certo: la gioia sarà grandissima, come quando arrivi ad alcune tappe fondamentali della tua vita e, guardandoti indietro, metti insieme i pezzi, e finalmente scorgi un filo rosso, o una stella cometa potremmo dire, che ha accompagnato il tuo cammino fino a lì, qualcosa che nei singoli fatti ti era sfuggito, ma ora lo vedi, ti è chiaro! Ecco che senso aveva questo, ecco a che cosa mi ha preparato quell’altro, ecco perché quest’altra cosa ancora. Un filo rosso, o meglio, una cometa che ti ha guidato e ti sta guidando sempre più vicino alla “Luce vera, quella che illumina ogni uomo.”

Lui è il Verbo fatto carne, in lui è la vita e la vita è la luce degli uomini. Quest’anno allora, mentre riponiamo negli scatoloni i nostri addobbi natalizi, ricordiamo al nostro cuore che tutte le luci scintillanti delle feste trovano il loro senso solo nella Luce vera, quella che forse sotto tanta polvere, ancora arde nei nostri cuori.

E se fossimo tutte “famiglie ferite”?

Veglia di preghiera per le famiglie ferite, percorso diocesano per le famiglie ferite, progetto pastorale per le famiglie ferite. Ultimamente sentiamo questa espressione “famiglie ferite” sempre più di frequente e ogni volta ci verrebbe da alzare la mano dicendo “Eccoci, presenti!”. E invece il nostro alzare la mano sarebbe fuori luogo, perché è un’espressione di solito utilizzata negli ambienti diocesani ed ecclesiali in genere, per indicare le famiglie e le coppie “irregolari”, quelle divorziate e quelle divorziate risposate, per intenderci.

Ma davvero solo perché non apparteniamo a queste due categorie, noi, “gli altri” che siamo regolarmente sposati, possiamo NON dirci “famiglia ferita”?

Certo, la ferita a cui ha fatto riferimento il papa la prima volta che ha usato  questa espressione indicava una realtà precisa, ovvero quando la ferita riguarda il sacramento del matrimonio, cioè tutte quelle persone che hanno visto in qualche modo fallire il loro progetto di vita di coppia e ne portano il peso, compreso il fatto di percepire una certa diffidenza e il sentirsi non completamente accolte all’interno della stessa comunità cristiana.

E quindi, proprio noi che alle volte facciamo sentire queste persone escluse e differenti, possiamo non dirci “famiglia ferita”?

Chi di noi non ha ferite nella propria storia di coppia e nella propria storia personale (che quindi evidentemente diventano ferite di coppia pure quelle)?

Chi porta la ferita di un conflitto con la famiglia di origine, chi porta la ferita della sterilità, chi quella di un figlio con handicap, chi quella di un figlio morto prematuramente, chi porta una ferita nella propria sessualità, chi, ancora, quella di un abbandono, e l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Ci sono ferite più evidenti, che saltano più all’occhio, e ferite meno evidenti, che conoscono solo i diretti interessati, perché troppo intime, troppo dolorose anche solo da nominare.

Ci sono ferite di cui siamo consapevoli e ferite di cui non siamo consapevoli, ma di cui ugualmente portiamo il peso attraverso le nostre rigidità, le nostre false sicurezze, le nostre chiusure, le nostre difese ben serrate.

Ci sono ferite più invadenti e ferite meno invadenti, croci più pesanti da portare e croci meno pesanti, ma tutti, ripeto, tutti, siamo famiglie ferite.

Ah, e non dimentichiamoci del Sacramento del matrimonio. Solo perché il nostro pare “funzionare” pensiamo di essere sempre un’immagine impeccabile del Sacramento che abbiamo celebrato? Siamo realmente un’icona credibile dell’amore di Dio per l’umanità? Noi no, anzi.

Quanto meno perché tutti abbiamo in noi il segno di una ferita, la ferita per eccellenza, quella del peccato originale. Sì, il Battesimo ci ha fatto creatura nuova in Cristo, ma in noi resta l’inclinazione al peccato, come se fossimo su di un piano inclinato che ci porta a “peccare”, cioè fondamentalmente ad avere paura per noi stessi, spingendoci quindi a preservare e ad affermare noi stessi a scapito dell’altro. Tutti portiamo il segno di questa ferita, che ci porta a guardare con sospetto la relazione con l’altro, a temere che l’altro possa privarci di qualcosa, che possa ferirci, approfittarsi di noi, oppure che non sia interessato a noi, o ancora che ci voglia ingannare, manipolare, ecc… anche questo elenco potrebbe essere molto lungo, e la parola “altro” è da intendersi sia con la a minuscola che con la A maiuscola. Sono due facce della stessa medaglia, e se non fosse abbastanza chiaro, le ferite che porti verso l’altro (i fratelli) e verso l’Altro (Dio) sono esattamente le stesse.

Un amico mi raccontava che durante gli esercizi spirituali ignaziani ha riconosciuto in lui un pensiero ricorrente del nemico che era “A Dio tu non interessi, ha di meglio da fare, non ha tempo da perdere con te”. Mesi dopo, ha riconosciuto questo stesso pensiero verso suo padre, ricontattando il sé bambino, ripensando al fatto che il padre non è mai andato alle sue partite di basket perché, evidentemente, aveva di meglio da fare. Questo era, nella sua storia, uno degli effetti del peccato originale, che aveva intaccato l’immagine di Dio ma anche, in parte, il suo modo di relazionarsi, tendendo a rendersi sempre brillante e interessante, appunto, per il timore che le altre persone si voltassero dall’altra parte, pensa un po’.

Che ci piaccia o no questa è la nostra situazione, e ognuno porta dentro di sé una versione particolare di “contro-parola” – direbbe don Fabio Rosini – o effetto del peccato originale nella propria storia, con cui, se sarà fortunato, potrà fare i conti. La cosa peggiore che possa capitare infatti, credo sia non accorgersene e restare fermi alla superficie finendo per collocarsi sul versante di quelli non feriti, dei bravi, di quelli che hanno fatto tutte le cose a modo, o peggio, che credono di aver meritato ciò che di buono hanno nella vita a suon di buone azioni e sforzi di volontà.

Essere cristiani non significa essere bravi e perfetti, il cristiano non è uno indenne, uno che non si è mai ferito, ma uno le cui ferite sono diventate luogo di salvezza.

Il cristiano è qualcuno che ha sperimentato come il Signore si sia rivelato e lo abbia visitato proprio attraverso le ferite della sua storia, ed è testimone del fatto che queste stesse ferite sono diventate feritoie di grazia per la propria vita.

Solo così, da questa prospettiva, possiamo incontrare veramente gli altri con tutto il bagaglio di sofferenza che portano, da “famiglia ferita” a “famiglia ferita”: la Chiesa allora sarà realmente quell’ospedale da campo di cui più volte ha parlato Papa Francesco.

Di questo ci parla il Natale, di un Dio che non ha temuto di prendere un corpo come il nostro e di farsi carico delle nostre ferite, affinché le nostre fragilità potessero divenire il luogo della manifestazione della sua grazia.

“Per le sue piaghe noi siamo stati guariti”  (Is 53,5)

Buon cammino a tutti verso il Signore che viene.

A proposito di porno

Recentemente, su più fronti, siamo stati interpellati sul tema pornografia.

Allo scorso Forum WAHOU un ragazzo ci ha chiesto come poterne uscire, in un’altra occasione una donna sposata ci ha confidato sconvolta di aver scoperto che suo marito guarda abitualmente video porno, ed infine un’amica ci ha condiviso la preoccupazione per il fratello ventenne che sta da pochissimi mesi con una ragazza che gli ha già proposto di guardare (e non solo) porno insieme …

In modo soft ormai la pornografia è diventata una cosa quotidiana, un prodotto stuzzicante e gratuito a disposizione H24 comodamente sui nostri smartphone per riempire i nostri vuoti interiori.

Nonostante i continui tentativi di normalizzarla rendendola un ingrediente di tante cose come serie tv, reality, pubblicità e video musicali, tutti quanti intuiamo tacitamente che nella pornografia c’è qualcosa che non va. Anche chi la difende dicendo che il sesso è una cosa naturale, in fondo in fondo sa che non è poi così naturale avere un incontro intimo col proprio smartphone. Basti pensare che per accedervi occorre uscire dall’ambiente reale delle relazioni sociali e passare, non senza un pizzico di furtività, ad un ambiente virtuale che per pulirci la coscienza abbiamo chiamato: ‘per adulti’.

Purtroppo, ciò che è stato propinato come espressione di libertà contro ogni censura, presenta in realtà un duplice problema: la pornografia fa male ed è un male!

Si, la pornografia fa male, ma fa male a chi?  Di fatto, se non è coinvolto nessun’altro, a chi faccio del male se guardo qualcosa di ‘spinto’ nel segreto della mia stanza?

Fa male a me! Io sono la vittima! E sebbene sul momento ne esca eccitato, non mi rendo conto che la pornografia come un parassita mi sta divorando dall’interno.

Innanzitutto, crea dipendenza. Ci sono sull’argomento numerosi studi neurologici che mostrano come il meccanismo fisiologico che si innesca in chi guarda pornografia è simile a quello di chi assume droghe.

(Vi rimandiamo all’associazione Puri di cuore che si occupa dell’argomento per approfondirne il tema della dipendenza).

Ma non è tutto: la pornografia altera anche il mio immaginario. Non tanto perché spesso mostra rapporti violenti o perversi, quanto perché altera il modo di vedere le altre persone.

Per un uomo che guarda pornografia, le donne cessano di essere persone con una storia, dei sogni, delle ferite, delle attese, ed iniziano a tramutarsi in pezzi di corpo da valutare e da usare. Corpi inanimati su cui fantasticare per il proprio piacere. Per molti questo è il normale sguardo mascolino, ma non è affatto così: questo è uno sguardo pornografico. Un conto è essere attratti dalle donne, altro è uno sguardo che analizza e separa il corpo dalla persona.

Questi sono alcuni degli effetti più nefasti della pornografia, ma se ci fermiamo al dato che la pornografia fa male, rischia di sfuggirci la cosa più importante, ovvero che la pornografia fa male perché è un male.

Un male è qualcosa che indipendentemente dalle circostanze e dalle intenzioni non solo non edifica, ma disgrega la persona allontanandola dalla sua pienezza.

La pornografia però non è un male per il fatto che il sesso è un male, né perché i corpi nudi siano un male.

Qualcuno dice che il male della pornografia è che fa pensare troppo al sesso, ma a ben vedere il sesso viene esibito, consumato, idolatrato, ma non certamente pensato. La nostra cultura pornografica non sa più pensare il sesso. Se sapessimo pensarlo dovremmo chiederci: cos’è il sesso? Che significato ha? Oppure: Chi lo ha inventato?

Da cattolici diciamo: “Dio!” Dio ci ha creati come maschi e femmine e la sua benedizione sull’uomo e sulla donna è stata: “siate fecondi e moltiplicatevi!” (Gn 1,28) ovvero: il desiderio sessuale è buono!

Il desiderio sessuale è quell’energia che nel progetto di Dio ci deve portare ad uscire da noi stessi per fare della nostra vita un dono. Ma quando questo desiderio viene deformato dal male si tramuta in lussuria e allora l’energia del desiderio non è più diretta al dono di me all’altro, bensì all’usare l’altro e al farsi usare dall’altro. La lussuria disgrega così la persona, allontanandola dalla sua dignità.

Karol Wojtyla in Amore e Responsabilità riflettendo sulla differenza tra ‘usare’ ed ‘amare’ scrive:

“La persona è un bene che non si accorda con l’utilizzazione […] La persona è un bene al punto che solo l’amore può dettare l’atteggiamento adatto e interamente valido a suo riguardo”.

Probabilmente tutti abbiamo sperimentato di essere stati usati da qualcuno e certamente sappiamo che non ci ha fatto bene, tutti auspichiamo invece di essere trattati con amore.

Va detto che quando Wojtyla parla di amore non si riferisce a romanticherie di varia natura, ma ha in testa qualcosa di molto chiaro: amare qualcuno è volere il bene di quella persona. Proprio per questo, sempre in Amore e responsabilità, constata come, tanto più l’amore è vero, tanto più il soggetto si sente responsabile della persona.

Possiamo allora cogliere come nella pornografia, tra tutti gli atteggiamenti possibili, l’amore non sia affatto contemplato: le persone sono ridotte ad oggetti bidimensionali che si usano a vicenda per essere usati da chi guarda, nessuno ha cura di nessuno, nessuno è veramente riconosciuto come persona.

Al contrario del cinema dove c’è un messaggio, si racconta una storia, ci sono personaggi interpretati, nella pornografia nessuno è veramente interessato alla trama (quando eventualmente c’è), nessuno si cura del vissuto dei personaggi, del loro stato d’animo… l’obiettivo è uno e uno solo: suscitare la lussuria in chi guarda.

Giovanni Paolo II nelle sue catechesi individua proprio qui il vero problema della pornografia: la pornografia non svela troppo, ma piuttosto svela troppo poco della persona! Il pudore è oltrepassato, violentato e si perde inevitabilmente il mistero della persona e del suo corpo.

Proprio per questo la pornografia è sempre insoddisfacente: ci eccita, ma non è in grado di riempire il vuoto del nostro cuore. La cerchiamo per sentirci vivi, ma ne usciamo tristi, la usiamo assetati di intimità, ma ci ritroviamo sempre più soli, la guardiamo per essere liberi di fare ciò che ci pare ma alla fine ci risvegliamo nella gabbia della dipendenza.

Comprendere che la pornografia è male e fa male, è certamente un primo e insostituibile passo per decidere di affrontare questa abitudine o peggio, dipendenza, e intraprendere un cammino verso un nuovo sguardo e una nuova libertà.

Giovani domande (su sesso e dintorni)

Pubblichiamo anche qui l’articolo scritto nei giorni scorsi per il sito theologhia.com con il titolo: C’è una risposta alle nostre domande sull’amore? [Un grazie speciale a Robert Cheaib per lo spazio che ci ha dato]

Ho letto su Avvenire che in questi giorni si sta svolgendo vicino a Roma un bellissimo evento organizzato da Azione Cattolica dal titolo “A cuore scalzo” in cui oltre duecento giovani potranno confrontarsi con alcuni esperti chiamati a rispondere alle loro domande in materia di affettività e sessualità.

Conoscendo alcuni dei relatori, possiamo dire con certezza che sarà una preziosa possibilità di dialogo e crescita. Ecco qui alcune delle domande poste dai giovani:

  • Perché noi giovani credenti siamo costretti a scegliere tra l’essere casti o l’essere superficiali?
  • Per avere un rapporto matrimoniale è necessario dover aspettare e perché?
  • Come gestire gli eventuali sensi di colpa legati alle nostre pulsioni?

Si tratta certamente di domande che nascondo una sete di verità e di senso, questioni su cui anche io ricordo di essermi ‘scontrato’ molte volte durante i miei vent’anni. Allora mi sono chiesto: cosa può dire la teologia del corpo a questi giovani cuori assetati? Cosa la teologia del corpo ha detto a me su questi punti?

Leggendo le domande, subito mi è venuto in mente il dialogo di Gesù con i farisei sul divorzio (Mt 19 1-9) in cui i questi ultimi chiedono a Gesù se sia lecito ripudiare la propria moglie, ovvero divorziare per un motivo qualsiasi. Probabilmente vi chiederete cosa c’entra il tema del divorzio con gli interrogativi dei giovani di AC che desiderano amare nella verità. Forse nulla, ma a giudicare dalla risposta che Cristo dà ai farisei, penso che si possa trovare molto più di una connessione. Infatti, benché la domanda dei farisei appaia molto specifica e si collochi su un piano legale, Gesù non risponde rimanendo su un piano normativo (si può fare o non si può fare) ma cambia livello e va alla radice profonda della domanda, sviluppandola in ampiezza e profondità.

Se c’è un divorzio infatti, significa che siamo di fronte ad un amore ferito, ad una relazione che sanguina, per cui benché i farisei chiedano precisamente: «È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?» Gesù comprende che la vera domanda è un’altra: Che cos’è l’amore? Cosa significa amare?

Non è forse questo l’interrogativo fondamentale che possiamo individuare anche alla radice delle domande poste dai giovani di AC?

Non è forse questo l’interrogativo fondamentale che possiamo individuare anche alla radice di tante nostre quotidiane domande sul senso della vita, sull’amore, sul maschile e sul femminile?

Ecco allora che la risposta che Cristo dà ai farisei acquista un peso specifico enorme anche per noi: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi».

È come se Gesù ci stesse dicendo che se vogliamo veramente comprendere il mistero profondo dell’amore, è necessario tornare al Principio, al progetto che Dio aveva quando ha creato l’essere umano come maschio e femmina, e infatti cita entrambi i racconti della creazione di Genesi. L’amore, d’altra parte, è un fenomeno tipicamente umano, pertanto per penetrarne il mistero occorre scoprire chi sono veramente l’uomo e la donna. Il problema allora non è quale regola devo seguire, né quale beneficio ho nel seguirla, il problema vero è “chi sono io?” “Qual è la mia verità?”.

Così San Giovanni Paolo II inizia a delineare la sua teologia del corpo, per condurci a scoprire come il nostro corpo sia chiamato a rivelare e a partecipare della bellezza di Dio, e questo non ‘nonostante’ la sessualità, bensì proprio attraverso di essa. Credo quindi che un primo elemento chiave che la teologia del corpo può offrire a questi cuori assetati sia questo: il come devo vivere deriva dal chi io sono!

Se però si prosegue con la narrazione di Matteo 19 ci si accorge immediatamente di come il messaggio di Cristo noi sia poi così immediato, infatti i farisei gli obiettano: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e mandarla via?»  Allora Gesù va al nocciolo del problema: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così».

Queste parole ci rivelano che il “chi io sono” deve però fare i conti con un cuore che si è come atrofizzato. Cristo si riferisce agli effetti del peccato originale che nella storia ci rendono inclini al male, ci rendono preoccupati per noi stessi, incapaci di fare della nostra vita un dono autentico. Piaccia o non piaccia, c’è qualcosa di rotto in ciascuno di noi, siamo portatori di una ferita. Ma Gesù non parla di questa ferita (durezza di cuore) per demolirci, bensì per fare verità: in principio non fu così, il cuore indurito non è la nostra verità!

Noi oggi diamo ormai per scontato che l’amore possa finire, che si possa provare, che avvengano divisioni, tradimenti, incomprensioni e quant’altro… Noi pensiamo ormai sia lecito sperimentare un po’ tutto in campo affettivo… Ma Gesù richiama la nostra verità: in principio non fu così!

Cristo grida al nostro cuore di non lasciarci condizionare dai nostri fallimenti, dai nostri errori, dai nostri ragionamenti inquinati dal peccato, non sono quelli la nostra verità. Noi siamo molto di più.

Cristo nel suo corpo di uomo, ha preso su di sé tutta l’umana debolezza per unirci a sé e restituirci una vita di libertà, una vita capace di farsi dono. Tutto questo è avvenuto nel nostro battesimo, ma tante volte ne siamo ignari, nessuno ci ha mai dischiuso le porte del mistero di cui siamo divenuti partecipi.

Noi tante volte facciamo corsi, accumuliamo nozioni su come vivere cristianamente la sessualità, ma spesso scordiamo che non basta aver capito cosa è giusto fare per amare nella verità. Per entrare nell’amore occorre aprirsi alla redenzione che Cristo ci ha portato e lasciare che sia lui a guarire il nostro cuore incartato.

Ecco allora un secondo elemento chiave che la teologia del corpo può offrire a questi cuori assetati: il chi io sono lo posso scoprire solo nell’amore di Cristo. Solo Cristo infatti ci conosce veramente, lui ha redento l’uomo intero, corpo e sessualità inclusi. Lui ci ha già redento, ma aprire il nostro cuore alla sua guarigione è un cammino quotidiano, nella concretezza della vita.

Se vuoi approfondire di quale cammino si tratta e se hai voglia di andare un po’ più a fondo nella teologia del corpo ti invitiamo a partecipare al corso QUESTO È IL MIO CORPO a Macerata (MC) dall’ 1 al 5 gennaio 2020.

Sarà un entusiasmante viaggio alla scoperta del vero significato del corpo e della sessualità umana secondo il disegno di Dio, un viaggio aperto a tutti dai 20 anni in su.

Scopri di più su: http://www.misterogrande.org/tob/corso-tob/

La bella morte

Negli ultimi giorni la mia famiglia ha vissuto un momento importante e intenso, la morte del nonno. Importante e intenso, appunto, non brutto. Non riesco a dire che sia stato un brutto momento, anzi, mi viene proprio da dire che sia stato un momento bello. E lo dico con tutto il rispetto per il dolore che ciascuno di noi ha provato.

Sì, morire può essere bello, non perché non si soffra, ma perché oltre la sofferenza si possono cogliere doni preziosi, la morte infatti non è mai l’ultima parola sull’uomo, e in questa esperienza familiare lo abbiamo toccato con mano.

Lo sapevamo già, ad esempio la storia di Chiara Corbella Petrillo ce lo aveva insegnato, ma vedere che anche la morte di un uomo di 89 anni, che per qualcuno potrebbe apparire scontata, ha qualcosa da insegnare, mi fa davvero dire che “il Regno di Dio è in mezzo a noi”, nell’ordinarietà della vita vissuta con fede.

Il nonno ha vissuto proprio così la sua vita, da uomo onesto nel suo lavoro di direttore di banca, da marito e padre amorevole, saggio, di poche parole, ma sempre giuste e sapienti, da uomo mite, che ha vissuto in tutta pienezza la sua vita, e che viveva la sua vecchiaia nella pace e nella fiducia.

Con questa stessa pace ha affrontato gli ultimi giorni, dove non ha smesso di sorridere negli attimi in cui era cosciente e incontrava il volto di qualcuno accanto a lui, e di ringraziare. Le sue ultime parole, nelle ultime ore di agonia, dove faceva fatica a respirare, non era più nè grado né di mangiare né di bere, senza dentiera, con un grande sforzo di fiato e di tutto il corpo sono state: “Ti ringrazio molto” a sua sorella, che gli stava inumidendo le labbra per un pò di conforto. Quanto è vero che se impariamo a ringraziare, lo faremo anche nel momento della prova più difficile, la morte.

In quelle ore, poche per fortuna, ho proprio pensato che fosse unito a Cristo nella sofferenza della Croce. L’ultima cosa che ha “mangiato” infatti è stata una briciola di ostia consacrata, meno di 24 ore prima della morte: uniti nella sofferenza per un breve tratto, per poi essere uniti nella beatitudine eterna.

Dal momento che la situazione di salute del nonno è precipitata nel giro di pochissimi giorni, la sensazione è stata proprio quella di aver vissuto un piccolo triduo pasquale nell’intimità della nostra famiglia, dal venerdì alla domenica, giorno in cui il nonno è salito al Padre.

Un altro particolare che mi ha colpito è stato che, ad un certo punto, eravamo in cinque donne intorno a lui, nella sua elegante stanza da letto, e ho pensato che non fosse un caso. Sua moglie, sua figlia, la sorella, due nipoti: le donne di famiglia hanno presidiato la situazione, hanno consolato, si sono prese cura, hanno vigilato, hanno accarezzato, hanno cantato, hanno pregato. E non sto dicendo che gli uomini di famiglia non hanno fatto nulla, ma mi è stato evidente come il ministero femminile sia davvero diverso da quello maschile. Stare presso la vita e presso la morte è del femminile, la carezza di una donna è diversa dalla carezza di un uomo, la tenerezza di una donna è diversa dalla tenerezza di cui è capace l’uomo. Anche nel Vangelo, del resto, sono le donne che tamponano la sofferenza e cercano di preservare la dignità, come la la Veronica con il suo gesto rimasto alla storia, sono le donne che stanno presso la croce, sono le donne che poi si preoccupano del corpo di Gesù, la mattina successiva.

E come la domenica mattina a Maddalena viene annunciata la Resurrezione, così anche nella liturgia della domenica in cui il nonno è salito al Cielo, il tema era la resurrezione. E se la Parola ci parla nella vita concreta nel qui ed ora, impossibile non leggerla come la certezza che il nonno è stata accolto tra le braccia di Dio, in cui ha sempre creduto.

Il giorno del funerale poi, quale gioia scoprire che la liturgia del giorno parlava del nonno: nella prima lettura dal libro della Sapienza “Le anime dei giusti , invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace.”

E nel Vangelo: “Così anche voi, quando avete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare.”

Proprio così è morto il nonno, nella pace di aver fatto tutto ciò che “doveva” fare, nella consolazione di aver compiuto la sua missione su questa terra, nella gioia di aver accanto a lui tutta la sua amata famiglia.

E il dono della sua esistenza non è cessato con la morte, perché ci ha lasciato il suo testamento spirituale, dove ringrazia per i doni che ha ricevuto nella vita, benedice tutti e ci raccomanda “la sola cosa importante in questa vita e in quella futura, la Fede”.

“L’amore tra sposi? È un dono di Dio!” [Intervista]

Domenica scorsa siamo stati a San Donà di Piave (VE), invitati ad accompagnare con una relazione e delle attività di riflessione guidata, la festa vicariale della famiglia. Il titolo della giornata era: Se tu conoscessi il dono di Dio. La sessualità nel matrimonio. In questa occasione siamo stati intervistati per l’inserto Vita in famiglia del settimanale diocesano La vita del Popolo. Per chi volesse leggere l’intervista la pubblichiamo di seguito.

“La sessualità, il sesso, è un dono di Dio. Niente tabù. È un dono di Dio, un dono che il Signore ci dà”. Giusto un anno fa Papa Francesco usava queste parole per rispondere alle domande di un gruppo di giovani della Diocesi di Grenoble-Vienne ricevuti in udienza. “Il sesso – ha continuato il Pontefice – ha due scopi: amarsi e generare vita. È una passione, è l’amore appassionato. Il vero amore è appassionato. L’amore fra un uomo e una donna, quando è appassionato, ti porta a dare la vita per sempre. Sempre. E a darla con il corpo e l’anima”. E tutto questo c’entra profondamente con il sacramento del matrimonio, con la fede e con la spiritualità che più si fa concreta e quotidiana più diventa autentica.

Lo spiegano bene Tommaso e Giulia, sposi della diocesi di Bologna da una decina d’anni, formati sulla teologia del corpo frequentando prima il Master in fertilità e sessualità coniugale presso il Pontificio istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia, poi il corso Theology of the Body Institute tenuti da Christopher West in America. Intervengono domenica all’incontro organizzato dal vicariato di San Donà di Piave su questi temi.

La “teologia del corpo” di San Giovanni Paolo II è riferimento cruciale. Cosa si può dire, in poche parole?

Sono 129 discorsi sull’amore umano che il pontefice polacco pronunciò nelle sue udienze del mercoledì dal 1979 al 1984, un profondo e sorprendente percorso composto in preghiera di fronte all’eucarestia. Per noi non si è trattato di una folgorazione, ma di una lenta scoperta di bellezza che è diventata progressiva trasformazione del nostro modo di vedere e di vivere la mascolinità e la femminilità, il matrimonio e tutta la nostra fede.

L’avete definita “un messaggio di redenzione, una straordinaria sintesi evangelica”…

Scorgere una risonanza profonda di queste riflessioni di Giovanni Paolo II nella propria esperienza di vita, nel matrimonio, nello sguardo sull’altro sesso…  Che bello poter decifrare il grido del proprio cuore assetato di pienezza e riconoscere che Cristo da sempre ascolta quel grido e desidera saziarlo. Che liberazione scoprire e riscoprire il senso del proprio essere corpo e della propria tensione erotica, osservando questo mistero dal principio fino alla sua prospettiva ultima e definitiva. Che meraviglia iniziare ad intuire la grandezza della chiamata al dono di sé, del senso del matrimonio, dell’unione sessuale, della castità, del celibato …

L’incontro titola: “Se tu conoscessi il dono di Dio. La sessualità nel matrimonio”. Qual è il legame tra sessualità e sacramento?

I sacramenti ci rivelano misteri spirituali attraverso segni fisici e concreti in cui siamo coinvolti con tutto ciò che siamo per essere uniti a Cristo. Noi abbiamo perso la capacità di cogliere il mistero dei gesti che compiamo nella liturgia, ma senza il corpo non ci sarebbero nemmeno i Sacramenti: senza l’immersione del corpo in acqua e l’unzione con olio non avremmo il battesimo, senza il mangiare l’unico pane consacrato non avremmo l’Eucaristia… Così è anche nel matrimonio, senza l’unirsi in una carne degli sposi non ci sarebbe il matrimonio sacramentale: non viene considerato valido finché i due sposi non si uniscono sessualmente. Questo perché le promesse che i coniugi si scambiano all’altare, di accoglienza e donazione reciproca totale, fedele e feconda, non possono realizzarsi “in astratto”, ma solo se tali “parole” si incarnano nella vita della coppia, e il rapporto sessuale compie tali promesse, le rende vere attraverso il corpo degli sposi.

Anche sessualità e spiritualità sono ambiti spesso considerati distinti, separati….

Questa frattura in parte è eredità di un certo approccio manicheo, che considera lo spirito superiore al corpo, ma è anche conseguenza di una educazione falsata dalla concupiscenza. Se infatti come educatore, consacrato o genitore, la mia sessualità mi crea problema, finirò per proiettarlo su di essa evitando l’argomento o trattandolo con rigidità ed intransigenza. La sessualità è un dono che Dio ci fa per immetterci sulla strada dell’amore. Senza eros infatti non ci innamoreremmo e senza di esso non inizieremmo ad amare: se Dio ha a che fare con l’amore, allora anche la sessualità ha a che fare con Dio.

Nel matrimonio si incontrano due persone diverse per eccellenza, uomo e donna. Come incide la differenza? E si ricompone? Come?

Tante volte essa diviene purtroppo fonte di dolorose fratture. Ma la soluzione non è, come pensano molti, arrivare a smussare gli angoli e livellare le differenze perché proprio la differenza è lo spazio dell’incontro e della realizzazione dell’amore. Se fossimo uguali quale arricchimento potremmo donarci? Se fossimo uguali non ci sarebbe nessuna intimità da costruire nel corso della vita. Certo le differenze creano delle difficoltà, specie in un’epoca come la nostra in cui si è fatto coincidere la felicità con l’autorealizzazione, ma il cammino del matrimonio è aprirsi ad un amore più grande, quello di Cristo per l’umanità, un amore capace di accogliere l’altro in tutto ciò che è per farlo fiorire nella sua bellezza e unicità di persona.

E’ facile pensare che la quotidianità irrompe e modifica le relazioni, spesso le “consuma”, le “logora”, le svela per quello che sono (o peggio)…

L’immaginario comune ci porta a vedere la quotidianità come un tempo di ‘apnea’ in cui tirare avanti in attesa del weekend o delle vacanze in cui finalmente godere la vita, le relazioni … La nostra esperienza ci dice invece che la quotidianità è quantomai necessaria per crescere nell’amore e quindi anche nella sessualità. Se non imparo ad accogliere l’altro fin dalle piccole cose di tutti i giorni, ad esempio la richiesta di mettere a posto le scarpe invece di lasciarle in mezzo alla stanza, come posso pensare che si senta amato? E se non si sente amato nelle piccole cose di tutti i giorni, come farà a vivere l’unione sessuale come dono autentico di sé? Una volta un sacerdote ci ha detto che l’amore o si fa 24 ore al giorno oppure non si fa nemmeno quella mezz’oretta in camera da letto. Ogni giorno ci è data un’opportunità per crescere nell’amore, questo però comporta il mettere al centro l’altro, e non noi stessi con i nostri piani e le nostre aspettative. È una fatica da fare, ma l’unica che porta alla comunione.

Il contesto di oggi, con tutti i suoi fraintendimenti, non aiuta…

Non ci avventuriamo in complicate analisi sociologiche. Se guardiamo alla nostra esperienza, ci pare di poter dire che tanti fraintendimenti sulla sessualità nascono dal mix di questi due fattori: innanzitutto l’aver ridotto la sessualità ad una funzionalità prettamente biologica che ognuno può gestire a suo piacimento come ambito di divertimento e piacere sganciato dal resto della persona. In più negli ambienti cristiani ci ritroviamo ad aver ‘assorbito’ una visione distorta che separa in modo netto anima e corpo, spirituale e carnale, come se ci fosse in ognuno di noi una parte buona e una cattiva, o se non cattiva comunque meno buona e importante della prima.

Voi cosa consigliate per il bene di ogni matrimonio?

La relazione va curata, bisogna ritagliarsi spazi di dialogo profondo, dove possa crescere l’intimità, che prima ancora di essere fisica è un’intimità del cuore, per imparare un po’ alla volta a svelarci all’altro, nelle nostre gioie, nelle fatiche, sentendoci rispettati e non giudicati. Imparare a chiedere all’altro ciò di cui abbiamo bisogno senza ferirlo è uno degli obiettivi più importanti da raggiungere insieme. Curare la relazione poi, significa anche liberarla progressivamente da tutte quelle aspettative che ci portano a pretendere che l’altro ci renda felici. Tanti cortocircuiti di coppia nascono proprio da questa pretesa, solo l’amore di Dio è in grado di saziare le attese del nostro cuore, l’amore umano è un dono per scoprire insieme l’amore di Dio.

(Articolo di Francesca Gagno)

P.s. se vuoi rimanere aggiornato sui prossimi articoli del blog seguici sulla pagina facebook teologia del corpo & more 😉