I nostri auguri ai Ferragnez

Cari Chiara e Federico,

vi conosco da poco, da quando sono sbarcata su Instagram qualche mese fa, e da quando ho iniziato a seguirvi devo ammettere che mi siete simpatici e mi sono dovuta ricredere su alcuni pregiudizi che avevo su di voi.

All’inizio guardavo le vostre stories e avevo l’impressione che viveste in un mondo drasticamente distante dal mio, tutto luccichii e lussi che in pochi possono permettersi.

Chiara, parliamoci chiaro, dell’appartamento lussuoso in cui vivi nel quartiere CityLife di Milano con la tua adorabile famiglia, a parte la macchina per il caffè che abbiamo uguale, io non potrei permettermi probabilmente nemmeno un divano. Per non parlare del tuo strabordante guardaroba, che la maggior parte delle volte abbini in maniera improbabile, ma che rimane uno dei sogni proibiti di ogni donna. E quanto ho bonariamente invidiato quest’estate i vostri continui viaggi in giro per la nostra meravigliosa Italia, coccolati con cene che solo la mise en place era una meraviglia.

Già, tutte queste cose mi fanno pensare che le nostre vite siano molto distanti.

Ma poi, quando vedo che ti si illuminano gli occhi quando sei con il tuo Leoncino e quando vedo te e Fede abbracciati e innamorati come una qualsiasi coppia, penso che in realtà siamo molto più vicine di quanto possa sembrare ad un primo sguardo. E siamo vicine perché siamo donne, e come donne siamo felici se abbiamo un uomo accanto che ci ama e se questo amore ci dona un figlio. Ecco la somiglianza più profonda al di là di tutte le dissomiglianze esterne e superficiali.

Ma veniamo al motivo principale di questa lettera: come sanno bene tutti i vostri affezionati follower, il primo settembre è stato il vostro secondo anniversario di nozze, e mi sono emozionata anch’io guardando il video che avete pubblicato, riascoltando le promesse personalizzate che vi siete scambiati il giorno del vostro matrimonio.

Vi siete detti delle cose molto belle e significative. Chiara commossa hai detto a Fede: “Non ho bisogno che il mondo mi ami, ho bisogno che mi ami una sola persona, e sei e sarai sempre tu.”

Fede altrettanto commosso hai detto a Chiara: “Bukowski diceva che l’essere umano ha due grandi difetti: l’incapacità di arrivare in orario e l’incapacità di mantenere le promesse. Io non posso garantirti che sarò sempre in orario ma ti prometto che anche se in ritardo ci sarò per sempre.”

Amore ed eternità. C’è qualcosa di grande nelle vostre parole, e non mi riferisco alla citazione di Bukowski, ma alla parola «sempre» che entrambi avete pronunciato. C’è qualcosa di profondo in questo desiderio di amore eterno che palpita nel vostro cuore e vi ha spinto a promettervi fedeltà nel matrimonio. E a questo proposito, una citazione la sfodero anch’io, ma in questo caso si tratta di Wojtyla, alias Giovanni Paolo II, che ne La bottega dell’orefice scrive: «L’amore non è un’avventura, […] non può durare solo un momento. L’eternità dell’uomo passa attraverso l’amore. Ecco perché si ritrova nella dimensione di Dio – solo lui è Eternità».

Cara Chiara, hai proprio ragione, ciò che conta e dà pienezza alla vita non è avere milioni di follower, ma amare e lasciarsi amare da una persona reale in una quotidianità reale, e chi più di te può dirlo con piena consapevolezza? Ma sai, questa tua frase mi lascia anche un pizzico di preoccupazione: sei proprio sicura che il tuo Federico saprà amarti sempre come il tuo cuore di donna desidera? Non pensi che potrà deluderti ogni tanto, che potrà fallire qualche giorno nell’amarti? Non per cattiveria, te lo assicuro, ma perché è un essere umano come te, e per quanto potrà amarti ciò rimarrà comunque limitato, rimarrà qualcosa di piccolo per ciò che di immenso il tuo cuore desidera.

Ecco allora il mio augurio per te, Chiara, che l’amore che sperimenti con Fede possa essere il trampolino di lancio per conoscere un amore ancora più grande, l’Amore di Chi ti ha pensata e creata, di Chi ti ama da sempre, anche quando non sei amabile per niente, di Chi ti ha donato Federico e di Chi ti ha donato Leoncino. L’Amore ha un nome e un volto, e io ti auguro di incontrarlo un giorno.

Caro Federico, la promessa che hai fatto a Chiara mi intenerisce: mi fa intuire come nel cuore di ogni l’uomo, l’amore è qualcosa di esclusivo e non può essere pensato a scadenza. Mi intenerisce però anche perché penso che con queste parole ti sei fatto carico di un peso molto più grande di te. Mi chiedo, come fai ad essere sicuro che ci sarai sempre? Credi davvero di poterlo fare da solo?

Il mio augurio per te, Fede, è che tu possa piano piano imparare a non contare solo sulle tue sole forze, perché sai è anche pochettino presuntuoso, ma che tu scopra un po’ alla volta che c’è Qualcuno a cui affidarsi, Qualcuno che ama e dona anche se al ritardo aggiungiamo l’assenza, Qualcuno pronto a garantire per te, non al posto tuo beninteso, ma insieme a te.

È quel Qualcuno che ha acceso in te il desiderio per Chiara, è quel Qualcuno che ti sta rendendo partecipe in maniera gratuita dell’amore, una delle pochissime cose che non si possono comprare.

Il nostro augurio, in fondo, cari Ferragnez è che il vostro sincero desiderio di amarvi per sempre, vi conduca passo dopo passo a scoprire il volto dell’Amore, il volto del Dio di Gesù Cristo. Perché davvero, «al di là di tutti questi amori che ci riempiono la vita, c’è l’Amore» e vive in continua attesa di noi.

Perché la festa dell’Assunzione ci riguarda

Domani celebriamo il mistero dell’assunzione di Maria al Cielo.

Una festa che, non possiamo nascondercelo, tende a perdersi sullo sfondo del più laico ferragosto.

Un po’ perché forse non siamo mai stati introdotti nel mistero di questa festa, un po’ anche perché nel nostro immaginario, le immagini sdolcinate della Madonna che sale in cielo “a bordo” di una nuvola sospinta da paffuti angioletti, non reggono il confronto con il richiamo di una giornata di mare e laute grigliate in compagnia.

Eppure, questa festa (come tutte quelle che la Chiesa ci propone, del resto) è un tesoro straordinario per la nostra vita, e ancora una volta le lenti della teologia del corpo ci aiutano a penetrare più a fondo nel mistero. Vogliamo allora provare di guardare ad essa con queste lenti per scoprire quale insegnamento può regalare a tutti noi.

Il dogma che ha proclamato l’assunzione al cielo di Maria nel 1950 recita così: «l’immacolata Vergine, preservata immune da ogni macchia di colpa originale, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo, e dal Signore esaltata quale Regina dell’universo, perché fosse più pienamente conformata col Figlio suo».

Diciamocelo: che Maria Santissima sia stata la prima, dopo Cristo, a sperimentare la risurrezione e ad essere assunta in cielo, più di tanto non fa notizia, in fondo lei è la madre del Salvatore, è la Madre di Dio, se non va in paradiso lei, chi mai sarà ammesso?

Ma come ogni dogma, il suo intento non è tanto quello di affermare una verità incontestabile, quanto piuttosto quello di dare una coordinata fondamentale alla nostra vita concreta.

Celebrare l’assunzione al cielo di Maria non è un atto che ci chiede il Signore Gesù per dare prestigio e visibilità a sua madre, né qualcosa che pretende Maria per ricordarci che a lei è stato riservato un trattamento particolare. Celebrare questa festa serve innanzitutto a noi per riscoprire un punto di riferimento essenziale per la nostra vita.

Infatti, non dobbiamo mai dimenticare che Maria è per noi «il modello della fede», è «colei che ha creduto», è l’immagine della Chiesa, dell’umanità redenta capace di accogliere il Verbo della vita: insomma è la prova che ciascuno di noi è chiamato a tale grandezza ed ha la possibilità di percorrere un cammino luminoso e fecondo come il suo.

La festa dell’Assunzione ci illumina sul fine, cioè sul termine ma anche sullo scopo, della nostra vita, e qui vogliamo metterne in luce due aspetti in particolare.

Il primo riguarda il fatto che Maria è stata assunta alla gloria celeste “in anima e corpo”: in sostanza, niente di Maria è rimasto fuori dalla gloria del cielo. Maria, lo abbiamo detto, è immagine della nuova umanità redenta da Cristo. Ora, se ci fosse rimasto qualche dubbio dopo l’ascensione del Signore Gesù al cielo, con l’assunzione di Maria abbiamo la conferma certa che il nostro corpo è destinato a risorgere, è destinato alla comunione delle persone nella beatitudine del Cielo.

Ritroviamo qui uno dei cardini della teologia del corpo: la persona è unità inscindibile di anima e corpo.

Si tratta di una bussola fondamentale per noi che siamo figli di una cultura post-cartesiana che ha fatto sua l’idea greca di una certa separazione tra anima e corpo, oggi riscontrabile in tanti ambiti compresi quelli cattolici.

Molti cristiani ad esempio, hanno un’idea platonica della morte: sono convinti che con la morte l’anima sarà finalmente liberata dalla “prigione” del corpo per essere riunita a Dio. Questa idea disincarnata e spiritualistica di paradiso però, non è ciò che ci rivela la nostra fede. Noi siamo persone in una unità inscindibile di corpo ed anima e saremo ammessi alla comunione con Dio come persone, non come anime, quindi anche il nostro corpo risorgerà e tutto di noi sarà trasfigurato nella gloria.

E qui passiamo alla seconda riflessione.

Cristo vero uomo e vero Dio è asceso al cielo con il suo corpo di maschio, Maria vera donna e madre di Dio è stata assunta al cielo con il suo corpo di donna.

Intuiamo così la grandezza del maschile e femminile redenti da Cristo e resi partecipi della comunione trinitaria.

La sessualità allora, il nostro essere maschi e femmine, non è un accidente legato al nostro essere creature e che sarà sistemato in paradiso né, come pensano alcuni, un effetto collaterale del peccato. Di fronte a Dio non siamo generiche anime indifferenziate, siamo maschi e femmine, e come maschi e femmine saremo ammessi alla comunione con Lui nell’eternità del Paradiso.

Non a caso San Paolo definisce Cristo, come il «nuovo Adamo», e non a caso la tradizione vede in Maria «la nuova Eva»: in loro si è originata la nuova creazione.

Questo getta una luce ed una domanda molto importante sulla nostra vita concreta: come viviamo il nostro essere corpo, in particolare la dimensione della  mascolinità e della femminilità, nella nostra vita?

Ecco allora che, se come noi avevate l’idea che la festa dell’Assunzione fosse qualcosa di “etereo” e lontano, comprendiamo invece che si tratta di qualcosa di molto concreto e molto vicino, come la carne del nostro corpo, come la sessualità che ci contraddistingue come maschio o femmina, come tutto ciò che viviamo e facciamo con il nostro corpo di uomo o di donna.

Che questa festa allora ci dia, con l’aiuto di Maria, di essere sempre più cristiani, ovvero sempre più incarnati.

L’amore è davvero l’inizio di una nuova era (ft. Jovanotti)

Dopo aver commentato Chiaro di luna (qui) e Fango (qui) non resistiamo a fare qualche riflessione a partire anche da Nuova era, brano che ci piace un sacco, non solo per il valore della canzone, energica e romantica allo stesso tempo, ma soprattutto perché, come spesso capita, Jovanotti riesce ad evidenziare alcuni tratti dell’amore capaci di risuonare profondamente nella nostra vita.

Se hai fatto l’esperienza di innamorarti e di essere ricambiato lo sai bene: l’amore è veramente «l’inizio di una nuova era», niente appare più come prima, è come una nuova creazione.

Non stiamo parlando del “colpo di fulmine”, ma del momento in cui una persona con tutto il suo essere, ovvero i suoi pensieri, il suo modo di fare, il suo corpo, la sua sensibilità… inaspettatamente ci appare sotto una luce nuova e non esce più dal cerchio delle nostre attenzioni. È il momento in cui ci sembra possibile e tanto desiderabile “gettare un ponte” verso il mondo dell’altro, un mondo distante e misterioso come lo è ogni uomo da ogni donna, ma allo stesso tempo estremamente attraente. È il momento in cui scopriamo che anche l’altra persona desidera tutto questo e il ponte gettato da entrambi diventa incontro dei cuori.

È qualcosa che ci trascende: un’altra persona prende dimora nel nostro cuore senza che possiamo farci nulla. A te magari piacevano le ragazze bionde, ma questa ragazza dai capelli mori, inspiegabilmente, è entrata nel tuo cuore. È come un «fermo immagine del mondo», perché tutto ciò che prima contava, d’improvviso appare sfuocato rispetto a lei. Tu vorresti pensare ad altro, vorresti provare a studiare, a fare sport… ma il pensiero di lei ti accompagna costantemente, la cerchi, le scrivi, e saresti pronto a «grandi imprese» pur di godere della sua presenza.

È una straordinaria e fondamentale esperienza di decentramento: tu, che prima ti sentivi al centro del mondo, che organizzavi tutto in funzione dei tuoi bisogni e delle tue voglie, improvvisamente ti trovi a mettere davanti un’altra persona. Non un corpo da usare o su cui fantasticare, ma una persona tutta intera nella sua verità, con il suo «cuore che batte» e che fa battere anche il tuo.

È il mistero dell’amore che risuona «come un tamburo che annuncia la vittoria», la vittoria sull’egoismo e sul possesso, e ci apre a fare della nostra vita un dono a qualcuno diverso da noi.

Ma al medesimo tempo questa esperienza ci rivela a noi stessi, svela la nostra preziosità. Fino al giorno prima, in noi c’era sempre qualcosa che non andava, non ci sentivamo mai pienamente all’altezza degli altri e delle cose, ma ora che scopriamo di essere entrati nel cuore di un’altra persona, di essere per lei desiderabili e unici al mondo, intuiamo anche il nostro inestimabile valore.

È un mistero di meraviglia: quell’attesa del cuore che prima non sapevamo spiegare, e tentavamo in molti modi di saziare, improvvisamente si compie in un’estasi che non si riesce a comunicare. Ci scopriamo unici e insostituibili proprio per quella stessa persona che portiamo nel cuore.

Ed il cuore esulta in una gioia mista a timore: «Stiamo pensando alla stessa cosa io e te, nello stesso momento. Lo senti, lo sento…».

Qualcuno dice che «è una reazione chimica», i filosofi parlano di un «eterno movimento», in fondo non c’è una spiegazione logica, eppure siamo io e te trasfigurati nell’amore, avvolti da qualcosa che ci supera e che non si riesce mai pienamente a comunicare, lo sento io e lo senti tu.  

Ed è incredibile, perché la vita, improvvisamente, prende un senso e un sapore nuovo che prima non aveva, e questo incontro dei cuori dischiude ai nostri occhi un orizzonte di bellezza.

È esperienza di infinito, è assaggio di eternità, perché entrambi sogniamo che il nostro amore sia per sempre, che non abbia mai fine.

È un’esperienza rivoluzionaria perché svela anche in nostro destino: vivere l’uno per l’altro. Ad entrambi infatti appare straordinariamente bello e desiderabile stare insieme, condividere tutto, condividere la vita.

L’Amore crea, l’amore attrae, l’amore chiama. Sentiamo allora la chiamata ad essere «una cosa sola» ad essere «Due sillabe della stessa parola»: a dire insieme una parola di vita al mondo, senza appiattirci, senza fonderci, ma ognuno col suo dono proprio insieme all’altro.

È insomma esperienza di Dio. Dio che è Amore e che ci apre a partecipare all’amore, Dio che supera i nostri rigidi schemi e scompagina le nostre piccole convinzioni per rivelarci il senso di una vita piena vissuta nel dono reciproco.

È per questo che sperimentarlo, ci fa sentire «un poeta, anzi di più un profeta» perché amandoci possiamo annunciare la bellezza di Dio che è amore e che dona sé stesso perché possiamo avere vita.

Facilmente, di fronte a questa lettura, qualcuno scrollerà le spalle pensando alla fase dell’innamoramento giovanile, apice della passione e ormai sbiadito ricordo, distante anni luce dall’ordinario ménage famigliare… E se invece di essere il vertice dell’amore, l’esperienza dell’innamoramento fosse un preludio, un’anticipazione della gioia che attende gli amanti nella loro vita?

Non sappiamo se Jovanotti ha mai letto Solov’ëv, ma questo straordinario autore russo ci offre un’affascinate chiave per superare questo “luogo comune”.

Egli sostiene infatti, che la visione ideale che gli amanti hanno l’uno dell’altro durante l’innamoramento non è un’illusione, bensì una rivelazione della bellezza definitiva per cui Dio li ha creati. Egli vede quindi nell’innamoramento un appello reciproco che gli amanti si rivolgono: «amami perché io diventi così come tu mi stai vedendo!». Innamorarsi sarebbe quindi una promessa della bellezza che attende gli amanti se accettano la scommessa di vivere l’uno per l’altro uniti nell’amore.

Siamo convinti che ascoltare Jovanotti cantare questo appassionato inno all’amore per sua moglie, a cinquantanni suonati, sia la conferma più bella che non si tratta solo di illusioni giovanili, ma che l’amore, se ci crediamo fino in fondo, mantiene le sue promesse: si dilata, cresce, matura e non può finire perché la sua sorgente è in Dio.

Sì, l’amore è davvero l’inizio di una nuova era. Grazie Lorenzo.

Cinema & teologia del corpo: Jojo Rabbit

Chi di voi ha visto Jojo Rabbit? Se non lo avete visto, il consiglio è di rimediare al più presto.

È un film bellissimo, esilarante e serio, profondo e divertente. A noi è piaciuto talmente tanto che dopo averlo visto al cinema con i nostri nipoti, siamo tornati a vederlo anche in questi giorni, sotto le stelle, in uno di quei cinema all’aperto di paese, deliziosi e un po’ all’antica.

Dopo aver frequentato i corsi di Christopher West negli USA al TOB INSTITUTE, ogni tanto, quando guardiamo un film, cerchiamo i “semi del verbo”. Christopher infatti ad ogni corso propone sempre la visione di un film, ma non una pellicola a tema religioso, tipo Gesù di Nazareth o I dieci comandamenti, bensì un film hollywoodiano, “insospettabile” per così dire, dove chiede di prestare particolare attenzione ai messaggi profondi che si possono cogliere, che rimandano alla fede e alla teologia del corpo. Proprio come abbiamo letto domenica infatti, è convinto che grano e zizzania crescano inevitabilmente assieme, e che quindi, piuttosto che rigettare ciò che è “mondano”, valga piuttosto la pena riconoscere in ogni cosa i semi del verbo, piccole tracce di verità che si possono cogliere anche al di là di quello che è l’intento consapevole del regista o dello sceneggiatore.

Jojo Rabbit da questo punto di vista ci è sembrato particolarmente stuzzicante.

Il film è ambientato in Germania durante la seconda guerra mondiale, all’epoca quindi del nazismo. Il protagonista del film infatti, un bambino di 10 anni, sta per partecipare ad un weekend di training per la gioventù hitleriana, di cui sta entrando orgogliosamente a far parte, tanto che ha per amico immaginario niente meno che Hitler, interpretato in maniera caricaturale nonché magistrale dal regista Taika Waititi.

«Oggi tu diventi un uomo» questo è quello che si dice Jojo prima di partire e questo è l’asse portante delle nostre riflessioni: cosa significa diventare un uomo? Questa è infatti una delle domande-chiave a cui vuole rispondere la teologia del corpo.

Al campo di formazione per giovani nazisti, diventare un uomo significa imparare ad usare il pugnale, la pistola e a lanciare una bomba a mano, significa odiare (gli ebrei), ma significa soprattutto imparare ad uccidere e a combattere per uccidere. La scena più significativa qui è quando Jojo viene preso in giro perché ritenuto codardo e deve dimostrare di non esserlo uccidendo un coniglio, cosa che non farà e che gli costerà l’appellativo di “Jojo coniglio” appunto.

Ma diventare un uomo è proprio questo?

Per diventare uomini c’è bisogno di confrontarsi con l’uguale (il maschile) e con il differente (il femminile), e questo film ci offre degli spunti molto interessanti su questo.

Jojo non ha il padre, che è impegnato al fronte, e nel rapporto con l’amico immaginario Hitler si avverte tanto il suo bisogno di una figura paterna con cui confrontarsi e che creda in lui. Nel vuoto della presenza reale però, tale figura immaginaria è idealizzata, tanto da rendere il piccolo Jojo un vero e proprio fanatico nazista desideroso di compiacere il suo Hitler.

Al campo di formazione incontra però una nuova figura maschile: il capitano Klenzendorf, personaggio pittoresco e discutibile a cui una menomazione fisica, dovuta ad una ferita di guerra, ha interrotto bruscamente i sogni di carriera militare e ridimensionato significativamente il feeling con l’ideologia nazista. Sarà lui che, a dispetto delle attese, nel corso del film si preoccuperà per Jojo, lo proteggerà, arrivando infine a fare un gesto dal profondo valore paterno: sacrificare la sua vita per quella del piccolo.

La madre (Scarlett Johansson) è la figura chiave per il piccolo Jojo, è lei a donargli nelle parole e nei fatti un prezioso insegnamento sull’amore. Nei dialoghi tra i due infatti lei gli consegna alcune frasi-chiave che spetterà a Jojo verificare e fare proprie nel corso della vita: «L’amore è la cosa più forte al mondo» e «La vita è un dono e dobbiamo celebrarla». Tali dichiarazioni non rimangono però frasi sospese e astratte, perché la madre ha accolto segretamente nella loro casa una ragazza ebrea, Elsa, testimoniando così con la sua stessa vita cosa significa l’amore e perché vale la pena vivere (qui non posso svelare oltre se non avete visto il film).

E sarà proprio nel rapporto con Elsa, di cui scopre di nascosto l’esistenza, che Jojo imparerà a fare i conti con la realtà dell’altro, che non è più un fantasma ideale contro cui combattere, ma è una persona concreta, con i suoi sentimenti e i suoi bisogni, e a cui infine si affezionerà fino ad innamorarsene.

Andando verso una conclusione, possiamo allora dire che questo film ci può regalare alcuni importanti spunti su cosa significa essere padri: insegnare a offrire la propria vita, e su cosa invece significa essere madri: insegnare ad accogliere la vita.

Grazie all’aver fatto esperienza di un padre e di una madre Jojo, alla fine del film, potrà finalmente liberarsi dell’amico immaginario Hitler, che non gli serve più, dato che ha sperimentato una paternità reale, ma soprattutto ha imparato cosa significa davvero diventare uomo.

Nelle ultime scene infatti, Jojo, che è innamorato di Elsa, può decidere se farle credere che la Germania ha vinto la guerra, trattenendola così con sé, oppure se dirle la verità, lasciandola libera di uscire dal suo nascondiglio, a costo di perderla. Jojo sceglie di dirle la verità e di lasciarla libera, dimostrando di aver imparato nonostante i suoi dieci anni e mezzo ad amare nel modo più sublime: mettere davanti la felicità dell’altro e lasciarlo libero.

Ecco cosa significa diventare uomo: imparare ad amare e fare ciò che si ha in potere di fare per amore, anche contro il proprio stesso interesse.

Una valigia per due

Alcune settimane fa, nel preparare un incontro in streaming con un gruppo famiglie della nostra diocesi, abbiamo avuto occasione di riprendere in mano Amoris Laetitia.

Rileggendo alcuni passaggi, c’è stata una frase che questa volta ci è risuonata in modo particolare, facendoci ripensare alla nostra esperienza pre e post matrimoniale. Per maggiore chiarezza evito sintesi e riporto interamente il passaggio di papa Francesco:

«Il matrimonio è una vocazione, in quanto è una risposta alla specifica chiamata a vivere l’amore coniugale come segno imperfetto dell’amore tra Cristo e la Chiesa. Pertanto, la decisione di sposarsi e di formare una famiglia dev’essere frutto di un discernimento vocazionale.» (AL, 72)

Di fronte a questo testo, anche per il fatto che si stava avvicinando il nostro anniversario, è sorta in noi questa domanda: ma noi, da fidanzati, quanto ne eravamo consapevoli?

Purtroppo la risposta è: molto molto poco!

A dire il vero, che il sacramento del matrimonio fosse una vocazione, lo avevamo sentito dire spesso, sia nella nostra formazione giovanile sia nel nostro fidanzamento.

Ma di fatto l’idea che ci avevano trasmesso era quella che la vocazione fosse, in fondo, l’alternativa tra due strade. Ovvero si trattasse di un orientamento personale o verso il matrimonio o verso la vita consacrata… Detta un po’ brutalmente, l’idea era: hai una ragazza, le vuoi bene e non hai mai sentito attrazione per la vita consacrata? Ok, allora la tua vocazione è il matrimonio.

Per cui, capita la direzione da prendere, subentravano tutti i percorsi per vivere bene il fidanzamento e prepararsi al matrimonio, percorsi che però, almeno nella nostra esperienza, hanno sempre avuto un’impronta di tipo morale-psicologico. I temi che andavano per la maggiore erano gli strumenti per crescere nella relazione: come impostare bene il dialogo di coppia, come fare posto a Dio con la preghiera, come vincere i nuclei di morte che possono insinuarsi nella coppia, come affrontare l’arrivo dei figli, come inserirsi nel proprio ambiente parrocchiale e famigliare, ecc…

Per carità, cose importanti, nessuno però ci aveva mai detto che la vocazione al Sacramento del Matrimonio è la risposta ad una chiamata di Cristo a vivere il nostro amore di coppia come segno imperfetto del suo amore per l’umanità.

L’amore, si sa, è un tema sempre controverso, alcuni amici non a caso lo definiscono “ingannevole”. Per quanto riguarda il Sacramento del matrimonio però, come attesta il passaggio di Amoris Laetitia da cui siamo partiti, non si parla genericamente di “volersi bene”, ma di un amore con un’impronta precisa: l’amore di Cristo per la Chiesa.

Come Cristo ha amato la Chiesa? Dando la sua vita per lei! È stato disposto a morire perché lei potesse vivere una vita nuova e più piena.

È quindi un amore capace di dire all’altro: «ho scelto te, al posto di me».

Probabilmente da fidanzato prossimo alle nozze o da novello sposo, se qualcuno mi avesse chiesto “Sei disposto a dare la tua vita per Giulia?”, immaginando appassionate gesta eroiche, avrei risposto senza pensarci due volte: «Certo! La amo, se dovesse capitare un pericolo, sarei disposto a morire per salvarla!»

Ma restava comunque un’ipotesi estremamente remota e, in fondo, il mio immaginario della vita matrimoniale era allora quello di un viaggio romantico ed appassionante, in cui tutto sarebbe stato bello ed entusiasmante. 

Ben presto però mi sono accorto di come la realtà smaschera le aspettative: ad un certo punto, l’impressione era quella di risvegliarmi accanto ad una specie di estranea, diversa dalla fidanzata tenera e amabile a cui il giorno delle nozze avevo detto «Io accolgo te …». Certo, era sempre lei, ma accanto alle cose belle, emergevano anche aspetti sconosciuti, fragilità e limiti tutt’altro che semplici da accogliere. E lo stesso chiaramente era vissuto da lei nei miei riguardi.

All’altare le avevo detto «Io accolgo te…» , ma in fondo, dentro di me, l’idea era: «Io accolgo te purché tu sia sempre carina, amorevole, dolce e comprensiva…»

Lentamente, ho compreso che questo “dare la vita” non passava attraverso eclatanti gesta eroiche, ma attraverso un accettare di morire quotidianamente. Cosa facile a dirsi, ma profondamente lacerante quando sei attaccato alle tue ragioni e ai tuoi modi di vedere le cose e l’altro esce deliberatamente dai tuoi schemi e non li accetta semplicemente perché è diverso da te.

Ricordo che durante un corso per fidanzati ci avevano detto che la relazione matrimoniale è paragonabile ad un viaggio nel quale di due valigie (quelle di ciascuno) occorre farne una sola insieme.

È evidente che in una valigia sola non può entrarci tutto e occorre fare delle rinunce. In me la cosa era abbastanza chiara: c’erano delle rinunce da fare, bisognava trovare un buon accordo, ma il viaggio valeva la pena.

Ciò che non immaginavo era che lungo il cammino, a volte, il bagaglio pesa, e per proseguire occorre lasciare indietro qualcosa… non immaginavo nemmeno che, a mano a mano che si fanno nuove esperienze insieme, occorre fare nuovo spazio ed imparare a fare a meno di qualcos’altro per non perdersi le cose belle. E soprattutto, mai avrei immaginato che anche certe cose spiacevoli che ti ritrovi senza volerlo nella valigia possono rivelarsi occasioni di vita.

Quando ci siamo sposati, proprio non lo immaginavo, ma davvero la chiamata alla vita matrimoniale è una chiamata ad un amore pasquale in cui uomo e donna sono disposti a donarsi reciprocamente la vita. 

Dopo undici anni di matrimonio posso dire che ne vale la pena, perché ad ogni morte per amore è seguita sempre una risurrezione, ad ogni rinuncia è seguito sempre un dono più grande, ad ogni spossessamento, una maggiore libertà, ed oggi quando ci guardiamo negli occhi la gioia è più grande di undici anni fa.

Tornando alla vocazione al matrimonio, siamo sempre più convinti che il Signore, se chiama a vivere un amore come il suo, non lo fa per masochismo, ma perché vuole dilatare il nostro piccolo amore e renderlo capace di cose sempre più grandi. Non a caso nel Sacramento del matrimonio viene effuso sugli sposi lo Spirito Santo che, se accolto, dona la grazia di amare come Cristo ha amato, nel dono sincero di sé.

Crediamo e speriamo che ci sia ancora tanto da camminare e da trafficare con quella benedetta valigia, ma abbiamo toccato con mano che non siamo soli. Lo Sposo è qui e la porta con noi.

Pentecoste: godiamoci il bacio di Dio!

Lo Spirito Santo, il bacio di Dio sull’umanità

Se iniziamo parlando di San Bernardo, ai più verrà in mente un coccoloso cagnolone di grossa taglia, eppure esiste un santo molto affascinante che ha in comune lo stesso nome: Bernardo di Chiaravalle.

Cosa centra San Bernardo con la Pentecoste ve lo diciamo subito… in vista della Pentecoste, il nostro caro amico don Luigi, ci ha condiviso alcune meditazioni di questo santo sullo Spirito Santo. Si tratta di intuizioni bellissime che nascono dalla sensibilità di un mistico, e che racchiudono, con buona pace dei più scettici, una sorprendente concretezza. Vogliamo quindi provare di raccontarvi con le nostre povere parole questa meraviglia.

Nei sermoni sul Cantico dei Cantici, San Bernardo, contemplando il linguaggio d’amore degli sposi e la capacità del loro corpo di esprimere l’amore attraverso gesti concreti, vede una rappresentazione simbolica del mistero trinitario di Dio. Come diceva Giovanni Paolo II infatti, il nostro Dio non è solitudine, ma è una famiglia, e il mistero trinitario ci rivela proprio Dio come comunione di amore e intimità tra le tre persone divine.

San Bernardo in particolare si sofferma sul versetto «Mi baci con i baci della sua bocca» (Ct 1,2) il bacio quindi come gesto d’amore, quel bacio bocca a bocca che appare come la trasmissione dello stesso respiro, della stessa vita, gli rivela una realtà ancora più profonda.

Certo dobbiamo qui purificare il nostro sguardo inquinato, non si tratta ovviamente del cosiddetto «bacio alla francese», ma semplicemente di un incontro appassionato delle labbra.

E proprio questo incontro delle labbra fa dire a San Bernardo che lo Spirito Santo può essere visto come il bacio del Padre al Figlio poiché rappresenta «l’imperturbabile pace del Padre e del Figlio, il saldo vincolo, l’indivisibile amore e l’indissolubile unità tra i due».

Dice San Bernardo che il Padre ama il Figlio, e lo abbraccia con una singolare dilezione (ovvero un amore spirituale costante), ma anche egli stesso è amato da parte del Figlio, il quale per amore Suo accetta la morte in croce.

Le letture di questo tempo di Pasqua, in fondo, non hanno fatto altro che ricordarci quotidianamente tutto questo, che Cristo e il Padre sono una cosa sola: «io sono nel Padre e il Padre è in me», e che noi, nella Pasqua di Cristo, abbiamo accesso a questa unità: «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi.»

San Bernardo dice proprio che a pronunciare la frase del Cantico «Mi baci, con il bacio della sua bocca» è la sposa e «sposa» è ogni anima che ha sete di Dio. È affascinante allora guardare alla Pentecoste, al dono dello Spirito Santo, come ad un bacio che ci dona il Padre.

Il vangelo che troveremo nella liturgia dice «soffiò su di loro» e per soffiare, guarda caso, bisogna proprio protendere le labbra come a voler baciare.

La bocca, le labbra, sono un mistero di vita potentissimo perché sono bacio, respiro, parola e nutrimento.

Questo soffio-bacio-parola attraversa tutta la Scrittura, la apre e la chiude. Lo troviamo al principio, quando Dio crea con la parola e plasma l’essere umano come attraverso un bacio, comunicandogli la sua vita più intima attraverso il soffio di un alito di vita. E lo troviamo al compimento delle scritture nel mistero Pasquale, quando Cristo sul talamo della croce, chinato il capo, spirò, ovvero soffiò, condivise a noi la sua vita. Ed è sempre il tema del bacio a ricordarci che è possibile guardare tutta la Bibbia anche come un’appassionata storia d’amore tra Dio e l’umanità.

La Pentecoste ci parla proprio di questo Dio innamorato che attende di baciarci attraverso il Figlio, ci parla di questo bacio spirituale che è più di un bacio, è condivisione di vita eterna.

Forse qualcuno potrà trovarsi un po’ a disagio all’idea di ricevere un bacio sulla bocca da Dio. Eppure, proprio questo incontro libero delle labbra, questa condivisione dei respiri può in modo forte e concreto raccontare il mistero della vita nuova, che ci è comunicata nella Pentecoste attraverso lo Spirito Santo.

Benché siamo tutti messi maluccio, non si tratta di una «respirazione bocca a bocca» che subiamo, può trattarsi solo un bacio. Può essere solo un bacio perché soltanto il bacio bocca a bocca è incontro di due libertà. Solo il bacio rivela desiderio di intimità, desiderio di una vicinanza fino a diventare una cosa sola: io in te e tu in me.

Questa festa allora ci parla di un Dio innamorato che attende di baciarci. Oggi Dio bacia, Dio mi bacia, protende le sue labbra per incontrare le mie e condividermi il suo respiro, la sua vita più intima che è la comunione. Accoglierò questo bacio? Godrò di questo bacio?

Buona Pentecoste

Cento anni fa: Magnificat

Ricorrono oggi i 100 anni della nascita di un uomo straordinario: Karol Wojtyła, a cui Dio, come fu per Pietro, ha posto un nome nuovo: Giovanni Paolo II. Un uomo come noi, che ci ha insegnato che è possibile essere straordinari semplicemente accogliendo la paternità di Dio e la maternità di Maria.

Oggi vogliamo ricordare la sua nascita con alcuni versi di una sua poesia giovanile che celebra la vita, scritta tra la primavera e l’estate del 1939.

Il titolo è Magnificat, Karol la scrisse a diciannove anni, da giovane universitario, quando agli occhi del mondo “non era ancora nessuno”, ma agli occhi di Dio Padre era già un capolavoro.

In questi versi, il giovane Karol, come la Madre di Dio, prova a cantare il suo Magnificat, quasi stesse anche lui, come Maria, contemplando germogliare in sé l’opera di Dio.

Stupiscono queste sue parole appassionate di vita pensando al mistero della sofferenza che, nonostante la giovane età, lo ha già toccato più volte nel profondo, privandolo prima della madre (a soli nove anni) e poi del fratello maggiore.

Nella poesia risuona questo profondo amore per la vita, tanta gratitudine e fiducia in Dio ed appare fortissimo il contrasto con tutto ciò che da lì a poco si abbatterà su di lui con la seconda guerra mondiale e la perdita del padre nel ‘41. Eppure, oggi,  alla luce di tutta la sua vita straordinaria, in queste parole possiamo intravedere come una visione, un presentimento di elezione, egli lo definisce un «silenzioso presagio».

Non può non sorprendere, ad esempio, il passaggio «Esalta anima mia, Colui che ha gettato sulle mie spalle il velluto ed il raso sovrano», pensando al fatto che quaranta anni dopo, neoeletto papa, Wojtyła si affaccerà dalla loggia di San Pietro indossando la tipica mantellina del papa (la mozzetta) di raso rosso, colore che testimonia il sangue di Cristo Re versato per l’umanità.  

Lasciamoci allora toccare dalla melodia e dal contenuto profondo di queste parole e in questo speciale anniversario chiediamo con tutto il cuore la sua intercessione per un cuore da mistici come il suo.

– – –

Esalta, anima mia, la gloria del Signore,

Padre d’immensa Poesia – così buono

Egli ha cinto la mia giovinezza di un ritmo stupendo,

ha forgiato il mio canto sopra un’incudine di quercia.

In te risuoni, anima mia, la gloria del tuo Signore

Artefice dell’angelica sapienza – Artefice clemente.

Ecco, riempio fino all’orlo il calice col succo della vite

Nel Tuo convito celeste – io, il Tuo servo orante –

grato, perché misteriosamente rendesti angelica

la mia giovinezza,

perché da un tronco di tiglio scolpisti una forma robusta.

Tu sei il più stupendo, onnipotente Intagliatore di santi

– la mia strada è fitta di betulle, fitta di querce –

Ecco, io sono la terra dei campi, sono un maggese assolato,

ecco, io sono un giovane crinale roccioso dei Tatra.

Benedico la Tua semina a levante e a ponente –

Signore, semina generosamente la Tua terra

che diventi un campo di segale, un folto di abeti

la mia giovinezza sospinta dalla nostalgia, dalla vita.

La mia felicità – grande mistero – Ti esalti

perché hai dilatato il mio petto in un canto primordiale,

perché hai permesso al mio volto di tuffarsi nell’azzurro,

perché hai fatto piovere nelle mie corde la melodia

e in questa melodia Ti sei svelato in visione –

attraverso il Cristo.

[…]

Esalta anima mia, il Signore, per un silenzioso presagio,

per la primavera echeggiante di gotica nostalgia,

per l’ardente giovinezza – il calice inebriante di vino

per l’autunno che ha sembianza di stoppie tristi e di erica.

EsaltarLo per la poesia – per la gioia e il dolore!

– Gioia di dominare la terra, il cielo e l’oro,

perché nelle tue parole s’incarna la delizia e l’ardore delle generazioni,

perché Tu cogli questa maturità  che Ti si stende davanti.

Dolore – la tristezza serale dell’indicibile

quando la Bellezza ci avvolge in un’onda d’estasi.

[…]

E mi sento un angelo caduto –

una statua sul pietrame – sul piedistallo di marmo:

ma tu alitasti nostalgia nella statua e nello slancio delle braccia,

così si solleva ed anela – uno di questi angeli io sono.

E ancora Ti esalto perché Tu sei l’approdo,

la ricompensa di ogni canto – il giorno del sacro pensiero –

e la gioia echeggiante dell’inno materno,

il silenzioso compimento della parola – Sei il culmine, Eli!

Sii lodato, Padre, per la tristezza dell’angelo,

per la lotta tra il canto e la menzogna, il combattimento ispirato

dell’anima –

Tu annulla in noi l’amore per la parola

E spezza la forma che, come un uomo vano, si gonfia.

Cammino sui tuoi sentieri – io un trovatore slavo –

[…]

Sii benedetto o canto tra tutti i canti!

Sii benedetta, semente della mia anima e della luce!

Esalta anima mia, Colui che ha gettato sulle mie spalle

il velluto ed il raso sovrano.

Benedetto è l’intagliatore di santi, Slavo e profeta

Abbi pietà – io canto come un pubblicano ispirato –

Esalta, anima mia, con il canto e l’umiltà

Il Tuo Signore, con l’inno: Santo, Santo, Santo!

Il canto, ecco, si unifica : Poesia – Poesia!

– il grano anela come l’anima mia che soffre insaziabile –

– che i miei sentieri si stendano all’ombra di querce e di betulle,

che la mia giovane messe sia gradita al Signore.

Libro slavo di nostalgie! Echeggia sui confini

come squilli degli ottoni nei cori di risurrezione,

con vergine canto sacro, con una poesia reverente

e con l’inno dell’Uomo – Magnificat di Dio.

L’anima nostra magnifica il Signore per il dono della tua vita caro Karol .

Non solo che finisca presto, ma che finisca bene #2

Riprendiamo questo augurio che era al centro di un nostro precedente articolo (che trovate qui) per una nuova riflessione relativa a questi tempi di pandemia.

Qualche giorno fa abbiamo fatto una lunga e piacevole chiacchierata Skype con un amico sacerdote e ci siamo scambiati varie considerazioni su cosa ci sta insegnando questo periodo di quarantena. In particolare, abbiamo riflettuto insieme sulla situazione delle parrocchie e sulle reazioni dei preti.

Ci ha colpito in particolare una sua frase, perché crediamo sia per certi versi emblematica di quanto è emerso in questo periodo. A suo dire questa situazione ha fatto verità, smascherando un certo clericalismo e facendo emergere i parroci per come sono stati formati, ovvero come funzionari del sacro.

Ci raccontava di aver sentito molti confratelli angosciati per il fatto che le persone si stanno disabituando ad andare a messa, delusi e amareggiati per la bassa audience ottenuta dai loro tentativi di celebrazione in streaming, preoccupati per i risvolti economici dovuti alla mancanza di introiti provenienti dalle offerte, in pena per le opere parrocchiali bloccate: oratori e dopo scuola chiusi, impossibilità di terminare l’anno catechistico.

Tutti in una grande agitazione e alle prese con la difficoltà di “ricollocarsi” in questa emergenza in cui, tutte le attività che di solito ruotano intorno a loro e li fanno sentire importanti, si sono improvvisamente bloccate, tutti ansiosi di tornare il prima possibile alla normalità, quasi che la loro fosse una delle tante “professioni” interdette dall’esercizio in questi tempi di lockdown.

È  un quadro che appare piuttosto sconfortante, e viene da chiedersi: possibile che in questo tempo di prova il Signore non volesse insegnare null’altro che agitazione e scoraggiamento?

Tutte queste preoccupazioni sono certamente legittime, ma quando diventano le uniche a sovrastano tutto il resto, allora forse è segno che qualcosa non va. A ben vedere, queste inquietudini rivelano come il sacerdozio sia ancora sentito più come un ruolo che come una missione a servizio della comunità, e come anche la vita parrocchiale, al di là dei tanti proclami, sia ancora percepita non come una realtà famigliare, bensì come una specie di centro servizi che deve garantire prestazioni ai propri utenti, una specie di Srl che deve curare la soddisfazione dei propri clienti.

Certo non è mai corretto generalizzare, perché indubbiamente ci sono anche sacerdoti che hanno reagito con grande creatività, mettendosi in ascolto dello Spirito, ma avendo ascoltato anche altre esperienze simili, temiamo che questa situazione non sia affatto rara in giro per l’Italia.

Probabilmente anche a tanti di noi sarà capitato, in questa fase, di vedere preti improvvisarsi youtuber e altri avventurarsi in dirette facebook degne di Paperissima, tutto per poter offrire il servizio di diretta streaming della messa domenicale e quotidiana quasi non ci fossero altre opportunità.

Sappiamo però che la Liturgia Eucaristica è un’esperienza da vivere in prima persona, guardarla in HD dal proprio divano è meglio di niente, ma la cosa non è nemmeno lontanamente paragonabile al parteciparvi fisicamente insieme a tutta la comunità. Allora ci chiediamo: perché investire tempo, energie e mezzi per moltiplicare le dirette e tentare di tenere in piedi lo status quo, invece di lasciarsi interrogare e rinnovare da queste nuove circostanze? Tutto questo, non rischia forse di essere un versare vino vecchio in otri nuovi? In fondo, a garantire la trasmissione di una messa ben curata in TV e sul web ci sono già le diocesi, che per altro hanno a disposizione mezzi certamente più all’avanguardia, nonché il papa.

Conosciamo la centralità del Mistero Eucaristico e il suo essere fonte e culmine della vita cristiana, ma spesso dimentichiamo che il suo fine, come esplicitato nella preghiera eucaristica, è che possiamo divenire tutti «un solo corpo» in Cristo. La liturgia non è per celebrare sé stessa, ma è perché possiamo essere, come direbbe San Paolo, «corpo di Cristo e sue membra», ovvero una comunità di persone unite dall’amore, in cui l’unità è superiore ai conflitti.

Questo tempo ci ha volenti o nolenti privato della dimensione del culto, ma non ci ha tolto l’essere corpo di Cristo e l’essere membra gli uni degli altri.

Allora, pensando ai sacerdoti, ci chiediamo: se a causa delle restrizioni, non è possibile distribuire il corpo di Cristo nell’ostia consacrata, perché non uscire da una prospettiva sacrale e cultuale per restituire valore al corpo di Cristo costituito dalla comunità dei fedeli per cui Cristo ha dato la sua vita?

Non potrebbe essere proprio questo, il più grande “successo pastorale” degli ultimi tempi? Che i fedeli, in questa particolare circostanza, invece di tirare i remi in barca aspettando la ripresa o accontentandosi di servizi virtuali a domicilio, inizino ad esercitare il loro sacerdozio battesimale come protagonisti della loro vita di fede?

Perché non aiutare le famiglie a prendere coscienza del loro essere chiesa domestica, indicando loro nuove modalità per vivere la fede e la preghiera tra le mura di casa?

Perché non farsi un poco da parte per aiutare i fedeli a sentirsi parte di una Chiesa più grande, incoraggiandoli a raccogliersi attorno al vescovo, almeno per ascoltare la Messa domenicale?

Perché non scendere dal piedistallo del proprio ruolo e iniziare a personalizzare i rapporti con le persone, facendosi presenti con gesti semplici? Una telefonata per sapere come va, un messaggio per far sapere che sono ricordate, piccole attenzioni che costruiscono unità.

Perché non riscoprire il valore del servizio concreto alle persone in quanto «corpo di Cristo»?  Quel servizio che viene richiamato ogni giovedì santo col gesto simbolico della lavanda dei piedi, perché non incarnarlo al di fuori degli schemi del culto, portando magari la spesa agli anziani o interessandosi a chi vive difficoltà concrete?

Sono spunti di riflessione, domande certamente scomode, e non le poniamo, sia chiaro, per fare un processo ai sacerdoti. Noi stessi, come sposi e come laici, su questi punti abbiamo ancora tanto da imparare e da crescere per essere veramente «corpo di Cristo» e dare vita alle Sue parole: «da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri». (Gv 13,35) Crediamo però che per ciascuno di noi sia arrivato il tempo propizio per un esame di coscienza generale su come siamo stati abituati a vivere il nostro essere Chiesa nella realtà parrocchiale.

Sembra ormai ufficiale che tra una decina di giorni, potremo tornare a celebrare l’Eucaristia comunitaria, la speranza è che possiamo arrivarci con uno sguardo sempre più libero dal clericalismo, così che all’interno delle pietre dell’edificio chiesa ci siano le «pietre vive» di una comunità che si ama e non impiegati e clienti di una Srl guidata da un amministratore delegato.

La Chiesa, ci ha ripetuto più volte papa Francesco, «è e deve essere la famiglia di Dio»: solo aprendoci a questo mistero e liberandoci da tutte le derive da “centro servizi” a cui siamo stati abitati, tutta questa avventura potrà finire non solo presto, ma soprattutto bene.

Non solo che finisca presto, ma che finisca bene

«Non solo che finisca presto, ma che finisca bene», questo l’augurio che ci ha fatto qualche giorno fa un amico prete in relazione all’attuale situazione coronavirus. Un augurio che ci ha suscitato diverse riflessioni e che ci pare abbia anche alcuni punti di contatto col vangelo dei discepoli di Emmaus che ci accompagna questa domenica.

Conosciamo tutti il brano dei discepoli di Emmaus, questa coppia in cammino verso un paese poco distante da Gerusalemme. Essi stanno vivendo una grande angoscia, sono tesi, delusi e spaventati e discutono animatamente dei fatti accaduti a Gesù. Non capiscono come mai sia potuto andare tutto storto: si aspettavano un esito diverso, ma le cose sono inspiegabilmente precipitate. Discutono cercando di trovare le cause, di individuare i responsabili, di capire come sia potuto accadere.

Questa situazione pare in qualche modo accostabile a ciò che stiamo vivendo come cristiani in questa pandemia, con l’annessa quarantena. Non ci spieghiamo come sia potuto succedere,  come siamo arrivati ad una situazione così complicata e difficile da accettare sotto tanti aspetti. Perché da quasi due mesi tutto si è fermato e siamo barricati in casa?  E soprattutto perché il divieto di partecipare alla Messa? Possibile che non  esistano altre soluzioni? E allora ci tormentiamo: c’è chi si dispera, chi vede maledizioni divine, chi attacca le istituzioni per far ripartire le cose, chi urla al complotto. Certamente è una prova, percepiamo che ci è stato tolto qualcosa di vitale, ma un po’ come i due di Emmaus rischiamo di non accorgerci che il Signore Gesù è vivo e cammina con noi.

Nel brano, mentre i discepoli sono nel pieno delle loro lamentazioni, lo sconosciuto che cammina con loro (Gesù) gli chiede su cosa stiano discutendo. Lui che è stato il protagonista di quei fatti, si prende del forestiero, dell’ignorante e si fa raccontare il loro punto di vista. Poi per fortuna, ad un tratto, le recriminazioni si interrompono e finalmente, in quel breve attimo di silenzio, Gesù può prendere la parola:  spiega loro che anche quello che non comprendono può rivelarsi come mistero di salvezza, se guardato dalla giusta prospettiva, dalla Sua prospettiva. Ed ecco che finalmente la Sua parola inizia a scaldare i loro cuori confusi e turbati.

Ritornando a noi e alla nostra quarantena, vogliamo domandarci: abbiamo permesso a Gesù di parlarci, di spiegarci cosa si riferisce a Lui nella situazione che stiamo vivendo? Ci siamo accorti della sua presenza tra noi nell’ordinarietà del nostro difficile cammino quotidiano? Oppure abbiamo dato spazio solo alle nostre  frustrazioni e alle nostre lamentele?

Per fortuna Cristo è molto meno forestiero di noi nelle situazioni della nostra vita. Forse, se per un attimo cessassimo di lamentarci, potremmo metterci in ascolto di ciò che ci vuole dire.

In ogni caso, se glielo chiediamo, resta con noi. Gesù infatti, si ferma ad Emmaus con i due discepoli, entra in casa, cena con loro e si manifesta ai loro occhi. Qui essi possono finalmente riconoscerlo nello spezzare il pane. Questo riconoscimento però, non appare legato al solo momento eucaristico, ma rappresenta il compimento di un processo più lungo iniziato durante il cammino. Per la strada infatti, hanno camminato con lui, lo hanno ascoltato, si sono lasciati condurre fuori dai loro schemi e infine lo hanno invitato ad entrare nella loro casa.

Questa mensa di Emmaus, richiama certamente la Liturgia Eucaristica che tanto ci sta mancando in questi giorni di quarantena. Allora possiamo chiederci: quando torneremo di nuovo a partecipare alla Messa saremo in grado di riconoscerlo? Saremo in grado di riconoscerlo se lungo la strada della quarantena non siamo entrati in un rapporto personale con Lui?

Tante volte ci è capitato di partecipare allo spezzare del pane, senza che i nostri occhi fossero in grado di riconoscerlo, presente nella nostra vita.

L’augurio è che questa volta, quando torneremo a Messa, non sia così! Possa, questa attesa, scaldare il nostro cuore, così che possiamo presentarci alla prossima Liturgia Eucaristica pronti a fare memoria delle parole che ci ha detto, dei passi fatti insieme, delle nuove prospettive che ci ha aperto in questo tempo. Pronti ad offrire su quell’altare tutta la concretezza della nostra vita. Così la nostra Eucarestia tornerà ad essere un dono vitale che ci unisce sempre più intimamente a Cristo e ai fratelli.

Ci auguriamo che la riapertura al pubblico delle Messe sia ormai vicina, non lasciamoci quindi scappare questo ultimo periodo di quarantena, per riscoprire la Sua presenza nel nostro cammino quotidiano. Lo ripetiamo, lui è molto meno forestiero di quanto crediamo in ogni situazione della nostra vita.

Solo così tutta questa avventura potrà finire non solo presto, ma soprattutto bene.

Caffè teologico di coppia

Non so voi, ma per noi pregare insieme è sempre stata una sfida.

Lasciamo stare l’imbarazzo iniziale, da cui sono ormai passati tanti anni.

Le difficoltà di oggi sono principalmente scegliere la modalità (condivisione sul Vangelo del giorno o lettura continuativa della Bibbia? Preghiera spontanea o decina del rosario? La mattina o la sera? Tanto per dirne alcune!) e portarla avanti con perseveranza… tutto insomma!

In questa quarantena, durante la quale siamo a casa entrambi, ci siamo dapprima mossi un po’ a casaccio, ma poi abbiamo sentito l’esigenza di trovare un modo soddisfacente per pregare insieme, perché se non lo facciamo ora che condividiamo il tempo e lo spazio tutto il giorno, quando lo faremo? Non volevamo perdere questa occasione preziosa: può essere infatti il momento opportuno per iniziare una buona abitudine da mantenere, con i dovuti aggiustamenti, anche quando si tornerà alla normalità.

Così abbiamo deciso di sperimentare un po’ di strade e abbiamo trovato la formula che fa per noi, almeno in questo tempo.

Innanzitutto abbiamo pensato di tenere fermo lo spazio di preghiera personale che ciascuno di noi fa il mattino, meditando le letture del giorno. Come dice il nostro padre spirituale, è il cibo della giornata, è il pane che il Signore ogni giorno ti offre, e proprio perché Lui è vivo e presente nel qui e ora, anche la Sua Parola ci parla in modo personale, giorno per giorno. E infatti abbiamo sperimentato tante volte di ricevere proprio ciò di cui avevamo bisogno: una parola di consolazione, o di incoraggiamento, o una conferma rispetto a qualche scelta, o ancora, una parola di speranza.

Certo ci sono poi giorni, ma anche periodi interi alle volte, in cui sembra che la Parola non ci dica nulla… a volte perché siamo noi ad avere il cuore lontano e chiuso, altre volte invece perché è semplicemente così: come in tutte le relazioni, ci sono momenti in cui non abbiamo molto da dirci, ma questo non significa non poter godere della Sua presenza.

La preghiera personale è quindi per noi un momento irrinunciabile di incontro a tu per tu con il Signore e sentiamo l’esigenza di coltivarlo, convinti che non possa essere sostituibile dalla preghiera di coppia.

Ma accanto a questo spazio, ci mancava un momento da vivere insieme e quindi abbiamo deciso di fare seriamente e con continuità quello che già da tempo ci era stato consigliato, ma che fino ad oggi non eravamo riusciti a fare con costanza.

Il suggerimento era molto semplice: prendersi qualche minuto per condividere insieme ciò che il Vangelo del giorno ha fatto risuonare in noi nella preghiera personale, rispetto a quello che viviamo quel preciso giorno o periodo. In questo modo possiamo passare da una dimensione individuale, a una di coppia: cosa il Signore dice a noi come coppia, come si fa presente tra noi, cosa ci vuole comunicare come sposi?

Scelta la modalità, per aiutarci nella perseveranza, abbiamo pensato di legare questo momento ad un nostro “rito” quotidiano: il caffè del dopo pranzo. Abbiamo quindi istituito il “caffè teologico”: mentre lo prepariamo abbiamo tempo di ripensare alla Parola ascoltata il mattino e a ciò che ci ha suscitato, poi mentre lo beviamo insieme, magari godendoci un po’ di sole in giardino, condividiamo qualche pensiero. Non occorrono ore, ma solo qualche minuto in cui donarsi reciprocamente vero ascolto.

Abbiamo così scoperto un modo molto concreto e semplice per arricchirci reciprocamente e per godere dell’ispirazione creativa della Parola, tante volte infatti, ciò che uno condivide all’altro diventa pane per entrambi, e nutrimento che alimenta la comunione e l’unità tra di noi.

Quando si tornerà al lavoro non sarà più possibile prendere il caffè insieme dopo pranzo, per cui sarà necessario riprogrammare il caffè teologico, magari diventerà l’aperitivo teologico o il dopo cena teologico, vedremo, ma la nostra speranza è che aver goduto di questo momento, alimenti il desiderio e la fermezza di trovare, ancora una volta, il modo appropriato per pregare insieme.