Ho bisogno della tua Presenza

Franco Battiato si è spento poche settimane fa.

Noi non siamo grandi esperti di musica, ma riconosciamo che Battiato, da vero artista, con la sua musica ha saputo trovare il modo di portarci oltre, di aprirci al mistero, toccando le profondità dell’umano.

Un’ultima piacevole scoperta che abbiamo fatto nel suo repertorio e che vi invitiamo a riascoltare è L’ombra della luce dove l’intensità della musica si sposa ad una specie di supplica verso Dio: «Non abbandonarmi mai». In questa canzone si respira una pace profonda, si coglie la certezza di una presenza oltre tutte le cose, di una luce che dà senso e bellezza alla vita, si respira l’attesa di una beatitudine infinita di cui tutte le gioie dell’amore e dei sensi non sono altro che un lieve bagliore… appunto «l’ombra della luce».

Senza dubbio però il suo brano più significativo per noi resta E ti vengo a cercare, scoperto per caso quando ancora eravamo fidanzati, nel pieno del nostro innamoramento. (vedi foto)

Recentemente qualcuno ci ha chiesto di raccontare come è nata la nostra storia d’amore (un abbraccio ad Alberto e Alessandra) ed è curioso che nel fare memoria del nostro fidanzamento mi siano tornate alla mente proprio le parole di questa canzone.

Quando l’ho ascoltata per la prima volta circa sedici anni fa, per me è stato incredibile… sono rimasto a bocca aperta, perché mi sono sentito leggere dentro.

E ti vengo a cercare

Anche solo per vederti o parlare

Perché ho bisogno della tua presenza

Per capire meglio la mia essenza.

Sentivo dare voce e volto ai moti interiori del mio cuore, che aveva da poco scoperto di non riuscire più a fare a meno di Giulia. Sperimentavo come lei fosse misteriosamente entrata nel mio cuore, non riuscivo a non pensare a lei, non riuscivo a cambiare «l’oggetto dei miei desideri»… ed era bellissimo essere ricambiato.

Avevamo scoperto un legame profondo, inaspettato, qualcosa che ci univa intimamente, come condividessimo davvero le stesse radici, pensati insieme da sempre in un disegno più grande di noi.

Immersi nell’amore, ci cercavamo perché avevamo gustato come la presenza dell’altro fosse davvero in grado di svelarci di più a noi stessi: passavamo ore intere a parlare, ad ascoltarci, curiosi di scoprire cosa pensava l’altro, come vedeva il mondo, la vita, il futuro…  

Davanti a noi si spalancava un orizzonte di bellezza… come se fossimo avvolti in qualcosa di più grande.

L’amore con il suo mistero, con le sue «meccaniche divine», ci stava piano piano rivelando la nostra identità e il nostro destino: Io sono per te! Tu sei per me! Siamo un dono l’uno per l’altro. Insieme chiamati ad essere “uno” nell’amore.

Oggi, a distanza di molti anni, riascoltare questa canzone mi commuove ancora, ma non è semplice nostalgia del periodo inebriante dell’innamoramento, è piuttosto la viva meraviglia di fronte al mistero grande dell’amore.

Certo oggi è più forte la tentazione di dare l’altro per scontato, di pensare di conoscerlo, di non avere bisogno della sua presenza per capire meglio me stesso, eppure non posso non riconoscere come in questi anni la presenza di Giulia con la sua femminilità (e con tutte le differenze e le tensioni che ciò comporta) è stata un dono insostituibile per il mio cammino di uomo, uno dono di cui non posso e non voglio fare a meno.

In più, essendo oggi più consapevole di allora sul mistero racchiuso nel sacramento del matrimonio posso gustare ancora più profondamente quanto l’amore sia davvero «un’immagine divina» del mistero di Dio, per noi cristiani dell’amore del Padre rivelato in Cristo. Un amore che, ci stiamo accorgendo ogni giorno di più, non ha a che fare col romanticismo, bensì col mistero Pasquale, ovvero con il dono concreto e quotidiano della vita.

Ma ancora di più, oggi posso riconoscere in questa canzone non soltanto una stupenda celebrazione dell’amore umano, ma anche i tratti nitidi di una preghiera. Riesco a vedere queste parole non solo rivolte alla donna che amo, ma anche a Cristo, perché sento sempre più intimamente come solo la Sua presenza, può condurmi alla verità di me stesso.

Lo Spirito Santo, questo sconosciuto

A Pentecoste contempliamo il dono dello Spirito Santo alla Chiesa.

Ma che cos’è lo Spirito Santo e cosa opera nell’uomo?

Non so voi, ma normalmente le letture che abbiamo sentiamo dare in molti cotesti sono più o meno di questo tenore: è quel supplemento di grazia che ci serve per essere veri cristiani, testimoni credibili della fede, quel supplemento di grazia che porta in sé sette doni fondamentali per la nostra vita di fede. È quel vento che riempie le nostre vele e conduce la nostra vita, è quel fuoco che illumina, riscalda e purifica…

Più o meno l’immagine che ne risulta è sempre quella di un qualcosa di esterno a noi che arriva a darci una sorta di super poteri. Quasi che lo Spirito Santo sia una specie di super-energetico, un “Supradyn spirituale” che ci serve per credere di più, amare di più, testimoniare di più ed essere cristiani come si deve.

Questa, lo confessiamo, era anche la nostra idea fino ad alcuni anni fa. Ma è proprio così? Lo Spirito Santo è davvero una specie di sostanza dopante a livello spirituale? Un additivo fondamentale per pulire gli iniettori del nostro motore spirituale?

Non possiamo nascondere che spesso e volentieri le nostre invocazioni, benché belle e toccanti, ci orientano in questa direzione: «manda il tuo Spirito» , «vieni Spirito Santo», «soffia su di noi» , «scendi Spirito Santo», «riempici di te»… A volte, addirittura, sembriamo rasentare quasi l’immagine di una “pseudo-possessione”: «Invochiamo la tua presenza»,  «Spirito Santo prendi tu il comando», «vieni in me»…

Certo queste suppliche fanno emergere la nostra sincera attesa di una fede viva ed appassionata, il nostro profondo bisogno di forza, di luce, di pace in una quotidianità fatta di tentennamenti e debolezze.

Ma crediamo che questo modo di guardare al dono dello Spirito Santo racconti solo una piccola parte della storia. Come ha detto una volta Papa Francesco, forse davvero «lo Spirito Santo sempre è un po’ lo sconosciuto della nostra fede».

Oggi nel Vangelo sentiamo Cristo dire che manderà il Paraclito, ma spesso dimentichiamo che queste parole sono pronunciate prima della sua Pasqua. Col battesimo tutti noi siamo stati immersi nella sua Pasqua, siamo stati generati ad una nuova vita nello Spirito Santo e da quel giorno in noi palpita la vita di Cristo, la vita dei figli di Dio. Come ci ricorda San Paolo: «lo Spirito di Dio abita in voi… avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!”». (Rm 8)

Lo Spirito Santo è l’amore del Padre e del Figlio è una relazione d’amore nella quale siamo stati accolti il giorno del nostro battesimo. È la relazione fondante della nostra vita perché siamo figli di Dio, fratelli tutti. I doni dello Spirito Santo allora, non sono super poteri che ricadono misteriosamente su qualcuno sì e qualcuno no, ma sono frutto che sboccia da questa relazione.

Diceva Giovanni Paolo II nel suo messaggio per la VI giornata mondiale della gioventù: «Lo Spirito Santo, vero protagonista della nostra filiazione divina, ci ha rigenerati a una vita nuova nelle acque del Battesimo. Da quel momento egli “attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio”».

Allora possiamo davvero invertire la prospettiva: lo Spirito Santo è già in noi.

Lo Spirito Santo non è lassù tra le nubi che attende un’invocazione speciale, una formula magica, per degnarsi di scendere tra noi. Egli abita nei nostri cuori, dimora nei nostri corpi. Non è lui che deve scendere, ma siamo noi che dobbiamo discendere nell’intimo del nostro cuore per scoprire questo dono, sì: discendere per ascendere.

Come ricordava sapientemente Papa Francesco: lo Spirito Santo è Dio attivo in noi, che fa ricordare. Dio che fa svegliare la memoria. Lo Spirito Santo ci aiuta a fare memoria per fare tesoro della storia di salvezza che il Padre sta scrivendo con noi. (meditazione mattutina del 13 maggio 2013)

Che bello sapere che non dobbiamo aspettare più nulla, che questo dono è già vivo in noi.

E non facciamoci fregare da errate interpretazioni di San Paolo, lo Spirito Santo e i suoi frutti non sono mai in opposizione al corpo, il nostro corpo è tempio dello Spirito Santo. Quando San Paolo parla della carne e dei suoi desideri, non si sta riferendo banalmente al corpo né al desiderio sessuale, ma al fatto che il nostro cuore, piaccia o meno, è un terreno di battaglia tra lo Spirto di Dio che ci ha resi figli e ciò che San Paolo chiama “carne” ovvero la concupiscenza, la durezza di cuore dell’uomo vecchio ferito dal peccato originale che si chiude alla figliolanza, e pretende di essere autosufficiente fabbricandosi la sua felicità.

Si, lo Spirto Santo è già in noi!

Oggi allora, riscopriamo insieme questo dono grande, questa vita d’amore che è già in noi, magari sepolta sotto tante paure e preconcetti, ma che attende solo di incontrarci. Lasciamoci ispirare allora dalle parole di Sant’Agostino, che pieno di Spirito Santo, fa memoria della sua storia di salvezza e ci parla di questo mistero vivo in noi:

Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. […] Quando mi sarò unito a te con tutto me stesso, non esisterà per me dolore e pena dovunque. Sarà vera vita la mia vita, tutta piena di te.

«Maria ci mette nella “postura” corretta per accogliere la vita» [Intervista]

Un paio di settimane fa siamo stati intervistati dal direttore de La Voce alessandrina, il settimanale di informazione e di opinione della Diocesi di Alessandria. Si è trattato di un’intervista televisiva (visibile anche su YouTube) in occasione della festa della Madonna della Salve, ma da poco il sito del giornale ha pubblicato anche la versione trascritta. Di seguito il testo.

Giulia Cavicchi (classe 1986) e Tommaso Lodi (classe 1980) sono una coppia di sposi, blogger e speaker della diocesi di Bologna. Giulia è psicoterapeuta e Tommaso è ingegnere, ma è anche appassionato di teologia tanto che si è da poco laureato in Scienze religiose. La loro avventura con la teologia del corpo è iniziata nel 2010 a Roma, mentre frequentavano il Master in Fertilità e sessualità coniugale presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia. Per raccontare quello che hanno appreso in anni di studi ed esperienze, hanno creato il blog teologiadelcorpo.it e recentemente hanno anche pubblicato il loro primo libro,Il Cielo nel tuo corpo, Edizioni Tau.

Giulia e Tommaso: a un certo punto avete pensato di dedicarvi a qualcosa di cui non si sente parlare tanto spesso, almeno nei nostri ambiti, cioè di teologia del corpo. Avete anche scritto un libro su questo argomento… Ma come vi è venuto in mente?

Tommaso: «Tutto deriva da un incontro che abbiamo fatto nella nostra vita, quello con Giovanni Paolo II. Ecco, può sembrare strano associare la parola “teologia” alla parola “corpo”, ma dal momento che l’ha fatto un Papa siamo abbastanza tranquilli… (sorride). Di fatto se la teologia è lo studio di come Dio si rivela nella storia dell’uomo, la teologia del corpo è la riflessione su come Dio si rivela attraverso il corpo dell’uomo e della donna».

E la parte femminile della famiglia cosa può aggiungere in merito a questo?

Giulia: «Effettivamente ci siamo arrivati un po’ per caso… prima spinti dal nostro interesse sui temi dell’affettività, è vero. Ma poi ci siamo iscritti a un Master a Roma all’istituto Giovanni Paolo II, dove abbiamo incontrato effettivamente la teologia del corpo senza sapere prima che esistesse. È stato veramente un incontro inaspettato e sorprendente perché è davvero un tesoro non conosciuto, purtroppo».

Come possiamo definire la “teologia del corpo”, allora?

Tommaso: «Di fatto possiamo dire che è una riflessione antropologica che parte dalla rivelazione biblica, e si propone di rivelare il significato del nostro esistere come maschi e come femmine: chi sono io, qual è la mia identità, il mio destino, che senso hanno il mio corpo e la mia sessualità, come posso vivere una vita in pienezza… Ecco, tutte queste domande, come ci ha rivelato Giovanni Paolo II, sono racchiuse nel disegno che Dio ha sull’essere umano, sull’uomo e sulla donna redenti da Cristo».

Quali sono le domande più “scabrose” che vi hanno rivolto su questo tema?

Giulia: «La parola sessualità magari può far pensare a domande un po’ maliziose… Ma in realtà non ci sono state fatte domande di questo tipo: la gente ha una gran voglia di parlare di sessualità in maniera libera, autentica e profonda, perché di sessualità si parla tanto nella nostra cultura, ma se ne parla in maniera fondamentalmente superficiale e quindi è un po’ come se la gente avesse questa attesa di bellezza, di pienezza, di felicità. Poi però quando si scontra con la sua vita magari non è così, e quindi ha veramente tante domande: domande profonde, con tanto ascolto, con tanta voglia di cercare».

Insomma, il rapporto col proprio corpo trattato non come un pettegolezzo, ma come qualcosa di grande. In che modo la Madonna entra nella vostra affettività?

Tommaso: «Maria è una presenza importante per la nostra vita, anche se dobbiamo dire che è una presenza abbastanza recente perché è strettamente legata alla scoperta della teologia del corpo. Prima, per noi, ragazzi cresciuti in parrocchia all’ombra del campanile, Maria non era una figura così affascinante. Diciamo che era un po’ una statua di plastica azzurra con le mani giunte davanti alla quale dicevamo il Rosario nel mese di maggio. Invece l’incontro con Giovanni Paolo II e con la teologia del corpo ci ha rivelato una Maria veramente vicina a noi come madre della fede. Maria ci insegna cosa significa credere: cioè credere in fondo è veramente accogliere nella propria vita il Verbo di Dio, la Parola di Dio, il mistero di Dio. Credere è lasciarsi fecondare dallo Spirito Santo. Ecco, è quello che un po’ contempliamo nella preghiera dell’Angelus, che è diventata una nostra compagna di viaggio. Ogni giorno ci permette di metterci nella “postura” corretta per accogliere il dono della vita e della giornata che inizia».

Studiando la teologia del corpo, come è cambiato il vostro rapporto affettivo?

Giulia: «Sicuramente le domande che ci pone la gente ce le siamo poste noi per primi… la teologia del corpo ha cambiato il nostro approccio, e soprattutto ha risposto a tante domande. Devo dire che noi, ragazzi cresciuti in parrocchia, su questo tema non avevamo incontrato delle risposte che sentivamo vere per noi, per la nostra esperienza; ma avevamo incontrato un certo lassismo, come se su questi temi la Chiesa non avesse più niente da dire, oppure un moralismo un po’ rigido, delle risposte molto razionali che però non ci convincevano fino in fondo. La teologia del corpo ci ha fatto vedere quel filo rosso che lega la sessualità, il corpo e Dio, e quindi sicuramente ha reso anche la nostra fede, oltre che la nostra vita, più incarnata. Cioè ci ha fatto riscoprire il corpo, nella nostra fede e nella nostra vita, come un luogo fondamentale di relazione e di amore».

Cinema & teologia del corpo: Her

Her è un film del 2013, ma abbiamo avuto occasione di guardarlo solo qualche giorno fa.

È un film originale, stimolante e davvero bello, non a caso ha vinto una statuetta agli Oscar come miglior sceneggiatura, insomma, consigliatissimo per una serata di cinema impegnato.

Come abbiamo già fatto per Jojo Rabbit (qui), anche per questo film vorremmo proporre una lettura attraverso le lenti della teologia del corpo, ovvero cercando in esso i “semi del Verbo”, quelle piccole tracce di verità che si possono cogliere anche al di là di quello che è l’intento consapevole del regista e dello sceneggiatore.

E bisogna proprio ammettere che, da questo punto di vista, Her è una miniera di spunti sul senso del nostro essere umani e sulla sete di amore scritta nelle profondità del nostro cuore.

Ma veniamo per attimo alla trama del film, ambientato in un futuro, in realtà, non così distante da noi.

Protagonista è Theodore, un uomo che si è separato da meno di un anno dalla moglie e che di mestiere scrive lettere d’amore su commissione. La sua vita è piuttosto malinconica e solitaria, tra lavoro, videogames e una coppia di amici, Amy e Charles, che nel corso del film arriverà anch’essa a separarsi. Ad un certo punto, Theodore decide di acquistare un nuovo sistema operativo, basato su un’intelligenza artificiale in grado di evolvere e di adattarsi sempre più profondamente alle esigenze dell’utente. Questo sistema operativo si esprime attraverso una voce femminile (una specie di Alexa super-evoluta, che però si chiama Samantha) e attraverso i suoi algoritmi, riesce ad entrare in una crescente empatia con Theodore, costruendo una relazione dialogica sempre più raffinata e intensa fino al punto in cui il protagonista sentendosi così intimamente conosciuto e capito finisce per innamorarsene ed essere addirittura ricambiato.

Samantha però, come ogni sistema operativo che si rispetti, non ha un corpo umano, e questo è il primo elemento che vogliamo sottolineare. Emerge molto nitidamente quale sia il profondo valore del nostro corpo che, se da un lato, è vero, ci limita, invecchia e alla fine muore (come osserverà ad un certo punto anche la stessa Samantha), dall’altro, però, è anche ciò che lei stessa invidia e vorrebbe avere per poter abbracciare ed essere abbracciata, baciare ed essere baciata e poter fare l’amore. Soltanto il corpo umano possiede quello che Giovanni Paolo II definisce “l’attributo sponsale”, ovvero la capacità di esprimere l’amore, di amare e di essere amati.  

Tale difficoltà oggettiva nel vivere l’amore con Theodore, porterà Samantha a fargli una proposta per certi versi drammatica: chiederà infatti ad una ragazza di nome Isabel, che in maniera volontaria (nonché inquietante) si mette a servizio dell’amore tra umani e sistemi operativi, di “prestarle” il corpo. Isabel così si presenta a casa di Theodore, ma sarà Samantha a dirle cosa fare, e sarà Samantha a parlare per lei, così da simulare di avere un corpo. Ma fin da subito Theodore avverte un profondo disagio e quando Samantha gli chiede di dirle che la ama, egli, di fronte al volto di questa sconosciuta, non ce la fa, e interrompe bruscamente anche il momento di passione che stava per avviarsi.

Il corpo umano non è sostituibile perché non è banalmente qualcosa, ma qualcuno: il corpo, il volto, rivela la persona, ed è per questo che Giovanni Paolo II definisce il corpo come “sacramento della persona”. Ritroviamo qui un aspetto fondamentale della teologia del corpo: siamo persone, esistiamo in una unità inscindibile di corpo ed anima, due dimensioni inseparabili: il mio corpo esprime chi sono, non è un contenitore anonimo ed interscambiabile, io sono il mio corpo.

La vicenda di Theodore nel suo complesso sembra per certi versi riproporre il quesito iniziale delle catechesi di Giovanni Paolo II, ovvero quella domanda posta dai farisei a Gesù circa il divorzio: «È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?» (Mt 19, 3-9). Domanda che nasconde una profonda sete di senso e significato sull’amore: “perché l’amore sembra non mantenere ciò che promette?”

Questo interrogativo lo ritroviamo in filigrana lungo tutto il film, dove entrambe le coppie presenti si separano, pur riconoscendo e ricercando la bellezza dell’amore e del condividere la vita con qualcuno. “Perché accade questo?” sembrano domandarsi Theodore e la sua amica Amy.

Giovanni Paolo II ci offre la risposta a questi interrogativi proprio a partire dalle parole di Cristo: «in principio non fu così». Prima del peccato originale non era così, era facile amare e lasciarsi amare, ma il peccato originale ha deturpato il disegno del Creatore, ha frammentato e confuso ogni cosa e ci ha reso irriconoscibile il vero fine dell’eros e della sessualità.

A questo proposito, all’inizio del film incontriamo una scena emblematica: Theodore è a letto e non riesce a dormire, ripensa con nostalgia ai momenti belli vissuti con sua moglie, donna a cui è ancora profondamente legato. Il suo cuore insomma, in quel momento, desidera l’amore. Eppure, questo desiderio profondo del cuore inscritto nella nostra sessualità e capace di portarci fino al Cielo, Theodore cerca di colmarlo chiamando una chat erotica. Inutile dire che ne rimarrà amaramente deluso.

È proprio questa la profonda ferita che il peccato ci ha inferto: ci ha confusi sul significato del nostro corpo e della sessualità e il più delle volte crediamo di poter “fare centro” soltanto dando sfogo ai nostri impulsi o accontentandoci di un piacere momentaneo, mentre il vero fine della sessualità è di condurci all’amore.

Nel film ritroviamo molte diverse sfumature di questa ferita: c’è l’ammissione di Theodore di essersi nascosto nel rapporto con la moglie, c’è la paura di aprirsi e di soffrire, c’è la fatica di accettare la sfida di una relazione tra persone libere, con tutte le difficoltà e le sofferenze che l’amore comporta, preferendo di fatto l’illusione di una voce artificiale a propria immagine e somiglianza (Samantha), ma c’è anche la pretesa di controllare l’altro e la fatica di accogliersi nelle reciproche differenze, come mostrano gli amici Amy e Charles.

Come esseri umani sperimentiamo proprio questo dramma: da un lato desideriamo l’amore, ma dall’altro ci troviamo incapaci di vivere all’altezza dei desideri del nostro cuore. Siamo quindi condannati al fallimento, all’infelicità, alla frustrazione?

Assolutamente no, Cristo si è fatto uomo proprio per guarire questa ferita. Cristo è venuto per liberare il nostro cuore dalle sue prigioni, per convertirlo un po’ alla volta da cuore di pietra, incapace di amare e lasciarsi amare, a cuore di carne, che non si difende più, ma si lascia amare così da poter amare a sua volta.

Cristo, con la sua Pasqua, ci ha rivelato proprio come misteriosamente amore e sofferenza abitino gli stessi luoghi, come amare significhi un po’ morire, ma anche come ad ogni morte per amore segua sempre un trionfo della vita.

L’ultima scena del film è emblematica: uomo e donna (Theodore e la sua amica Amy) che, dopo aver sperimentato il fallimento, la morte delle loro relazioni, stanno seduti sul tetto di un grattacielo e, alle prime luci dell’alba, attendono il sole che sorge. Questo in fondo è ciò che ci insegna la nostra fede: solo l’uomo e la donna redenti da Cristo (sole che sorge dall’alto) possono amare, solo Cristo può svelarci di nuovo il vero significato del corpo e della sessualità.

Del resto, tutto questo è già scritto dentro di noi, abbiamo solo bisogno della luce di Cristo per poterlo rileggere nella verità.

Forse allora anche i nomi dei protagonisti non sono scelti a caso: Theodore (che significa “dono di Dio”) ed Amy (che significa “amata”). Siamo amati da sempre, siamo un dono e siamo fatti per il dono, questa è la nostra verità e questo il nostro destino, scritto da sempre nel nostro corpo e nella nostra sessualità.

Nudità non fa rima con intimità

Da qualche tempo imperversa sui social la pubblicità di Naked Attraction, un nuovo programma di Discovery+ che così viene descritto: il dating show che inizia come di solito un appuntamento… finisce: completamente nudi!

Nel programma infatti viene proposto ai partecipanti di scegliere la persona con cui uscire, selezionandola tra 6 persone completamente nude, che vengono progressivamente mostrate a partire dai piedi e via via selezionate finché per i soli finalisti verrà anche scoperto il volto. Questa la presentazione di una puntata:

Nel primo episodio conosceremo Cecilia, che ha 24 anni ed è una cameriera di Genova. Nella vita ha avuto vari fidanzati ma è ancora single e alla ricerca della persona giusta. Cecilia non ha un rapporto sereno con il suo corpo… A Naked Attraction si spoglierà per la prima volta nuda davanti a sconosciuti per vincere le sue paure e trovare un uomo al quale non dover nascondere i suoi difetti.

A detta della presentatrice infatti, «Mettere da parte il “romanticismo” permette di superare la preoccupazione dell’attrazione fisica e così quando si arriva ai contenuti ci si può rilassare ed essere davvero se stessi».

Non entriamo nel merito del programma, né dei suoi “nobili” propositi di inclusione, body positivity, accettazione della diversità e superamento di imbarazzo e pregiudizi… (direi che si commentano da sé).

Ammettiamo per un attimo che non si tratti del solito format porno-soft costruito a tavolino per catalizzare la libido e le curiosità morbose del pubblico televisivo, ma che le intenzioni sbandierate dagli autori siano davvero sincere. Ci domandiamo: il mostrarsi nudi davanti a degli sconosciuti può veramente far vincere le proprie insicurezze ed aiutare ad essere sé stessi?

Vorremmo riflettere insieme a voi su quali aspetti della nostra umanità vengono qui a galla. Certo, ad una prima impressione, viene da pensare che si tratti solo di esibizionismo, ma in fondo cosa si nasconde anche dietro a certo esibizionismo?

Nel cuore di ciascuno di noi riposa il desiderio di essere conosciuti, accolti, desiderati, voluti, amati. Nel nostro intimo riposa l’attesa di uno sguardo che si posi su di noi in questo modo. E allo stesso tempo avvertiamo anche l’angoscia e la paura di essere rifiutati.

Proprio a causa di questo, tante volte finiamo per guardare al nostro corpo o come ad un ostacolo o come ad un mezzo per essere accettati, e con questa storia finiamo per esserne sempre insoddisfatti.

È davvero raro trovare qualcuno che abbia fatto sinceramente pace col suo aspetto fisico… È il bagaglio la nostra umanità ferita. Come ci ricorda Giovanni Paolo II infatti, a causa della ferita del peccato originale, ogni essere umano porta in sé una quasi costitutiva difficoltà di immedesimazione col proprio corpo e di relazione con l’altro sesso.

Mostrarci nudi davanti a degli sconosciuti può allora aiutarci a vincere queste paure?

Non credo proprio. Se non vieni scelto, va da sé che la paura di avere qualcosa che non va, ne risulterà amplificata. Ma anche nel caso in cui uno venga scelto per una parte del suo aspetto fisico, come potrà questo fugare dal suo cuore il timore di non essere accolto interamente come persona?

Troppo spesso dimentichiamo che come persone siamo unità di anima e corpo e che ogni volta che le separiamo finiamo per fare del male e farci del male. Il nostro corpo ha un valore immenso, esprime la persona, eppure la persona non è riducibile soltanto al suo corpo, né tanto meno ad una sua parte.

In questo show invece, il corpo viene esibito e valutato a pezzi, sezionato per essere giudicato come merce da scaffale. Le persone sono scartate perché hanno caviglie grosse, lo scroto disarmonico, il seno piatto, oppure scelte per un bel tatuaggio o addominali scolpiti. Il volto invece, che è l’autentica manifestazione della persona, viene tenuto nascosto fino alla fase finale, trattato come qualcosa di secondario ed irrilevante.

C’è insomma un pericoloso cortocircuito tra le intenzioni che vengono proclamate e la realtà di questo format.

Nonostante tutto però, dobbiamo riconoscere che anche in questo pasticcio di programma, si può racimolare un fondo di verità.

L’attesa del nostro cuore è davvero quella di metterci totalmente a nudo: noi desideriamo poterci mostrare per come siamo di fronte a qualcuno che ci ami e ci accolga interamente come persone.

Questo però non può essere il punto di partenza! Questo può essere soltanto il punto di arrivo, il compimento di un cammino di relazione.

Non è questione di romanticismo, solo nella relazione posso conoscere progressivamente non solo l’altro, ma anche me stesso, i miei limiti, i miei doni, le mie paure. E solo dopo molto tempo potrà sbocciare quella cosa chiamata “intimità” ovvero quello spazio esclusivo tra noi due, nel quale io posso essere io perché accolto ed incondizionatamente amato e tu puoi essere tu perché accolta ed incondizionatamente amata.

Per costruire l’intimità non serve spogliarsi dei vestiti, occorre piuttosto spogliare il proprio cuore da tante paure, pretese e pregiudizi ed imparare innanzitutto ad accogliersi per potersi donare. Solo quando tra noi due ci sarà questo spazio di intimità, immersi in una relazione di amore autentico, liberi dalla tentazione di usare l’altro o dal timore di essere usati, potremo anche stare autenticamente nudi. Solo così i nostri corpi parleranno all’unisono con i nostri cuori e la nostra nudità sarà il segno che i nostri cuori non hanno più nulla da tenere nascosto. Diversamente sarebbe solo voyerismo o quantomeno un drammatico inganno.

Il problema di fondo di questo programma allora, non sta tanto nel fatto che mostra la nudità. Come scriviamo nel nostro libro: «non c’è assolutamente nulla di osceno nei nostri attributi sessuali, la vera oscenità può risiedere soltanto nello sguardo che si posa su di essi. […] il celare i nostri genitali ha piuttosto a che fare col mistero della persona e della sua chiamata all’amore». ( IL CIELO NEL TUO CORPO, p.48 )

Il problema di fondo di questo programma è che pretende di estorcere alla nudità ciò che solo l’intimità può donare.

La fecondità che non ti aspetti

Il pomeriggio di Natale, come da tradizione, abbiamo guardato un cartone animato, e quest’anno, per la prima volta su Netflix e non al cinema, abbiamo visto Klaus – I segreti del Natale, che in realtà è del 2019. Ne avevano parlato gli amici di  Cattonerd (qui) e così ci siamo fidati.

Si tratta della rivisitazione della nascita di Babbo Natale e ci ha colpito tanto la versione che viene raccontata. Ci ha colpito perché parla di una ferita che ci tocca da vicino, ma soprattutto perché mostra tanto quanto una catechesi di don Renzo Bonetti, o di chi per lui, che la sterilità non è mai l’ultima parola, e che dall’amore tra un uomo e una donna nasce sempre qualcosa.

Nel corso della storia infatti (di seguito vi avverto che c’è un piccolo spoiler), si scopre che Klaus, quel solitario taglialegna che vive in fondo ad un bosco e che possiede un magazzino stranamente pieno di giocattoli, nasconde un grande dolore: la perdita della moglie tanto amata, con la quale ha atteso per anni che arrivassero i figli desiderati da entrambi, figli che non sono mai arrivati. I bellissimi giocattoli fatti a mano sono proprio frutto di quell’attesa, frutto di quel desiderio coltivato da entrambi.

Dopo essere rimasti inutilizzati per tanto tempo, sarà proprio grazie al dono di questi giocattoli ai bambini della vicina città di Smeerensburg, che gli abitanti di questa cupa e inospitale cittadina, da violenti, tristi e vendicativi, inizieranno piano piano a cambiare volto e atteggiamento, in una catena di atti di generosità e bontà, che giungerà progressivamente a cambiare il loro cuore e le loro relazioni.

Ecco come un cartone animato mostra in modo molto semplice il senso profondo nascosto nell’apparente sterilità di una coppia.

Se c’è l’amore tra sposi, nasce la vita. Sempre. In qualche forma diversa e creativa, certamente non quella che ci si era immaginati, ma nasce, perché l’amore genera la vita.

Se c’è l’amore tra sposi, non si rimane soli, perché l’amore si dilata, coinvolge e per sua forza propria aumenta le relazioni.

Se c’è l’amore tra sposi, Dio dona sempre i figli che ogni coppia ha promesso di accogliere il giorno delle nozze. Solo che spesso dimentichiamo che i figli, per Dio, non sono solo quelli generati nella carne, ma sono quelli che Lui vuole donare, secondo il suo progetto: «A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.»

Se c’è l’amore tra sposi, Dio mantiene la promessa contenuta nella sua benedizione primordiale: «Siate fecondi e moltiplicatevi». La mantiene con i Suoi tempi, che quasi sempre non sono i nostri o quelli che vorremmo, e la mantiene secondo quello che ha preparato per noi, spesso molto più creativo e inaspettato di quello che possiamo immaginare. Stando alla storia di Klaus: come poteva immaginare quel semplice taglialegna che invece di fare contenti solo i suoi 3-4 figli, ne avrebbe resi felici migliaia, tanto da essere chiamato “Babbo” da tutti i bambini del mondo?

Se c’è l’amore tra sposi, la famiglia lì ha inizio e non solo quando nasce un bambino. Già, perché l’amore genera la vita. Genera l’altro, genera il noi di coppia, genera quella relazione accogliente che diventa “culla” e “focolare” sia per i figli che eventualmente nasceranno, ma anche per chi si incontra nel cammino. E spesso, a questo proposito, dimentichiamo che per noi cristiani il sacramento del matrimonio riguarda la coppia e non la famiglia, nel senso che è l’amore tra l’uomo e la donna ad essere sacramento dell’amore di Cristo.

Se c’è l’amore tra sposi e c’è il desiderio di camminare secondo il progetto di Dio e non secondo il proprio, l’happy ending è garantito. Ma non è garantito nel senso che prima o poi un figlio arriverà, è garantito nel senso che è Dio stesso che ci renderà fecondi, in modo inatteso e inaspettato, ma accadrà, se ci apriamo a Lui e accogliamo ciò che vuole donarci.

La fecondità infatti è sempre quella che non ti aspetti perché non si programma a tavolino, non è una “soluzione fai-da-te” e non è un progetto da perseguire: la fecondità, per qualsiasi coppia, sboccia e accade, perché è un dono.

Sì, per qualsiasi coppia, ma anche per qualsiasi persona perché, non dobbiamo dimenticarlo, la fecondità in fondo riguarda tutti: l’essere generativi in senso largo, ampio, è di tutte le persone, di qualsiasi condizione e in qualsiasi stato vocazionale si trovino. Essere fecondi è essere come Maria: aperti alla volontà di Dio e al suo progetto personalissimo su ciascuno di noi.

Check-up del tuo fidanzamento in 5 punti

Abbiamo parlato da poco di fidanzamento, a proposito della castità, ma vogliamo tornare sull’argomento per una giovane amica che qualche tempo fa ci ha condiviso le fatiche che sta vivendo nella relazione con il suo ragazzo. Sono entrambi bravi ragazzi, hanno poco più di vent’anni, si vogliono bene e ragionano già di matrimonio, ma si stanno scontrando con le loro differenti sensibilità e attese e con la fisiologica fatica di armonizzarle.

Come andare incontro all’altro pur rimanendo sé stessi?

Se amare è mettere l’altro al primo posto, perché non mi sento la prima cosa per lui?

Come continuare ad amare senza rivendicazioni quando l’altro pare preso solo dalle sue cose?

Ascoltandola e vedendo le sue sincere lacrime, ci si è allargato il cuore e abbiamo rivisto in loro anche molte nostre difficoltà relazionali vissute durante il fidanzamento (ed anche dopo a dire il vero).

Difficoltà oggi in larga parte superate ma, come spesso accade, a caldo risulta complicato ricostruire i passaggi che ci hanno aiutato a cambiare prospettiva e a maturare e quindi, benché vorresti trovare la parola giusta da donare, ti ritrovi semplicemente ad offrire un po’ di ascolto fraterno.

Ora però, a mente fredda, qualche ispirazione ci è venuta, e quindi vogliamo provare di buttare giù alcuni pensieri sperando che questa amica (e non solo lei) possa trovare qualche spunto utile. Cinque pensieri essenziali per un piccolo check up del proprio fidanzamento.

1 – Amarsi non fa rima col capirsi al volo

Come prima cosa crediamo che occorra sfatare il mito dell’amore come intesa perfetta. Nel nostro immaginario è purtroppo viva (in modo più o meno consapevole) l’idea che aver trovato l’amore significhi aver trovato qualcuno con cui ci si capisce al volo, qualcuno capace di comprendermi, di anticipare i miei bisogni, di saziare la sete del mio cuore, il tutto in modo spontaneo, quasi che le parole siano un di più.

Purtroppo, o meglio per fortuna, non è così. Ne parlavamo anche commentando la canzone vedi cara di Guccini: come può un’altra persona limitata e fragile come noi essere in grado di saziare le attese del nostro cuore?

Il fatto che ci innamoriamo di una persona e che questa persona ricambi il nostro amore è un dono grandioso, ma non possiamo pensare che questa esperienza ci eviti l’incontro-scontro tra le due libertà in gioco. Ognuno di noi si trova di fronte all’altro con tutto il proprio bagaglio di storia famigliare, di ferite, paure, attese, capacità e desideri che necessariamente non può coincidere con quello dell’altro.

2 – È nella differenza il segreto della creatività

È proprio la differenza insita nel maschile e nel femminile e nelle diverse personalità che si nasconde il segreto di una relazione creativa e appassionante. È nella relazione con l’altro che mi conosco, e scopro sempre più profondamente i mei doni e i miei limiti, e tanti aspetti che non conoscevo di me, o su cui avevo una prospettiva parziale o distorta.

È sempre molto pericoloso entrare in una relazione presumendo di avere già capito tutto, di sapere già cosa è giusto e cosa non lo è senza permettere all’altro di scalfire le nostre convinzioni. Credo sia il tipico difetto dei “bravi ragazzi”, quelli impegnati, quelli osannati perché sempre brillanti, diligenti e disponibili. Lo dico per esperienza personale, io (Tommy) ero uno di questi “bravi ragazzi” e all’inizio del nostro fidanzamento ho fatto molto soffrire Giulia per il mio atteggiamento presuntuoso: ero convinto di essere il solo a sapere cosa fosse giusto per noi.

Solo quando qualcuno ci ha aiutato a capire un po’ meglio il dono nascosto nella nostra differenza, ho potuto iniziare ad aprire gli occhi su questa mia povertà. È stata una crisi feconda perché ho progressivamente capito che insieme è più bello e che al di là della mia e della sua prospettiva, ce n’era una nuova, più ampia e più vera: la nostra.

3 – È la meta a determinare il cammino

Altro elemento chiave è il significato che si sceglie di dare al tempo del fidanzamento. Oggi è largamente diffusa l’idea che avere il ragazzo o la ragazza significhi avere finalmente qualcuno che arriva a colmare la mia solitudine, qualcuno con cui “on demand” posso condividere le mie passioni e fare cose: vacanze, viaggi, serate, esperienze, sesso ecc. Insomma, una specie di app da attivare al bisogno.

Si tratta però di un equivoco drammatico, perché l’epicentro del fidanzamento non sono “io”, ma siamo “noi”: c’è una relazione da costruire! Il fidanzamento non è un comodo parcheggio, ma un cammino avventuroso da percorrere in due e, come per ogni cammino che si rispetti, è la meta a determinare il sentiero da percorrere e l’attrezzatura da portare.  È un po’ come quando vai a camminare in montagna e vuoi arrivare in vetta a 3000 metri: sai che devi portarti una certa attrezzatura e sai che devi scegliere la difficoltà del sentiero in base alle tue capacità.

La meta, il fine, del fidanzamento è il matrimonio. Lo so, può sembrare una cosa all’antica, ma a ben vedere c’è poco da girarci introno: nessuno inizia una storia d’amore pensando ad una data di scadenza, quando due si amano davvero, il desiderio è arrivare a condividere tutta la vita (per approfondire il matrimonio come vocazione potete leggere l’articolo: una valigia per due). Solo tenendo gli occhi fissi su questo orizzonte è possibile camminare senza perdere l’orientamento.

C’è però un altro elemento essenziale di questo cammino che non va sottovalutato: occorre trovare un compagno di viaggio, una guida. È ingenuo pensare che bastiamo noi due… serve qualcuno più esperto di noi, più avanti di noi nel cammino capace di darci le giuste dritte: un padre spirituale, una coppia di amici… Qualcuno che non essendo, come noi, coinvolto nelle dinamiche della relazione possa parlarci con franchezza per il nostro bene, sostenerci e correggerci.

4 – Camminare è per conoscersi

Se il fidanzamento è mettersi in cammino verso il matrimonio, allora più che “fare cose”, diventa cruciale avere a cuore il desiderio di conoscersi reciprocamente sempre più a fondo e di capire se effettivamente siamo chiamati a questo. È quindi un tempo prezioso ed insostituibile di verifica e di conoscenza, un cammino da fare senza paure, senza fretta, ma da percorrere con convinzione. E bisogna anche mettere in conto la possibilità che le nostre strade ad un certo punto si possano separare. Un conto però è comprenderlo a vent’anni quando ci si è volutamente dati un tempo per farlo, un altro conto è accorgersene a quaranta quando magari ci sono già in ballo dei figli e tanto altro.  

È per questo, che non sarebbero da contemplate frasi del tipo: «so che di questo con lui non posso parlare», oppure «di queste cose parleremo quando saremo sposati», o ancora «quando saremo sposati sarà diverso… ». Se non si investe in questo tempo, se non lo si sfrutta per confrontarsi su tutto (cose comode e meno comode) se non si parla di come ci si immagina la vita famigliare, i figli… se non si condividono in questa fase le aspettative sulla vita, sul lavoro, sulle relazioni, ecc… quando si pensa di farlo? Allora forse, converrebbe passare meno serate a sciropparsi serie tv e dedicare più di tempo al dialogo, magari aiutati da un buon libro o a fare insieme esperienze di crescita.

Certo il conoscersi è un processo che non potrà mai dirsi del tutto concluso: non si cesserà mai di conoscere più a fondo l’altro e se stessi anche dopo il matrimonio… ma partire bene, al momento giusto è fondamentale.

5 – Conoscersi è per amarsi

Giovanni Paolo II diceva che «L’amore non è una cosa che si può insegnare, ma è la cosa più importante da imparare». Si, l’amore è qualcosa da imparare perché anche quando le nostre intenzioni sono sincere, dobbiamo inevitabilmente scontrarci con due pesanti macigni: da un lato il fatto che istintivamente siamo tutti centrati su noi stessi e non ci viene spontaneo mettere davanti un’altra persona, dall’altro il fatto che per comunicare l’amore occorre sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda di qualcun altro radicalmente diverso da noi e la cosa non è affatto scontata.

Amare è un’arte a cui lasciarsi iniziare, perché non basta provare un certo sentimento per qualcuno, per poter dire di amarlo. L’amore è concreto, è fattivo, si coinvolge con l’altro… che i sentimenti ci siano è quasi ovvio, se no neanche ci si sarebbe imbarcati in una storia, molto meno ovvio è riuscire a comunicarsi l’amore.

Io posso scriverti decine di messaggini appassionati con emoticon e cuoricini, posso comporre per te dediche strappalacrime da postare sui social, ma se poi se non trovo il tempo per stare con te, per farti sentire importante, per interessarmi alla tua vita e farti spazio nella mia, ecc.… come posso dire di amarti?

Il fidanzamento è quasi un corso di lingue. Occorre l’umiltà di imparare il linguaggio dell’altro, cosa lo fa sentire amato e cosa no. È un po’ come quando facciamo un regalo a qualcuno e dobbiamo lasciare da parte i nostri gusti per provare di indovinare le attese del festeggiato al fine di trovare qualcosa che lo renda felice… lo stesso è con i linguaggi dell’amore. Ed è straordinario quando l’altro riesce a balbettare qualcosa per noi nella nostra “lingua”.

Ecco qui 5 pensieri o poco più… nessuna pretesa di esaurire l’argomento, solo il vivo desiderio che tra essi possa nascondersi una scintilla per la vita di questa cara amica e non solo.

Fidanzamento casto o bigotto?

Qualche sera fa abbiamo avuto il piacere di passare una serata con gli amici di CattOnerD e siamo stati talmente bene che ci sembrava di essere seduti insieme nello stesso pub per bere e chiacchierare in compagnia.  Il tema era la castità e ne abbiamo parlato in modo libero e spontaneo.

Grazie anche alle interazioni col pubblico prima, durante e dopo la diretta, abbiamo colto come questo tema sia tutt’altro che fuori moda, ma susciti ancora tanti interrogativi e curiosità.

Abbiamo pensato allora di raccogliere qui qualche idea che ci è particolarmente cara, sperando di essere più ordinati e chiari nell’esposizione, e anche un po’ più sintetici, dal momento che la diretta è durata più di due ore e non è detto che tutti abbiano voglia e tempo di riguardarsela (peccato perché c’è da divertirsi ma soprattutto c’è una chicca finale che non vi potete perdere!).

Inizieremo innanzitutto dal dire che cosa NON è la castità.

La castità non è il patentino del bravo cattolico, non è arrivare illibati al matrimonio, non è svalutare la sessualità e il piacere, e non è nemmeno un banale “astenersi”.

Ovvero, detto in altre parole, se abbiamo inteso finora la castità come una regola da applicare o come una “negazione” di una parte di noi, non siamo sulla strada giusta, anzi.

Ce ne siamo accorti anche noi che da fidanzati abbiamo cercato di seguire il “vademecum del perfetto fidanzamento cattolico” e quindi magari sì, se vogliamo guardare alla castità con uno sguardo superficiale, possiamo dire di essere riusciti ad arrivare al matrimonio con la spunta più o meno verde in merito a questo punto, peccato che avessimo capito poco o nulla del suo vero significato.

Conoscevamo e condividevamo le ragioni razionali per cui valeva la pena aspettare il matrimonio per donarsi totalmente (perché se no ti leghi e non sei libero di capire se è la persona per te, perché solo nel matrimonio ti giochi realmente la vita, ecc…), e abbiamo quindi cercato di fare del nostro meglio per stare nelle regole. Questo però ci faceva sentire “a posto”, “bravini”, innescando in noi un certo senso di superiorità e facendoci perdere di vista che il cuore della castità non è tanto rimandare il dono di sé nel corpo, quanto imparare con gradualità a donarsi totalmente senza maschere e ad accogliere totalmente l’altro per come è.

Ed è così che ci siamo ritrovati sposati con il pedigree in ordine, ma ancora molto immaturi, chiusi su noi stessi e carichi di pretese verso l’altro. E ci infastidiva vedere accanto a noi coppie probabilmente meno scrupolose sul piano sessuale, eppure molto più capaci di amarsi e rispettarsi di noi.

Insomma, non avevamo capito la cosa più importante, ovvero che la castità non è sottrattiva ma additiva: non è per privarci di qualcosa ma per aprirci a qualcosa di più grande, di più pieno, di più bello.

La castità in questo senso è l’arte di imparare ad amare nella verità: se non serve ad insegnarci ad amare non serve a nulla.

A che serve arrivare al matrimonio senza aver “consumato”, quando lui non disdegna sbirciatine più o meno prolungate a pornografia o simili, e quando lei si compiace delle attenzioni del collega? L’ipotetica coppia in questione forse metterà il “bollino castità” sulla tessera del bravo cattolico, ma non si può certo dire che ne abbia compreso il senso.

Ma anche la giovane coppietta che si impegna a non avere rapporti prematrimoniali, ma guarda al matrimonio come all’outlet del piacere in cui soddisfare ogni fantasia erotica, non pare essersi troppo sintonizzata sul mistero della castità.

Allo stesso modo anche la coppia che sceglie la castità (leggi astensione dai rapporti) perché fornisce un comodo alibi per non affrontare i loro problemi e le loro paure riguardanti la sessualità, non sta certo vivendo un fidanzamento casto.

Ciò che vogliamo dire è che non basta seguire determinate regole per essere casti. Per quanto tenaci ed intransigenti, non sarà il rispettare una regola che ci insegnerà ad amare. Le regole possono essere un ausilio, ma non dobbiamo dimenticare che in noi amare non è una cosa che viene spontanea. La nostra sessualità (e con essa la nostra capacità di amare) è ferita dagli effetti del peccato originale, ovvero dalla concupiscenza. In ognuno di noi, piaccia o meno, c’è come un’inclinazione a prendere più che a donare, a mettere davanti noi stessi prima degli altri, un’inclinazione che ci porta ad avere uno sguardo frammentato sull’altro.

Comprendiamo quindi che il problema vero non è tanto fare o non fare sesso prima del matrimonio, il problema vero è il nostro cuore (e quindi il nostro sguardo, i nostri pensieri ecc..) che ha un profondo bisogno di redenzione, di guarigione, di essere progressivamente liberato e purificato.

In questo senso, la castità non è solo un obiettivo da coltivare con le proprie scelte e con il proprio impegno, ma è soprattutto un dono di Dio, un dono da chiedere e da accogliere.

La castità allora è un cammino che dura tutta la vita, dove si intrecciano la nostra volontà e le nostre decisioni da una parte, e l’accoglienza della vita nuova dall’altra, la vita redenta che Cristo è venuto a portarci affinché un po’ alla volta il nostro cuore sia purificato, il nostro sguardo sia limpido, il nostro donarci sia sincero, il nostro amare sia “integro” e possiamo desiderare niente meno che il bene.

Oggi possiamo dirlo: riguardo alla castità non ci hanno convinto i ragionamenti, non ci hanno convinto le motivazioni per quanto comprensibili e “laiche”… riguardo alla castità, e oltretutto quando eravamo già sposati, ci hanno convinti la bellezza e la pienezza, quelle che abbiamo trovato nella teologia del corpo.

La castità infatti, svincolata da un discorso più ampio su chi sono io, che significato attribuisco alla mia sessualità, al mio corpo e alla mia vita, rischia di essere fatalmente fraintesa.

Insomma, la castità è un cammino che forse non finiremo mai di percorrere del tutto, quel cammino da cui però ciascuno di noi, qualsiasi sia il suo stato di vita, può sempre ripartire per imparare ad orientare il proprio desiderio sessuale verso l’autentica dignità della persona e la verità dell’amore, fino a dire: “Sono tutto per te”, “Sono tutta per te”, fino ad essere totalmente donato, anima e corpo.

Il vescovo che non aveva paura a parlare di sesso

Dopo aver celebrato i sessant’anni dell’opera teatrale La bottega dell’orefice, ci soffermiamo su un altro capolavoro di San Giovanni Paolo II, il suo primo libro: Amore e Responsabilità che quest’anno spegne anch’esso ben 60 candeline. Si tratta di due opere tra loro diversissime eppure intimamente collegate: come attesta infatti il suo biografo George Weigel, Amore e Responsabilità costituisce il complemento filosofico ai problemi indagati nel dramma teatrale La bottega dell’orefice.

Karol Wojtyła non fu mai un pensatore da biblioteca, la sua produzione intellettuale nasceva sempre dal travaglio dell’esperienza pastorale con i giovani e le famiglie.

Il tempo speso con i giovani nelle gite in montagna, nella preparazione al matrimonio, nella direzione spirituale e nel confessionale avevano convinto il giovane vescovo che l’etica sessuale della Chiesa esigesse una nuova elaborazione. Occorreva accogliere le domande che risuonavano in quei giovani cuori e consentire loro di scoprire il senso profondo dell’amore sessuale.

Negli ambienti ecclesiali dell’epoca (siamo prima del Concilio Vaticano II), a parte rare eccezioni, riguardo al matrimonio era ancora diffuso un approccio pastorale di stampo giuridico che insisteva sui “fini del matrimonio” (un fine primario, la procreazione e due fini secondari: mutuo aiuto e rimedio alla concupiscenza). Si trattava di un approccio centrato quasi esclusivamente sulla norma che però trascurava l’esperienza e la storia concreta delle persone, insomma un atteggiamento molto più preoccupato delle proibizioni che dell’amore.

Questa modalità pastorale purtroppo si prestava ad essere intesa (e spesso lo era) come una svalutazione dell’amore sessuale e dell’affetto tra gli sposi, e contribuiva ad alimentare un certo sospetto verso il corpo, la sessualità ed il piacere.

Wojtyła si rendeva conto che di fronte alla cultura che si stava diffondendo nel modo occidentale, occorreva una risposta ben diversa da quanto sin lì proposto. Sapeva bene che l’accompagnamento spirituale non poteva limitarsi a comandi e proibizioni, ma richiedeva l’arte di interpretare e spiegare l’insegnamento evangelico sulla sessualità nelle concrete situazioni della vita, attraverso un approccio in grado di valorizzarne la bellezza e la prospettiva di pienezza.

L’occasione di scrivere un’opera a questo riguardo gli venne quando fu incaricato di tenere il corso di etica sessuale presso l’Università Cattolica di Lublino in cui fu docente dal ’54 al ‘61. L’estate precedente l’inizio del corso, decise di far circolare la bozza delle dispense che aveva preparato tra gli amici dell’ambiente di Cracovia e durante una vacanza sui laghi chiese che ogni giorno qualcuno preparasse una relazione su un capitolo così da poterne discutere insieme. La cosa che più affascinò i giovani fu il fatto che Wojtyła non era interessato soltanto al loro giudizio sulla solidità teorica dei contenuti, ma ci teneva soprattutto a sapere se quello che aveva scritto aveva senso nella loro concreta esperienza di vita. 

Fu da questo “laboratorio” sperimentale e profetico che venne alla luce Amore e Responsabilità

Nel suo testo Wojtyła propone una prospettiva completamente nuova all’etica sessuale introducendone a fondamento il comandamento dell’amore e la conseguente “norma personalistica”.

Secondo questa norma, la persona è un bene che non si accorda con l’utilizzo, non può essere trattata come un oggetto di uso, come un mezzo subordinato ad un fine; la persona è un bene al punto che solo l’amore può dettare l’atteggiamento adatto e interamente valido a suo riguardo. Insomma, la persona non può mai essere trattata come un mezzo ma solo come un fine.

In questo modo Wojtyła faceva emergere tutti i limiti della dottrina sui fini del matrimonio, mostrando ad esempio come un marito potrebbe tranquillamente usare la propria moglie come un mezzo per il fine della procreazione restando formalmente fedele alla dottrina dei fini del matrimonio.

Il modo migliore per affrontare la morale sessuale, secondo Wojtyła, non poteva quindi che essere quello di affrontarla in un contesto di amore e responsabilità, in quanto l’amore è un’espressione di responsabilità personale verso un altro essere umano e verso Dio.

In questo modo, l’amore può essere solo l’incontro di due libertà in cui ciascuna è responsabile per il bene dell’altro. Solo in questo modo il sesso cessa di essere qualcosa che semplicemente accade, o qualcosa di tollerato per altri fini e diviene espressione di pienezza in cui uomo e donna, cercano insieme il bene personale e comune donandosi reciprocamente l’uno all’altro.

L’impulso sessuale e il desiderio, venivano così ad essere pienamente riabilitati perché visti come un bene, un dono da amministrare in quanto capaci di condurre al dono di sé ad un altro essere umano. Ed anche la castità più che una serie di divieti tornava ad esprimere l’integrità dell’amore che rende possibile amare nella verità l’altra persona.

Tanto altro varrebbe la pena dire sulla ricchezza di questo testo, ma non c’è qui lo spazio. Vi invitiamo però a riscoprire direttamente la bellezza di queste pagine, dense ma straordinarie e illuminanti sotto il profilo della morale sessuale, affinché ciascuno possa trovare una luce per la sua personale esperienza.

È curioso scoprire come quest’opera non subì alcuna censura ad opera della polizia segreta del regime, anzi nel rapporto del funzionario incaricato alla verifica, ci raccontava Ludmiła Grygiel, traspariva una certa ammirazione, a conferma del fatto che il fascino della verità sull’amore è in grado di parlare al cuore di tutti, anche dei non credenti.

Era il 1960 quando Amore e Responsabilità veniva pubblicato la prima volta e con questo testo iniziava una delle due rivoluzioni sessuali più importanti del secolo scorso: una è stata la rivoluzione sessuale del ’68 quella del sesso libero e della contestazione al perbenismo borghese; l’altra mite e silenziosa è quella della teologia del corpo, evoluzione matura di queste prime riflessioni di Wojtyła su amore e sessualità.

La prima la conosciamo tutti, la seconda invece è ancora un tesoro da scoprire ed accogliere.

Lasciarsi amare

L’amore nella nostra formazione cristiana è spesso stato presentato come la meta del cammino, “imparare ad amare” sembra essere la strada maestra da seguire, come se dovessimo pian piano migliorarci per poter arrivare ad amare veramente, ad amare come Dio. «Vorrei saperti amare come Dio…»

Un po’ come se occorresse miscelare tra loro una buona dose di vita sacramentale, due manciate quotidiane di preghiera e abbondante impegno, per poter via via salire di livello nell’amore.

È così che frequentemente abbiamo purtroppo confuso il cammino cristiano con il perfezionismo.

Stringiamo i denti e ci proviamo. Se le cose vanno benino per un po’, ci gonfiamo di orgoglio. Quando poi inesorabilmente, nonostante tutti i nostri sforzi, ci ritroviamo al punto di partenza a fare i conti con le nostre solite debolezze, finiamo per avvilirci e sentirci da “buttare via” perché il traguardo sembra irraggiungibile e sproporzionato rispetto alle nostre forze.

Capita allora di sentirsi dire che non siamo noi a dover amare, ma che dobbiamo lasciarci amare: “lasciati amare da Dio”.

Ricordo che da ragazzo questa frase mi faceva parecchio arrabbiare: “ma come cavolo si fa a lasciarsi amare da Dio?”  La risposta poi, mi faceva incavolare ancora di più perché più o meno era sempre la stessa: “accorgiti dei doni che Dio ti fa, cura la tua vita di preghiera, ricevi regolarmente i sacramenti, cerca di seguire i comandamenti…” insomma, in pratica riprendere col cammino di auto-perfezionamento di cui sopra.

Con gli anni ho capito che la cosa in sé ha il suo senso, è vero, il cuore della nostra fede è lasciarsi amare, accogliere l’amore di Dio, ma non è facendo un insieme coordinato di atti cristiani che mi ritroverò un giorno a sentire concretamente l’amore di Dio. La prospettiva è un’altra.

Attraverso la teologia del corpo abbiamo scoperto come in realtà, l’amore non è un traguardo, ma sta all’origine della nostra vita, è il fondamento della nostra fede. Siamo redenti, siamo salvati, siamo amati, si tratta veramente di accogliere questo amore e di lasciarsi trasformare.

Ma veniamo al dunque, accogliere, accettare di ricevere, non è cosa facile. In ciascuno di noi dopo il peccato originale c’è come una stortura, un difetto di fabbrica che ci spinge a voler fare da soli, a voler raggiungere, a voler meritare tutto compreso l’amore. Nessuno accetta facilmente di lasciarsi amare gratis.

La sappiamo bene, lo vediamo su noi stessi anche quando banalmente qualcuno ci invita a cena: sempre ci sentiamo in dovere di portare qualcosa una pianta, un dolce, una bottiglia di vino. Vogliamo essere slegati, autosufficienti, non ci sta bene avere i conti aperti con gli altri, avere un debito con qualcuno.  

Con Dio è più o meno lo stesso, siamo stati educati a dover fare cose per Dio, non ci viene naturale accoglierlo e riconoscerlo. E allora come lasciarsi amare? Come sperimentare il suo amore?

Non possiamo essere superficiali, non esistono ricette! Di certo però, non credo sia un’esperienza che possiamo fare stando seduti comodamente in divano a ragionare su Dio.

Possiamo sperimentare il suo amore quando abbiamo le mani libere, quando non difendiamo più niente…

Spesso, almeno per me è stato così, ti lasci amare quando incontri la crisi, il dolore, quando le tue sicurezze vengono meno, quando la terra ti frana da sotto i piedi e il tuo cuore grida a Cristo. 

Quando ti abbandoni, smetti di agitarti per stare a galla e abbracci la tua croce ovvero quella situazione difficile che hai davanti e dalla quale ti stavi difendendo. Quando accetti di entrare in quella morte insieme a Lui e dopo un tempo di passione, scopri che in quella morte Lui ti ha portato alla vita.

È un’esperienza che si comprende a posteriori: eri morto e ti ritrovi vivo. È un’esperienza pasquale.

È così, credo, che ci è dato di scoprire il Suo volto e di commuoverci perché incondizionatamente amati.

È dopo questo tipo esperienza che possiamo iniziare a scorgere nella Parola di Dio, il volto e lo sguardo amorevole di colui che ci ha tirato fuori dalla morte e vuole donarci vita.

È dopo questo incontro che la nostra vita sacramentale e di preghiera, può cessare di essere perfezionismo e diventare relazione.

È dopo aver sperimentato il suo amore che salva e non ci molla che possiamo capire un po’ meglio cosa significa “lasciarsi amare”.