Una valigia per due

Alcune settimane fa, nel preparare un incontro in streaming con un gruppo famiglie della nostra diocesi, abbiamo avuto occasione di riprendere in mano Amoris Laetitia.

Rileggendo alcuni passaggi, c’è stata una frase che questa volta ci è risuonata in modo particolare, facendoci ripensare alla nostra esperienza pre e post matrimoniale. Per maggiore chiarezza evito sintesi e riporto interamente il passaggio di papa Francesco:

«Il matrimonio è una vocazione, in quanto è una risposta alla specifica chiamata a vivere l’amore coniugale come segno imperfetto dell’amore tra Cristo e la Chiesa. Pertanto, la decisione di sposarsi e di formare una famiglia dev’essere frutto di un discernimento vocazionale.» (AL, 72)

Di fronte a questo testo, anche per il fatto che si stava avvicinando il nostro anniversario, è sorta in noi questa domanda: ma noi, da fidanzati, quanto ne eravamo consapevoli?

Purtroppo la risposta è: molto molto poco!

A dire il vero, che il sacramento del matrimonio fosse una vocazione, lo avevamo sentito dire spesso, sia nella nostra formazione giovanile sia nel nostro fidanzamento.

Ma di fatto l’idea che ci avevano trasmesso era quella che la vocazione fosse, in fondo, l’alternativa tra due strade. Ovvero si trattasse di un orientamento personale o verso il matrimonio o verso la vita consacrata… Detta un po’ brutalmente, l’idea era: hai una ragazza, le vuoi bene e non hai mai sentito attrazione per la vita consacrata? Ok, allora la tua vocazione è il matrimonio.

Per cui, capita la direzione da prendere, subentravano tutti i percorsi per vivere bene il fidanzamento e prepararsi al matrimonio, percorsi che però, almeno nella nostra esperienza, hanno sempre avuto un’impronta di tipo morale-psicologico. I temi che andavano per la maggiore erano gli strumenti per crescere nella relazione: come impostare bene il dialogo di coppia, come fare posto a Dio con la preghiera, come vincere i nuclei di morte che possono insinuarsi nella coppia, come affrontare l’arrivo dei figli, come inserirsi nel proprio ambiente parrocchiale e famigliare, ecc…

Per carità, cose importanti, nessuno però ci aveva mai detto che la vocazione al Sacramento del Matrimonio è la risposta ad una chiamata di Cristo a vivere il nostro amore di coppia come segno imperfetto del suo amore per l’umanità.

L’amore, si sa, è un tema sempre controverso, alcuni amici non a caso lo definiscono “ingannevole”. Per quanto riguarda il Sacramento del matrimonio però, come attesta il passaggio di Amoris Laetitia da cui siamo partiti, non si parla genericamente di “volersi bene”, ma di un amore con un’impronta precisa: l’amore di Cristo per la Chiesa.

Come Cristo ha amato la Chiesa? Dando la sua vita per lei! È stato disposto a morire perché lei potesse vivere una vita nuova e più piena.

È quindi un amore capace di dire all’altro: «ho scelto te, al posto di me».

Probabilmente da fidanzato prossimo alle nozze o da novello sposo, se qualcuno mi avesse chiesto “Sei disposto a dare la tua vita per Giulia?”, immaginando appassionate gesta eroiche, avrei risposto senza pensarci due volte: «Certo! La amo, se dovesse capitare un pericolo, sarei disposto a morire per salvarla!»

Ma restava comunque un’ipotesi estremamente remota e, in fondo, il mio immaginario della vita matrimoniale era allora quello di un viaggio romantico ed appassionante, in cui tutto sarebbe stato bello ed entusiasmante. 

Ben presto però mi sono accorto di come la realtà smaschera le aspettative: ad un certo punto, l’impressione era quella di risvegliarmi accanto ad una specie di estranea, diversa dalla fidanzata tenera e amabile a cui il giorno delle nozze avevo detto «Io accolgo te …». Certo, era sempre lei, ma accanto alle cose belle, emergevano anche aspetti sconosciuti, fragilità e limiti tutt’altro che semplici da accogliere. E lo stesso chiaramente era vissuto da lei nei miei riguardi.

All’altare le avevo detto «Io accolgo te…» , ma in fondo, dentro di me, l’idea era: «Io accolgo te purché tu sia sempre carina, amorevole, dolce e comprensiva…»

Lentamente, ho compreso che questo “dare la vita” non passava attraverso eclatanti gesta eroiche, ma attraverso un accettare di morire quotidianamente. Cosa facile a dirsi, ma profondamente lacerante quando sei attaccato alle tue ragioni e ai tuoi modi di vedere le cose e l’altro esce deliberatamente dai tuoi schemi e non li accetta semplicemente perché è diverso da te.

Ricordo che durante un corso per fidanzati ci avevano detto che la relazione matrimoniale è paragonabile ad un viaggio nel quale di due valigie (quelle di ciascuno) occorre farne una sola insieme.

È evidente che in una valigia sola non può entrarci tutto e occorre fare delle rinunce. In me la cosa era abbastanza chiara: c’erano delle rinunce da fare, bisognava trovare un buon accordo, ma il viaggio valeva la pena.

Ciò che non immaginavo era che lungo il cammino, a volte, il bagaglio pesa, e per proseguire occorre lasciare indietro qualcosa… non immaginavo nemmeno che, a mano a mano che si fanno nuove esperienze insieme, occorre fare nuovo spazio ed imparare a fare a meno di qualcos’altro per non perdersi le cose belle. E soprattutto, mai avrei immaginato che anche certe cose spiacevoli che ti ritrovi senza volerlo nella valigia possono rivelarsi occasioni di vita.

Quando ci siamo sposati, proprio non lo immaginavo, ma davvero la chiamata alla vita matrimoniale è una chiamata ad un amore pasquale in cui uomo e donna sono disposti a donarsi reciprocamente la vita. 

Dopo undici anni di matrimonio posso dire che ne vale la pena, perché ad ogni morte per amore è seguita sempre una risurrezione, ad ogni rinuncia è seguito sempre un dono più grande, ad ogni spossessamento, una maggiore libertà, ed oggi quando ci guardiamo negli occhi la gioia è più grande di undici anni fa.

Tornando alla vocazione al matrimonio, siamo sempre più convinti che il Signore, se chiama a vivere un amore come il suo, non lo fa per masochismo, ma perché vuole dilatare il nostro piccolo amore e renderlo capace di cose sempre più grandi. Non a caso nel Sacramento del matrimonio viene effuso sugli sposi lo Spirito Santo che, se accolto, dona la grazia di amare come Cristo ha amato, nel dono sincero di sé.

Crediamo e speriamo che ci sia ancora tanto da camminare e da trafficare con quella benedetta valigia, ma abbiamo toccato con mano che non siamo soli. Lo Sposo è qui e la porta con noi.

Pentecoste: godiamoci il bacio di Dio!

Lo Spirito Santo, il bacio di Dio sull’umanità

Se iniziamo parlando di San Bernardo, ai più verrà in mente un coccoloso cagnolone di grossa taglia, eppure esiste un santo molto affascinante che ha in comune lo stesso nome: Bernardo di Chiaravalle.

Cosa centra San Bernardo con la Pentecoste ve lo diciamo subito… in vista della Pentecoste, il nostro caro amico don Luigi, ci ha condiviso alcune meditazioni di questo santo sullo Spirito Santo. Si tratta di intuizioni bellissime che nascono dalla sensibilità di un mistico, e che racchiudono, con buona pace dei più scettici, una sorprendente concretezza. Vogliamo quindi provare di raccontarvi con le nostre povere parole questa meraviglia.

Nei sermoni sul Cantico dei Cantici, San Bernardo, contemplando il linguaggio d’amore degli sposi e la capacità del loro corpo di esprimere l’amore attraverso gesti concreti, vede una rappresentazione simbolica del mistero trinitario di Dio. Come diceva Giovanni Paolo II infatti, il nostro Dio non è solitudine, ma è una famiglia, e il mistero trinitario ci rivela proprio Dio come comunione di amore e intimità tra le tre persone divine.

San Bernardo in particolare si sofferma sul versetto «Mi baci con i baci della sua bocca» (Ct 1,2) il bacio quindi come gesto d’amore, quel bacio bocca a bocca che appare come la trasmissione dello stesso respiro, della stessa vita, gli rivela una realtà ancora più profonda.

Certo dobbiamo qui purificare il nostro sguardo inquinato, non si tratta ovviamente del cosiddetto «bacio alla francese», ma semplicemente di un incontro appassionato delle labbra.

E proprio questo incontro delle labbra fa dire a San Bernardo che lo Spirito Santo può essere visto come il bacio del Padre al Figlio poiché rappresenta «l’imperturbabile pace del Padre e del Figlio, il saldo vincolo, l’indivisibile amore e l’indissolubile unità tra i due».

Dice San Bernardo che il Padre ama il Figlio, e lo abbraccia con una singolare dilezione (ovvero un amore spirituale costante), ma anche egli stesso è amato da parte del Figlio, il quale per amore Suo accetta la morte in croce.

Le letture di questo tempo di Pasqua, in fondo, non hanno fatto altro che ricordarci quotidianamente tutto questo, che Cristo e il Padre sono una cosa sola: «io sono nel Padre e il Padre è in me», e che noi, nella Pasqua di Cristo, abbiamo accesso a questa unità: «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi.»

San Bernardo dice proprio che a pronunciare la frase del Cantico «Mi baci, con il bacio della sua bocca» è la sposa e «sposa» è ogni anima che ha sete di Dio. È affascinante allora guardare alla Pentecoste, al dono dello Spirito Santo, come ad un bacio che ci dona il Padre.

Il vangelo che troveremo nella liturgia dice «soffiò su di loro» e per soffiare, guarda caso, bisogna proprio protendere le labbra come a voler baciare.

La bocca, le labbra, sono un mistero di vita potentissimo perché sono bacio, respiro, parola e nutrimento.

Questo soffio-bacio-parola attraversa tutta la Scrittura, la apre e la chiude. Lo troviamo al principio, quando Dio crea con la parola e plasma l’essere umano come attraverso un bacio, comunicandogli la sua vita più intima attraverso il soffio di un alito di vita. E lo troviamo al compimento delle scritture nel mistero Pasquale, quando Cristo sul talamo della croce, chinato il capo, spirò, ovvero soffiò, condivise a noi la sua vita. Ed è sempre il tema del bacio a ricordarci che è possibile guardare tutta la Bibbia anche come un’appassionata storia d’amore tra Dio e l’umanità.

La Pentecoste ci parla proprio di questo Dio innamorato che attende di baciarci attraverso il Figlio, ci parla di questo bacio spirituale che è più di un bacio, è condivisione di vita eterna.

Forse qualcuno potrà trovarsi un po’ a disagio all’idea di ricevere un bacio sulla bocca da Dio. Eppure, proprio questo incontro libero delle labbra, questa condivisione dei respiri può in modo forte e concreto raccontare il mistero della vita nuova, che ci è comunicata nella Pentecoste attraverso lo Spirito Santo.

Benché siamo tutti messi maluccio, non si tratta di una «respirazione bocca a bocca» che subiamo, può trattarsi solo un bacio. Può essere solo un bacio perché soltanto il bacio bocca a bocca è incontro di due libertà. Solo il bacio rivela desiderio di intimità, desiderio di una vicinanza fino a diventare una cosa sola: io in te e tu in me.

Questa festa allora ci parla di un Dio innamorato che attende di baciarci. Oggi Dio bacia, Dio mi bacia, protende le sue labbra per incontrare le mie e condividermi il suo respiro, la sua vita più intima che è la comunione. Accoglierò questo bacio? Godrò di questo bacio?

Buona Pentecoste

Cento anni fa: Magnificat

Ricorrono oggi i 100 anni della nascita di un uomo straordinario: Karol Wojtyła, a cui Dio, come fu per Pietro, ha posto un nome nuovo: Giovanni Paolo II. Un uomo come noi, che ci ha insegnato che è possibile essere straordinari semplicemente accogliendo la paternità di Dio e la maternità di Maria.

Oggi vogliamo ricordare la sua nascita con alcuni versi di una sua poesia giovanile che celebra la vita, scritta tra la primavera e l’estate del 1939.

Il titolo è Magnificat, Karol la scrisse a diciannove anni, da giovane universitario, quando agli occhi del mondo “non era ancora nessuno”, ma agli occhi di Dio Padre era già un capolavoro.

In questi versi, il giovane Karol, come la Madre di Dio, prova a cantare il suo Magnificat, quasi stesse anche lui, come Maria, contemplando germogliare in sé l’opera di Dio.

Stupiscono queste sue parole appassionate di vita pensando al mistero della sofferenza che, nonostante la giovane età, lo ha già toccato più volte nel profondo, privandolo prima della madre (a soli nove anni) e poi del fratello maggiore.

Nella poesia risuona questo profondo amore per la vita, tanta gratitudine e fiducia in Dio ed appare fortissimo il contrasto con tutto ciò che da lì a poco si abbatterà su di lui con la seconda guerra mondiale e la perdita del padre nel ‘41. Eppure, oggi,  alla luce di tutta la sua vita straordinaria, in queste parole possiamo intravedere come una visione, un presentimento di elezione, egli lo definisce un «silenzioso presagio».

Non può non sorprendere, ad esempio, il passaggio «Esalta anima mia, Colui che ha gettato sulle mie spalle il velluto ed il raso sovrano», pensando al fatto che quaranta anni dopo, neoeletto papa, Wojtyła si affaccerà dalla loggia di San Pietro indossando la tipica mantellina del papa (la mozzetta) di raso rosso, colore che testimonia il sangue di Cristo Re versato per l’umanità.  

Lasciamoci allora toccare dalla melodia e dal contenuto profondo di queste parole e in questo speciale anniversario chiediamo con tutto il cuore la sua intercessione per un cuore da mistici come il suo.

– – –

Esalta, anima mia, la gloria del Signore,

Padre d’immensa Poesia – così buono

Egli ha cinto la mia giovinezza di un ritmo stupendo,

ha forgiato il mio canto sopra un’incudine di quercia.

In te risuoni, anima mia, la gloria del tuo Signore

Artefice dell’angelica sapienza – Artefice clemente.

Ecco, riempio fino all’orlo il calice col succo della vite

Nel Tuo convito celeste – io, il Tuo servo orante –

grato, perché misteriosamente rendesti angelica

la mia giovinezza,

perché da un tronco di tiglio scolpisti una forma robusta.

Tu sei il più stupendo, onnipotente Intagliatore di santi

– la mia strada è fitta di betulle, fitta di querce –

Ecco, io sono la terra dei campi, sono un maggese assolato,

ecco, io sono un giovane crinale roccioso dei Tatra.

Benedico la Tua semina a levante e a ponente –

Signore, semina generosamente la Tua terra

che diventi un campo di segale, un folto di abeti

la mia giovinezza sospinta dalla nostalgia, dalla vita.

La mia felicità – grande mistero – Ti esalti

perché hai dilatato il mio petto in un canto primordiale,

perché hai permesso al mio volto di tuffarsi nell’azzurro,

perché hai fatto piovere nelle mie corde la melodia

e in questa melodia Ti sei svelato in visione –

attraverso il Cristo.

[…]

Esalta anima mia, il Signore, per un silenzioso presagio,

per la primavera echeggiante di gotica nostalgia,

per l’ardente giovinezza – il calice inebriante di vino

per l’autunno che ha sembianza di stoppie tristi e di erica.

EsaltarLo per la poesia – per la gioia e il dolore!

– Gioia di dominare la terra, il cielo e l’oro,

perché nelle tue parole s’incarna la delizia e l’ardore delle generazioni,

perché Tu cogli questa maturità  che Ti si stende davanti.

Dolore – la tristezza serale dell’indicibile

quando la Bellezza ci avvolge in un’onda d’estasi.

[…]

E mi sento un angelo caduto –

una statua sul pietrame – sul piedistallo di marmo:

ma tu alitasti nostalgia nella statua e nello slancio delle braccia,

così si solleva ed anela – uno di questi angeli io sono.

E ancora Ti esalto perché Tu sei l’approdo,

la ricompensa di ogni canto – il giorno del sacro pensiero –

e la gioia echeggiante dell’inno materno,

il silenzioso compimento della parola – Sei il culmine, Eli!

Sii lodato, Padre, per la tristezza dell’angelo,

per la lotta tra il canto e la menzogna, il combattimento ispirato

dell’anima –

Tu annulla in noi l’amore per la parola

E spezza la forma che, come un uomo vano, si gonfia.

Cammino sui tuoi sentieri – io un trovatore slavo –

[…]

Sii benedetto o canto tra tutti i canti!

Sii benedetta, semente della mia anima e della luce!

Esalta anima mia, Colui che ha gettato sulle mie spalle

il velluto ed il raso sovrano.

Benedetto è l’intagliatore di santi, Slavo e profeta

Abbi pietà – io canto come un pubblicano ispirato –

Esalta, anima mia, con il canto e l’umiltà

Il Tuo Signore, con l’inno: Santo, Santo, Santo!

Il canto, ecco, si unifica : Poesia – Poesia!

– il grano anela come l’anima mia che soffre insaziabile –

– che i miei sentieri si stendano all’ombra di querce e di betulle,

che la mia giovane messe sia gradita al Signore.

Libro slavo di nostalgie! Echeggia sui confini

come squilli degli ottoni nei cori di risurrezione,

con vergine canto sacro, con una poesia reverente

e con l’inno dell’Uomo – Magnificat di Dio.

L’anima nostra magnifica il Signore per il dono della tua vita caro Karol .

Non solo che finisca presto, ma che finisca bene #2

Riprendiamo questo augurio che era al centro di un nostro precedente articolo (che trovate qui) per una nuova riflessione relativa a questi tempi di pandemia.

Qualche giorno fa abbiamo fatto una lunga e piacevole chiacchierata Skype con un amico sacerdote e ci siamo scambiati varie considerazioni su cosa ci sta insegnando questo periodo di quarantena. In particolare, abbiamo riflettuto insieme sulla situazione delle parrocchie e sulle reazioni dei preti.

Ci ha colpito in particolare una sua frase, perché crediamo sia per certi versi emblematica di quanto è emerso in questo periodo. A suo dire questa situazione ha fatto verità, smascherando un certo clericalismo e facendo emergere i parroci per come sono stati formati, ovvero come funzionari del sacro.

Ci raccontava di aver sentito molti confratelli angosciati per il fatto che le persone si stanno disabituando ad andare a messa, delusi e amareggiati per la bassa audience ottenuta dai loro tentativi di celebrazione in streaming, preoccupati per i risvolti economici dovuti alla mancanza di introiti provenienti dalle offerte, in pena per le opere parrocchiali bloccate: oratori e dopo scuola chiusi, impossibilità di terminare l’anno catechistico.

Tutti in una grande agitazione e alle prese con la difficoltà di “ricollocarsi” in questa emergenza in cui, tutte le attività che di solito ruotano intorno a loro e li fanno sentire importanti, si sono improvvisamente bloccate, tutti ansiosi di tornare il prima possibile alla normalità, quasi che la loro fosse una delle tante “professioni” interdette dall’esercizio in questi tempi di lockdown.

È  un quadro che appare piuttosto sconfortante, e viene da chiedersi: possibile che in questo tempo di prova il Signore non volesse insegnare null’altro che agitazione e scoraggiamento?

Tutte queste preoccupazioni sono certamente legittime, ma quando diventano le uniche a sovrastano tutto il resto, allora forse è segno che qualcosa non va. A ben vedere, queste inquietudini rivelano come il sacerdozio sia ancora sentito più come un ruolo che come una missione a servizio della comunità, e come anche la vita parrocchiale, al di là dei tanti proclami, sia ancora percepita non come una realtà famigliare, bensì come una specie di centro servizi che deve garantire prestazioni ai propri utenti, una specie di Srl che deve curare la soddisfazione dei propri clienti.

Certo non è mai corretto generalizzare, perché indubbiamente ci sono anche sacerdoti che hanno reagito con grande creatività, mettendosi in ascolto dello Spirito, ma avendo ascoltato anche altre esperienze simili, temiamo che questa situazione non sia affatto rara in giro per l’Italia.

Probabilmente anche a tanti di noi sarà capitato, in questa fase, di vedere preti improvvisarsi youtuber e altri avventurarsi in dirette facebook degne di Paperissima, tutto per poter offrire il servizio di diretta streaming della messa domenicale e quotidiana quasi non ci fossero altre opportunità.

Sappiamo però che la Liturgia Eucaristica è un’esperienza da vivere in prima persona, guardarla in HD dal proprio divano è meglio di niente, ma la cosa non è nemmeno lontanamente paragonabile al parteciparvi fisicamente insieme a tutta la comunità. Allora ci chiediamo: perché investire tempo, energie e mezzi per moltiplicare le dirette e tentare di tenere in piedi lo status quo, invece di lasciarsi interrogare e rinnovare da queste nuove circostanze? Tutto questo, non rischia forse di essere un versare vino vecchio in otri nuovi? In fondo, a garantire la trasmissione di una messa ben curata in TV e sul web ci sono già le diocesi, che per altro hanno a disposizione mezzi certamente più all’avanguardia, nonché il papa.

Conosciamo la centralità del Mistero Eucaristico e il suo essere fonte e culmine della vita cristiana, ma spesso dimentichiamo che il suo fine, come esplicitato nella preghiera eucaristica, è che possiamo divenire tutti «un solo corpo» in Cristo. La liturgia non è per celebrare sé stessa, ma è perché possiamo essere, come direbbe San Paolo, «corpo di Cristo e sue membra», ovvero una comunità di persone unite dall’amore, in cui l’unità è superiore ai conflitti.

Questo tempo ci ha volenti o nolenti privato della dimensione del culto, ma non ci ha tolto l’essere corpo di Cristo e l’essere membra gli uni degli altri.

Allora, pensando ai sacerdoti, ci chiediamo: se a causa delle restrizioni, non è possibile distribuire il corpo di Cristo nell’ostia consacrata, perché non uscire da una prospettiva sacrale e cultuale per restituire valore al corpo di Cristo costituito dalla comunità dei fedeli per cui Cristo ha dato la sua vita?

Non potrebbe essere proprio questo, il più grande “successo pastorale” degli ultimi tempi? Che i fedeli, in questa particolare circostanza, invece di tirare i remi in barca aspettando la ripresa o accontentandosi di servizi virtuali a domicilio, inizino ad esercitare il loro sacerdozio battesimale come protagonisti della loro vita di fede?

Perché non aiutare le famiglie a prendere coscienza del loro essere chiesa domestica, indicando loro nuove modalità per vivere la fede e la preghiera tra le mura di casa?

Perché non farsi un poco da parte per aiutare i fedeli a sentirsi parte di una Chiesa più grande, incoraggiandoli a raccogliersi attorno al vescovo, almeno per ascoltare la Messa domenicale?

Perché non scendere dal piedistallo del proprio ruolo e iniziare a personalizzare i rapporti con le persone, facendosi presenti con gesti semplici? Una telefonata per sapere come va, un messaggio per far sapere che sono ricordate, piccole attenzioni che costruiscono unità.

Perché non riscoprire il valore del servizio concreto alle persone in quanto «corpo di Cristo»?  Quel servizio che viene richiamato ogni giovedì santo col gesto simbolico della lavanda dei piedi, perché non incarnarlo al di fuori degli schemi del culto, portando magari la spesa agli anziani o interessandosi a chi vive difficoltà concrete?

Sono spunti di riflessione, domande certamente scomode, e non le poniamo, sia chiaro, per fare un processo ai sacerdoti. Noi stessi, come sposi e come laici, su questi punti abbiamo ancora tanto da imparare e da crescere per essere veramente «corpo di Cristo» e dare vita alle Sue parole: «da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri». (Gv 13,35) Crediamo però che per ciascuno di noi sia arrivato il tempo propizio per un esame di coscienza generale su come siamo stati abituati a vivere il nostro essere Chiesa nella realtà parrocchiale.

Sembra ormai ufficiale che tra una decina di giorni, potremo tornare a celebrare l’Eucaristia comunitaria, la speranza è che possiamo arrivarci con uno sguardo sempre più libero dal clericalismo, così che all’interno delle pietre dell’edificio chiesa ci siano le «pietre vive» di una comunità che si ama e non impiegati e clienti di una Srl guidata da un amministratore delegato.

La Chiesa, ci ha ripetuto più volte papa Francesco, «è e deve essere la famiglia di Dio»: solo aprendoci a questo mistero e liberandoci da tutte le derive da “centro servizi” a cui siamo stati abitati, tutta questa avventura potrà finire non solo presto, ma soprattutto bene.

Non solo che finisca presto, ma che finisca bene

«Non solo che finisca presto, ma che finisca bene», questo l’augurio che ci ha fatto qualche giorno fa un amico prete in relazione all’attuale situazione coronavirus. Un augurio che ci ha suscitato diverse riflessioni e che ci pare abbia anche alcuni punti di contatto col vangelo dei discepoli di Emmaus che ci accompagna questa domenica.

Conosciamo tutti il brano dei discepoli di Emmaus, questa coppia in cammino verso un paese poco distante da Gerusalemme. Essi stanno vivendo una grande angoscia, sono tesi, delusi e spaventati e discutono animatamente dei fatti accaduti a Gesù. Non capiscono come mai sia potuto andare tutto storto: si aspettavano un esito diverso, ma le cose sono inspiegabilmente precipitate. Discutono cercando di trovare le cause, di individuare i responsabili, di capire come sia potuto accadere.

Questa situazione pare in qualche modo accostabile a ciò che stiamo vivendo come cristiani in questa pandemia, con l’annessa quarantena. Non ci spieghiamo come sia potuto succedere,  come siamo arrivati ad una situazione così complicata e difficile da accettare sotto tanti aspetti. Perché da quasi due mesi tutto si è fermato e siamo barricati in casa?  E soprattutto perché il divieto di partecipare alla Messa? Possibile che non  esistano altre soluzioni? E allora ci tormentiamo: c’è chi si dispera, chi vede maledizioni divine, chi attacca le istituzioni per far ripartire le cose, chi urla al complotto. Certamente è una prova, percepiamo che ci è stato tolto qualcosa di vitale, ma un po’ come i due di Emmaus rischiamo di non accorgerci che il Signore Gesù è vivo e cammina con noi.

Nel brano, mentre i discepoli sono nel pieno delle loro lamentazioni, lo sconosciuto che cammina con loro (Gesù) gli chiede su cosa stiano discutendo. Lui che è stato il protagonista di quei fatti, si prende del forestiero, dell’ignorante e si fa raccontare il loro punto di vista. Poi per fortuna, ad un tratto, le recriminazioni si interrompono e finalmente, in quel breve attimo di silenzio, Gesù può prendere la parola:  spiega loro che anche quello che non comprendono può rivelarsi come mistero di salvezza, se guardato dalla giusta prospettiva, dalla Sua prospettiva. Ed ecco che finalmente la Sua parola inizia a scaldare i loro cuori confusi e turbati.

Ritornando a noi e alla nostra quarantena, vogliamo domandarci: abbiamo permesso a Gesù di parlarci, di spiegarci cosa si riferisce a Lui nella situazione che stiamo vivendo? Ci siamo accorti della sua presenza tra noi nell’ordinarietà del nostro difficile cammino quotidiano? Oppure abbiamo dato spazio solo alle nostre  frustrazioni e alle nostre lamentele?

Per fortuna Cristo è molto meno forestiero di noi nelle situazioni della nostra vita. Forse, se per un attimo cessassimo di lamentarci, potremmo metterci in ascolto di ciò che ci vuole dire.

In ogni caso, se glielo chiediamo, resta con noi. Gesù infatti, si ferma ad Emmaus con i due discepoli, entra in casa, cena con loro e si manifesta ai loro occhi. Qui essi possono finalmente riconoscerlo nello spezzare il pane. Questo riconoscimento però, non appare legato al solo momento eucaristico, ma rappresenta il compimento di un processo più lungo iniziato durante il cammino. Per la strada infatti, hanno camminato con lui, lo hanno ascoltato, si sono lasciati condurre fuori dai loro schemi e infine lo hanno invitato ad entrare nella loro casa.

Questa mensa di Emmaus, richiama certamente la Liturgia Eucaristica che tanto ci sta mancando in questi giorni di quarantena. Allora possiamo chiederci: quando torneremo di nuovo a partecipare alla Messa saremo in grado di riconoscerlo? Saremo in grado di riconoscerlo se lungo la strada della quarantena non siamo entrati in un rapporto personale con Lui?

Tante volte ci è capitato di partecipare allo spezzare del pane, senza che i nostri occhi fossero in grado di riconoscerlo, presente nella nostra vita.

L’augurio è che questa volta, quando torneremo a Messa, non sia così! Possa, questa attesa, scaldare il nostro cuore, così che possiamo presentarci alla prossima Liturgia Eucaristica pronti a fare memoria delle parole che ci ha detto, dei passi fatti insieme, delle nuove prospettive che ci ha aperto in questo tempo. Pronti ad offrire su quell’altare tutta la concretezza della nostra vita. Così la nostra Eucarestia tornerà ad essere un dono vitale che ci unisce sempre più intimamente a Cristo e ai fratelli.

Ci auguriamo che la riapertura al pubblico delle Messe sia ormai vicina, non lasciamoci quindi scappare questo ultimo periodo di quarantena, per riscoprire la Sua presenza nel nostro cammino quotidiano. Lo ripetiamo, lui è molto meno forestiero di quanto crediamo in ogni situazione della nostra vita.

Solo così tutta questa avventura potrà finire non solo presto, ma soprattutto bene.

Caffè teologico di coppia

Non so voi, ma per noi pregare insieme è sempre stata una sfida.

Lasciamo stare l’imbarazzo iniziale, da cui sono ormai passati tanti anni.

Le difficoltà di oggi sono principalmente scegliere la modalità (condivisione sul Vangelo del giorno o lettura continuativa della Bibbia? Preghiera spontanea o decina del rosario? La mattina o la sera? Tanto per dirne alcune!) e portarla avanti con perseveranza… tutto insomma!

In questa quarantena, durante la quale siamo a casa entrambi, ci siamo dapprima mossi un po’ a casaccio, ma poi abbiamo sentito l’esigenza di trovare un modo soddisfacente per pregare insieme, perché se non lo facciamo ora che condividiamo il tempo e lo spazio tutto il giorno, quando lo faremo? Non volevamo perdere questa occasione preziosa: può essere infatti il momento opportuno per iniziare una buona abitudine da mantenere, con i dovuti aggiustamenti, anche quando si tornerà alla normalità.

Così abbiamo deciso di sperimentare un po’ di strade e abbiamo trovato la formula che fa per noi, almeno in questo tempo.

Innanzitutto abbiamo pensato di tenere fermo lo spazio di preghiera personale che ciascuno di noi fa il mattino, meditando le letture del giorno. Come dice il nostro padre spirituale, è il cibo della giornata, è il pane che il Signore ogni giorno ti offre, e proprio perché Lui è vivo e presente nel qui e ora, anche la Sua Parola ci parla in modo personale, giorno per giorno. E infatti abbiamo sperimentato tante volte di ricevere proprio ciò di cui avevamo bisogno: una parola di consolazione, o di incoraggiamento, o una conferma rispetto a qualche scelta, o ancora, una parola di speranza.

Certo ci sono poi giorni, ma anche periodi interi alle volte, in cui sembra che la Parola non ci dica nulla… a volte perché siamo noi ad avere il cuore lontano e chiuso, altre volte invece perché è semplicemente così: come in tutte le relazioni, ci sono momenti in cui non abbiamo molto da dirci, ma questo non significa non poter godere della Sua presenza.

La preghiera personale è quindi per noi un momento irrinunciabile di incontro a tu per tu con il Signore e sentiamo l’esigenza di coltivarlo, convinti che non possa essere sostituibile dalla preghiera di coppia.

Ma accanto a questo spazio, ci mancava un momento da vivere insieme e quindi abbiamo deciso di fare seriamente e con continuità quello che già da tempo ci era stato consigliato, ma che fino ad oggi non eravamo riusciti a fare con costanza.

Il suggerimento era molto semplice: prendersi qualche minuto per condividere insieme ciò che il Vangelo del giorno ha fatto risuonare in noi nella preghiera personale, rispetto a quello che viviamo quel preciso giorno o periodo. In questo modo possiamo passare da una dimensione individuale, a una di coppia: cosa il Signore dice a noi come coppia, come si fa presente tra noi, cosa ci vuole comunicare come sposi?

Scelta la modalità, per aiutarci nella perseveranza, abbiamo pensato di legare questo momento ad un nostro “rito” quotidiano: il caffè del dopo pranzo. Abbiamo quindi istituito il “caffè teologico”: mentre lo prepariamo abbiamo tempo di ripensare alla Parola ascoltata il mattino e a ciò che ci ha suscitato, poi mentre lo beviamo insieme, magari godendoci un po’ di sole in giardino, condividiamo qualche pensiero. Non occorrono ore, ma solo qualche minuto in cui donarsi reciprocamente vero ascolto.

Abbiamo così scoperto un modo molto concreto e semplice per arricchirci reciprocamente e per godere dell’ispirazione creativa della Parola, tante volte infatti, ciò che uno condivide all’altro diventa pane per entrambi, e nutrimento che alimenta la comunione e l’unità tra di noi.

Quando si tornerà al lavoro non sarà più possibile prendere il caffè insieme dopo pranzo, per cui sarà necessario riprogrammare il caffè teologico, magari diventerà l’aperitivo teologico o il dopo cena teologico, vedremo, ma la nostra speranza è che aver goduto di questo momento, alimenti il desiderio e la fermezza di trovare, ancora una volta, il modo appropriato per pregare insieme.

Anche il tuo corpo fa Pasqua con Lui

Ci accingiamo a vivere una Pasqua del tutto particolare e certamente, visto il contesto attuale, tutti ci auguriamo che resti “unica”. Da parte nostra possiamo dire che desideriamo resti unica, non solo perché non si ripetano altre pandemie, ma anche perché tutti noi possiamo gustarla in un modo completamente nuovo.

Ecco allora che forse, più che coltivare l’amarezza per i riti a cui non ci sarà possibile partecipare, o abbandonarci al dispiacere per ciò che irrimediabilmente mancherà quest’anno, crediamo sia più saggio provare di mettere a fuoco ciò che di essenziale questo tempo ci ha lasciato, per vivere intensamente il mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù.

È vero, quest’anno non potremo andare nell’edificio chiesa per la Santa Messa, ma avremo forse la possibilità di riscoprire la Chiesa come «famiglia di Dio», come «famiglia di famiglie» che, insieme, si sostiene vicendevolmente in questa fase di difficoltà. Se siamo una coppia di sposi poi, la nostra casa è anche «chiesa domestica» a tutti gli effetti, perché la nostra relazione è abitata da Cristo. Ma soprattutto in quanto battezzati, siamo divenuti noi stessi tempio dello Spirito Santo, dello Spirito dei figli di Dio per mezzo del quale possiamo chiamare Dio, «Padre».

È vero, purtroppo non sarà possibile ricevere fisicamente il corpo e sangue di Cristo, ma avremo ugualmente la possibilità di accostarci al mistero eucaristico, che è il mistero del Suo corpo donato per amore. Un corpo reale: il suo sudore, la suo schiena, il suo capo, le sue spalle, le sue mani e i suoi piedi inchiodati alla croce, ci danno la misura schietta del suo amore per noi, concreto ed incarnato senza fronzoli e sdolcinatezze.

È vero, non abbiamo la mediazione di quei preziosi segni che solo la liturgia ci sa comunicare (il ramo d’ulivo, la lavanda dei piedi, il bacio della croce e la luce della notte di Pasqua), ma abbiamo la possibilità di riscoprire la nostra persona, il nostro corpo, che non solo è il segno più bello di tutto il creato, perché portiamo in noi l’immagine e somiglianza con Dio, ma è ciò con cui possiamo unirci al Padre nella preghiera per essere sacrificio vivente, santo e gradito a Dio.

Ecco allora che per cercare di penetrare un po’ di più il grande mistero pasquale, desideriamo proporvi una piccola meditazione da fare personalmente, “corpo a corpo” con Cristo, ispirata ad un testo di Jo Croissant. Una meditazione che crediamo ci aiuti a cogliere il mistero del divino e dell’umano, che in Cristo si sono uniti per non essere mai più separati.

  • IL SUDORE: il nostro nel Suo

«In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra.» (Lc 22,44)

Mediante l’agonia di Gesù al Getsemani è stato santificato il sudore dell’uomo. Dio disse ad Adamo: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”. Gesù suda sangue, quasi ad esprimere in modo radicale il dono di tutto il suo essere, corpo, anima e spirito, per la redenzione del mondo. Accetta di assumere le conseguenze del peccato originale e, con il sudore come gocce di sangue, riscatta tutto il lavoro dell’uomo. Quel sudore esprime l’intensità della sua sofferenza interiore, della sua lotta con il nemico, padre di menzogna, che cerca di convincerlo dell’inutilità del suo sacrificio.

Signore Gesù, ti rendiamo grazie per averci riscattati con il tuo sangue.

Ti offriamo il nostro lavoro, le nostre lotte interiori ed esteriori

Affinché tu le associ alla tua redenzione.

Non sia vano alcuno nostro sforzo,

non sia inutile alcuna nostra sofferenza,

ma tutto possa servire per la tua gloria e per la salvezza delle anime.

  • LA SCHIENA: la nostra nella Sua

«Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare.» (Gv 19,1)

Con la flagellazione Gesù ha offerto la sua schiena alla cattiveria degli uomini, accettando di soffrire nella sua carne le lacerazioni che il male e l’ingiustizia infliggono alla carne umana.

Signore, ti offriamo tutte le sofferenze presenti nella nostra carne.

Ti offriamo la nostra schiena ricurva sotto il peso di tanti fardelli.

Concedici di non sopravvalutare le nostre forze

E di non caricarci di fardelli che non ci chiedi portare,

ma di portare con gioia la nostra parte di sofferenza.

  • IL CAPO: il nostro nel Suo

«E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo» (Gv 19, 2)

Con l’incoronazione di spine Gesù offre il suo capo per ottenerci la purificazione della nostra mente.

Signore, ti offriamo tutto ciò che non capiamo della nostra vita,

tutto ciò che ci sembra senza senso, inutile

e che non riusciamo a controllare.

Signore, sia la nostra testa sottomessa al tuo cuore,

affinché non dimentichiamo mai che sei il nostro Creatore e Salvatore.

Proteggici dall’orgoglio e della presunzione.

Dacci l’intelligenza delle Scritture,

la comprensione dei tuoi misteri con il cuore.

Come Salomone, ti chiediamo

la saggezza di non giudicare tutto in modo umano,

ma di vedere ogni cosa nella tua luce.

  • LE SPALLE: le nostre nelle Sue

«Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota» (Gv 19,17).

Nella via crucis, Gesù offre le sue spalle. Sarà schiacciato sotto un fardello troppo pesante per le sue spalle umane, conoscendo pienamente la nostra condizione di debolezza.

Signore ti offriamo tutto ciò che ci disturba, che ci tormenta,

ciò che è troppo pesante per noi e che ci schiaccia.

Aiutaci a non sottrarci ai tuoi disegni,

a portare la nostra croce con coraggio e con fiducia,

sapendo che la porti insieme a noi.

  • PIEDI E MANI: i nostri nei Suoi

Sulla croce offre i suoi piedi e le sue mani, immobilizzati, resi impotenti, affinché tre giorni dopo scaturisca la potenza della resurrezione.

Signore, ti offriamo i momenti

in cui ci fai vivere un’immobilità che ci crocifigge,

in cui siamo praticamente impossibilitati ad agire,

in cui dobbiamo renderci conto della sconfitta e della morte.

Vogliamo proclamare la tua vittoria sul male e sulla morte,

la nostra certezza che tu cambi il male in bene

con la potenza della tua resurrezione.

Ci siamo imbattuti in questo testo di Jo Croissant quasi per sbaglio, ma crediamo che, visti i tempi che stiamo vivendo, non sia stato un caso. Pensiamo che valga davvero la pena dedicare un piccolo spazio della nostra settimana santa a questo “corpo a corpo” con il Signore Gesù, per gustare ancora più personalmente ed intensamente come la Sua Pasqua non è qualcosa che riguarda solo il nostro domani e l’aldilà, ma riguarda sempre il nostro oggi, la nostra vita concreta nel corpo, in ogni suo aspetto. Lui è venuto per redimere tutto di noi; tutto ciò che siamo, in Lui, passa da morte a vita perché Lui solo fa nuove tutte le cose.

 Buona Pasqua di Resurrezione da Giulia e Tommy

E la tua Annunciazione?

Anche il 25 marzo di 20 anni fa era la festa dell’Annunciazione.

Era l’anno del Grande Giubileo, Papa Giovanni Paolo II stava vivendo il suo pellegrinaggio in Terra Santa e quel giorno volle celebrare questa solennità con una messa nella basilica dell’Annunciazione a Nazareth.

Oggi anche noi celebriamo questa solennità, ma com’è il nostro rapporto con questa ricorrenza liturgica?

Dobbiamo ammettere che nel nostro immaginario l’evento dell’Annunciazione ha connotati un po’ “fiabeschi”: Maria in ginocchio e di fronte a lei il classico ragazzone biondo con le ali che porta l’annuncio. Questo è un po’ il leitmotiv che l’arte cristiana ci ha consegnato e in verità spesso fatichiamo ad andare oltre quest’immagine per cogliere il contenuto simbolico di questo evento straordinario.

L’Annunciazione infatti non è stata banalmente una comunicazione di servizio da parte di Dio ad una sua creatura, tutt’altro: il mistero dell’Annunciazione custodisce in sé il mistero dell’incarnazione ed è quindi intimamente legato con la teologia del corpo, e di conseguenza alla vita di ciascuno di noi.

Maria con la sua risposta libera, con il suo “sì”, si conforma alla volontà del Padre, fa spazio nella sua carne, al Verbo della vita, al redentore del mondo. Maria tesserà nel suo grembo la carne del Figlio di Dio e dopo nove mesi lo genererà.

Karol Wojtyła, nel poema La Madre, immagina lo stupore di Maria che ripensa all’evento dell’Annunciazione :

«Questo momento di tutta la vita, dacché lo conobbi nella parola,

da quando divenne mio corpo, nutrito in me col mio sangue,

custodito nell’estasi –

cresceva nel mio cuore in silenzio, come un Nuovo Uomo,

tra i miei stupiti pensieri ed il lavoro quotidiano delle mie mani»

Questo evento è il mistero che fa di Maria la Madre di Dio e le consente di raggiungere un’unione con Dio inimmaginabile per le attese dello spirito umano fino ad allora.

Ma a ben vedere, questo è anche il mistero della nostra umanità: come ha più volte sottolineato Giovanni Paolo II, Maria rappresenta anche l’immagine di tutto il genere umano. Ciascuno di noi infatti è chiamato, come Maria, ad essere tempio dello Spirito Santo, ad accogliere la Parola, il Verbo di Dio.

Anche per noi infatti, come per Maria, la vita eterna, la vita piena, passa per un annuncio.

Anche in noi il Dio del cielo desidera dimorare per generare vita, comunione, bellezza.

L’esistenza di ciascuno di noi è fatta di tanti piccoli annunci, di tante “parole” che se accolte, posso fecondare la nostra vita e di riflesso anche quella altrui.

Ogni Eucaristia, ogni incontro con la Parola, ogni evento della nostra vita, può diventare per noi Annunciazione, momento in cui Dio si rivela e ci chiede la disponibilità ad essere accolto, ci chiede di fargli spazio, di dargli la nostra carne.

E se, come Maria, diremo il nostro “sì”, inizierà una gestazione feconda, generativa, che porterà vita.

Come abbiamo letto nella seconda lettura di oggi, Dio Padre non desidera sacrifici, ma un corpo ci ha preparato…  Diciamo allora il nostro “Eccomi”, apriamoci a questo mistero e arriveremo anche noi a gioire cantando il nostro Magnificat.

Coronavirus e altri contagi (spirituali)

Chi l’avrebbe mai detto, eppure viviamo i tempi del coronavirus e in questi giorni di allarme contagi, le nostre vite e le nostre abitudini stanno mutando drasticamente.

Come è già stato fatto notare da qualcuno, questa situazione ci costringe, volenti o nolenti, a scontrarci con la nostra fragilità intrinseca, con il limite e con la debolezza, aspetti che ci appartengono in quanto esseri umani ma che molto volentieri “dimentichiamo”.

Certo tutti gli agi e le comodità in cui viviamo ci hanno allontanato ancora di più da queste dimensioni legate alla nostra precarietà, mentre ai tempi dei nostri nonni, tra influenza spagnola, guerre mondiali e ristrettezze economiche, era decisamente più improbabile dare per scontati la salute, il benessere, e una vita lunga e tranquilla.

Ma oltre ad offrirci l’opportunità di uno sguardo più disilluso sulla nostra condizione, e anche più grato per il grande dono della vita, credo che l’attuale emergenza sia anche in grado di regalarci un altro piccolo risvolto positivo, almeno come spunto di riflessione.

Ci siamo presto accorti di come il pericolo del contagio abbia modificato il nostro modo di vivere i rapporti sociali: evitare luoghi di aggregazione, attenzione alla respirazione, all’igiene, al toccare cose e persone. Come sappiamo, le linee guida per garantire la sicurezza prescrivono di evitare baci, abbracci e strette di mano, impongono almeno un metro di distanza dalle altre persone, stravolgendo così la fisionomia dei nostri rapporti, privandoci della parte più fisica, calorosa ed umana delle nostre relazioni.

Improvvisamente siamo diventati tutti molto attenti a controllare quei gesti che possono da un lato esporci al contagio e dall’altro nuocere potenzialmente agli altri. Il nostro corpo in quanto soggetto a rischio e potenziale fonte di contagio è stato, possiamo dire, come imbavagliato, inibito, eppure, allo stesso tempo, custodito.

La teologia del corpo ci insegna come ogni persona sia una unità inscindibile di corpo e spirito, di “ciccia” e interiorità, e come questa verità antropologica renda la nostra corporeità portatrice di grandi insegnamenti spirituali.

Credo che anche in questa situazione, questo nostro corpo, da un lato fragile e vulnerabile, dall’altro potenziale diffusore di contagio, possa offrirci un’importante lezione spirituale.

Infatti, se in questi giorni abbiamo scoperto di poter essere portatori inconsapevoli di un pericoloso virus e di poter nuocere a chi ci sta intorno attraverso innocenti gesti quotidiani,  ciò che invece continuiamo a trascurare è il fatto che esistono anche altri elementi nocivi di cui possiamo essere portatori inconsapevoli, elementi spiritualmente nocivi che possono contagiare chi ci sta intorno.

Basti pensare alle volte in cui ci ritroviamo portatori di rancore verso qualcosa o qualcuno. Non di rado questa rabbia che proviamo, invece di essere regolata ed utilizzata in modo costruttivo, finisce per sfogarsi sul primo malcapitato che involontariamente ci irrita, oppure va a cercare consenso accendendo anche la rabbia altrui.

Ma pensiamo anche a tutti quei giudizi interiori sugli altri che custodiamo gelosamente per difenderci o per sentirci migliori di loro, e pensiamo a quanto facilmente questi giudizi interiori si tramutino in atteggiamenti e parole capaci di diffondere disprezzo e cattiveria.

E ancora, soffermiamoci un istante su sentimenti come la tristezza, il pessimismo e e la paura, che certamente non possiamo fare a meno di sperimentare, ma con cui di frequente finiamo per stringere pericolose alleanze. Quante volte le nostre parole finiscono per veicolare questi stati d’animo che, come virus pericolosi, possono tramutarsi in altrettante infezioni a contatto con le persone più fragili.

Gesù nel vangelo ci ricorda come inesorabilmente è ciò che esce dal nostro cuore che può contaminare l’uomo (cfr. Mc 7,18-23) 

A ben vedere, basterebbe davvero una piccola parte dell’attenzione che ognuno di noi oggi sta scrupolosamente avendo per fermare la diffusione del coronavirus, per non esporre chi ci sta intorno al contagio dei tanti “virus interiori” di cui ci troviamo spesso ad essere portatori.

Se imparassimo a contenere le parole come stiamo contenendo starnuti e colpi di tosse, se fossimo attenti ad una certa igiene interiore come siamo attenti all’igiene delle nostre mani, davvero tante nostre relazioni andrebbero incontro ad una guarigione.

Credo ci sia un insegnamento da cogliere anche sul fronte della nostra personale incolumità. Perché se è vero che a volte siamo noi ad essere diffusori più o meno inconsapevoli di questi “virus spirituali”, è pur vero che altre volte siamo noi a ritrovarci vittime di questo contagio.

Ciascuno di noi ha certamente sperimentato come in alcune situazioni il malessere altrui sia in grado di propagarsi anche su di noi. Ricordo molto bene che alcuni anni fa, mi accorsi di come alcune conversazioni con colleghi particolarmente critici e lamentosi avessero finito per “contagiare” anche il mio approccio lavorativo. Purtroppo, tutte le patologie spirituali a cui accennavamo poco sopra sono in grado in un certo modo di infettare anche noi. Ecco perché occorrerebbe anche qui una certa precauzione.

Se usassimo un pizzico della premura con cui oggi ci stiamo proteggendo dal contagio del coronavirus per custodirci anche da questi focolai di infezione spirituale, ne trarremo tutti un grande beneficio.

Alle volte diventa una sacrosanta precauzione saper dare un confine a chi ci sta accanto, prendere le distanze da certi atteggiamenti, imparare ad “igienizzare” certi sfoghi con la giusta dose di ironia…

Custodirci e custodire dal contagio di ciò che nuoce alla nostra vita interiore è una cosa per la quale non riceveremo mai istruzioni a domicilio, né vedremo prime pagine dei giornali o servizi dedicati nei TG, ma rappresenta un significativo stimolo che questi tempi di coronavirus ci stanno offrendo, attraverso la mediazione del nostro corpo e della sua preziosa fragilità. 

L’augurio è quindi che il nostro senso di responsabilità possa, in questo complicato contesto, allargare i propri orizzonti. A tutti buon cammino di prevenzione da ogni forma di contagio.

Quaresima: storie di fioretti e fallimenti

Di solito l’arrivo della quaresima tende a suscitare in molti di noi sinceri slanci di miglioramento.

Ricordo che da piccolo questo era il periodo dei celebri “fioretti”. Sia in famiglia, sia al catechismo scattava un imperativo: bisogna fare qualche sacrificio per Gesù!

I fioretti normalmente potevano assumere due connotazioni: una negativa, ovvero le rinunce, e una propositiva, i buoni propositi. Sul fronte rinunce, ricordo molteplici approcci: rinuncia a guardare la TV, rinuncia ai dolciumi, rinuncia alla carne di venerdì e la rinuncia per me sempre più ostica… quella alla nutella!

Accanto alle rinunce, ero sollecitato ad inserire anche la parte più costruttiva: i buoni propositi. Qualche preghierina in più, non litigare con le sorelle, cercare di stare attento a messa, aiutare mamma ad apparecchiare, e via dicendo.

Se mi guardo indietro, devo constatare che da bambino, l’idea che mi ero fatto della quaresima era quella di un periodo veramente triste.

Crescendo, in me aveva prevalso un’ impostazione volontarista. Per cui negli anni delle superiori e dell’università la quaresima era diventata un tempo privilegiato per rimettersi in carreggiata nella vita di fede, una specie di training, di preparazione atletica in cui stringere i denti per poi vivere bene il resto dell’anno… Era finito il tempo dei banali fioretti da bambino, bisognava avventurarsi in qualcosa di più originale e articolato. Non più una banale rinuncia alla nutella, ma fare qualcosa di serio per essere bravi cristiani e piacere a Gesù.

Iniziava così l’epoca dei grandi propositi, la mia fantasia si sbizzarriva per cercare di trovare qualcosa di valido per mettere a frutto quel tempo: leggere una pagina di vangelo tutte le sere, non parlar male degli altri, dire le lodi ogni mattina, una messa extra infra-settimana, leggere un libro edificante, non usare internet per 40 lunghi giorni… Grandi propositi a cui corrispondevano sempre sistematici fallimenti.

Ricordo un episodio emblematico: mi ero proposto di digiunare a pane e acqua tutta una giornata fino a cena. Riuscito a superare eroicamente il pranzo con un solo pacchetto di cracker, a metà pomeriggio il morso della fame mi spinse in cucina. Volevo concedermi un altro pacchetto di cracker, ma poi mi dissi “i miei hanno comprato il pane, meglio mangiare un po’ di quello perché se avanza è un peccato”. Aprendo il sacchetto vidi che all’interno c’era anche una fragrante rosetta…  ve la faccio breve, intorno alle 17 stavo pasteggiando con un buon panino al salame.

Così, normalmente, capitolavano uno dopo l’altro i miei fioretti. E io passavo da sentimenti di grande compiacimento interiore se per due o tre giorni riuscivo ad essere costante, a delusione e sfiducia non appena fallivo il bersaglio.

Tutto era per me una ascesi volontarista, un perfezionamento, una specie di autoaffermazione religiosa in cui Gesù era poco più di una “scusa” camuffata sullo sfondo.

Per lungo tempo non sono riuscito ad andare oltre questo orizzonte, e le parole che ascoltavo in proposito erano sempre su quel tenore: chi diceva che Gesù ha sofferto per noi e quindi anche noi dobbiamo soffrire, chi diceva che la quaresima è un esercizio di rinuncia a sé perché Gesù ci ha detto che dobbiamo rinnegare noi stessi, chi ancora sosteneva che solo mortificando il corpo col digiuno e la preghiera si espiano i peccati, e così via…  Incontravo sempre frasi fatte, scollegate tra loro e non riuscivo a trovare un senso autentico a questo insieme di mortificazioni, per cui ho passato anche alcune quaresime in cui i buoni propositi erano praticamente azzerati per evitare la frustrazione del fallimento. Vivevo una fede fatta di comportamenti, norme e precetti, ma senza alcuna profondità relazionale.

Credo che molto spesso nei nostri ambienti cattolici si rischi di ripetere questo cliché. Un cristianesimo trasformato in etica esigente che vuole guadagnarsi la salvezza attraverso impegno, coerenza ed abnegazione: una malintesa concezione della sofferenza, un certo disprezzo del corpo, l’idea che Gesù voglia da noi qualcosa, che sia affetto da una specie di strano sadismo per cui è contento se anche noi soffriamo. Insomma, il pensiero che ci sia una specie di “tassa da pagare” per essere cristiani o per garantirsi i favori di Dio.

Tutto questo ci stanca, ci prosciuga, ci demoralizza perché manca una autentica prospettiva di relazione figliale con Dio. Tutto questo ci ha fatto perdere di vista che nel battesimo siamo figli di Dio, che il cuore di tutto è la relazione con il Padre e che Cristo da noi non vuole nulla, ma soltanto che ci apriamo all’amore di Dio.

La Liturgia che scandisce il tempo della Chiesa ci guida attraverso periodi di preparazione e momenti di compimento. La quaresima è quel tempo favorevole che ci prepara alla Pasqua. Ma in questa preparazione, l’iniziativa non è, come spesso pensiamo, nostra: “mi devo preparare”.

L’iniziativa è l’indistruttibile voglia che Dio ha di incontrarci ancora nel profondo del nostro cuore. Il Padre rivolge a noi la sua Parola, e la sua Parola il primo giorno della quaresima si sofferma sulle tre forme attraverso cui Dio si propone di incontrarci in questo tempo. (cfr. Mt 6,1-6.16-18)

Elemosina, preghiera e digiuno non sono precetti da assolvere, ma esperienza di unione con il Signore.

La preghiera che è relazione per eccellenza, dialogo cuore a cuore con il Padre, è posta come ponte unificante tra l’elemosina e il digiuno, che si ritrovano come atti profondamente connessi tra loro.

Digiuno ed elemosina sono infatti chiamati ad essere espressione di questa relazione. Il digiuno è multiforme rinuncia a ciò che appaga i nostri sensi e se vissuto nella relazione diventa partecipazione all’amore pasquale di Cristo. Infatti, ci fa sperimentare una piccola morte a noi stessi, al nostro individualismo, affinché possiamo aprirci al passaggio dell’elemosina, il passaggio all’amore donato, ovvero del dono di ciò a cui abbiamo rinunciato.

Esempio pratico: io digiuno da una pizza per donare i 20€ che ho risparmiato a chi ne ha bisogno, rinuncio ad un’ora di TV per donare quel tempo a qualcuno… il digiuno diviene così trampolino per passare da una vita di possesso ad una vita di dono.

La Pasqua d’altronde è proprio questo, è rivelazione dell’amore di Dio nella storia attraverso la passione, la morte e la risurrezione di Cristo.

La quaresima ci prepara a questo grande passaggio dalla morte alla vita, attraverso piccole morti e piccole risurrezioni quotidiane nelle quali il Padre desidera sempre più svelarsi a noi. Piccole “pasque” in cui ritrovarci sempre più figli.

Fissiamo allora lo sguardo su ciò che veramente conta: lasciamoci riconciliare con il Padre, sapendo che di tutto ciò che è vissuto da figli in Cristo, nulla è da buttare, né i nostri fioretti né i nostri fallimenti.

Buona quaresima.