La mia vita con il porno

Buongiorno a tutti, mi presento: mi chiamo Marco, ho 27 anni e vivo a Milano. Tommaso e Giulia mi hanno invitato a scrivere la mia testimonianza sulla mia dipendenza dalla pornografia durata fino all’anno scorso, e ho accettato con piacere. Spero che in questo racconto qualcuno possa riconoscersi e, riguardando un po’ la sua vita, fare la scelta di intraprendere un percorso di disintossicazione dal mondo del porno, ne vale davvero la pena.

Gli inizi

Il mio primo incontro con i porno fu a 10 anni, ero a casa del mio migliore amico con altri coetanei quella sera per giocare un po’ con la play e mangiare una pizza insieme. Eravamo proprio bambini, ricordo che non avevo mai neanche pensato a stare insieme a una ragazza, eravamo ancora nella fase dove il gruppo dei maschi era separato da quello delle femmine. Era tuttavia un tempo in cui sorgevano i primi cellulari con una memoria sufficientemente grande da poter contenere qualche video o immagine; ricordo che la grande rivoluzione era scambiarsi file con il Bluetooth, altro che il cloud o i vari drive condivisi di adesso. I video che andavano per la maggiore erano quelli di Dragon Ball con le canzoni dei Linkin park, video di tutto rispetto, poi però hanno iniziato ad arrivare appunto i porno. “2×1” era il titolo del primo quella sera: il due stava per due uomini neri e l’uno per una ragazza bianca. Fu un video molto violento, di quelli che non ho mai più riguardato. Ne hanno fatto partire un secondo, di cui però preferisco non farne il nome, ma mi sono rifiutato di vederlo.

Non sapevo cosa fosse l’intimità tra persone adulte: mia madre mi aveva fatto solo una distinzione tra l’amore e il sesso per tentare di darmi una morale su qualche immagine di nudo non prevista nei film della sera in famiglia, mai avrei pensato a qualcosa di così degradante. Faccio fatica a descrivere l’emozione provata davanti a quel primo video: avevo una visione della donna come un qualcosa di prezioso, come un fiore da proteggere, non una cosa da calpestare, schiacciare e frantumare a più non posso. E quello che più facevo fatica a comprendere era la volontaria partecipazione di quella bellissima ragazza a farsi trattare così: non potevo credere che una ragazza volesse qualcosa che a me appariva essere uno stupro di gruppo filmato. Quel che avevo visto era tuttavia il sorriso e la compiacenza – che a tratti diventava lacrime e disapprovazione- di quella creatura, che non credevo vero e possibile fino in fondo. Al tempo non potevo sapere che i pornoattori fanno uso di droga per restare nel circolo a fare ciò che fanno, e che c’è un tasso di suicidi non indifferente tra loro.
Inizio a fare domande ai miei amici, incredulo, e ciò che mi sento dire è: “Guarda che se non sai queste cose alle superiori vieni preso in giro”, oppure “Guarda che i bambini nascono così”…
…IO DUNQUE SONO USCITO DA QUESTO???
la frase “questo è amore” oscillava tra due significati: il primo con un punto di domanda finale e il secondo con un punto esclamativo.

Una volta tornato a casa ricordo di essere andato a letto sconvolto, mia madre mi vide profondamente turbato e mi chiese cosa avessi ma non volli risponderle, fino ad ora non sa ancora nulla di quella serata. Il tutto si salvò nella memoria sotto la categoria: “ciò che piace alle donne”, ma se da un lato volevo disperatamente che non fosse vero, dall’altro mi convincevo che quello era divenire adulti, ed era la realtà che doveva piacermi.
Leòn Festinger, uno psicologo che si occupò della pressione sociale che i gruppi di persone esercitano sugli altri, chiama questo tipo di contraddizioni mentali “dissonanze”, e afferma che, alla fine, la più forte tra le due, socialmente parlando, vince, ovvero diventa credenza su cui si basano future scelte. Questo meccanismo starebbe alla base dell’evidenza per cui una persona diventata membro di un gruppo mediante una iniziazione dolorosa è molto più devota al gruppo al contrario di una che non ha avuto una iniziazione di quel tipo.
Una volta riacquistato una sorta di equilibrio mentale, a inizio della pubertà sentii la necessità di guardare qualcosa su internet, nonostante tutto vedere una donna nuda aveva toccato le mie corde, e anche se non volevo rivedere video, qualche immagine soft magari potevo permettermela, e poi, perché no? non c’è nulla che può farmi del male, scelgo io infatti cosa guardare e cosa no. Iniziai dunque a cercare qualche immagine su internet, ma non conoscevo effettivamente il mondo del porno: scrivevo “tette”, o “donna nuda”, cliccavo su “immagini” di Google e guardavo cosa appariva; l’unico accesso a internet era però tramite il pc familiare, e subito venni scoperto da mio fratello che controllò la cronologia e lo disse a mia madre. Non potevo più rischiare tanto, e se poi mi scoprivano ancora? che figura ci facevo?
Continuai con la tv, sui canali 999 di sky, e piano piano scoprii da solo la masturbazione. La prima volta è stata come toccare il cielo con un dito e, per un ragazzino della mia età, un po’ bullizzato, senza grandi aspirazioni, con una precaria comunicazione con i propri genitori e non troppi amici era il paradiso davvero. Aspettavo che mamma uscisse, chiudevo le persiane del salotto e subito iniziavano i miei viaggi.
Scoprii poi che potevo farlo anche senza un video, bastava andare in bagno e immaginare, e potevo immaginarmi non solo le donnine di sky, ma anche quelle vere, e iniziai a fantasticare su di loro… dopo un po’ però notai che non mi soddisfaceva più fantasticare, avevo bisogno di altro. Nell’anno della mia cresima, a 13 anni, ricevetti il mio primo smartphone: l’IPhone 3g, scrivo smartphone perché prima di quel modello era complicato accedere ad internet, era poco fruibile l’esperienza, ma ora era tutto molto più facile. Una volta superata la paura di visitare un sito porno (sai, i virus), è iniziata la mia rovina.

La pornografia e cosa significa starci dentro

In un sito porno puoi trovare tutto ciò che desideri, esiste una regola tra i ragazzi, la regola 69, che recita: “Esiste una versione porno di ogni cosa.” Sì, è davvero così, e purtroppo anche io mi sono basato su di essa per stimolare la mia fantasia e provare piacere. Nei vari siti esistono moltissime categorie, dalle più soft alle più hard. Un ragazzino, anche se schifato dal degrado presente in quelle hard, non tarderà molto prima di ritrovarsi a cercare anche lui tra di esse e si stupirà di questo, garantito. Molti se non tutti si sorprendono di ciò che riescono a vedere (io in primis), si stupiscono di ciò che a un certo punto li eccita e, nonostante un po’ di schifo, ne vogliono di più. Il cervello infatti è fatto per ricercare quel di più, cosa necessaria per poter esplorare e vivere esperienze nuove, ma la pornografia è fatta per fornire tutto l’occorrente per soddisfare quella ricerca, e non lascia vie d’uscita per altro, satura ogni tentativo di aprirsi alla vita e nel tempo fa ripiegare interamente il cervello su di essa.
Già quando iniziai le superiori ricordo che le ragazze mi apparivano come pezzi di carne con cui potevo fare ciò che volevo: mi rifugiavo a farlo nella mia fantasia sì, a casa, dove ripetevo nella mia mente le scene che vedevo nei filmati, ma sognavo di farlo veramente nella realtà con qualcuna, “Non vedo l’ora”, mi dicevo. Appena vedevo una ragazza pensavo a come poteva essere nuda, o come poteva essere a fare sesso o altro, a quali perversioni le sarebbero piaciute, a quanto il loro seno era grosso, a quanto a me sarebbe piaciuto fare sesso con loro. Cercavo di categorizzarle prima consapevolmente e in modo piacevole, poi in modo sempre più automatico e disgustoso.

Nel tempo questo automatismo diviene pressante, ossessivo: mi si presentavano immagini anche con ragazze a cui volevo bene e non volevo pensare in certi modi o in certe scene. Queste erano costanti e non riuscivo a contrastarle, avevano carattere di intrusività, ed erano davvero una sofferenza: mi venivano anche con i familiari o bambine, e mi facevo davvero schifo. In psicologia si parla di generalizzazione, una operazione che il cervello esegue sui ricordi per avere degli schemi di comportamento anche in nuove situazioni, e quindi arrivare “preparati”..
Sapevo però che la masturbazione mi portava almeno una mezza giornata di libertà da questi pensieri intrusivi, e quindi iniziai a trovare il tempo per masturbarmi prima di un evento particolare che sapevo sarebbe stato stressante, così ho instaurato quel circolo vizioso che si chiama feedback positivo, dove la sostanza che ti porta il malessere diventa anche la cura. Utilizzavo questa ingegnosa tecnica di prevenzione anche per affrontare qualche festa o qualche appuntamento: quando mi guardavo un porno poi ero molto più sereno, tranquillo, sciolto nel parlare con le ragazze o stare in ambienti sociali, nulla mi toccava, era come avere i superpoteri.
Mi fa sempre specie pensare a un passo della Valtorta dove Gesù le parla di cos’è il peccato: “e il Male non voleva che lo conosceste, perché è frutto dolce al palato ma che, sceso col suo succo nel sangue, ne desta una febbre che uccide e produce arsione, per cui più si beve di quel suo succo mendace e più se ne ha sete. [17. La disubbidienza di Eva, e l’ubbidienza di Maria].

In quinta superiore

Arrivai in quinta superiore con ancora nessuna esperienza di fidanzamento alle spalle. Conobbi una ragazza di scienze sociali e mi ci trovai davvero in sintonia. Iniziai con lei a fare delle lunghe camminate al pomeriggio e condividevo davvero tanto, dalle cose più superficiali quali “com’è andata la giornata” alle cose più profonde, esistenziali della vita, come “c’è un senso nell’amare?”. Nonostante tutte le fantasie pornografiche che inevitabilmente mi venivano su di lei, cercavo in tutti i modi di evitarle per vederla nella sua purezza: aveva un faccino rotondo, carino, ed era dolce con me. Tornai pian piano a pensare che forse quella visione fiabesca che avevo da bambino sull’amore potesse essere vera. Per 6 mesi uscii con lei in queste passeggiate, lei era alquanto popolare tra i ragazzi della mia età, molti miei amici erano meravigliati dall’intimità che avevo con lei, e avevo ormai riposto tante speranze, ma alla fatidica domanda di essere un qualcosa in più lei mi rifiutò. Non fu tanto quell’episodio che mi buttò giù ma l’aver scoperto poco dopo che quella bella, pura ragazza che pensavo potesse essere un esempio positivo del vero amore faceva sesso occasionale con più ragazzi nel periodo delle nostre passeggiate. Questo purtroppo spense definitivamente la speranza sul vero amore ai miei diciott’anni, anzi, fui confermato nel pensare alle ragazze come ricercatrici di avventure sessuali.
Iniziò un periodo di profondo sconforto e smarrimento e di lì a poco iniziava l’università. Mi sentivo profondamente tradito da quella ragazza, e allo stesso tempo non credevo nelle mie capacità di poter fidanzarmi effettivamente, pensavo che c’era qualcosa che non andava in me.

Iniziai una ricerca, non direttamente sui porno, quelli no, non li potevo mettere in discussione, sulle cause di questa mia incapacità, e incappai su dei siti / video che mi convinsero che non ne sapevo abbastanza di metodi di corteggiamento, in fondo era quindi solo una serie di metodologie da mettere in pratica per far colpo sulle ragazze. In giro sul web ce ne sono parecchi, forse ora molti di più, alcuni si fermano a parlare di tecniche da usare, altri, che ritengo più veri, parlano del confidare nelle proprie capacità, dell’importanza dell’autostima e dell’indipendenza da raggiungere con sé stessi e appunto una dipendenza non te lo permette. Non sono del tutto sbagliati in realtà, ma non sono esaustivi, specialmente riguardo ai porno. Ma aldilà della loro esaustività, con un mio amico iniziammo a mettere in pratica queste tecniche, convinti che bastassero per fare colpo, ma ovviamente non funzionarono; infatti o c’è davvero un cambio radicale, profondo, oppure mettere un coperchio su una pentola a pressione per fare sembrare che tutto vada bene non serve a nulla, e le ragazze lo percepiscono.
Dopo qualche mese di prove fallimentari con questo mio amico venimmo a conoscenza di qualche notizia in inglese che riguardava i porno e i suoi effetti collaterali. Scoprimmo l’esistenza di gruppi di auto-aiuto chiamati “Nofap movements”: gruppi di ragazzi per lo più giovani che si davano man forte online nel cercare di abbandonare la pornografia. Esisteva tra loro una sorta di sapere creato in modo disorganico, basato talvolta esclusivamente sulle testimonianze di chi aveva abbandonato la pornografia e la masturbazione e non su dati sperimentali, che recitava una sorta di elenco di superpoteri (proprio così li chiamavano, “superpowers”) che si ottenevano dall’abbandonare tali attività. Tra i superpoteri più ambiti c’era la capacità di parlare alle ragazze in scioltezza e non avere più paura di loro, ridurre l’ansia sociale, il riuscire a svegliarsi belli pimpanti la mattina, avere voglia di vivere e avere la forza per essere produttivi nella giornata e non rimandare gli impegni. Questi “superpoteri” sono stati poi tutti confermati in ambito scientifico: essi in realtà sono la normalità per un organismo sano.

Era la rivoluzione, iniziammo insieme a smettere di guardare i porno. Il primo giorno fu una meraviglia, ma il secondo giorno non resisto. Convinto del fatto che “doveva essere solo una coincidenza” non mi do per vinto e smetto un’altra volta, ma lo stesso giorno cado. E cado. E ancora. E ancora. Non riesco più a completare un giorno senza masturbarmi. Dopo qualche tempo (è difficile ammettere di essere dipendente da una sostanza) mi arrendo all’idea di essere dipendente.
L’incontrollabilità data dall’astinenza è forte, se non l’hai provata è davvero complicato fartelo intendere. Mette da parte ogni cosa, tutto viene saturato dalla sola voglia di estinguere quell’urgenza, ti porta a smettere qualsiasi attività che stai facendo e il tempo in cui ti droghi si dilata, spariscono le preoccupazioni, spariscono le persone e le scadenze, vieni assorbito dall’esperienza finché non arrivi all’orgasmo nel caso dei porno. Ricordo che in inverno il bagno vicino alle camere era freddo ma piuttosto di perdermi l’occasione di poter godere senza la preoccupazione che qualcuno avesse bisogno a sua volta del bagno, andavo in quello e anche se mi si gelavano le mani o altre parti del corpo, io continuavo ad andarci, e rimanevo lì finché non trovavo il video perfetto. Stavo anche fino a un ora al freddo invernale mezzo nudo senza riscaldamento pur di farmi “come si deve”.

La ragazza dell’università

Al primo anno di università c’è una ragazza che mi piace molto fisicamente. Dopo un po’ di tempo capii che mi piaceva anche di più e quindi iniziai a uscirci insieme. Iniziammo una relazione, che fu molto fisica, ero totalmente assorbito dal suo corpo e sulle porcate che potevano essere fatte insieme, come una sorta di bambola perfetta, lei acconsentiva a tutto e mi era sempre sembrato che condividesse l’amore alle porcate ma non ci siamo mai fermati a parlare di ciò, credo che tutti e due eravamo d’accordo mutuamente che le cose da fare in una relazione erano quelle, io le davo piacere e lei me ne dava. La cosa però dura solo 4 mesi fino al punto in cui la lascio io. Capii di essere ossessionato dal suo corpo e la pornografia: ero convinto che avere una relazione mi avrebbe fatto dimenticare la pornografia, ma dopo poco dal suo inizio ero tornato a masturbarmi sui porno. Mi faceva davvero schifo, sentivo di tradirla, ho provato in tutti i modi a non farlo, ma era più forte di me.
Una volta lessi un forum dove una psicologa, rispondendo a una signora il cui marito -sfogava il suo stress sulla pornografia per non sfogarlo su di lei perché le voleva bene-, scriveva che era giusto che il marito sfogasse il suo istinto in quella maniera, e lei doveva accettarlo così com’è, che è naturale. NO! non è naturale, è UNA MALATTIA!!! Forse qualche anno fa non era considerata una malattia, ma ora dire il contrario, davanti a tutte le evidenze scientifiche e tutte le testimonianze che ci sono in giro, è da idioti. Una volta passata la dipendenza posso assicurare che non hai più bisogno di agire in quel modo, e anzi, non hai più nessuna immagine, né nessuna idea malsana in testa, lo dico per esperienza, non per sentito dire.
È stata una mia responsabilità la fine di quella relazione. Quel meccanismo di ricerca di ragazze sempre nuove, reiterato ogni giorno da quando ormai avevo 13 anni, si è manifestato anche con lei. E io non avevo mai fatto nulla di concreto per evitarlo. La richiesta di questa urgenza era ormai più forte di quello che lei poteva darmi, e in una confusione generale tra pensieri quali – Qual è l’azione giusta? L’azione sbagliata?, il volerle bene ma anche percepire rifiuto nei suoi confronti, l’urgenza di voler cambiare ragazza ma anche non volerle fare del male – l’ho lasciata. Mi è sempre dispiaciuto tanto aver lasciato quella ragazza, nel tempo mi sono accorto che le volevo davvero bene e lei me ne voleva altrettanto. Penso che con lei avremo potuto creare qualcosa di davvero bello, ma non andò così.

Il periodo di disintossicazione.

In quel momento iniziò il periodo più travagliato della mia vita: il periodo di disintossicazione. Dai 20 ai 26 anni i miei tentativi continui di disintossicarmi scandivano le mie giornate: una volta avuta la mia dose iniziava un momento di calma fino al giorno seguente; lì iniziavo a stare male giorno dopo giorno, fino a che toccavo il fondo e dovevo assolutamente farmi un’altra dose per tornare a stare bene. Li chiamavo “i miei cicli”. il punto più alto era caratterizzato da una calma apparente, il punto più basso era come essere in preda agli istinti, pensieri inerenti al sesso che non mi lasciavano in pace, ansia e paura generalizzate e sbalzi di umore. In base a che fase ero dovevo stare attento a certe cose piuttosto che altre. Ricordo che quando ero dipendente tutto mi riportava il pensiero lì: ogni ragazza che mi passava in mente, che fosse una conoscente o amiche o persone viste per strada, ognuna me la immaginavo a fare sesso con qualcuno, o imitare scene che avevo visto. Vedere dei panni stesi fuori da una casa mi faceva pensare che all’interno di quella casa c’era una ragazza o una madre che poteva indossarli e che faceva sesso selvaggio con qualcuno, che forse a volte tradiva o che poteva farlo con me. Ogni tocco di ogni ragazza era interpretabile esclusivamente in una direzione, era difficile interpretarlo come un tocco amichevole. Dovevo dunque stare attento ai miei pensieri, a non auto-innescarmi lo stimolo con la fantasia, e in più dovevo evitare di guardare o soffermarmi su certe immagini.

Le regole autoimposte

Oltre a ciò avevo bisogno di regole per far fronte all’astinenza, formate nel corso dei 6 anni di recovery: mi sono tolto da tutti i social per evitare immagini implicite (Qualsiasi immagine di ragazze), sapevo per esempio che se dovevo andare in bagno il cellulare lo lasciavo fuori, dovevo stare attento a non fissarmi sul suono della mia cintura quando mi toglievo i pantaloni. Dovevo trovarmi qualcosa da fare quando i miei uscivano e rimanevo solo in casa o essere rapido a entrare e uscire dalla doccia. Non dovevo ritrovarmi nelle app che mi obbligavano a scorrere un feed infinito verso il basso. Non potevo guardare certi programmi o pubblicità, neanche di sfuggita. Evitavo certi discorsi o gruppi WhatsApp dove sapevo potevano postare video o immagini. Eppure, tutto questo non era ancora abbastanza anche se nel tempo i miei cicli arrivavano a durare anche una settimana.

Per farvi capire quanto può essere forte l’astinenza quando ho capito che era una cosa buona impedirmi di andare in internet con il cellulare mi sono comprato un telefono vecchio con i tasti grandi, ma in un momento di astinenza ho iniziato a usare il pc portatile. Allora ho messo dei blocchi al pc per impedirmi di andare sui siti porno ma in un altro momento di astinenza ho iniziato a guardare ragazze su Instagram, e una volta messi i blocchi ad Instagram sono arrivato a masturbarmi sulle copertine dei fumetti venduti da Amazon. Il mio cervello riusciva sempre a trovare un modo per stimolarsi, inventandoseli da zero se necessario. Capisco le persone dipendenti dalle droghe che arrivano a buttare via tutto lo stipendio o a rovinarsi la vita per avere la loro dose. Non mi sorprende che certe persone arrivino a sfogare la propria sessualità nel mondo reale con lo stupro. Una volta che parte l’astinenza è incontrollabile. Il serial killer Ted Bundy, nel suo dialogo con uno psicologo prima di essere condannato a morte, diceva esplicitamente tutto questo, di come ha iniziato con la pornografia e di come non riusciva a controllarsi nel fare ciò che faceva.

Affrontare la dipendenza da pornografia non è solo astinenza, ma anche fare i conti con la delusione e l’impotenza esperita ogni volta che si cade. I primi anni erano davvero difficili, mi scoraggiavo facilmente, non sapevo con chi condividere ciò perché tutti non la pensavano come a una dipendenza (forse nemmeno ora), mi sentivo solo in questo e allo stesso tempo non vedevo nessun passo in avanti, mi sembrava sempre di ripartire dall’inizio. Molti smettono proprio per questa lotta estenuante. Nei gruppi sulle app ho visto nel tempo davvero tanti ragazzi che uscivano dopo pochi giorni, o dopo un mese. Ci vuole impegno e dedizione, bisogna voler imparare su di sé, sulla propria condotta, e su come il cervello funziona. Bisogna creare molta consapevolezza per affrontare una dipendenza, ma non è impossibile, anzi, ci sono tante persone che ne sono uscite e che raccontano come la loro vita è cambiata.

Brain Buddy e l’esserne fuori

A settembre dell’anno scorso, dopo ormai 6 anni di tentativi scopro una app: Brainbuddy; una app a pagamento mensile con molte features per uscire dalla pornografia. Una tra queste, la più importante è la mindfulness, un modo per allontanare i pensieri negativi e rimanere nel presente. Ero scettico a pagare una quota mensile per disintossicarmi, ma mi aiutò sul serio. Grazie ad essa iniziai un faccio un periodo di prolungato di astinenza, cadendo una sola volta ad aprile, che continua fino ad oggi. È passato ormai più di un anno da quando ho smesso di guardare i porno, e sono cambiato totalmente.
Penso ora alla mia dipendenza come un sigillo posto sopra a tutte le difficoltà che mi portavo dietro. Una volta rimosso, il cammino non è stato semplice, personalmente ho avuto bisogno di una terapeuta sia durante che dopo, per riconnettermi in modo sano e normale alla realtà. In questo senso è un amplificatore di sofferenze già esistenti (1), “Un abisso attira un altro abisso” dice Madre Teresa di Calcutta.

Grazie all’impegno e all’aiuto sono guarito. Sono passato dall’essere una persona molto ansiosa ad essere molto sicuro di me. Il mio umore si è stabilizzato, prima era molto più altalenante e non riuscivo a tenerlo sotto controllo. La tristezza e la depressione se ne sono andate e hanno lasciato posto a calma e voglia di vivere. Non ho più i gusti pornografici di un tempo, non muoio più dietro a un seno grosso o a una donna matura, mi sembra che nonostante l’attrazione naturale ci sia, non c’è più quell’ossessione o quel “volere spasmodico” che tanti pensano sia caratteristico nell’uomo. Non ho più bisogno di forti stimoli per sentirmi in vita, sono contento di uscire con gli amici o di leggere un buon libro, non rimpiango per nulla quei momenti di astinenza o di piacere estremo.

In tutto questo non ho parlato del mio rapporto con Dio, ma lo ritengo il silenzioso artefice di tutta questa storia. Si è svolto tutto attraverso scelte autonome e libere, con persone in carne ed ossa che, chi più chi meno, mi hanno portato a dove sono ora, e penso che Dio agisca proprio così. Non penso che siano solo le grazie straordinarie da attribuirgli, penso che l’aiuto quotidiano delle persone e l’impegno personale nel volerlo seguire siano una grande grazia. Quando ho avuto la mia conversione a 20 anni essa mi ha spronato più di tutto a volerne uscire, e le preghiere fatte mi portavano a dire “Non può finire così, mi porterà a compimento”. Senza questa speranza continua non so se sarei stato capace di combattere questa battaglia durata sei anni. Però voglio essere chiaro: il tutto si è svolto nella realtà; uscire da una dipendenza implica prendersi la responsabilità di essa, di ogni azione a suo favore. Non basta pregare, non basta affidarsi totalmente, lo devi volere tu, e ci devi combattere tu. lo dico perché mi sono ritrovato a volte a dare troppa responsabilità a Dio, concedendomi qualche lussuria di troppo, nell’idea che “avrà pensato sicuramente a questa mia caduta, quindi sono nel giusto, basterà una confessione.” E così si prolunga la dipendenza, e Dio, più che essere colui a cui chiedere una mano diventa una scusa per concedersi le ricadute. Ho incontrato molti signori di 50, 60, anche 70 anni che scrivevano che ancora alla loro età non erano riusciti a disintossicarsi, e che la pornografia aveva rovinato tutta la loro vita, dal matrimonio alla relazione con i figli al lavoro. Non è qualcosa da sottovalutare, è una responsabilità da prendere tutta intera, una croce da caricarsi ben bene sulle spalle, solo così a un certo punto la si potrà abbandonare. L’ultima cosa di cui voglio parlare è la confessione. Per un grande periodo di tempo mi sono confessato ogni volta che cadevo, convinto, sotto consigli sbagliati, che ero sempre in peccato mortale a fare ciò. Una volta sentii invece un padre che mi disse che in realtà non ero davvero in peccato mortale per la mia volontà contraria a fare il peccato. Era giusto confessarsi ma non avevo scelto io di essere così e non riuscivo ad avere vero controllo sulla cosa. Mi tolse un grandissimo peso.

In conclusione voglio dire che uscire dalla pornografia si può, e tutto ciò che viene dopo la pornografia è vita. È vera vita. Se tu sei alle prese con questa dipendenza non avere paura, fatti aiutare, parlane con i tuoi amici o con la tua compagna, non tenerti il tuo piccolo segreto per te. impara dai tuoi comportamenti e metti in atto delle strategie per contrastarli. Scaricati una app come quella che ho scritto sopra, tutto ti sarà di aiuto. Non avere paura di ricaderci, è normale, soprattutto all’inizio. Il cervello ha bisogno di tempo per ricalibrarsi, anche dopo mesi di astinenza. Non credere alle menzogne che ti dice la testa. Rimani in astinenza per un bel periodo, da un anno a due anni e vedrai davvero i risultati. Non biasimarti e non scoraggiarti, siamo fragili, siamo umani, ma la speranza di rinascere c’è e io te lo sto testimoniando. Una volta usciti tutto prenderà colore, promesso.

(1) Nel libro “l’era della dopamina” di Anna Lembke, una psicologa apparsa anche nel documentario di Netflix “The social dilemma”, parla appunto del fatto che ogni dipendenza (ogni dipendenza, anche quella dalla cannabis) porta la persona a sperimentare sempre più ansia e sofferenza proprio perché amplifica i circuiti del piacere, o meglio, li rende meno sensibili al piacere. Se quindi c’è bisogno di uno stimolo maggiore per sentire piacere, basterà un piccolo stimolo per sentire dolore. Più amplifichiamo il piacere da una parte più amplifichiamo il dolore dall’altra.

Ma come ti vesti?! (teologia del corpo edition)

Vi ricordate il programma di Real Time condotto da una superchic Carla Gozzi e da Enzo Miccio? Nel corso di ogni puntata i due conduttori esaminavano il guardaroba della protagonista, ritenuta vestirsi male o con capi non adatti alla sua fisicità, e la aiutavano a realizzarne uno più alla moda e capace di valorizzare il suo aspetto.

Ecco, è da un po’ che rifletto sul tema dell’abito e quest’estate tale argomento si è ripresentato più volte, sia chiacchierando con alcune ragazze più giovani e condividendo insieme osservazioni e sensazioni personali, ma anche osservando l’abbigliamento estivo sfoggiato con molta nonchalance dalla teenager di oggi.

Sebbene non sia praticamente mai oggetto di catechesi o evangelizzazione, la questione del vestito non è da poco: l’abito non è affatto un dettaglio frivolo, non è una questione superficiale, l’abito infatti “presenta” la persona, manda un messaggio, dice cosa penso di me, cosa penso del mio corpo, come mi guardo e come voglio essere guardata.

È quindi un tema che riguarda in maniera profonda l’identità e qui lo esaminerò dal punto di vista femminile, il che non vuol dire non tener presente la prospettiva maschile, anzi.

Ancora una volta la teologia del corpo mi ha offerto le chiavi di lettura più illuminanti, a mio avviso, per districarmi in quest’ambito e, a partire da essa, desidero condividere 4 punti che Carla Gozzi ed Enzo Miccio definirebbero “Mai più senza”, ovvero quei riferimenti da tenere sempre presenti e che in questo caso, non riguardano caratteristiche estetiche, ma piuttosto coordinate di base più profonde, che la filosofia chiamerebbe antropologiche, ovvero riguardanti l’essenza dell’essere umano-persona.

Punto 1: Il corpo è sacramento della persona

Questo significa che il corpo rende visibile l’incomunicabile mistero della persona: detto in altri termini, il corpo manifesta la persona, che è unità inscindibile di anima e corpo.

Da ciò deriva che il corpo ha altissima dignità, non è un involucro muto, non è parte della persona, ma è la persona, è sua diretta espressione. Per questo motivo tutto ciò che riguarda la parte visibile di me, compreso il mio modo di vestire, parla di me, di come mi penso, di come mi sento. Se allora, siamo d’accordo sul fatto che ogni persona è preziosa, unica e irripetibile, anche il modo di vestire è chiamato a riflettere questa preziosità, questa unicità.

Ricordiamoci che siamo figlie di Dio, figlie di Re e siamo innanzitutto rivestite del Suo Amore, per questo motivo siamo autorizzate e possiamo autorizzarci a vestirci bene, a essere belle, a valorizzarci. Anzi, solo sulla base di questo presupposto il nostro essere belle prende pieno significato e valore.

Come avrete capito insomma, questo primo punto smonta direttamente tutti quegli atteggiamenti di svalutazione del corpo e del proprio aspetto fisico che spesso hanno preso piede in diversi ambienti cattolici. In certi contesti “parrocchiosi” ad esempio, mi facevano notare anche alcune giovani, se ti trucchi e ti vesti carina quasi ti senti in colpa perché temi che gli altri pensino che vuoi essere appariscente o che sei vanitosa.

Oserei dire che la prospettiva va proprio ribaltata: sminuirsi e svalutarsi con il proprio modo di vestire non è rendersi merito come persone, come figlie di Dio. Anche per questo il termine modest fashion spesso usato nel mondo cattolico non mi è mai particolarmente piaciuto (anche se comprendo cosa significhi), anzi lo ritengo proprio infelice perché l’aggettivo modesto, secondo la Treccani, è sinonimo di dimesso, senza pretese, umile… e da qui ad anonimo e sciatto la strada è breve.

Punto 2: Sei creata come femmina e lì c’è un dono per te e per gli altri

È proprio così, Dio ci ha creato femmine dando forma non solo al nostro corpo, ma anche alla nostra psiche (come pensiamo, come ci relazioniamo) e addirittura anche al nostro spirito, cioè la parte più profonda di noi, il nostro modo di amare.

È bello pensare che Dio mi ha creato in quanto donna perché la mia femminilità fosse un dono e perché il mio modo di amare fosse caratterizzato da quelle sfumature di tenerezza e cura che solo la femminilità sa incarnare.

Nel guardaroba allora dico sì a gonne, vestiti, capi svolazzanti e colorati, gioelli… insomma tutto ciò che è marcatamente femminile e che renda evidente una differenza con il mondo maschile. Non sto dicendo che dobbiamo essere tutte leopardate come Costanza Miriano (ognuno ha i suoi gusti) o tutte agghindate come se fossimo sul set di Un diavolo veste Prada, ma che per ciascuna, rispettando il proprio stile, sia importante un tocco di femminilità.

Mi sembra infatti un valore aggiunto testimoniare anche attraverso l’abbigliamento che l’essere donna è bello, che la femminilità è una caratteristica profonda della mia identità in cui mi riconosco appieno, pur nella mia specificità e modalità, e che non mi toglie nulla, anzi, è proprio l’identità profonda che Dio ha scelto per me e per la mia missione nel mondo.

Punto 3: Dio affida ad ogni donna la dignità di ogni uomo (e viceversa naturalmente)

Cosa significa abiti femminili? Provocanti e seducenti? Quanto è opportuno che sia lunga (o corta) la gonna? E quanto profonda la scollatura? Al mare in bikini e micro-brasiliana sì o no?

Qui permettetemi una citazione che smonta ogni questione di questo tipo e va dritta al punto. Chi conosce la teologia del corpo sa che Giovanni Paolo II commenta la famosa frase: “Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore” e mette in luce un fatto molto vero: per effetto della concupiscenza (leggi ferita del peccato originale) ognuno di noi è incline a guardare l’altro come qualcuno da usare/possedere, e c’è quindi bisogno di una redenzione del cuore che renda puro anche il nostro sguardo.

Allora – dice Giovanni Paolo II – Cristo in questo brano di Vangelo “assegna come compito ad ogni uomo la dignità di ogni donna; e contemporaneamente (sebbene dal testo ciò risulti solo in modo indiretto) assegna anche ad ogni donna la dignità di ogni uomo”.

Che vuol dire? Prendiamo il caso della moda mare di questi ultimi anni. Mi ricordo di un uomo sposato, cattolico, che aveva scritto su FB denunciando il tipo di costumi che portano le ragazze oggi, con lato B molto scoperto diciamo, perché non lo aiutavano rispetto alla sua personale lotta per la purezza. Ricordo anche la risposta di una signora che gli recriminava il fatto che un uomo, se davvero fosse integro, non dovrebbe neanche fare certi tipi di pensieri.

Ecco, Giovanni Paolo II dice non solo che è necessaria una lotta per la purezza, perché il cuore dell’uomo (e della donna) è ferito ontologicamente su questo punto. Ma poi responsabilizza entrambi dicendo: uomo, tu sei responsabile della dignità della donna; donna, tu sei responsabile della dignità dell’uomo.

La dignità riguarda il fatto che la persona è sacra, ha un valore inestimabile e non può mai essere ridotta ai suoi soli attributi sessuali.

Per noi donne essere responsabili della dignità dell’uomo può significare molte cose, ma, prima di tutto, significa essere consapevoli di questa ferita di cui l’uomo-maschio porta conseguenze in modo peculiare per ciò che riguarda lo sguardo sul femminile. Siamo chiamate ad aiutarlo nella lotta per la purezza dello sguardo, facendo sì che il suo sguardo, quando si posa su di noi, incontri sempre il mistero di una persona e non un’esposizione di mercanzia. Infatti, soltanto uno sguardo che vede nell’altro qualcuno e non qualcosa è uno sguardo pienamente all’altezza della dignità dell’essere uomo.

Siamo quindi custodi gli uni degli altri, custodi dello sguardo che si posa su di noi, custodi della nostra piena dignità di persone. Ciò non significa ovviamente indossare un burqa o una muta da sub, ma essere consapevoli che a seconda dell’abito che indossiamo possiamo custodire o meno chi ci guarda. Il pudore, ultimo punto, riguarda proprio questa custodia.

Punto 4: Pudore e nudità

Immaginate, uscendo dalla doccia, di essere sorprese dallo sguardo di uno sconosciuto alla finestra e immaginate la vostra reazione: vi coprireste immediatamente, ma non la faccia, bensì i vostri attributi sessuali. Diverso sarebbe se estrasse vostro marito da cui vi sentite profondamente amate.

Perché questa differenza di reazioni? Il pudore secondo GPII è una reazione difensiva naturale della persona che è portata a nascondere i propri attributi sessuali quando essi finiscono sotto lo sguardo di qualcuno che può ridurci esclusivamente ad essi, svilendo la dignità del nostro essere persona. Si tratta di un moto spontaneo di custodia che avviene perché ogni persona ha in sé il desiderio innato di essere amata, non di essere usata.

Allora il pudore è una parola preziosa da riscoprire: non è vergogna del corpo, non è nemmeno “pudicizia”, ma è il desiderio di suscitare amore, rispetto per l’integrità della nostra persona, e non di suscitare, al contrario, uno sguardo che spersonalizza, che oggettivizza, perché focalizzato solo sugli attributi sessuali.

A questo proposito, per quanto riguarda l’abbigliamento è interessante che Karol Wojtyla puntualizza che non è soltanto la quantità di pelle che scopriamo a definirne la moralità del vestito, quanto piuttosto la situazione/funzione dell’abito, e anche il tipo di relazione tra le persone coinvolte.

Ci sono infatti situazioni oggettive che richiedono che il corpo sia in parte scoperto, ad esempio, dice il papa: “Non è contrario fare il bagno in costume, ma è impudico portarlo per strada e nel corso di una passeggiata”, e qui va da sé che dovremmo mettere molto in discussione la moda attuale, e che non vale dire passivamente che la moda di oggi è questa e che si trovano solo vestiti così. Non è un fatto su cui si può sorvolare perché, a questo punto lo abbiamo capito, in gioco non c’è solo il vestito, ma la dignità della persone.

Infine ci sono situazioni, come ad esempio la relazione tra sposi, in cui la nudità, parziale o totale, non solo è pienamente rispettosa della dignità della persona in virtù dell’amore, che cambia lo sguardo sull’altro, ma potremmo dire che è anche necessaria. Infatti la mascolinità e la femminilità espressi anche nel corpo, permettono e alimentano l’amore tra i coniugi, che non è certamente solo platonico, ma vive di tutte le dimensioni della persona.

In conclusione, il tema dell’abbigliamento è complesso, vasto e cruciale in merito alla nostra identità nel senso più profondo del termine. Non è mai una questione solamente estetica, ma è sempre anche morale, ovvero oggetto di una scelta per il bene. Sarebbe bello allora se il vestito non prendesse forma solo dalla moda del momento o dal caso, ma dalla consapevolezza di tutto ciò che manifesta e significa e dalla convinzione che anche il nostro corpo e il nostro abbigliamento possono evangelizzare oppure no.

Perché bisognerebbe guardare SEX EDUCATION

Speriamo che non vi stupisca questo titolo: è provocatorio sì, ma non ironico!

La proposta è questa: perché invece di rimpiangere i tempi andati in cui la tv passava solo programmi del tenore di Rin Tin Tin e Pippi Calzelunghe, non accettiamo la sfida di guardarlo con gli adolescenti per aiutarli a dare un nome alle cose?

Crediamo infatti valga la pena esplorare la cultura in cui vivono oggi i ragazzi per entrare nel loro mondo, per essere preparati rispetto ai loro riferimenti, per iniziare lì, dove sono loro, dai luoghi (reali e virtuali) che frequentano, a mettersi in dialogo, a porre loro delle domande, a riflettere insieme a loro.

Certo, dobbiamo mettere da parte il nostro giudizio e il nostro “gusto”, ma se vogliamo dialogare con le giovani generazioni è indispensabile non svalutare o credere di sapere già che non c’è nulla di buono in una serie come Sex Education: piuttosto, raccogliamo la sfida e cerchiamo degli spunti di riflessione che, come vedremo, non mancano affatto. Anzi, crediamo sia prezioso guardarlo innanzitutto come adulti, perché ci mette molto in discussione rispetto al nostro ruolo e al nostro esempio, e poi guardarlo con i ragazzi per offrire chiavi di lettura che già ci sono, basta solo rivelarle, farle emergere in un confronto aperto.

Insomma, abbiamo guardato la prima serie di Sex Education (quindi le nostre riflessioni sono limitate a questo) e vorremmo proporre qualche spunto di riflessione.

L’argomento, manco a dirlo, è la sessualità e le domande ad essa connesse nell’età dell’adolescenza. Il punto di vista è quello dei ragazzi e l’impatto è piuttosto crudo perché il tema è affrontato in modo diretto ed esplicito senza troppi romanticismi.

Da un lato può apparirci esagerato, dall’altro purtroppo le vicende attorno a cui è costruito ogni episodio sono sfacciatamente verosimili: la vita degli adolescenti, infatti, non è abitata solo da scuola e amicizia, ma anche da revenge porn, esperienze sessuali precoci, pornografia e bullismo, e la cronaca ne è un’infelice testimone.

In un certo senso la telecamera qui svela ciò che di solito rimane privato, clandestino, celato dietro le porte chiuse delle camere o dei bagni, ma che esiste, più o meno diffusamente. Non solo oggi, ma anche ai nostri tempi, se siamo onesti. Insomma, è vero che il focus è centrato sul sesso, ma di per sé è vero anche che è in adolescenza che ci si approccia per la prima volta all’attrazione sessuale, alle sensazioni del corpo e ci si ritrova carichi di curiosità e interesse, impazienti di capire meglio e di sperimentare. Non importa se sei un chierichetto dall’età di 6 anni o se sei un’innocente ragazza casa e chiesa: con quella roba lì ti ci devi confrontare. E purtroppo, dobbiamo ammetterlo, è raro che, in questo confronto, i ragazzi trovino disponibilità al dialogo, compresi gli ambienti cristiani.

E allora già il titolo stesso sarebbe da commentare: quale educazione sessuale stiamo dando ai ragazzi? Ma ancora prima: la stiamo dando? A chi, gli adolescenti che conosciamo, possono porre le loro domande in merito? Sono interrogativi che ci fanno sentire probabilmente in difetto, eppure è cruciale rifletterci, perché la sessualità è un argomento centrale in adolescenza, e i ragazzi non vanno lasciati soli nell’approcciarsi a questo aspetto della vita così prezioso e delicato.

Non siamo ingenui, sappiamo molto bene che l’obiettivo dei produttori di questa serie non è certo educativo, eppure questo titolo suo malgrado dà voce ad un’emergenza in corso: ormai da decenni la sessualità non è più un tabù, ma non basta questo perché sia vissuta bene (sul quale sia il bene poi dovremmo intenderci chiaramente).

Il vero dramma della serie, a nostro avviso, è che mancano gli adulti, tanto che le domande, le fatiche, i problemi che riguardano la sessualità sono rivolte non a uno dei tanti adulti che popolano la serie, ma ad un pari, Otis.

E con un po’ di coraggio potremmo chiederci se è così anche nella realtà.

Il ruolo degli adulti nella serie colpisce davvero tanto. Se in apparenza il tema principale è la sessualità, il tema di sottofondo, ma che emerge continuamente, è la crisi degli adulti.

Nessun adulto positivo. Nessuno con cui confrontarsi. Anzi, adulti problematici le cui difficoltà e irrisoluzioni pesano sulla vita dei loro figli. Le scene che mi hanno fatto stare peggio guardando le puntate non sono state quelle di sesso esplicito; no, le scene più drammatiche sono i comportamenti dei genitori verso i figli. C’è una certa accuratezza psicologica nel tratteggiare la psicologia e la dinamica relazionale da cui può provenire un bullo, e anche l’ansia da prestazione di Jackson che si sente un trofeo per la madre, che non a caso lo ha concepito in provetta, ovvero proprio come un suo prodotto, di cui lei è l’artefice.

Insomma, per dirla in sintesi, c’è una chiara assenza di padri e madri in grado di esercitare il loro ruolo con sapienza e maturità.

E anzi, le due figure che rappresentano “Il Padre” e “La Madre” ne sono in realtà una versione distorta, o peggio ancora, inscenano due estremi negativi della paternità e della maternità.

Il personaggio del preside, infatti, nonché padre di Adam, è enfatizzato proprio dal ruolo che occupa, quello di preside, ovvero di chi ricopre un ruolo di autorità ed è al vertice di una responsabilità educativa verso i giovani. Peccato che sia un personaggio del tutto negativo, esercita l’autorità ma manca di autorevolezza e di spessore, e proprio per questo non riesce a relazionarsi se non imponendosi e svalutando e umiliando gli altri.

Il personaggio della sessuologa, nonché madre di Otis, è colei che incarna la cura, non solo perché madre, ma anche per mestiere. Questa cura però può diventare dannosa nel momento in cui non lascia andare, invade, controlla. La sessuologa poi è interessante anche per un altro motivo: è la figura supposta sapere sul sesso, e infatti sa, ma allo stesso tempo non sa. Non sa cioè il significato, il senso della sessualità: non basta infatti sapere nozioni tecniche e letteratura scientifica per trovare la connessione tra felicità e sessualità.

Inoltre, a modo suo, la serie fa intuire delle verità, se le sappiamo leggere: la sessualità non è una funzione separata dalla persona e dalla relazione. Esistono le disfunzioni sessuali e hanno un significato, non sono da curare come una malattia ma scoprendo cosa ci dicono, cosa raccontano di quella persona e della sua storia.

Infine, anche la scena più eticamente discutibile, quella dell’aborto, può essere preziosa proprio perché si presta ad un dialogo con i ragazzi: che sentimenti prova Maeve? Come mai è arrivata a questa decisione? Poteva essere evitato questo momento? Come si comportano le persone intorno a lei? Dove sono gli adulti e se ci sono come si comportano?

Speriamo di non essere fraintesi, semplicemente crediamo che nell’approcciarsi al tema della sessualità bisogna rifuggire il più possibile la rigidità e il “bigottisimo” perché già questi comunicano un vissuto. Saper invece ascoltare e poterne parlare con agio e morbidezza, pur tenendo saldi i propri principi, crediamo sia una chiave essenziale per il dialogo con le nuove generazioni e non solo.

La teologia del corpo è la vera body positivity

Da un po’ di tempo a questa parte i social sono invasi dalle espressioni body positivity e body positive, a suon di post a cura delle star e dei vip più famosi. Funziona così: donne più o meno popolari, che normalmente non disdegnano filtri e ritocchini, mettono in luce un loro difetto, o presunto tale, per normalizzare l’imperfezione dei corpi e promuovere l’accettazione del proprio corpo da parte dei followers. Da Arisa in costume che mostra i suoi rotolini (certo quel costume non aiuta cara), a Chiara Ferragni che, in mancanza d’altro, sbandiera un’impercettibile traccia di cellulite sulla coscia.

Questo vero e proprio movimento, nato una decina di anni fa soprattutto per sdoganare una bellezza oversize, ma poi allargatosi ad ogni tipo di caratteristica corporea, ha un nobile intento, ovvero “sfidare i canoni e i pregiudizi della società sui corpi, considerandoli tutti ugualmente belli/utili/degni nella loro diversità”.

Iniziativa lodevole, soprattutto nell’era dei social, dove le immagini hanno un ruolo così imponente da incidere in maniera drammatica sulle ragazzine in fase di crescita, che si confrontano con una frequenza esponenzialmente più alta rispetto a 10 anni fa, con immagini di corpi standard, a costo di un impatto fortissimo in termini di inadeguatezza, autostima e immagine di sé.

Come ogni realtà umana però, tale movimento non è esente da contraddizioni e lati oscuri.

Innanzitutto, nel clima culturale in cui viviamo, riguardo al corpo c’è un evidente “cortocircuito politically correct”, che emerge appena tocchiamo la sfera sessuale: curioso che si incoraggino i giovani ad accettare il proprio corpo per ciò che riguarda difettucci estetici ma, parallelamente, si dica loro che, se non si sentono a loro agio nel loro corpo maschile o femminile, è giusto e doveroso cambiare genere.

Perché il corpo va accettato per ciò che riguarda acne, smagliature e kg di troppo, ma non per ciò che concerne il proprio sesso?

Un altro lato oscuro riguarda la salute: se io peso 170 kg ma mi piaccio, che problema c’è? C’è in realtà il problema della salute, ovvero del rischio di sviluppare problemi cardiovascolari, metabolici, articolari, respiratori, e tanto altro che sappiamo. Per cui promuovere questo atteggiamento tout court rischia di sdoganare stili di vita contrari alla salute.

E allora, dato che ogni ragionamento solo umano ad un certo punto arriva ad un vicolo cieco, pare che ultimamente si stia passando alla Body Neutrality, un nuovo approccio che si commenta da solo: qui “l’estetica del corpo viene messa da parte in favore di una visione diversa in cui la fisicità non è poi così importante”. L’aspetto del corpo viene svuotato di ogni rilevanza perché “ciò che conta è la funzionalità del corpo e la sua capacità di sostenerci o portarci in luoghi meravigliosi”.

Che dire di fronte a tutto ciò? Mi è inevitabile riconoscere come la teologia del corpo sia molto oltre queste mode, sia una prospettiva in grado di illuminare il tema del corpo in maniera profonda, chiara, pulita, inequivocabile e soprattutto senza arrabattarsi in contraddizioni senza via di uscita.

Come pormi di fronte al mio corpo? Come considerarlo? A cosa serve? L’aspetto estetico conta o non conta? Fino a che punto accettarmi come sono e fino a che punto tentare di cambiare qualcosa?

Di fronte a queste e ad altre domande cruciali, fondamentali, belle, la teologia del corpo risponde con una grande semplicità e chiarezza: il tuo corpo è un dono.

Detto in altre parole: il tuo corpo ha origine in un Altro (l’ombelico ce lo ricorda costantemente) e ha come fine un Altro.

È estremamente semplice ma occorre spendere qualche parola in più.

Il tuo corpo ha origine da un Altro: sì, tu sei stato pensato, tu sei stata pensata, da Dio così come sei, corpo e spirito. Tu sei stato/a chiamato/a all’esistenza come persona, ovvero in quell’unità inseparabile di corpo e anima che ti definisce come essere unico e irripetibile. E il tuo corpo ha ugual peso rispetto alla tua anima, se pensi che sia meno importante sei fuori strada. Questo perché è attraverso il tuo corpo che vivi, che agisci nel mondo, che sei riconoscibile dagli altri: è attraverso il tuo corpo insomma che si manifesta la tua persona. Quindi il corpo è importante perché tu sei importante! Questo è un punto cruciale: l’accettazione del proprio corpo non è mai legata solo al corpo, ma riguarda sempre qualcosa di più profondo che attiene l’accettazione della propria persona.

Ma c’è di più. Dio ti ha creato come maschio o come femmina. Ti ha donato un modo particolare di esprimere la tua persona. È allo stesso tempo un dono e una missione. È un dono in potenza, è una missione che sta a te sviluppare, far crescere e maturare. Che ne stai facendo della tua mascolinità? Ti sei fatta carico della tua femminilità? Attenzione, questo discorso non ha nulla a che fare con gli stereotipi di genere, ma solo con il fatto che nella mascolinità c’è un modo particolare di amare e nella femminilità un altro. E ha anche a che fare con il fatto che la tua vocazione prende, letteralmente, corpo da questa dimensione profondissima della tua identità, perché è quella parte di te che ti attira fuori, che ti chiama ad incontrare il differente da te, è quella parte che ti muove verso l’Amore.

E allora, abbraccia fino in fondo la tua mascolinità, la tua femminilità, per fare della tua persona un dono bello per qualcuno.

E qui arriviamo al punto successivo. Qual è il senso del mio corpo (e quindi della mia persona)? Essere un dono per qualcuno. Da questa prospettiva allora non ci sono scuse: abbi cura di te. Dai valore a quello che sei, dai valore al tuo corpo che esprime la tua persona nella certezza di essere un dono unico e insostituibile.

Da qui la risposta a tante domande. Esempio banale e banalizzato: dovrei dimagrire qualche kg? Dipende! Tu come ti senti? Senti di darti valore? Ti piaci? Ma soprattutto qui il fine è anche l’Altro: se sono un dono per mio marito, (attuale o ancora da incontrare) sono un dono bello per lui? O mi sto trascurando?

Questo cambia completamente la prospettiva perché tante volte dietro al “mi piaccio così come sono” e “devo piacere così come sono” si nascondono inconsapevoli alibi per non darci valore, per non prenderci la responsabilità della nostra bellezza.

E allora, tentando una conclusione: il tuo corpo sei tu. Amato così come sei, chiamato a essere un dono per qualcuno, attraverso la tua mascolinità o femminilità. Senza questa prospettiva non c’è body positivity che tenga senza cadere in contraddizioni e incoerenze. Senza questa prospettiva il body positive è solo un’ennesima risposta parziale a domande molto profonde che riguardano sì il corpo, ma in quanto dimensione imprescindibile della nostra identità ed esistenza.

Se desideri andare più a fondo nel mistero del tuo corpo, ti consigliamo di leggere il libro che abbiamo scritto: IL CIELO NEL TUO CORPO.