La sottile differenza tra INCLUSIONE e COMPIACENZA

Oggi sempre più spesso negli ambienti cristiani si sente risuonare la parola “inclusione”, e in nome dell’inclusione si moltiplicano le iniziative, si lanciano proclami, si elaborano teologie ed idealismi e ahimè sempre più spesso ci si divide.

A questo proposito, non di rado, vanno in scena confusi “teatrini” in cui si schierano da un lato coloro che, in nome dell’inclusione, con ritrovato entusiasmo, aprono le porte a tutti, mossi dal nobile intento di accogliere e non far sentire sbagliato nessuno e dall’altro quelli che, di fronte a questa apertura indiscriminata, non senza un pizzico di indignazione, mettono in guardia sul fatto che così facendo si finisce per svendere ed annacquare l’autentico annuncio cristiano.

Chi ha ragione? Chi ha torto?

La nostra impressione è che, forse, né gli uni né gli altri fratelli abbiano davvero colto l’autentico senso cristiano dell’inclusione.

Partiamo da un punto fermo: l’inclusione è senz’altro un importante valore su cui anche papa Francesco ha più volte insistito dopo anni nei quali spesso, come Chiesa, ci siamo purtroppo atteggiati a club privato e abbiamo finito per comportarci come una dogana, come controllori della grazia e non come facilitatori di essa. (cf. EG, 47)

Ecco una breve citazione che rende l’idea:

«Il Vangelo ci chiama a riconoscere nella storia dell’umanità il disegno di una grande opera di inclusione, che, rispettando pienamente la libertà di ogni persona, di ogni comunità, di ogni popolo, chiama tutti a formare una famiglia di fratelli e sorelle, […] e a far parte della Chiesa, che è il corpo di Cristo». (udienza del 12/11/2016)

Il fatto è che spesso finiamo per mettere il “vino nuovo” dell’inclusione in “otri vecchi”. Ovvero in un’idea di Chiesa un po’ superata. L’impressione è insomma che entrambe queste posizioni continuino, senza rendersene conto, a considerare la Chiesa una specie di club privato.

I primi, mossi non di rado anche da un certo senso di colpa per essere parte di una Chiesa severa e retrograda e da un pizzico di frustrazione per essere rimasti un gruppetto sparuto e poco attraente, sembrano rispolverare sogni di gloria e, in nome dell’inclusione, spingono per allargare i criteri di tesseramento: «Perché io sì e loro no?» e alla voce “loro” ognuno può scegliere quale categoria inserire (conviventi, divorziati, omosessuali, transgender…). E pur di essere aperti, capita poi che si finisca per riadattare l’annuncio evangelico su nuove esigenze, per elaborare nuove antropologie più inclusive e, perché no, per promettere imminenti cambiamenti del magistero.

I secondi invece, da intransigenti defensor fidei, come reazione opposta a queste derive inclusive, più che porsi come fratelli in cammino, si trasformano in arbitri inflessibili, in controllori della grazia, mirando a conservare rigidi criteri di adesione al “club cattolico”.

I primi, con un certo lassismo, finiscono per leggere l’inclusività e l’accoglienza come una necessità di riforma dell’annuncio cristiano, i secondi invece, con rigorismo, interpretano l’annuncio evangelico come un insieme di norme che regolano l’inclusione.

Tutti però dovremmo ricordarci del fatto che non è il vangelo a doversi fare più inclusivo bensì il nostro cuore!

Così diceva qualche anno fa papa Francesco: «Né il lassista né il rigorista rende testimonianza a Gesù Cristo, perché né l’uno né l’altro si fa carico della persona che incontra. Il rigorista si lava le mani: infatti la inchioda alla legge intesa in modo freddo e rigido; il lassista invece si lava le mani: solo apparentemente è misericordioso, ma in realtà non prende sul serio il problema di quella coscienza, minimizzando il peccato. La vera misericordia si fa carico della persona, la ascolta attentamente, si accosta con rispetto e con verità alla sua situazione, e la accompagna nel cammino della riconciliazione». (discorso del 6/03/2014)

Troppo spesso, infatti, dimentichiamo un dato antropologico fondamentale: Nessuno è sbagliato, ma tutti siamo feriti. (per approfondire si veda qui l’articolo che abbiamo scritto a questo proposito)

Come ci ricorda il libro della Sapienza: «Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata». (Sap 11, 24)

Dio è misericordia e compassione, egli non chiude mai le braccia verso nessuno perché siamo suoi figli, lui ci ha chiamato alla vita. Ma troppo spesso dimentichiamo quello che viene detto nel versetto precedente: «Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento». (Sap 11, 23)

Dio non solo ci accoglie, ma aspetta il nostro pentimento. Ed è proprio su questo punto che facciamo acqua da tutte le parti. Troppo spesso infatti, chi accoglie dall’interno, sentendosi nel giusto, finisce per trasformare l’accoglienza in compiacenza, così come, troppo spesso, chi chiede di essere accolto finisce purtroppo per pretendere compiacenza e riconoscimento invece di cercare un reale cammino cristiano.

Per gli uni e per gli altri il primo e fondamentale dato da accogliere è che siamo tutti feriti, tutti segnati da quel Peccato con la “P” maiuscola che ci fa centrare su noi stessi fino a porci al posto di Dio! Tutti portiamo questa ferita, tutti! Se non ripartiamo insieme da qui, dal nostro essere feriti e bisognosi di redenzione a cosa serve l’inclusione? A cosa serve accogliere o non accogliere? A cosa serve essere accolti?  

La Chiesa non è un partito politico, un movimento, un club di tesserati, nella Chiesa c’è spazio per tutti perché è la “Famiglia di Dio”, che riconosce la sua miseria e si mette in cammino perché la sua vita sia trasformata, sia trasfigurata, sia resa sempre più somigliante a quella di Cristo.

Il punto, quindi, non è stabilire se i miei peccati sono più o meno gravi di quelli di una persona omosessuale o di una persona transgender, il punto non è riadattare il magistero per renderlo più inclusivo. Il punto è che siamo tutti bisognosi di guarigione e di metterci in un cammino di verità per accogliere Dio come Padre e lasciare che sia Cristo, Verbo fatto carne, a rivelarci la nostra vera identità, la nostra vera chiamata!

Solo la misericordia di Dio può tirarci fuori dalle nostre morti e portare Vita alla nostra vita. Ma, come abbiamo già detto nell’articolo citato in precedenza, ciò diventa possibile soltanto se prima accogliamo i nostri “piedi sporchi” e permettiamo a Cristo di chinarsi su di noi per lavarceli.

Che tu sia separato, o sposato da trent’anni, che tu ti senta una donna compiuta o che tu non ti riconosca nel tuo corpo, che tu viva una relazione omosessuale o una eterosessuale, per tutti, la prima e fondamentale chiamata è quella ad accogliere il mistero Pasquale di Cristo, ad essere disposti a morire a noi stessi, a perdere le nostre vie, per lasciare che sia Cristo a rivelarci la via della Vita!

Nessuno è sbagliato, ma tutti siamo feriti

Durante una lezione alla facoltà teologica che ho frequentato, un professore, all’interno di una più ampia riflessione sulla necessità di nuovi modi di comunicare la fede, disse provocatoriamente: «oggi la categoria di peccato originale è superata! Non ha più senso parlare di peccato originale alle persone di oggi, nessuno ci capisce più».

In questa provocazione certamente c’era del vero: «nessuno ci capisce più!» Il peccato originale con i suoi effetti è ormai tra i grandi sconosciuti per i cristiani di oggi, eppure costruisce la grande ferita di ogni cuore umano

A ben vedere, già sul peccato personale in senso stretto, non siamo messi molto bene.

Tendenzialmente, infatti, la stragrande maggioranza di noi cresce con l’idea che il peccato sia un’azione, un comportamento sbagliato che viola la legge di Dio. Questa lettura è diffusissima nella formazione catechistica dei bambini, ma amici sacerdoti ci confermano che, dalle confessioni, traspare come questa resti l’idea di fondo anche per molti adulti. Proprio questa lettura del peccato personale conferma che abbiamo le idee molto confuse su che cos’è il peccato originale e che non abbiamo viva esperienza della redenzione di Cristo.

La questione è seria e il professore di cui sopra ci perdonerà se, invece, tentiamo di dire qualcosa su come la ferita del peccato originale riguarda la nostra vita e sul perché, senza accogliere questa realtà, di fatto non possiamo comprendere pienamente noi stessi, né aprirci alla redenzione di Cristo.

Non entriamo qui nel ginepraio relativo alla genesi del peccato originale e a come si sia propagato nella storia dai progenitori fino a noi, anche perché occorrerebbe una lunga e approfondita esegesi del testo biblico. Ci basti sapere che il testo di Genesi 3 in cui tutto ciò viene narrato, è un testo che non vuole raccontare la cronaca dettagliata dei fatti avvenuti all’inizio della storia umana, ma è un racconto di carattere sapienziale che ha lo scopo di riflettere, attraverso un linguaggio mitologico, sull’origine del male e della morte che tocca l’umanità.

La tradizione cristiana ci insegna che il peccato originale riguarda la condizione umana. La nostra natura umana è ferita! Piaccia o meno c’è qualcosa di rotto! Ognuno di noi porta in sé una frattura in quattro direzioni: nel rapporto con Dio, nel rapporto con se stesso, nel rapporto con l’altro sesso e nel rapporto con la creazione. Non ci viene spontaneo relazionarci serenamente con Dio, né con noi stessi, né con l’altro sesso, né tantomeno con il mondo.

Nel vangelo Cristo parla di «durezza di cuore»: il cuore che biblicamente è l’organo centrale e unificante della persona, sede della volontà e della coscienza appare come bloccato, incartato su se stesso, incapace di svolgere appieno la sua funzione unificante verso il bene.

Ma dice anche che la durezza di cuore non è la nostra verità: «in Principio non fu così». C’è stata una rottura. L’umanità non era stata creata così, non è stata pensata per ripiegarsi su se stessa, per chiudersi nell’autosufficienza, ma per essere immagine di Dio, per esistere secondo Dio, per gustare ed esprimere l’Amore.

La nostre offuscate reminiscenze catechistiche potrebbero giustamente obiettare: ma il Catechismo non insegna che il Battesimo cancella il peccato originale?

Sì, è vero il Battesimo donandoci la vita nuova di Cristo cancella il peccato originale, ma il Catechismo dice anche che continuiamo a portare in noi le conseguenze del peccato che si manifestano nella nostra natura indebolita (CCC, 405).

Ciò significa che attraverso il sacramento del Battesimo siamo stati riconciliati con Dio e in Cristo ci è stata donata la vita nuova dei figli di Dio, ma non è che magicamente ci trasformiamo in supereroi! In noi viene piantato un germe di vita divina che va custodito e fatto crescere in una continua tensione tre la nostra umanità ferita e fragile e la vita filiale che cresce dentro di noi.

Non possiamo allora non prendere sul serio la realtà di questa ferita che ci portiamo dentro e che la tradizione chiama: “concupiscenza”.

Lo so, è parolone in disuso che “puzza di sacrestia” lontano un miglio, ma che rivela potentemente questa nostra condizione: il nostro essere come su un piano inclinato che ci porta istintivamente a preoccuparci prima di tutto per noi stessi, per la nostra soddisfazione e autosufficienza.

L’apostolo Giovanni parla di tre forme di concupiscenza (1Gv 2, 16) ognuna delle quali racchiude una marea di sfaccettature diverse.
La concupiscenza degli occhi ovvero il possesso, il prendere per noi stessi; la concupiscenza della carne, ovvero l’usare la sessualità non nel suo significato di dono per la comunione, ma per la nostra autogratificazione; e la superbia della vita, ovvero l’affermare noi stessi e le nostre ragioni sopra ogni cosa.

A volte possono sembrare cose distanti da noi, cose che fatichiamo a riconoscere nella nostra vita ordinaria, eppure, andando in profondità, possiamo scoprire sfumature che ci toccano molto da vicino.

Giovanni Paolo II ad esempio, nelle sue catechesi, riflettendo sulla concupiscenza della carne, ha voluto soffermarsi su due aspetti molto concreti ed attuali. Da un lato, il fatto che la concupiscenza oscura nel cuore umano il significato della differenza sessuale per cui la relazione tra maschio-femmina diviene problematica, non più terreno spontaneo di comunione, ma di conflitto e di dominio. Dall’altro il fatto che la concupiscenza porta con sé la frammentazione interiore dell’essere umano che sperimenta una «quasi costitutiva difficoltà di immedesimazione col proprio corpo» così che, sebbene nasciamo come maschi e femmine, non ci viene spontaneo maturare come uomini e donne.

Questa insomma è la situazione: C’è qualcosa di rotto in noi, siamo feriti! …feriti su più livelli!
Ma non è tutto, perché questa è solo metà della storia!

Infatti, se è vero che siamo feriti, è ancor più vero che siamo salvati, che siamo redenti! In Cristo ci è data la vita e la libertà vera e sempre ci è offerta la possibilità di passare dal peccato alla verità, dalla morte alla vita. Il germe della vita nuova piantato in noi nel Battesimo piano piano cresce e nel farsi spazio va a toccare e a portare alla luce quelle storture che ci portiamo dentro.

E qui sta la cosa più difficile: accogliere quella luce, ammettere a noi stessi che in noi qualcosa non va, che siamo bisognosi, che abbiamo bisogno di conversione.

Lo so per esperienza, da ex-perfezionista incallito quale ero (e in parte sono ancora), so che non è facile ammettere a se stessi che qualcosa non va! C’è sempre una parte presuntuosa di noi che si ribella ed emerge impetuosa la nostra profonda fobia di sentirci sbagliati. Una parte di noi rigetta l’inquietudine, ha pretese di autosufficienza, è affamata di rassicurazioni e conferme per cui non accetta di mettersi in discussione. Ma se le diamo retta ci chiudiamo alla Vita!

Se non accettiamo di essere rotti, se diciamo a noi stessi: «va bene così», «in me non c’è niente che non va», «sono fatto così», «il problema sono gli altri, il problema è la rigidità della Chiesa»… il nostro cuore si chiude nella durezza, si irrigidisce e non lascia spazio di crescita al germe della vita nuova in noi.

Allora non facciamoci fregare dal nostro orgoglio, accettiamo di essere rotti, di essere feriti!

Vale la pena essere feriti perché in quelle ferite Cristo vuole visitarci e portare guarigione. È soprattutto nelle nostre ferite e nelle nostre miserie che possiamo sperimentare la tenerezza di Dio.
È quello che è successo ai Santi. I Santi non sono supereroi, ma persone che hanno lasciato entrare Cristo nelle loro miserie.

La Pasqua che si avvicina ci insegna proprio questo: il Giovedì Santo leggeremo il brano del Vangelo di Giovanni sulla lavanda dei piedi. Cristo è attratto dai nostri piedi sporchi, non si schifa, si china per lavarceli perché ci ama e siamo preziosi ai suoi occhi! Non facciamo l’errore di Pietro, accogliamo i nostri piedi sporchi e accogliamo la tenerezza di Dio che non si stanca di lavarceli e medicarceli.

Lui vuole fare Pasqua con noi, perché nessuno di noi è sbagliato, semplicemente tutti siamo feriti!

Una gioventù sessualmente… impotente

Ho la fortuna di fare un bellissimo mestiere che mi dà il privilegio di ascoltare ciò che spesso nessun altro ha mai ascoltato, di conoscere in profondità persone diversissime tra loro, di poter scorgere quello che c’è di più autentico dietro le maschere, i ruoli e gli atteggiamenti culturalmente mainstream.

Le persone che ascolto con più frequenza sono giovani under 30, e considero una grande opportunità il fatto che tra questi, la maggior parte non sia cattolica. Sono giovani del mondo e, da quello che fa l’operaio a quella che frequenta l’università, con tanto di collettivi universitari e attivismo di vario genere, hanno in comune un fatto: vivono la loro sessualità in maniera “libera” appunto, senza i condizionamenti della morale cattolica riguardo a castità, rapporti prematrimoniali, ecc.… e me ne parlano. Mi raccontano di come è davvero la sessualità vissuta così. Protetti dal non giudizio di quella che qualcuno chiama “la stanza delle parole”, hanno il coraggio di aprirsi e di dire ad alta voce con onestà come si sentono e cosa pensano.

È interessante il fatto che spesso, queste “confessioni” che fanno a se stessi più che a me, siano accompagnate da un certo senso di inadeguatezza. Mi spiego.

Dal cuore delle ragazze emerge quasi sempre il desiderio di una relazione profonda, intima, che sia emotiva ed affettiva, non solo sessuale; emerge il desiderio di essere scelte, magari non per tutta la vita, (dando quasi per scontato che prima o poi ci si lascerà) ma di certo è presente il desiderio di essere scelte per il tratto di vita che passeranno con quella persona. La cosa curiosa a questo punto è che, subito dopo aver espresso queste cose, si sentono quasi in dovere di giustificarsi: ci provano a dividere sesso e relazione ma, nella maggior parte dei casi, non ci riescono e, immaginando invece che per tutte le altre sia facile, si sentono inadeguate o sbagliate a causa di questo loro sentire. Ci provano a vivere “relazioni aperte”, l’ultima frontiera della libertà e dell’emancipazione, ma anche in questo caso ammettono, quasi come fosse una colpa, che non fa per loro.

I maschi, di contro, fanno tenerezza perché si ritrovano spesso incastrati nel ruolo che la società affibbia loro, ovvero di quelli che devono performare, sempre disponibili al sesso, e di conseguenza sono preda anche del nuovo ruolo, molto attivo, che assumono le ragazze, dando per scontato – vedi sopra – che ai ragazzi piaccia così.

In realtà, spesso i ragazzi confessano di essere spiazzati dall’intraprendenza femminile, e questo causa loro anche episodi di disfunzioni sessuali. Recentemente un ragazzo, raccontandomi proprio di come avesse fatto “cilecca” ad un primo appuntamento in cui non aveva per nulla messo in conto il sesso, mi ha detto: “non me lo aspettavo, non lo avevo previsto, ma mi sono detto vabbè non fare lo sfigato, approfittane, ma il mio corpo non è stato d’accordo”.

Già, perché tu puoi provare a usare il tuo corpo come ti pare, ma il corpo non è solo un corpo, non è una macchina da usare a tuo piacimento, non è solo una funzionalità biologico-meccanica. Il tuo corpo è molto di più, non è qualcosa, è qualcuno: tu, per la precisione. Ogni fibra del tuo corpo è inscindibile da ciò che vibra nella tua interiorità, nelle tue emozioni, e in tutto ciò che ancora non conosci di te ma esiste.

Proprio per questo le cose non vanno come ti aspetti: credi di poter approfittare di quella ragazza così disponibile, e invece ti ritrovi a perdere l’erezione; vuoi a tutti i costi avere la tua prima esperienza sessuale con un ragazzo per non sentirti diversa dalle tue amiche, ma poi scopri che quell’atto ti fa male fisicamente, provi dolore invece che piacere, e ti chiedi come mai.

E allora si arriva all’effetto paradossale: pensando di poter vivere la sessualità in maniera libera e fluida, svincolata da se stessi e dalla relazione con l’altro, all’opposto si diventa maschi e femmine sessualmente impotenti, cioè non in grado di viverla pienamente; pensando che non ci siano limiti nell’usare la propria sessualità, in realtà ci si ritrova limitati, a partire dal fatto molto concreto di non riuscire ad avere rapporti completi e quindi anche arrivando ad evitarli per non incorrere in nuove delusioni e frustrazioni.

Ma attenzione, non aspettatevi a questo punto, di contro, un elogio della castità tout court, un’apologia della morale cattolica che quella sì, che è garanzia di una buona sessualità.

No, dipende. Infatti, accanto ai giovani libertini c’è un’altra categoria che, per ragioni diverse, si trova impantanata nelle stesse difficoltà. E non solo per quanto riguarda la sessualità agita ma ancora prima, nel rapporto con questo aspetto così importante – se non fondante – della vita: infatti, anche attraverso il ministero che svolgiamo nella Chiesa, parlando con le persone, incontriamo non di rado blocchi, paure, rigidità, evitamenti, che interferiscono nelle relazioni ben prima di arrivare a vivere la sessualità in camera da letto.

Ci stiamo riferendo alla categoria di giovani, figli di una certa educazione religiosa – dannosa – che purtroppo esiste ancora: quella in cui il corpo è negato e la sessualità è taciuta quasi fosse qualcosa da temere o di cui vergognarsi o semplicemente da tollerare per certi fini.

Purtroppo ci capita ancora di riscontrare come spesso l’educazione sessuale sia trattata solo al livello di ciò che si può e non si può fare. In questo modo però, pur con le più buone intenzioni, la sessualità viene ridotta ad una funzionalità da gestire, ad un atto, il rapporto sessuale, che coinvolge solo una parte di noi, gli organi genitali.

Il problema è che la sessualità è molto di più: è molto di più di ciò succede in camera da letto, è molto di più di un comportamento, è molto di più dell’incontro di due organi sessuali. Quindi non possiamo trattarla come qualcosa che è possibile disattivare o mettere sottochiave per un periodo e poi riattivare quando ci sono le giuste condizioni (magari nel matrimonio) aspettandoci che tutto funzioni spontaneamente. Ne rimarremo immancabilmente delusi.

La sessualità inizia molto prima e non riguarda solo il fare, ma abbraccia tutta la persona, anche il pensare e il vissuto emotivo e relazionale. Ad esempio: come penso al mio corpo e a quello dell’altro? che valore do alla sessualità? che rapporto ho con il piacere? Come integro questo aspetto della mia vita in ciò che sono e nelle relazioni che vivo?

Insomma, la provocazione è questa: attenzione a cosa e come comunichiamo su questo argomento noi cattolici, perché rischiamo di provocare altrettante “vittime” tante quante ne sta facendo la rivoluzione sessuale, anzi, a ben vedere lo abbiamo già fatto per tanti anni in passato. E rischiamo anche di ritrovarci con gli stessi errori di fondo: separare la sessualità dal resto della vita come se fosse una dimensione accessoria a sé stante, ridurla ad un mero gesto che coinvolge solo la genitalità, finendo così per svilire a nostra volta questo grande dono di Dio, che racchiude il mistero della nostra identità e del nostro destino.

Ma allora come fare se sia l’assenza che la presenza di regole in campo sessuale sembra avere effetti nefasti sulla vita dei giovani? Come parlare di sessualità? Cosa dire?

Rispetto al come siamo sempre più che convinti che se non ci si è riconciliati con questa dimensione fondante della vita umana, meglio tacere, se no, insieme alle nostre parole, trasmetteremo inevitabilmente anche tutte le nostre irrisoluzioni.

Sul cosa, da parte nostra possiamo dire che, di tutti gli approcci che abbiamo incontrato, soltanto la teologia del corpo di San Giovanni Paolo II ci sembra in grado di offrire una visione unitaria capace di tenere insieme tutte le dimensioni della persona, capace di conciliare la verità con l’esperienza, la bellezza della sessualità e il bene della persona, i desideri profondi del cuore e la realtà ferita dello stesso cuore umano, proponendo un cammino non motivato da giudizio, moralismi e rigidità, ma solo dalla bellezza che il cuore intuisce. Una bellezza a cui il cuore di tutti – cattolici e libertini- anela, anche se molto spesso non lo sa.

P.S. Giunti alla fine di questo articolo ci rendiamo conto che il tema richiederebbe molteplici approfondimenti (che speriamo saranno oggetto di articoli futuri) queste sono solo alcune suggestioni generali, ma crediamo valga la pena iniziare da qualche parte.

Perché bisognerebbe guardare SEX EDUCATION

Speriamo che non vi stupisca questo titolo: è provocatorio sì, ma non ironico!

La proposta è questa: perché invece di rimpiangere i tempi andati in cui la tv passava solo programmi del tenore di Rin Tin Tin e Pippi Calzelunghe, non accettiamo la sfida di guardarlo con gli adolescenti per aiutarli a dare un nome alle cose?

Crediamo infatti valga la pena esplorare la cultura in cui vivono oggi i ragazzi per entrare nel loro mondo, per essere preparati rispetto ai loro riferimenti, per iniziare lì, dove sono loro, dai luoghi (reali e virtuali) che frequentano, a mettersi in dialogo, a porre loro delle domande, a riflettere insieme a loro.

Certo, dobbiamo mettere da parte il nostro giudizio e il nostro “gusto”, ma se vogliamo dialogare con le giovani generazioni è indispensabile non svalutare o credere di sapere già che non c’è nulla di buono in una serie come Sex Education: piuttosto, raccogliamo la sfida e cerchiamo degli spunti di riflessione che, come vedremo, non mancano affatto. Anzi, crediamo sia prezioso guardarlo innanzitutto come adulti, perché ci mette molto in discussione rispetto al nostro ruolo e al nostro esempio, e poi guardarlo con i ragazzi per offrire chiavi di lettura che già ci sono, basta solo rivelarle, farle emergere in un confronto aperto.

Insomma, abbiamo guardato la prima serie di Sex Education (quindi le nostre riflessioni sono limitate a questo) e vorremmo proporre qualche spunto di riflessione.

L’argomento, manco a dirlo, è la sessualità e le domande ad essa connesse nell’età dell’adolescenza. Il punto di vista è quello dei ragazzi e l’impatto è piuttosto crudo perché il tema è affrontato in modo diretto ed esplicito senza troppi romanticismi.

Da un lato può apparirci esagerato, dall’altro purtroppo le vicende attorno a cui è costruito ogni episodio sono sfacciatamente verosimili: la vita degli adolescenti, infatti, non è abitata solo da scuola e amicizia, ma anche da revenge porn, esperienze sessuali precoci, pornografia e bullismo, e la cronaca ne è un’infelice testimone.

In un certo senso la telecamera qui svela ciò che di solito rimane privato, clandestino, celato dietro le porte chiuse delle camere o dei bagni, ma che esiste, più o meno diffusamente. Non solo oggi, ma anche ai nostri tempi, se siamo onesti. Insomma, è vero che il focus è centrato sul sesso, ma di per sé è vero anche che è in adolescenza che ci si approccia per la prima volta all’attrazione sessuale, alle sensazioni del corpo e ci si ritrova carichi di curiosità e interesse, impazienti di capire meglio e di sperimentare. Non importa se sei un chierichetto dall’età di 6 anni o se sei un’innocente ragazza casa e chiesa: con quella roba lì ti ci devi confrontare. E purtroppo, dobbiamo ammetterlo, è raro che, in questo confronto, i ragazzi trovino disponibilità al dialogo, compresi gli ambienti cristiani.

E allora già il titolo stesso sarebbe da commentare: quale educazione sessuale stiamo dando ai ragazzi? Ma ancora prima: la stiamo dando? A chi, gli adolescenti che conosciamo, possono porre le loro domande in merito? Sono interrogativi che ci fanno sentire probabilmente in difetto, eppure è cruciale rifletterci, perché la sessualità è un argomento centrale in adolescenza, e i ragazzi non vanno lasciati soli nell’approcciarsi a questo aspetto della vita così prezioso e delicato.

Non siamo ingenui, sappiamo molto bene che l’obiettivo dei produttori di questa serie non è certo educativo, eppure questo titolo suo malgrado dà voce ad un’emergenza in corso: ormai da decenni la sessualità non è più un tabù, ma non basta questo perché sia vissuta bene (sul quale sia il bene poi dovremmo intenderci chiaramente).

Il vero dramma della serie, a nostro avviso, è che mancano gli adulti, tanto che le domande, le fatiche, i problemi che riguardano la sessualità sono rivolte non a uno dei tanti adulti che popolano la serie, ma ad un pari, Otis.

E con un po’ di coraggio potremmo chiederci se è così anche nella realtà.

Il ruolo degli adulti nella serie colpisce davvero tanto. Se in apparenza il tema principale è la sessualità, il tema di sottofondo, ma che emerge continuamente, è la crisi degli adulti.

Nessun adulto positivo. Nessuno con cui confrontarsi. Anzi, adulti problematici le cui difficoltà e irrisoluzioni pesano sulla vita dei loro figli. Le scene che mi hanno fatto stare peggio guardando le puntate non sono state quelle di sesso esplicito; no, le scene più drammatiche sono i comportamenti dei genitori verso i figli. C’è una certa accuratezza psicologica nel tratteggiare la psicologia e la dinamica relazionale da cui può provenire un bullo, e anche l’ansia da prestazione di Jackson che si sente un trofeo per la madre, che non a caso lo ha concepito in provetta, ovvero proprio come un suo prodotto, di cui lei è l’artefice.

Insomma, per dirla in sintesi, c’è una chiara assenza di padri e madri in grado di esercitare il loro ruolo con sapienza e maturità.

E anzi, le due figure che rappresentano “Il Padre” e “La Madre” ne sono in realtà una versione distorta, o peggio ancora, inscenano due estremi negativi della paternità e della maternità.

Il personaggio del preside, infatti, nonché padre di Adam, è enfatizzato proprio dal ruolo che occupa, quello di preside, ovvero di chi ricopre un ruolo di autorità ed è al vertice di una responsabilità educativa verso i giovani. Peccato che sia un personaggio del tutto negativo, esercita l’autorità ma manca di autorevolezza e di spessore, e proprio per questo non riesce a relazionarsi se non imponendosi e svalutando e umiliando gli altri.

Il personaggio della sessuologa, nonché madre di Otis, è colei che incarna la cura, non solo perché madre, ma anche per mestiere. Questa cura però può diventare dannosa nel momento in cui non lascia andare, invade, controlla. La sessuologa poi è interessante anche per un altro motivo: è la figura supposta sapere sul sesso, e infatti sa, ma allo stesso tempo non sa. Non sa cioè il significato, il senso della sessualità: non basta infatti sapere nozioni tecniche e letteratura scientifica per trovare la connessione tra felicità e sessualità.

Inoltre, a modo suo, la serie fa intuire delle verità, se le sappiamo leggere: la sessualità non è una funzione separata dalla persona e dalla relazione. Esistono le disfunzioni sessuali e hanno un significato, non sono da curare come una malattia ma scoprendo cosa ci dicono, cosa raccontano di quella persona e della sua storia.

Infine, anche la scena più eticamente discutibile, quella dell’aborto, può essere preziosa proprio perché si presta ad un dialogo con i ragazzi: che sentimenti prova Maeve? Come mai è arrivata a questa decisione? Poteva essere evitato questo momento? Come si comportano le persone intorno a lei? Dove sono gli adulti e se ci sono come si comportano?

Speriamo di non essere fraintesi, semplicemente crediamo che nell’approcciarsi al tema della sessualità bisogna rifuggire il più possibile la rigidità e il “bigottisimo” perché già questi comunicano un vissuto. Saper invece ascoltare e poterne parlare con agio e morbidezza, pur tenendo saldi i propri principi, crediamo sia una chiave essenziale per il dialogo con le nuove generazioni e non solo.

La teologia del corpo è la vera body positivity

Da un po’ di tempo a questa parte i social sono invasi dalle espressioni body positivity e body positive, a suon di post a cura delle star e dei vip più famosi. Funziona così: donne più o meno popolari, che normalmente non disdegnano filtri e ritocchini, mettono in luce un loro difetto, o presunto tale, per normalizzare l’imperfezione dei corpi e promuovere l’accettazione del proprio corpo da parte dei followers. Da Arisa in costume che mostra i suoi rotolini (certo quel costume non aiuta cara), a Chiara Ferragni che, in mancanza d’altro, sbandiera un’impercettibile traccia di cellulite sulla coscia.

Questo vero e proprio movimento, nato una decina di anni fa soprattutto per sdoganare una bellezza oversize, ma poi allargatosi ad ogni tipo di caratteristica corporea, ha un nobile intento, ovvero “sfidare i canoni e i pregiudizi della società sui corpi, considerandoli tutti ugualmente belli/utili/degni nella loro diversità”.

Iniziativa lodevole, soprattutto nell’era dei social, dove le immagini hanno un ruolo così imponente da incidere in maniera drammatica sulle ragazzine in fase di crescita, che si confrontano con una frequenza esponenzialmente più alta rispetto a 10 anni fa, con immagini di corpi standard, a costo di un impatto fortissimo in termini di inadeguatezza, autostima e immagine di sé.

Come ogni realtà umana però, tale movimento non è esente da contraddizioni e lati oscuri.

Innanzitutto, nel clima culturale in cui viviamo, riguardo al corpo c’è un evidente “cortocircuito politically correct”, che emerge appena tocchiamo la sfera sessuale: curioso che si incoraggino i giovani ad accettare il proprio corpo per ciò che riguarda difettucci estetici ma, parallelamente, si dica loro che, se non si sentono a loro agio nel loro corpo maschile o femminile, è giusto e doveroso cambiare genere.

Perché il corpo va accettato per ciò che riguarda acne, smagliature e kg di troppo, ma non per ciò che concerne il proprio sesso?

Un altro lato oscuro riguarda la salute: se io peso 170 kg ma mi piaccio, che problema c’è? C’è in realtà il problema della salute, ovvero del rischio di sviluppare problemi cardiovascolari, metabolici, articolari, respiratori, e tanto altro che sappiamo. Per cui promuovere questo atteggiamento tout court rischia di sdoganare stili di vita contrari alla salute.

E allora, dato che ogni ragionamento solo umano ad un certo punto arriva ad un vicolo cieco, pare che ultimamente si stia passando alla Body Neutrality, un nuovo approccio che si commenta da solo: qui “l’estetica del corpo viene messa da parte in favore di una visione diversa in cui la fisicità non è poi così importante”. L’aspetto del corpo viene svuotato di ogni rilevanza perché “ciò che conta è la funzionalità del corpo e la sua capacità di sostenerci o portarci in luoghi meravigliosi”.

Che dire di fronte a tutto ciò? Mi è inevitabile riconoscere come la teologia del corpo sia molto oltre queste mode, sia una prospettiva in grado di illuminare il tema del corpo in maniera profonda, chiara, pulita, inequivocabile e soprattutto senza arrabattarsi in contraddizioni senza via di uscita.

Come pormi di fronte al mio corpo? Come considerarlo? A cosa serve? L’aspetto estetico conta o non conta? Fino a che punto accettarmi come sono e fino a che punto tentare di cambiare qualcosa?

Di fronte a queste e ad altre domande cruciali, fondamentali, belle, la teologia del corpo risponde con una grande semplicità e chiarezza: il tuo corpo è un dono.

Detto in altre parole: il tuo corpo ha origine in un Altro (l’ombelico ce lo ricorda costantemente) e ha come fine un Altro.

È estremamente semplice ma occorre spendere qualche parola in più.

Il tuo corpo ha origine da un Altro: sì, tu sei stato pensato, tu sei stata pensata, da Dio così come sei, corpo e spirito. Tu sei stato/a chiamato/a all’esistenza come persona, ovvero in quell’unità inseparabile di corpo e anima che ti definisce come essere unico e irripetibile. E il tuo corpo ha ugual peso rispetto alla tua anima, se pensi che sia meno importante sei fuori strada. Questo perché è attraverso il tuo corpo che vivi, che agisci nel mondo, che sei riconoscibile dagli altri: è attraverso il tuo corpo insomma che si manifesta la tua persona. Quindi il corpo è importante perché tu sei importante! Questo è un punto cruciale: l’accettazione del proprio corpo non è mai legata solo al corpo, ma riguarda sempre qualcosa di più profondo che attiene l’accettazione della propria persona.

Ma c’è di più. Dio ti ha creato come maschio o come femmina. Ti ha donato un modo particolare di esprimere la tua persona. È allo stesso tempo un dono e una missione. È un dono in potenza, è una missione che sta a te sviluppare, far crescere e maturare. Che ne stai facendo della tua mascolinità? Ti sei fatta carico della tua femminilità? Attenzione, questo discorso non ha nulla a che fare con gli stereotipi di genere, ma solo con il fatto che nella mascolinità c’è un modo particolare di amare e nella femminilità un altro. E ha anche a che fare con il fatto che la tua vocazione prende, letteralmente, corpo da questa dimensione profondissima della tua identità, perché è quella parte di te che ti attira fuori, che ti chiama ad incontrare il differente da te, è quella parte che ti muove verso l’Amore.

E allora, abbraccia fino in fondo la tua mascolinità, la tua femminilità, per fare della tua persona un dono bello per qualcuno.

E qui arriviamo al punto successivo. Qual è il senso del mio corpo (e quindi della mia persona)? Essere un dono per qualcuno. Da questa prospettiva allora non ci sono scuse: abbi cura di te. Dai valore a quello che sei, dai valore al tuo corpo che esprime la tua persona nella certezza di essere un dono unico e insostituibile.

Da qui la risposta a tante domande. Esempio banale e banalizzato: dovrei dimagrire qualche kg? Dipende! Tu come ti senti? Senti di darti valore? Ti piaci? Ma soprattutto qui il fine è anche l’Altro: se sono un dono per mio marito, (attuale o ancora da incontrare) sono un dono bello per lui? O mi sto trascurando?

Questo cambia completamente la prospettiva perché tante volte dietro al “mi piaccio così come sono” e “devo piacere così come sono” si nascondono inconsapevoli alibi per non darci valore, per non prenderci la responsabilità della nostra bellezza.

E allora, tentando una conclusione: il tuo corpo sei tu. Amato così come sei, chiamato a essere un dono per qualcuno, attraverso la tua mascolinità o femminilità. Senza questa prospettiva non c’è body positivity che tenga senza cadere in contraddizioni e incoerenze. Senza questa prospettiva il body positive è solo un’ennesima risposta parziale a domande molto profonde che riguardano sì il corpo, ma in quanto dimensione imprescindibile della nostra identità ed esistenza.

Se desideri andare più a fondo nel mistero del tuo corpo, ti consigliamo di leggere il libro che abbiamo scritto: IL CIELO NEL TUO CORPO.

Alza il volume dei tuoi desideri

Sappiamo di esistere come esseri desideranti, ma forse non ci abbiamo mai dato troppa importanza.

Non passa giorno in cui nel nostro cuore non affiori qualche desiderio. Desideriamo un sacco di cose, cose importanti: un fidanzato, una casa, un figlio, un lavoro… e cose più frivole: un nuovo paio di occhiali, un aperitivo con gli amici, qualche like in più sui social… Raramente però ci sfiora il sospetto che, in filigrana, sotto tutta questa selva di desideri con la “d” minuscola, esista nel nostro cuore un desiderio con la “D” maiuscola, di cui tutti gli altri sono solo un lieve riflesso.

Può capitare di avvertirne la presenza di fronte all’immensità di un cielo stellato, o traportati dalle note di certa musica. Oppure possiamo accorgercene in quelle notti in cui non riusciamo a dormire e ci ritroviamo immersi nel silenzio della nostra stanza, accompagnati soltanto dal battito del nostro cuore. È lì che oltre il brusio delle ordinarie preoccupazioni quotidiane, possiamo percepire il grido angosciato che sale dal nostro cuore.

Percepiamo la disperazione per la nostra piccolezza, per la nostra precarietà, per il tempo che passa, per il nostro bisogno… Ci accorgiamo che, in fondo, nonostante il contratto a tempo indeterminato, nonostante l’auto nuova, la bellissima vacanza, ecc… il nostro cuore è ancora in attesa, ma in attesa di cosa?

Diceva Cesare Pavese: «Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?»

Queste esperienze ci rivelano che sotto la superfice della nostra quotidianità, dei nostri piccoli desideri, esiste un Desiderio più profondo, una melodia che non riusciamo a identificare pienamente. Un po’ come di fronte a quegli antichi bassorilievi resi irriconoscibili dall’erosione del tempo, percepiamo qualcosa, ma non riusciamo ad afferrarne il senso.

Tutti almeno una volta abbiamo percepito questa attesa, tutti, in fondo, abbiamo avvertito il presentimento di essere al mondo per qualcosa di grande e il timore di accontentarci della mediocrità. Tutti, a ben vedere, viviamo nell’aspettativa che la nostra vita dovrebbe trovare un senso e portarci ad una pienezza, ma da dove viene questa attesa? E soprattutto cosa ne facciamo di questa attesa del cuore?

Platone ha chiamato questo desiderio del cuore umano eros e lo descrive come quella forza interiore inquieta, che trascina l’uomo verso tutto ciò che è buono, vero e bello.

Ed è curioso che nella mitologia greca l’eros sia rappresentato come un essere alato armato di arco e frecce: il nostro eros non solo ci può portare in alto, ma ha un bersaglio da raggiungere, ha un orientamento, una direzione… ma quale direzione? Quale bersaglio?

Nella cultura ipersessualizzata in cui viviamo, abbiamo fatto coincidere l’eros con il desiderio sessuale, e abbiamo orientato il nostro eros esclusivamente verso la gratificazione individuale (il piacere). Abbiamo creduto che bastasse avere sesso “on demand” h24 per saziare la sete del nostro cuore, eppure ci ritroviamo sempre più infelici e sempre più soli.

Certamente l’eros ha in sé un’incancellabile connotazione sessuale di cui dobbiamo tenere conto, ma è molto più di questo. Esso ha a che fare con un’intima attesa di pienezza, di vita, di bellezza scritta nella nostra umanità.

Il desiderio sessuale è però il desiderio che più intensamente ci parla di questa chiamata, è forse il volto più incarnato ed impetuoso di questo grande anelito del cuore, eppure tante volte lo trattiamo come un banale istinto da sfogare.

Il desiderio sessuale ci rivela che siamo in attesa, che siamo in cerca di qualcun altro che dia un senso alla nostra vita. E tutto questo lo troviamo scolpito in modo indelebile nei nostri corpi: i nostri organi sessuali raccontano l’attesa di un incontro con qualcuno di differente e complementare.

Ciò nonostante, anche quando questo incontro avviene, l’attesa non è mai risolta definitivamente, il nostro eros non si placa, non smette di desiderare.

Perché dopo aver fatto l’amore con la persona che ami il tuo cuore non è sazio?

Perché dopo aver messo su famiglia, dopo aver generato due, tre, cinque figli il tuo cuore ha ancora sete?

Qualcuno pensa che il problema sia il partner, qualcun altro che sia un problema di posizioni o di fantasie erotiche da soddisfare, altri incolpano la monotonia del quotidiano… sono molto pochi coloro che rintracciano nel loro cuore un mistero più profondo.

Oggi si parla molto di diversi possibili “orientamenti sessuali”, ma in fondo l’unico vero e definitivo orientamento della sessualità umana, del nostro eros, è il desiderio di infinito che portiamo nel cuore.

Diceva papa Benedetto XVI: «Ogni desiderio che si affaccia al cuore umano si fa eco di un desiderio fondamentale che non è mai pienamente saziato. […] l’uomo è cercatore dell’Assoluto, un cercatore a passi piccoli e incerti».

Purtroppo, in tanti ambienti cristiani, il tema del desiderio è stato spesso amputato, messo da parte, come qualcosa di superfluo e pericoloso, inconciliabile con una religiosità seria ed adulta. Abbiamo presentato la fede come un freddo codice di comportamento: un lungo elenco di cose da non fare (una lista piuttosto lunga e che ha a che fare anche con cose piacevoli) e un elenco di cose da fare (di solito più breve e che ha a che fare con pratiche religiose che sembrano non avere niente da spartire con i nostri desideri) e abbiamo avuto il coraggio di chiamare tutto questo la “buona notizia” del Vangelo.

Da questo punto di vista appare forse più comprensibile l’ininterrotta emorragia di giovani dai nostri ambienti parrocchiali. Perché dovrebbe affascinare una fede di questo tipo, incapace di sintonizzarsi con le attese profonde del nostro cuore? Come potrebbe affascinare una fede che non invita a cercare?

Eppure, le prime parole che Cristo ci rivolge nel vangelo sono: «Che cercate?» (Gv 1, 38) Allora chiediamocelo anche noi: Cosa sto cercando? Cosa sto attendendo? Cosa desidero veramente? Dove è diretto il mio eros?

Tutte queste domande, tutta questa focosa inquietudine che portiamo nel cuore, è in realtà la strada per incontrare il Dio della Vita.

Perché attendiamo allora?  Possiamo dirlo: perché in fondo sappiamo che Qualcuno ci sta cercando!

Ce lo ha gridato Giovanni Paolo II a Tor Vergata venti anni fa: «è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; […]. È Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande».

E lo ha ripetuto pochi mesi fa anche Papa Francesco: «Dio non ha smesso di chiamare, anzi, forse oggi più di ieri fa sentire la sua voce. Se solo abbassi altri volumi e alzi quello dei tuoi più grandi desideri, la sentirai chiara e nitida dentro di te e intorno a te».

Allora ringraziamo per questo nostro cuore inquieto e alziamo il volume.

«Maria ci mette nella “postura” corretta per accogliere la vita» [Intervista]

Un paio di settimane fa siamo stati intervistati dal direttore de La Voce alessandrina, il settimanale di informazione e di opinione della Diocesi di Alessandria. Si è trattato di un’intervista televisiva (visibile anche su YouTube) in occasione della festa della Madonna della Salve, ma da poco il sito del giornale ha pubblicato anche la versione trascritta. Di seguito il testo.

Giulia Cavicchi (classe 1986) e Tommaso Lodi (classe 1980) sono una coppia di sposi, blogger e speaker della diocesi di Bologna. Giulia è psicoterapeuta e Tommaso è ingegnere, ma è anche appassionato di teologia tanto che si è da poco laureato in Scienze religiose. La loro avventura con la teologia del corpo è iniziata nel 2010 a Roma, mentre frequentavano il Master in Fertilità e sessualità coniugale presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia. Per raccontare quello che hanno appreso in anni di studi ed esperienze, hanno creato il blog teologiadelcorpo.it e recentemente hanno anche pubblicato il loro primo libro,Il Cielo nel tuo corpo, Edizioni Tau.

Giulia e Tommaso: a un certo punto avete pensato di dedicarvi a qualcosa di cui non si sente parlare tanto spesso, almeno nei nostri ambiti, cioè di teologia del corpo. Avete anche scritto un libro su questo argomento… Ma come vi è venuto in mente?

Tommaso: «Tutto deriva da un incontro che abbiamo fatto nella nostra vita, quello con Giovanni Paolo II. Ecco, può sembrare strano associare la parola “teologia” alla parola “corpo”, ma dal momento che l’ha fatto un Papa siamo abbastanza tranquilli… (sorride). Di fatto se la teologia è lo studio di come Dio si rivela nella storia dell’uomo, la teologia del corpo è la riflessione su come Dio si rivela attraverso il corpo dell’uomo e della donna».

E la parte femminile della famiglia cosa può aggiungere in merito a questo?

Giulia: «Effettivamente ci siamo arrivati un po’ per caso… prima spinti dal nostro interesse sui temi dell’affettività, è vero. Ma poi ci siamo iscritti a un Master a Roma all’istituto Giovanni Paolo II, dove abbiamo incontrato effettivamente la teologia del corpo senza sapere prima che esistesse. È stato veramente un incontro inaspettato e sorprendente perché è davvero un tesoro non conosciuto, purtroppo».

Come possiamo definire la “teologia del corpo”, allora?

Tommaso: «Di fatto possiamo dire che è una riflessione antropologica che parte dalla rivelazione biblica, e si propone di rivelare il significato del nostro esistere come maschi e come femmine: chi sono io, qual è la mia identità, il mio destino, che senso hanno il mio corpo e la mia sessualità, come posso vivere una vita in pienezza… Ecco, tutte queste domande, come ci ha rivelato Giovanni Paolo II, sono racchiuse nel disegno che Dio ha sull’essere umano, sull’uomo e sulla donna redenti da Cristo».

Quali sono le domande più “scabrose” che vi hanno rivolto su questo tema?

Giulia: «La parola sessualità magari può far pensare a domande un po’ maliziose… Ma in realtà non ci sono state fatte domande di questo tipo: la gente ha una gran voglia di parlare di sessualità in maniera libera, autentica e profonda, perché di sessualità si parla tanto nella nostra cultura, ma se ne parla in maniera fondamentalmente superficiale e quindi è un po’ come se la gente avesse questa attesa di bellezza, di pienezza, di felicità. Poi però quando si scontra con la sua vita magari non è così, e quindi ha veramente tante domande: domande profonde, con tanto ascolto, con tanta voglia di cercare».

Insomma, il rapporto col proprio corpo trattato non come un pettegolezzo, ma come qualcosa di grande. In che modo la Madonna entra nella vostra affettività?

Tommaso: «Maria è una presenza importante per la nostra vita, anche se dobbiamo dire che è una presenza abbastanza recente perché è strettamente legata alla scoperta della teologia del corpo. Prima, per noi, ragazzi cresciuti in parrocchia all’ombra del campanile, Maria non era una figura così affascinante. Diciamo che era un po’ una statua di plastica azzurra con le mani giunte davanti alla quale dicevamo il Rosario nel mese di maggio. Invece l’incontro con Giovanni Paolo II e con la teologia del corpo ci ha rivelato una Maria veramente vicina a noi come madre della fede. Maria ci insegna cosa significa credere: cioè credere in fondo è veramente accogliere nella propria vita il Verbo di Dio, la Parola di Dio, il mistero di Dio. Credere è lasciarsi fecondare dallo Spirito Santo. Ecco, è quello che un po’ contempliamo nella preghiera dell’Angelus, che è diventata una nostra compagna di viaggio. Ogni giorno ci permette di metterci nella “postura” corretta per accogliere il dono della vita e della giornata che inizia».

Studiando la teologia del corpo, come è cambiato il vostro rapporto affettivo?

Giulia: «Sicuramente le domande che ci pone la gente ce le siamo poste noi per primi… la teologia del corpo ha cambiato il nostro approccio, e soprattutto ha risposto a tante domande. Devo dire che noi, ragazzi cresciuti in parrocchia, su questo tema non avevamo incontrato delle risposte che sentivamo vere per noi, per la nostra esperienza; ma avevamo incontrato un certo lassismo, come se su questi temi la Chiesa non avesse più niente da dire, oppure un moralismo un po’ rigido, delle risposte molto razionali che però non ci convincevano fino in fondo. La teologia del corpo ci ha fatto vedere quel filo rosso che lega la sessualità, il corpo e Dio, e quindi sicuramente ha reso anche la nostra fede, oltre che la nostra vita, più incarnata. Cioè ci ha fatto riscoprire il corpo, nella nostra fede e nella nostra vita, come un luogo fondamentale di relazione e di amore».

Cinema & teologia del corpo: Her

Her è un film del 2013, ma abbiamo avuto occasione di guardarlo solo qualche giorno fa.

È un film originale, stimolante e davvero bello, non a caso ha vinto una statuetta agli Oscar come miglior sceneggiatura, insomma, consigliatissimo per una serata di cinema impegnato.

Come abbiamo già fatto per Jojo Rabbit (qui), anche per questo film vorremmo proporre una lettura attraverso le lenti della teologia del corpo, ovvero cercando in esso i “semi del Verbo”, quelle piccole tracce di verità che si possono cogliere anche al di là di quello che è l’intento consapevole del regista e dello sceneggiatore.

E bisogna proprio ammettere che, da questo punto di vista, Her è una miniera di spunti sul senso del nostro essere umani e sulla sete di amore scritta nelle profondità del nostro cuore.

Ma veniamo per attimo alla trama del film, ambientato in un futuro, in realtà, non così distante da noi.

Protagonista è Theodore, un uomo che si è separato da meno di un anno dalla moglie e che di mestiere scrive lettere d’amore su commissione. La sua vita è piuttosto malinconica e solitaria, tra lavoro, videogames e una coppia di amici, Amy e Charles, che nel corso del film arriverà anch’essa a separarsi. Ad un certo punto, Theodore decide di acquistare un nuovo sistema operativo, basato su un’intelligenza artificiale in grado di evolvere e di adattarsi sempre più profondamente alle esigenze dell’utente. Questo sistema operativo si esprime attraverso una voce femminile (una specie di Alexa super-evoluta, che però si chiama Samantha) e attraverso i suoi algoritmi, riesce ad entrare in una crescente empatia con Theodore, costruendo una relazione dialogica sempre più raffinata e intensa fino al punto in cui il protagonista sentendosi così intimamente conosciuto e capito finisce per innamorarsene ed essere addirittura ricambiato.

Samantha però, come ogni sistema operativo che si rispetti, non ha un corpo umano, e questo è il primo elemento che vogliamo sottolineare. Emerge molto nitidamente quale sia il profondo valore del nostro corpo che, se da un lato, è vero, ci limita, invecchia e alla fine muore (come osserverà ad un certo punto anche la stessa Samantha), dall’altro, però, è anche ciò che lei stessa invidia e vorrebbe avere per poter abbracciare ed essere abbracciata, baciare ed essere baciata e poter fare l’amore. Soltanto il corpo umano possiede quello che Giovanni Paolo II definisce “l’attributo sponsale”, ovvero la capacità di esprimere l’amore, di amare e di essere amati.  

Tale difficoltà oggettiva nel vivere l’amore con Theodore, porterà Samantha a fargli una proposta per certi versi drammatica: chiederà infatti ad una ragazza di nome Isabel, che in maniera volontaria (nonché inquietante) si mette a servizio dell’amore tra umani e sistemi operativi, di “prestarle” il corpo. Isabel così si presenta a casa di Theodore, ma sarà Samantha a dirle cosa fare, e sarà Samantha a parlare per lei, così da simulare di avere un corpo. Ma fin da subito Theodore avverte un profondo disagio e quando Samantha gli chiede di dirle che la ama, egli, di fronte al volto di questa sconosciuta, non ce la fa, e interrompe bruscamente anche il momento di passione che stava per avviarsi.

Il corpo umano non è sostituibile perché non è banalmente qualcosa, ma qualcuno: il corpo, il volto, rivela la persona, ed è per questo che Giovanni Paolo II definisce il corpo come “sacramento della persona”. Ritroviamo qui un aspetto fondamentale della teologia del corpo: siamo persone, esistiamo in una unità inscindibile di corpo ed anima, due dimensioni inseparabili: il mio corpo esprime chi sono, non è un contenitore anonimo ed interscambiabile, io sono il mio corpo.

La vicenda di Theodore nel suo complesso sembra per certi versi riproporre il quesito iniziale delle catechesi di Giovanni Paolo II, ovvero quella domanda posta dai farisei a Gesù circa il divorzio: «È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?» (Mt 19, 3-9). Domanda che nasconde una profonda sete di senso e significato sull’amore: “perché l’amore sembra non mantenere ciò che promette?”

Questo interrogativo lo ritroviamo in filigrana lungo tutto il film, dove entrambe le coppie presenti si separano, pur riconoscendo e ricercando la bellezza dell’amore e del condividere la vita con qualcuno. “Perché accade questo?” sembrano domandarsi Theodore e la sua amica Amy.

Giovanni Paolo II ci offre la risposta a questi interrogativi proprio a partire dalle parole di Cristo: «in principio non fu così». Prima del peccato originale non era così, era facile amare e lasciarsi amare, ma il peccato originale ha deturpato il disegno del Creatore, ha frammentato e confuso ogni cosa e ci ha reso irriconoscibile il vero fine dell’eros e della sessualità.

A questo proposito, all’inizio del film incontriamo una scena emblematica: Theodore è a letto e non riesce a dormire, ripensa con nostalgia ai momenti belli vissuti con sua moglie, donna a cui è ancora profondamente legato. Il suo cuore insomma, in quel momento, desidera l’amore. Eppure, questo desiderio profondo del cuore inscritto nella nostra sessualità e capace di portarci fino al Cielo, Theodore cerca di colmarlo chiamando una chat erotica. Inutile dire che ne rimarrà amaramente deluso.

È proprio questa la profonda ferita che il peccato ci ha inferto: ci ha confusi sul significato del nostro corpo e della sessualità e il più delle volte crediamo di poter “fare centro” soltanto dando sfogo ai nostri impulsi o accontentandoci di un piacere momentaneo, mentre il vero fine della sessualità è di condurci all’amore.

Nel film ritroviamo molte diverse sfumature di questa ferita: c’è l’ammissione di Theodore di essersi nascosto nel rapporto con la moglie, c’è la paura di aprirsi e di soffrire, c’è la fatica di accettare la sfida di una relazione tra persone libere, con tutte le difficoltà e le sofferenze che l’amore comporta, preferendo di fatto l’illusione di una voce artificiale a propria immagine e somiglianza (Samantha), ma c’è anche la pretesa di controllare l’altro e la fatica di accogliersi nelle reciproche differenze, come mostrano gli amici Amy e Charles.

Come esseri umani sperimentiamo proprio questo dramma: da un lato desideriamo l’amore, ma dall’altro ci troviamo incapaci di vivere all’altezza dei desideri del nostro cuore. Siamo quindi condannati al fallimento, all’infelicità, alla frustrazione?

Assolutamente no, Cristo si è fatto uomo proprio per guarire questa ferita. Cristo è venuto per liberare il nostro cuore dalle sue prigioni, per convertirlo un po’ alla volta da cuore di pietra, incapace di amare e lasciarsi amare, a cuore di carne, che non si difende più, ma si lascia amare così da poter amare a sua volta.

Cristo, con la sua Pasqua, ci ha rivelato proprio come misteriosamente amore e sofferenza abitino gli stessi luoghi, come amare significhi un po’ morire, ma anche come ad ogni morte per amore segua sempre un trionfo della vita.

L’ultima scena del film è emblematica: uomo e donna (Theodore e la sua amica Amy) che, dopo aver sperimentato il fallimento, la morte delle loro relazioni, stanno seduti sul tetto di un grattacielo e, alle prime luci dell’alba, attendono il sole che sorge. Questo in fondo è ciò che ci insegna la nostra fede: solo l’uomo e la donna redenti da Cristo (sole che sorge dall’alto) possono amare, solo Cristo può svelarci di nuovo il vero significato del corpo e della sessualità.

Del resto, tutto questo è già scritto dentro di noi, abbiamo solo bisogno della luce di Cristo per poterlo rileggere nella verità.

Forse allora anche i nomi dei protagonisti non sono scelti a caso: Theodore (che significa “dono di Dio”) ed Amy (che significa “amata”). Siamo amati da sempre, siamo un dono e siamo fatti per il dono, questa è la nostra verità e questo il nostro destino, scritto da sempre nel nostro corpo e nella nostra sessualità.

Nudità non fa rima con intimità

Da qualche tempo imperversa sui social la pubblicità di Naked Attraction, un nuovo programma di Discovery+ che così viene descritto: il dating show che inizia come di solito un appuntamento… finisce: completamente nudi!

Nel programma infatti viene proposto ai partecipanti di scegliere la persona con cui uscire, selezionandola tra 6 persone completamente nude, che vengono progressivamente mostrate a partire dai piedi e via via selezionate finché per i soli finalisti verrà anche scoperto il volto. Questa la presentazione di una puntata:

Nel primo episodio conosceremo Cecilia, che ha 24 anni ed è una cameriera di Genova. Nella vita ha avuto vari fidanzati ma è ancora single e alla ricerca della persona giusta. Cecilia non ha un rapporto sereno con il suo corpo… A Naked Attraction si spoglierà per la prima volta nuda davanti a sconosciuti per vincere le sue paure e trovare un uomo al quale non dover nascondere i suoi difetti.

A detta della presentatrice infatti, «Mettere da parte il “romanticismo” permette di superare la preoccupazione dell’attrazione fisica e così quando si arriva ai contenuti ci si può rilassare ed essere davvero se stessi».

Non entriamo nel merito del programma, né dei suoi “nobili” propositi di inclusione, body positivity, accettazione della diversità e superamento di imbarazzo e pregiudizi… (direi che si commentano da sé).

Ammettiamo per un attimo che non si tratti del solito format porno-soft costruito a tavolino per catalizzare la libido e le curiosità morbose del pubblico televisivo, ma che le intenzioni sbandierate dagli autori siano davvero sincere. Ci domandiamo: il mostrarsi nudi davanti a degli sconosciuti può veramente far vincere le proprie insicurezze ed aiutare ad essere sé stessi?

Vorremmo riflettere insieme a voi su quali aspetti della nostra umanità vengono qui a galla. Certo, ad una prima impressione, viene da pensare che si tratti solo di esibizionismo, ma in fondo cosa si nasconde anche dietro a certo esibizionismo?

Nel cuore di ciascuno di noi riposa il desiderio di essere conosciuti, accolti, desiderati, voluti, amati. Nel nostro intimo riposa l’attesa di uno sguardo che si posi su di noi in questo modo. E allo stesso tempo avvertiamo anche l’angoscia e la paura di essere rifiutati.

Proprio a causa di questo, tante volte finiamo per guardare al nostro corpo o come ad un ostacolo o come ad un mezzo per essere accettati, e con questa storia finiamo per esserne sempre insoddisfatti.

È davvero raro trovare qualcuno che abbia fatto sinceramente pace col suo aspetto fisico… È il bagaglio la nostra umanità ferita. Come ci ricorda Giovanni Paolo II infatti, a causa della ferita del peccato originale, ogni essere umano porta in sé una quasi costitutiva difficoltà di immedesimazione col proprio corpo e di relazione con l’altro sesso.

Mostrarci nudi davanti a degli sconosciuti può allora aiutarci a vincere queste paure?

Non credo proprio. Se non vieni scelto, va da sé che la paura di avere qualcosa che non va, ne risulterà amplificata. Ma anche nel caso in cui uno venga scelto per una parte del suo aspetto fisico, come potrà questo fugare dal suo cuore il timore di non essere accolto interamente come persona?

Troppo spesso dimentichiamo che come persone siamo unità di anima e corpo e che ogni volta che le separiamo finiamo per fare del male e farci del male. Il nostro corpo ha un valore immenso, esprime la persona, eppure la persona non è riducibile soltanto al suo corpo, né tanto meno ad una sua parte.

In questo show invece, il corpo viene esibito e valutato a pezzi, sezionato per essere giudicato come merce da scaffale. Le persone sono scartate perché hanno caviglie grosse, lo scroto disarmonico, il seno piatto, oppure scelte per un bel tatuaggio o addominali scolpiti. Il volto invece, che è l’autentica manifestazione della persona, viene tenuto nascosto fino alla fase finale, trattato come qualcosa di secondario ed irrilevante.

C’è insomma un pericoloso cortocircuito tra le intenzioni che vengono proclamate e la realtà di questo format.

Nonostante tutto però, dobbiamo riconoscere che anche in questo pasticcio di programma, si può racimolare un fondo di verità.

L’attesa del nostro cuore è davvero quella di metterci totalmente a nudo: noi desideriamo poterci mostrare per come siamo di fronte a qualcuno che ci ami e ci accolga interamente come persone.

Questo però non può essere il punto di partenza! Questo può essere soltanto il punto di arrivo, il compimento di un cammino di relazione.

Non è questione di romanticismo, solo nella relazione posso conoscere progressivamente non solo l’altro, ma anche me stesso, i miei limiti, i miei doni, le mie paure. E solo dopo molto tempo potrà sbocciare quella cosa chiamata “intimità” ovvero quello spazio esclusivo tra noi due, nel quale io posso essere io perché accolto ed incondizionatamente amato e tu puoi essere tu perché accolta ed incondizionatamente amata.

Per costruire l’intimità non serve spogliarsi dei vestiti, occorre piuttosto spogliare il proprio cuore da tante paure, pretese e pregiudizi ed imparare innanzitutto ad accogliersi per potersi donare. Solo quando tra noi due ci sarà questo spazio di intimità, immersi in una relazione di amore autentico, liberi dalla tentazione di usare l’altro o dal timore di essere usati, potremo anche stare autenticamente nudi. Solo così i nostri corpi parleranno all’unisono con i nostri cuori e la nostra nudità sarà il segno che i nostri cuori non hanno più nulla da tenere nascosto. Diversamente sarebbe solo voyerismo o quantomeno un drammatico inganno.

Il problema di fondo di questo programma allora, non sta tanto nel fatto che mostra la nudità. Come scriviamo nel nostro libro: «non c’è assolutamente nulla di osceno nei nostri attributi sessuali, la vera oscenità può risiedere soltanto nello sguardo che si posa su di essi. […] il celare i nostri genitali ha piuttosto a che fare col mistero della persona e della sua chiamata all’amore». ( IL CIELO NEL TUO CORPO, p.48 )

Il problema di fondo di questo programma è che pretende di estorcere alla nudità ciò che solo l’intimità può donare.

Fidanzamento casto o bigotto?

Qualche sera fa abbiamo avuto il piacere di passare una serata con gli amici di CattOnerD e siamo stati talmente bene che ci sembrava di essere seduti insieme nello stesso pub per bere e chiacchierare in compagnia.  Il tema era la castità e ne abbiamo parlato in modo libero e spontaneo.

Grazie anche alle interazioni col pubblico prima, durante e dopo la diretta, abbiamo colto come questo tema sia tutt’altro che fuori moda, ma susciti ancora tanti interrogativi e curiosità.

Abbiamo pensato allora di raccogliere qui qualche idea che ci è particolarmente cara, sperando di essere più ordinati e chiari nell’esposizione, e anche un po’ più sintetici, dal momento che la diretta è durata più di due ore e non è detto che tutti abbiano voglia e tempo di riguardarsela (peccato perché c’è da divertirsi ma soprattutto c’è una chicca finale che non vi potete perdere!).

Inizieremo innanzitutto dal dire che cosa NON è la castità.

La castità non è il patentino del bravo cattolico, non è arrivare illibati al matrimonio, non è svalutare la sessualità e il piacere, e non è nemmeno un banale “astenersi”.

Ovvero, detto in altre parole, se abbiamo inteso finora la castità come una regola da applicare o come una “negazione” di una parte di noi, non siamo sulla strada giusta, anzi.

Ce ne siamo accorti anche noi che da fidanzati abbiamo cercato di seguire il “vademecum del perfetto fidanzamento cattolico” e quindi magari sì, se vogliamo guardare alla castità con uno sguardo superficiale, possiamo dire di essere riusciti ad arrivare al matrimonio con la spunta più o meno verde in merito a questo punto, peccato che avessimo capito poco o nulla del suo vero significato.

Conoscevamo e condividevamo le ragioni razionali per cui valeva la pena aspettare il matrimonio per donarsi totalmente (perché se no ti leghi e non sei libero di capire se è la persona per te, perché solo nel matrimonio ti giochi realmente la vita, ecc…), e abbiamo quindi cercato di fare del nostro meglio per stare nelle regole. Questo però ci faceva sentire “a posto”, “bravini”, innescando in noi un certo senso di superiorità e facendoci perdere di vista che il cuore della castità non è tanto rimandare il dono di sé nel corpo, quanto imparare con gradualità a donarsi totalmente senza maschere e ad accogliere totalmente l’altro per come è.

Ed è così che ci siamo ritrovati sposati con il pedigree in ordine, ma ancora molto immaturi, chiusi su noi stessi e carichi di pretese verso l’altro. E ci infastidiva vedere accanto a noi coppie probabilmente meno scrupolose sul piano sessuale, eppure molto più capaci di amarsi e rispettarsi di noi.

Insomma, non avevamo capito la cosa più importante, ovvero che la castità non è sottrattiva ma additiva: non è per privarci di qualcosa ma per aprirci a qualcosa di più grande, di più pieno, di più bello.

La castità in questo senso è l’arte di imparare ad amare nella verità: se non serve ad insegnarci ad amare non serve a nulla.

A che serve arrivare al matrimonio senza aver “consumato”, quando lui non disdegna sbirciatine più o meno prolungate a pornografia o simili, e quando lei si compiace delle attenzioni del collega? L’ipotetica coppia in questione forse metterà il “bollino castità” sulla tessera del bravo cattolico, ma non si può certo dire che ne abbia compreso il senso.

Ma anche la giovane coppietta che si impegna a non avere rapporti prematrimoniali, ma guarda al matrimonio come all’outlet del piacere in cui soddisfare ogni fantasia erotica, non pare essersi troppo sintonizzata sul mistero della castità.

Allo stesso modo anche la coppia che sceglie la castità (leggi astensione dai rapporti) perché fornisce un comodo alibi per non affrontare i loro problemi e le loro paure riguardanti la sessualità, non sta certo vivendo un fidanzamento casto.

Ciò che vogliamo dire è che non basta seguire determinate regole per essere casti. Per quanto tenaci ed intransigenti, non sarà il rispettare una regola che ci insegnerà ad amare. Le regole possono essere un ausilio, ma non dobbiamo dimenticare che in noi amare non è una cosa che viene spontanea. La nostra sessualità (e con essa la nostra capacità di amare) è ferita dagli effetti del peccato originale, ovvero dalla concupiscenza. In ognuno di noi, piaccia o meno, c’è come un’inclinazione a prendere più che a donare, a mettere davanti noi stessi prima degli altri, un’inclinazione che ci porta ad avere uno sguardo frammentato sull’altro.

Comprendiamo quindi che il problema vero non è tanto fare o non fare sesso prima del matrimonio, il problema vero è il nostro cuore (e quindi il nostro sguardo, i nostri pensieri ecc..) che ha un profondo bisogno di redenzione, di guarigione, di essere progressivamente liberato e purificato.

In questo senso, la castità non è solo un obiettivo da coltivare con le proprie scelte e con il proprio impegno, ma è soprattutto un dono di Dio, un dono da chiedere e da accogliere.

La castità allora è un cammino che dura tutta la vita, dove si intrecciano la nostra volontà e le nostre decisioni da una parte, e l’accoglienza della vita nuova dall’altra, la vita redenta che Cristo è venuto a portarci affinché un po’ alla volta il nostro cuore sia purificato, il nostro sguardo sia limpido, il nostro donarci sia sincero, il nostro amare sia “integro” e possiamo desiderare niente meno che il bene.

Oggi possiamo dirlo: riguardo alla castità non ci hanno convinto i ragionamenti, non ci hanno convinto le motivazioni per quanto comprensibili e “laiche”… riguardo alla castità, e oltretutto quando eravamo già sposati, ci hanno convinti la bellezza e la pienezza, quelle che abbiamo trovato nella teologia del corpo.

La castità infatti, svincolata da un discorso più ampio su chi sono io, che significato attribuisco alla mia sessualità, al mio corpo e alla mia vita, rischia di essere fatalmente fraintesa.

Insomma, la castità è un cammino che forse non finiremo mai di percorrere del tutto, quel cammino da cui però ciascuno di noi, qualsiasi sia il suo stato di vita, può sempre ripartire per imparare ad orientare il proprio desiderio sessuale verso l’autentica dignità della persona e la verità dell’amore, fino a dire: “Sono tutto per te”, “Sono tutta per te”, fino ad essere totalmente donato, anima e corpo.