La fecondità che non ti aspetti

Il pomeriggio di Natale, come da tradizione, abbiamo guardato un cartone animato, e quest’anno, per la prima volta su Netflix e non al cinema, abbiamo visto Klaus – I segreti del Natale, che in realtà è del 2019. Ne avevano parlato gli amici di  Cattonerd (qui) e così ci siamo fidati.

Si tratta della rivisitazione della nascita di Babbo Natale e ci ha colpito tanto la versione che viene raccontata. Ci ha colpito perché parla di una ferita che ci tocca da vicino, ma soprattutto perché mostra tanto quanto una catechesi di don Renzo Bonetti, o di chi per lui, che la sterilità non è mai l’ultima parola, e che dall’amore tra un uomo e una donna nasce sempre qualcosa.

Nel corso della storia infatti (di seguito vi avverto che c’è un piccolo spoiler), si scopre che Klaus, quel solitario taglialegna che vive in fondo ad un bosco e che possiede un magazzino stranamente pieno di giocattoli, nasconde un grande dolore: la perdita della moglie tanto amata, con la quale ha atteso per anni che arrivassero i figli desiderati da entrambi, figli che non sono mai arrivati. I bellissimi giocattoli fatti a mano sono proprio frutto di quell’attesa, frutto di quel desiderio coltivato da entrambi.

Dopo essere rimasti inutilizzati per tanto tempo, sarà proprio grazie al dono di questi giocattoli ai bambini della vicina città di Smeerensburg, che gli abitanti di questa cupa e inospitale cittadina, da violenti, tristi e vendicativi, inizieranno piano piano a cambiare volto e atteggiamento, in una catena di atti di generosità e bontà, che giungerà progressivamente a cambiare il loro cuore e le loro relazioni.

Ecco come un cartone animato mostra in modo molto semplice il senso profondo nascosto nell’apparente sterilità di una coppia.

Se c’è l’amore tra sposi, nasce la vita. Sempre. In qualche forma diversa e creativa, certamente non quella che ci si era immaginati, ma nasce, perché l’amore genera la vita.

Se c’è l’amore tra sposi, non si rimane soli, perché l’amore si dilata, coinvolge e per sua forza propria aumenta le relazioni.

Se c’è l’amore tra sposi, Dio dona sempre i figli che ogni coppia ha promesso di accogliere il giorno delle nozze. Solo che spesso dimentichiamo che i figli, per Dio, non sono solo quelli generati nella carne, ma sono quelli che Lui vuole donare, secondo il suo progetto: «A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.»

Se c’è l’amore tra sposi, Dio mantiene la promessa contenuta nella sua benedizione primordiale: «Siate fecondi e moltiplicatevi». La mantiene con i Suoi tempi, che quasi sempre non sono i nostri o quelli che vorremmo, e la mantiene secondo quello che ha preparato per noi, spesso molto più creativo e inaspettato di quello che possiamo immaginare. Stando alla storia di Klaus: come poteva immaginare quel semplice taglialegna che invece di fare contenti solo i suoi 3-4 figli, ne avrebbe resi felici migliaia, tanto da essere chiamato “Babbo” da tutti i bambini del mondo?

Se c’è l’amore tra sposi, la famiglia lì ha inizio e non solo quando nasce un bambino. Già, perché l’amore genera la vita. Genera l’altro, genera il noi di coppia, genera quella relazione accogliente che diventa “culla” e “focolare” sia per i figli che eventualmente nasceranno, ma anche per chi si incontra nel cammino. E spesso, a questo proposito, dimentichiamo che per noi cristiani il sacramento del matrimonio riguarda la coppia e non la famiglia, nel senso che è l’amore tra l’uomo e la donna ad essere sacramento dell’amore di Cristo.

Se c’è l’amore tra sposi e c’è il desiderio di camminare secondo il progetto di Dio e non secondo il proprio, l’happy ending è garantito. Ma non è garantito nel senso che prima o poi un figlio arriverà, è garantito nel senso che è Dio stesso che ci renderà fecondi, in modo inatteso e inaspettato, ma accadrà, se ci apriamo a Lui e accogliamo ciò che vuole donarci.

La fecondità infatti è sempre quella che non ti aspetti perché non si programma a tavolino, non è una “soluzione fai-da-te” e non è un progetto da perseguire: la fecondità, per qualsiasi coppia, sboccia e accade, perché è un dono.

Sì, per qualsiasi coppia, ma anche per qualsiasi persona perché, non dobbiamo dimenticarlo, la fecondità in fondo riguarda tutti: l’essere generativi in senso largo, ampio, è di tutte le persone, di qualsiasi condizione e in qualsiasi stato vocazionale si trovino. Essere fecondi è essere come Maria: aperti alla volontà di Dio e al suo progetto personalissimo su ciascuno di noi.

Cinema & teologia del corpo: Jojo Rabbit

Chi di voi ha visto Jojo Rabbit? Se non lo avete visto, il consiglio è di rimediare al più presto.

È un film bellissimo, esilarante e serio, profondo e divertente. A noi è piaciuto talmente tanto che dopo averlo visto al cinema con i nostri nipoti, siamo tornati a vederlo anche in questi giorni, sotto le stelle, in uno di quei cinema all’aperto di paese, deliziosi e un po’ all’antica.

Dopo aver frequentato i corsi di Christopher West negli USA al TOB INSTITUTE, ogni tanto, quando guardiamo un film, cerchiamo i “semi del verbo”. Christopher infatti ad ogni corso propone sempre la visione di un film, ma non una pellicola a tema religioso, tipo Gesù di Nazareth o I dieci comandamenti, bensì un film hollywoodiano, “insospettabile” per così dire, dove chiede di prestare particolare attenzione ai messaggi profondi che si possono cogliere, che rimandano alla fede e alla teologia del corpo. Proprio come abbiamo letto domenica infatti, è convinto che grano e zizzania crescano inevitabilmente assieme, e che quindi, piuttosto che rigettare ciò che è “mondano”, valga piuttosto la pena riconoscere in ogni cosa i semi del verbo, piccole tracce di verità che si possono cogliere anche al di là di quello che è l’intento consapevole del regista o dello sceneggiatore.

Jojo Rabbit da questo punto di vista ci è sembrato particolarmente stuzzicante.

Il film è ambientato in Germania durante la seconda guerra mondiale, all’epoca quindi del nazismo. Il protagonista del film infatti, un bambino di 10 anni, sta per partecipare ad un weekend di training per la gioventù hitleriana, di cui sta entrando orgogliosamente a far parte, tanto che ha per amico immaginario niente meno che Hitler, interpretato in maniera caricaturale nonché magistrale dal regista Taika Waititi.

«Oggi tu diventi un uomo» questo è quello che si dice Jojo prima di partire e questo è l’asse portante delle nostre riflessioni: cosa significa diventare un uomo? Questa è infatti una delle domande-chiave a cui vuole rispondere la teologia del corpo.

Al campo di formazione per giovani nazisti, diventare un uomo significa imparare ad usare il pugnale, la pistola e a lanciare una bomba a mano, significa odiare (gli ebrei), ma significa soprattutto imparare ad uccidere e a combattere per uccidere. La scena più significativa qui è quando Jojo viene preso in giro perché ritenuto codardo e deve dimostrare di non esserlo uccidendo un coniglio, cosa che non farà e che gli costerà l’appellativo di “Jojo coniglio” appunto.

Ma diventare un uomo è proprio questo?

Per diventare uomini c’è bisogno di confrontarsi con l’uguale (il maschile) e con il differente (il femminile), e questo film ci offre degli spunti molto interessanti su questo.

Jojo non ha il padre, che è impegnato al fronte, e nel rapporto con l’amico immaginario Hitler si avverte tanto il suo bisogno di una figura paterna con cui confrontarsi e che creda in lui. Nel vuoto della presenza reale però, tale figura immaginaria è idealizzata, tanto da rendere il piccolo Jojo un vero e proprio fanatico nazista desideroso di compiacere il suo Hitler.

Al campo di formazione incontra però una nuova figura maschile: il capitano Klenzendorf, personaggio pittoresco e discutibile a cui una menomazione fisica, dovuta ad una ferita di guerra, ha interrotto bruscamente i sogni di carriera militare e ridimensionato significativamente il feeling con l’ideologia nazista. Sarà lui che, a dispetto delle attese, nel corso del film si preoccuperà per Jojo, lo proteggerà, arrivando infine a fare un gesto dal profondo valore paterno: sacrificare la sua vita per quella del piccolo.

La madre (Scarlett Johansson) è la figura chiave per il piccolo Jojo, è lei a donargli nelle parole e nei fatti un prezioso insegnamento sull’amore. Nei dialoghi tra i due infatti lei gli consegna alcune frasi-chiave che spetterà a Jojo verificare e fare proprie nel corso della vita: «L’amore è la cosa più forte al mondo» e «La vita è un dono e dobbiamo celebrarla». Tali dichiarazioni non rimangono però frasi sospese e astratte, perché la madre ha accolto segretamente nella loro casa una ragazza ebrea, Elsa, testimoniando così con la sua stessa vita cosa significa l’amore e perché vale la pena vivere (qui non posso svelare oltre se non avete visto il film).

E sarà proprio nel rapporto con Elsa, di cui scopre di nascosto l’esistenza, che Jojo imparerà a fare i conti con la realtà dell’altro, che non è più un fantasma ideale contro cui combattere, ma è una persona concreta, con i suoi sentimenti e i suoi bisogni, e a cui infine si affezionerà fino ad innamorarsene.

Andando verso una conclusione, possiamo allora dire che questo film ci può regalare alcuni importanti spunti su cosa significa essere padri: insegnare a offrire la propria vita, e su cosa invece significa essere madri: insegnare ad accogliere la vita.

Grazie all’aver fatto esperienza di un padre e di una madre Jojo, alla fine del film, potrà finalmente liberarsi dell’amico immaginario Hitler, che non gli serve più, dato che ha sperimentato una paternità reale, ma soprattutto ha imparato cosa significa davvero diventare uomo.

Nelle ultime scene infatti, Jojo, che è innamorato di Elsa, può decidere se farle credere che la Germania ha vinto la guerra, trattenendola così con sé, oppure se dirle la verità, lasciandola libera di uscire dal suo nascondiglio, a costo di perderla. Jojo sceglie di dirle la verità e di lasciarla libera, dimostrando di aver imparato nonostante i suoi dieci anni e mezzo ad amare nel modo più sublime: mettere davanti la felicità dell’altro e lasciarlo libero.

Ecco cosa significa diventare uomo: imparare ad amare e fare ciò che si ha in potere di fare per amore, anche contro il proprio stesso interesse.