Perché bisognerebbe guardare SEX EDUCATION

Speriamo che non vi stupisca questo titolo: è provocatorio sì, ma non ironico!

La proposta è questa: perché invece di rimpiangere i tempi andati in cui la tv passava solo programmi del tenore di Rin Tin Tin e Pippi Calzelunghe, non accettiamo la sfida di guardarlo con gli adolescenti per aiutarli a dare un nome alle cose?

Crediamo infatti valga la pena esplorare la cultura in cui vivono oggi i ragazzi per entrare nel loro mondo, per essere preparati rispetto ai loro riferimenti, per iniziare lì, dove sono loro, dai luoghi (reali e virtuali) che frequentano, a mettersi in dialogo, a porre loro delle domande, a riflettere insieme a loro.

Certo, dobbiamo mettere da parte il nostro giudizio e il nostro “gusto”, ma se vogliamo dialogare con le giovani generazioni è indispensabile non svalutare o credere di sapere già che non c’è nulla di buono in una serie come Sex Education: piuttosto, raccogliamo la sfida e cerchiamo degli spunti di riflessione che, come vedremo, non mancano affatto. Anzi, crediamo sia prezioso guardarlo innanzitutto come adulti, perché ci mette molto in discussione rispetto al nostro ruolo e al nostro esempio, e poi guardarlo con i ragazzi per offrire chiavi di lettura che già ci sono, basta solo rivelarle, farle emergere in un confronto aperto.

Insomma, abbiamo guardato la prima serie di Sex Education (quindi le nostre riflessioni sono limitate a questo) e vorremmo proporre qualche spunto di riflessione.

L’argomento, manco a dirlo, è la sessualità e le domande ad essa connesse nell’età dell’adolescenza. Il punto di vista è quello dei ragazzi e l’impatto è piuttosto crudo perché il tema è affrontato in modo diretto ed esplicito senza troppi romanticismi.

Da un lato può apparirci esagerato, dall’altro purtroppo le vicende attorno a cui è costruito ogni episodio sono sfacciatamente verosimili: la vita degli adolescenti, infatti, non è abitata solo da scuola e amicizia, ma anche da revenge porn, esperienze sessuali precoci, pornografia e bullismo, e la cronaca ne è un’infelice testimone.

In un certo senso la telecamera qui svela ciò che di solito rimane privato, clandestino, celato dietro le porte chiuse delle camere o dei bagni, ma che esiste, più o meno diffusamente. Non solo oggi, ma anche ai nostri tempi, se siamo onesti. Insomma, è vero che il focus è centrato sul sesso, ma di per sé è vero anche che è in adolescenza che ci si approccia per la prima volta all’attrazione sessuale, alle sensazioni del corpo e ci si ritrova carichi di curiosità e interesse, impazienti di capire meglio e di sperimentare. Non importa se sei un chierichetto dall’età di 6 anni o se sei un’innocente ragazza casa e chiesa: con quella roba lì ti ci devi confrontare. E purtroppo, dobbiamo ammetterlo, è raro che, in questo confronto, i ragazzi trovino disponibilità al dialogo, compresi gli ambienti cristiani.

E allora già il titolo stesso sarebbe da commentare: quale educazione sessuale stiamo dando ai ragazzi? Ma ancora prima: la stiamo dando? A chi, gli adolescenti che conosciamo, possono porre le loro domande in merito? Sono interrogativi che ci fanno sentire probabilmente in difetto, eppure è cruciale rifletterci, perché la sessualità è un argomento centrale in adolescenza, e i ragazzi non vanno lasciati soli nell’approcciarsi a questo aspetto della vita così prezioso e delicato.

Non siamo ingenui, sappiamo molto bene che l’obiettivo dei produttori di questa serie non è certo educativo, eppure questo titolo suo malgrado dà voce ad un’emergenza in corso: ormai da decenni la sessualità non è più un tabù, ma non basta questo perché sia vissuta bene (sul quale sia il bene poi dovremmo intenderci chiaramente).

Il vero dramma della serie, a nostro avviso, è che mancano gli adulti, tanto che le domande, le fatiche, i problemi che riguardano la sessualità sono rivolte non a uno dei tanti adulti che popolano la serie, ma ad un pari, Otis.

E con un po’ di coraggio potremmo chiederci se è così anche nella realtà.

Il ruolo degli adulti nella serie colpisce davvero tanto. Se in apparenza il tema principale è la sessualità, il tema di sottofondo, ma che emerge continuamente, è la crisi degli adulti.

Nessun adulto positivo. Nessuno con cui confrontarsi. Anzi, adulti problematici le cui difficoltà e irrisoluzioni pesano sulla vita dei loro figli. Le scene che mi hanno fatto stare peggio guardando le puntate non sono state quelle di sesso esplicito; no, le scene più drammatiche sono i comportamenti dei genitori verso i figli. C’è una certa accuratezza psicologica nel tratteggiare la psicologia e la dinamica relazionale da cui può provenire un bullo, e anche l’ansia da prestazione di Jackson che si sente un trofeo per la madre, che non a caso lo ha concepito in provetta, ovvero proprio come un suo prodotto, di cui lei è l’artefice.

Insomma, per dirla in sintesi, c’è una chiara assenza di padri e madri in grado di esercitare il loro ruolo con sapienza e maturità.

E anzi, le due figure che rappresentano “Il Padre” e “La Madre” ne sono in realtà una versione distorta, o peggio ancora, inscenano due estremi negativi della paternità e della maternità.

Il personaggio del preside, infatti, nonché padre di Adam, è enfatizzato proprio dal ruolo che occupa, quello di preside, ovvero di chi ricopre un ruolo di autorità ed è al vertice di una responsabilità educativa verso i giovani. Peccato che sia un personaggio del tutto negativo, esercita l’autorità ma manca di autorevolezza e di spessore, e proprio per questo non riesce a relazionarsi se non imponendosi e svalutando e umiliando gli altri.

Il personaggio della sessuologa, nonché madre di Otis, è colei che incarna la cura, non solo perché madre, ma anche per mestiere. Questa cura però può diventare dannosa nel momento in cui non lascia andare, invade, controlla. La sessuologa poi è interessante anche per un altro motivo: è la figura supposta sapere sul sesso, e infatti sa, ma allo stesso tempo non sa. Non sa cioè il significato, il senso della sessualità: non basta infatti sapere nozioni tecniche e letteratura scientifica per trovare la connessione tra felicità e sessualità.

Inoltre, a modo suo, la serie fa intuire delle verità, se le sappiamo leggere: la sessualità non è una funzione separata dalla persona e dalla relazione. Esistono le disfunzioni sessuali e hanno un significato, non sono da curare come una malattia ma scoprendo cosa ci dicono, cosa raccontano di quella persona e della sua storia.

Infine, anche la scena più eticamente discutibile, quella dell’aborto, può essere preziosa proprio perché si presta ad un dialogo con i ragazzi: che sentimenti prova Maeve? Come mai è arrivata a questa decisione? Poteva essere evitato questo momento? Come si comportano le persone intorno a lei? Dove sono gli adulti e se ci sono come si comportano?

Speriamo di non essere fraintesi, semplicemente crediamo che nell’approcciarsi al tema della sessualità bisogna rifuggire il più possibile la rigidità e il “bigottisimo” perché già questi comunicano un vissuto. Saper invece ascoltare e poterne parlare con agio e morbidezza, pur tenendo saldi i propri principi, crediamo sia una chiave essenziale per il dialogo con le nuove generazioni e non solo.

Alza il volume dei tuoi desideri

Sappiamo di esistere come esseri desideranti, ma forse non ci abbiamo mai dato troppa importanza.

Non passa giorno in cui nel nostro cuore non affiori qualche desiderio. Desideriamo un sacco di cose, cose importanti: un fidanzato, una casa, un figlio, un lavoro… e cose più frivole: un nuovo paio di occhiali, un aperitivo con gli amici, qualche like in più sui social… Raramente però ci sfiora il sospetto che, in filigrana, sotto tutta questa selva di desideri con la “d” minuscola, esista nel nostro cuore un desiderio con la “D” maiuscola, di cui tutti gli altri sono solo un lieve riflesso.

Può capitare di avvertirne la presenza di fronte all’immensità di un cielo stellato, o traportati dalle note di certa musica. Oppure possiamo accorgercene in quelle notti in cui non riusciamo a dormire e ci ritroviamo immersi nel silenzio della nostra stanza, accompagnati soltanto dal battito del nostro cuore. È lì che oltre il brusio delle ordinarie preoccupazioni quotidiane, possiamo percepire il grido angosciato che sale dal nostro cuore.

Percepiamo la disperazione per la nostra piccolezza, per la nostra precarietà, per il tempo che passa, per il nostro bisogno… Ci accorgiamo che, in fondo, nonostante il contratto a tempo indeterminato, nonostante l’auto nuova, la bellissima vacanza, ecc… il nostro cuore è ancora in attesa, ma in attesa di cosa?

Diceva Cesare Pavese: «Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?»

Queste esperienze ci rivelano che sotto la superfice della nostra quotidianità, dei nostri piccoli desideri, esiste un Desiderio più profondo, una melodia che non riusciamo a identificare pienamente. Un po’ come di fronte a quegli antichi bassorilievi resi irriconoscibili dall’erosione del tempo, percepiamo qualcosa, ma non riusciamo ad afferrarne il senso.

Tutti almeno una volta abbiamo percepito questa attesa, tutti, in fondo, abbiamo avvertito il presentimento di essere al mondo per qualcosa di grande e il timore di accontentarci della mediocrità. Tutti, a ben vedere, viviamo nell’aspettativa che la nostra vita dovrebbe trovare un senso e portarci ad una pienezza, ma da dove viene questa attesa? E soprattutto cosa ne facciamo di questa attesa del cuore?

Platone ha chiamato questo desiderio del cuore umano eros e lo descrive come quella forza interiore inquieta, che trascina l’uomo verso tutto ciò che è buono, vero e bello.

Ed è curioso che nella mitologia greca l’eros sia rappresentato come un essere alato armato di arco e frecce: il nostro eros non solo ci può portare in alto, ma ha un bersaglio da raggiungere, ha un orientamento, una direzione… ma quale direzione? Quale bersaglio?

Nella cultura ipersessualizzata in cui viviamo, abbiamo fatto coincidere l’eros con il desiderio sessuale, e abbiamo orientato il nostro eros esclusivamente verso la gratificazione individuale (il piacere). Abbiamo creduto che bastasse avere sesso “on demand” h24 per saziare la sete del nostro cuore, eppure ci ritroviamo sempre più infelici e sempre più soli.

Certamente l’eros ha in sé un’incancellabile connotazione sessuale di cui dobbiamo tenere conto, ma è molto più di questo. Esso ha a che fare con un’intima attesa di pienezza, di vita, di bellezza scritta nella nostra umanità.

Il desiderio sessuale è però il desiderio che più intensamente ci parla di questa chiamata, è forse il volto più incarnato ed impetuoso di questo grande anelito del cuore, eppure tante volte lo trattiamo come un banale istinto da sfogare.

Il desiderio sessuale ci rivela che siamo in attesa, che siamo in cerca di qualcun altro che dia un senso alla nostra vita. E tutto questo lo troviamo scolpito in modo indelebile nei nostri corpi: i nostri organi sessuali raccontano l’attesa di un incontro con qualcuno di differente e complementare.

Ciò nonostante, anche quando questo incontro avviene, l’attesa non è mai risolta definitivamente, il nostro eros non si placa, non smette di desiderare.

Perché dopo aver fatto l’amore con la persona che ami il tuo cuore non è sazio?

Perché dopo aver messo su famiglia, dopo aver generato due, tre, cinque figli il tuo cuore ha ancora sete?

Qualcuno pensa che il problema sia il partner, qualcun altro che sia un problema di posizioni o di fantasie erotiche da soddisfare, altri incolpano la monotonia del quotidiano… sono molto pochi coloro che rintracciano nel loro cuore un mistero più profondo.

Oggi si parla molto di diversi possibili “orientamenti sessuali”, ma in fondo l’unico vero e definitivo orientamento della sessualità umana, del nostro eros, è il desiderio di infinito che portiamo nel cuore.

Diceva papa Benedetto XVI: «Ogni desiderio che si affaccia al cuore umano si fa eco di un desiderio fondamentale che non è mai pienamente saziato. […] l’uomo è cercatore dell’Assoluto, un cercatore a passi piccoli e incerti».

Purtroppo, in tanti ambienti cristiani, il tema del desiderio è stato spesso amputato, messo da parte, come qualcosa di superfluo e pericoloso, inconciliabile con una religiosità seria ed adulta. Abbiamo presentato la fede come un freddo codice di comportamento: un lungo elenco di cose da non fare (una lista piuttosto lunga e che ha a che fare anche con cose piacevoli) e un elenco di cose da fare (di solito più breve e che ha a che fare con pratiche religiose che sembrano non avere niente da spartire con i nostri desideri) e abbiamo avuto il coraggio di chiamare tutto questo la “buona notizia” del Vangelo.

Da questo punto di vista appare forse più comprensibile l’ininterrotta emorragia di giovani dai nostri ambienti parrocchiali. Perché dovrebbe affascinare una fede di questo tipo, incapace di sintonizzarsi con le attese profonde del nostro cuore? Come potrebbe affascinare una fede che non invita a cercare?

Eppure, le prime parole che Cristo ci rivolge nel vangelo sono: «Che cercate?» (Gv 1, 38) Allora chiediamocelo anche noi: Cosa sto cercando? Cosa sto attendendo? Cosa desidero veramente? Dove è diretto il mio eros?

Tutte queste domande, tutta questa focosa inquietudine che portiamo nel cuore, è in realtà la strada per incontrare il Dio della Vita.

Perché attendiamo allora?  Possiamo dirlo: perché in fondo sappiamo che Qualcuno ci sta cercando!

Ce lo ha gridato Giovanni Paolo II a Tor Vergata venti anni fa: «è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; […]. È Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande».

E lo ha ripetuto pochi mesi fa anche Papa Francesco: «Dio non ha smesso di chiamare, anzi, forse oggi più di ieri fa sentire la sua voce. Se solo abbassi altri volumi e alzi quello dei tuoi più grandi desideri, la sentirai chiara e nitida dentro di te e intorno a te».

Allora ringraziamo per questo nostro cuore inquieto e alziamo il volume.

Nudità non fa rima con intimità

Da qualche tempo imperversa sui social la pubblicità di Naked Attraction, un nuovo programma di Discovery+ che così viene descritto: il dating show che inizia come di solito un appuntamento… finisce: completamente nudi!

Nel programma infatti viene proposto ai partecipanti di scegliere la persona con cui uscire, selezionandola tra 6 persone completamente nude, che vengono progressivamente mostrate a partire dai piedi e via via selezionate finché per i soli finalisti verrà anche scoperto il volto. Questa la presentazione di una puntata:

Nel primo episodio conosceremo Cecilia, che ha 24 anni ed è una cameriera di Genova. Nella vita ha avuto vari fidanzati ma è ancora single e alla ricerca della persona giusta. Cecilia non ha un rapporto sereno con il suo corpo… A Naked Attraction si spoglierà per la prima volta nuda davanti a sconosciuti per vincere le sue paure e trovare un uomo al quale non dover nascondere i suoi difetti.

A detta della presentatrice infatti, «Mettere da parte il “romanticismo” permette di superare la preoccupazione dell’attrazione fisica e così quando si arriva ai contenuti ci si può rilassare ed essere davvero se stessi».

Non entriamo nel merito del programma, né dei suoi “nobili” propositi di inclusione, body positivity, accettazione della diversità e superamento di imbarazzo e pregiudizi… (direi che si commentano da sé).

Ammettiamo per un attimo che non si tratti del solito format porno-soft costruito a tavolino per catalizzare la libido e le curiosità morbose del pubblico televisivo, ma che le intenzioni sbandierate dagli autori siano davvero sincere. Ci domandiamo: il mostrarsi nudi davanti a degli sconosciuti può veramente far vincere le proprie insicurezze ed aiutare ad essere sé stessi?

Vorremmo riflettere insieme a voi su quali aspetti della nostra umanità vengono qui a galla. Certo, ad una prima impressione, viene da pensare che si tratti solo di esibizionismo, ma in fondo cosa si nasconde anche dietro a certo esibizionismo?

Nel cuore di ciascuno di noi riposa il desiderio di essere conosciuti, accolti, desiderati, voluti, amati. Nel nostro intimo riposa l’attesa di uno sguardo che si posi su di noi in questo modo. E allo stesso tempo avvertiamo anche l’angoscia e la paura di essere rifiutati.

Proprio a causa di questo, tante volte finiamo per guardare al nostro corpo o come ad un ostacolo o come ad un mezzo per essere accettati, e con questa storia finiamo per esserne sempre insoddisfatti.

È davvero raro trovare qualcuno che abbia fatto sinceramente pace col suo aspetto fisico… È il bagaglio la nostra umanità ferita. Come ci ricorda Giovanni Paolo II infatti, a causa della ferita del peccato originale, ogni essere umano porta in sé una quasi costitutiva difficoltà di immedesimazione col proprio corpo e di relazione con l’altro sesso.

Mostrarci nudi davanti a degli sconosciuti può allora aiutarci a vincere queste paure?

Non credo proprio. Se non vieni scelto, va da sé che la paura di avere qualcosa che non va, ne risulterà amplificata. Ma anche nel caso in cui uno venga scelto per una parte del suo aspetto fisico, come potrà questo fugare dal suo cuore il timore di non essere accolto interamente come persona?

Troppo spesso dimentichiamo che come persone siamo unità di anima e corpo e che ogni volta che le separiamo finiamo per fare del male e farci del male. Il nostro corpo ha un valore immenso, esprime la persona, eppure la persona non è riducibile soltanto al suo corpo, né tanto meno ad una sua parte.

In questo show invece, il corpo viene esibito e valutato a pezzi, sezionato per essere giudicato come merce da scaffale. Le persone sono scartate perché hanno caviglie grosse, lo scroto disarmonico, il seno piatto, oppure scelte per un bel tatuaggio o addominali scolpiti. Il volto invece, che è l’autentica manifestazione della persona, viene tenuto nascosto fino alla fase finale, trattato come qualcosa di secondario ed irrilevante.

C’è insomma un pericoloso cortocircuito tra le intenzioni che vengono proclamate e la realtà di questo format.

Nonostante tutto però, dobbiamo riconoscere che anche in questo pasticcio di programma, si può racimolare un fondo di verità.

L’attesa del nostro cuore è davvero quella di metterci totalmente a nudo: noi desideriamo poterci mostrare per come siamo di fronte a qualcuno che ci ami e ci accolga interamente come persone.

Questo però non può essere il punto di partenza! Questo può essere soltanto il punto di arrivo, il compimento di un cammino di relazione.

Non è questione di romanticismo, solo nella relazione posso conoscere progressivamente non solo l’altro, ma anche me stesso, i miei limiti, i miei doni, le mie paure. E solo dopo molto tempo potrà sbocciare quella cosa chiamata “intimità” ovvero quello spazio esclusivo tra noi due, nel quale io posso essere io perché accolto ed incondizionatamente amato e tu puoi essere tu perché accolta ed incondizionatamente amata.

Per costruire l’intimità non serve spogliarsi dei vestiti, occorre piuttosto spogliare il proprio cuore da tante paure, pretese e pregiudizi ed imparare innanzitutto ad accogliersi per potersi donare. Solo quando tra noi due ci sarà questo spazio di intimità, immersi in una relazione di amore autentico, liberi dalla tentazione di usare l’altro o dal timore di essere usati, potremo anche stare autenticamente nudi. Solo così i nostri corpi parleranno all’unisono con i nostri cuori e la nostra nudità sarà il segno che i nostri cuori non hanno più nulla da tenere nascosto. Diversamente sarebbe solo voyerismo o quantomeno un drammatico inganno.

Il problema di fondo di questo programma allora, non sta tanto nel fatto che mostra la nudità. Come scriviamo nel nostro libro: «non c’è assolutamente nulla di osceno nei nostri attributi sessuali, la vera oscenità può risiedere soltanto nello sguardo che si posa su di essi. […] il celare i nostri genitali ha piuttosto a che fare col mistero della persona e della sua chiamata all’amore». ( IL CIELO NEL TUO CORPO, p.48 )

Il problema di fondo di questo programma è che pretende di estorcere alla nudità ciò che solo l’intimità può donare.

Cinema & teologia del corpo: Jojo Rabbit

Chi di voi ha visto Jojo Rabbit? Se non lo avete visto, il consiglio è di rimediare al più presto.

È un film bellissimo, esilarante e serio, profondo e divertente. A noi è piaciuto talmente tanto che dopo averlo visto al cinema con i nostri nipoti, siamo tornati a vederlo anche in questi giorni, sotto le stelle, in uno di quei cinema all’aperto di paese, deliziosi e un po’ all’antica.

Dopo aver frequentato i corsi di Christopher West negli USA al TOB INSTITUTE, ogni tanto, quando guardiamo un film, cerchiamo i “semi del verbo”. Christopher infatti ad ogni corso propone sempre la visione di un film, ma non una pellicola a tema religioso, tipo Gesù di Nazareth o I dieci comandamenti, bensì un film hollywoodiano, “insospettabile” per così dire, dove chiede di prestare particolare attenzione ai messaggi profondi che si possono cogliere, che rimandano alla fede e alla teologia del corpo. Proprio come abbiamo letto domenica infatti, è convinto che grano e zizzania crescano inevitabilmente assieme, e che quindi, piuttosto che rigettare ciò che è “mondano”, valga piuttosto la pena riconoscere in ogni cosa i semi del verbo, piccole tracce di verità che si possono cogliere anche al di là di quello che è l’intento consapevole del regista o dello sceneggiatore.

Jojo Rabbit da questo punto di vista ci è sembrato particolarmente stuzzicante.

Il film è ambientato in Germania durante la seconda guerra mondiale, all’epoca quindi del nazismo. Il protagonista del film infatti, un bambino di 10 anni, sta per partecipare ad un weekend di training per la gioventù hitleriana, di cui sta entrando orgogliosamente a far parte, tanto che ha per amico immaginario niente meno che Hitler, interpretato in maniera caricaturale nonché magistrale dal regista Taika Waititi.

«Oggi tu diventi un uomo» questo è quello che si dice Jojo prima di partire e questo è l’asse portante delle nostre riflessioni: cosa significa diventare un uomo? Questa è infatti una delle domande-chiave a cui vuole rispondere la teologia del corpo.

Al campo di formazione per giovani nazisti, diventare un uomo significa imparare ad usare il pugnale, la pistola e a lanciare una bomba a mano, significa odiare (gli ebrei), ma significa soprattutto imparare ad uccidere e a combattere per uccidere. La scena più significativa qui è quando Jojo viene preso in giro perché ritenuto codardo e deve dimostrare di non esserlo uccidendo un coniglio, cosa che non farà e che gli costerà l’appellativo di “Jojo coniglio” appunto.

Ma diventare un uomo è proprio questo?

Per diventare uomini c’è bisogno di confrontarsi con l’uguale (il maschile) e con il differente (il femminile), e questo film ci offre degli spunti molto interessanti su questo.

Jojo non ha il padre, che è impegnato al fronte, e nel rapporto con l’amico immaginario Hitler si avverte tanto il suo bisogno di una figura paterna con cui confrontarsi e che creda in lui. Nel vuoto della presenza reale però, tale figura immaginaria è idealizzata, tanto da rendere il piccolo Jojo un vero e proprio fanatico nazista desideroso di compiacere il suo Hitler.

Al campo di formazione incontra però una nuova figura maschile: il capitano Klenzendorf, personaggio pittoresco e discutibile a cui una menomazione fisica, dovuta ad una ferita di guerra, ha interrotto bruscamente i sogni di carriera militare e ridimensionato significativamente il feeling con l’ideologia nazista. Sarà lui che, a dispetto delle attese, nel corso del film si preoccuperà per Jojo, lo proteggerà, arrivando infine a fare un gesto dal profondo valore paterno: sacrificare la sua vita per quella del piccolo.

La madre (Scarlett Johansson) è la figura chiave per il piccolo Jojo, è lei a donargli nelle parole e nei fatti un prezioso insegnamento sull’amore. Nei dialoghi tra i due infatti lei gli consegna alcune frasi-chiave che spetterà a Jojo verificare e fare proprie nel corso della vita: «L’amore è la cosa più forte al mondo» e «La vita è un dono e dobbiamo celebrarla». Tali dichiarazioni non rimangono però frasi sospese e astratte, perché la madre ha accolto segretamente nella loro casa una ragazza ebrea, Elsa, testimoniando così con la sua stessa vita cosa significa l’amore e perché vale la pena vivere (qui non posso svelare oltre se non avete visto il film).

E sarà proprio nel rapporto con Elsa, di cui scopre di nascosto l’esistenza, che Jojo imparerà a fare i conti con la realtà dell’altro, che non è più un fantasma ideale contro cui combattere, ma è una persona concreta, con i suoi sentimenti e i suoi bisogni, e a cui infine si affezionerà fino ad innamorarsene.

Andando verso una conclusione, possiamo allora dire che questo film ci può regalare alcuni importanti spunti su cosa significa essere padri: insegnare a offrire la propria vita, e su cosa invece significa essere madri: insegnare ad accogliere la vita.

Grazie all’aver fatto esperienza di un padre e di una madre Jojo, alla fine del film, potrà finalmente liberarsi dell’amico immaginario Hitler, che non gli serve più, dato che ha sperimentato una paternità reale, ma soprattutto ha imparato cosa significa davvero diventare uomo.

Nelle ultime scene infatti, Jojo, che è innamorato di Elsa, può decidere se farle credere che la Germania ha vinto la guerra, trattenendola così con sé, oppure se dirle la verità, lasciandola libera di uscire dal suo nascondiglio, a costo di perderla. Jojo sceglie di dirle la verità e di lasciarla libera, dimostrando di aver imparato nonostante i suoi dieci anni e mezzo ad amare nel modo più sublime: mettere davanti la felicità dell’altro e lasciarlo libero.

Ecco cosa significa diventare uomo: imparare ad amare e fare ciò che si ha in potere di fare per amore, anche contro il proprio stesso interesse.

A proposito di porno

Recentemente, su più fronti, siamo stati interpellati sul tema pornografia.

Allo scorso Forum WAHOU un ragazzo ci ha chiesto come poterne uscire, in un’altra occasione una donna sposata ci ha confidato sconvolta di aver scoperto che suo marito guarda abitualmente video porno, ed infine un’amica ci ha condiviso la preoccupazione per il fratello ventenne che sta da pochissimi mesi con una ragazza che gli ha già proposto di guardare (e non solo) porno insieme …

In modo soft ormai la pornografia è diventata una cosa quotidiana, un prodotto stuzzicante e gratuito a disposizione H24 comodamente sui nostri smartphone per riempire i nostri vuoti interiori.

Nonostante i continui tentativi di normalizzarla rendendola un ingrediente di tante cose come serie tv, reality, pubblicità e video musicali, tutti quanti intuiamo tacitamente che nella pornografia c’è qualcosa che non va. Anche chi la difende dicendo che il sesso è una cosa naturale, in fondo in fondo sa che non è poi così naturale avere un incontro intimo col proprio smartphone. Basti pensare che per accedervi occorre uscire dall’ambiente reale delle relazioni sociali e passare, non senza un pizzico di furtività, ad un ambiente virtuale che per pulirci la coscienza abbiamo chiamato: ‘per adulti’.

Purtroppo, ciò che è stato propinato come espressione di libertà contro ogni censura, presenta in realtà un duplice problema: la pornografia fa male ed è un male!

Si, la pornografia fa male, ma fa male a chi?  Di fatto, se non è coinvolto nessun’altro, a chi faccio del male se guardo qualcosa di ‘spinto’ nel segreto della mia stanza?

Fa male a me! Io sono la vittima! E sebbene sul momento ne esca eccitato, non mi rendo conto che la pornografia come un parassita mi sta divorando dall’interno.

Innanzitutto, crea dipendenza. Ci sono sull’argomento numerosi studi neurologici che mostrano come il meccanismo fisiologico che si innesca in chi guarda pornografia è simile a quello di chi assume droghe.

(Vi rimandiamo all’associazione Puri di cuore che si occupa dell’argomento per approfondirne il tema della dipendenza).

Ma non è tutto: la pornografia altera anche il mio immaginario. Non tanto perché spesso mostra rapporti violenti o perversi, quanto perché altera il modo di vedere le altre persone.

Per un uomo che guarda pornografia, le donne cessano di essere persone con una storia, dei sogni, delle ferite, delle attese, ed iniziano a tramutarsi in pezzi di corpo da valutare e da usare. Corpi inanimati su cui fantasticare per il proprio piacere. Per molti questo è il normale sguardo mascolino, ma non è affatto così: questo è uno sguardo pornografico. Un conto è essere attratti dalle donne, altro è uno sguardo che analizza e separa il corpo dalla persona.

Questi sono alcuni degli effetti più nefasti della pornografia, ma se ci fermiamo al dato che la pornografia fa male, rischia di sfuggirci la cosa più importante, ovvero che la pornografia fa male perché è un male.

Un male è qualcosa che indipendentemente dalle circostanze e dalle intenzioni non solo non edifica, ma disgrega la persona allontanandola dalla sua pienezza.

La pornografia però non è un male per il fatto che il sesso è un male, né perché i corpi nudi siano un male.

Qualcuno dice che il male della pornografia è che fa pensare troppo al sesso, ma a ben vedere il sesso viene esibito, consumato, idolatrato, ma non certamente pensato. La nostra cultura pornografica non sa più pensare il sesso. Se sapessimo pensarlo dovremmo chiederci: cos’è il sesso? Che significato ha? Oppure: Chi lo ha inventato?

Da cattolici diciamo: “Dio!” Dio ci ha creati come maschi e femmine e la sua benedizione sull’uomo e sulla donna è stata: “siate fecondi e moltiplicatevi!” (Gn 1,28) ovvero: il desiderio sessuale è buono!

Il desiderio sessuale è quell’energia che nel progetto di Dio ci deve portare ad uscire da noi stessi per fare della nostra vita un dono. Ma quando questo desiderio viene deformato dal male si tramuta in lussuria e allora l’energia del desiderio non è più diretta al dono di me all’altro, bensì all’usare l’altro e al farsi usare dall’altro. La lussuria disgrega così la persona, allontanandola dalla sua dignità.

Karol Wojtyla in Amore e Responsabilità riflettendo sulla differenza tra ‘usare’ ed ‘amare’ scrive:

“La persona è un bene che non si accorda con l’utilizzazione […] La persona è un bene al punto che solo l’amore può dettare l’atteggiamento adatto e interamente valido a suo riguardo”.

Probabilmente tutti abbiamo sperimentato di essere stati usati da qualcuno e certamente sappiamo che non ci ha fatto bene, tutti auspichiamo invece di essere trattati con amore.

Va detto che quando Wojtyla parla di amore non si riferisce a romanticherie di varia natura, ma ha in testa qualcosa di molto chiaro: amare qualcuno è volere il bene di quella persona. Proprio per questo, sempre in Amore e responsabilità, constata come, tanto più l’amore è vero, tanto più il soggetto si sente responsabile della persona.

Possiamo allora cogliere come nella pornografia, tra tutti gli atteggiamenti possibili, l’amore non sia affatto contemplato: le persone sono ridotte ad oggetti bidimensionali che si usano a vicenda per essere usati da chi guarda, nessuno ha cura di nessuno, nessuno è veramente riconosciuto come persona.

Al contrario del cinema dove c’è un messaggio, si racconta una storia, ci sono personaggi interpretati, nella pornografia nessuno è veramente interessato alla trama (quando eventualmente c’è), nessuno si cura del vissuto dei personaggi, del loro stato d’animo… l’obiettivo è uno e uno solo: suscitare la lussuria in chi guarda.

Giovanni Paolo II nelle sue catechesi individua proprio qui il vero problema della pornografia: la pornografia non svela troppo, ma piuttosto svela troppo poco della persona! Il pudore è oltrepassato, violentato e si perde inevitabilmente il mistero della persona e del suo corpo.

Proprio per questo la pornografia è sempre insoddisfacente: ci eccita, ma non è in grado di riempire il vuoto del nostro cuore. La cerchiamo per sentirci vivi, ma ne usciamo tristi, la usiamo assetati di intimità, ma ci ritroviamo sempre più soli, la guardiamo per essere liberi di fare ciò che ci pare ma alla fine ci risvegliamo nella gabbia della dipendenza.

Comprendere che la pornografia è male e fa male, è certamente un primo e insostituibile passo per decidere di affrontare questa abitudine o peggio, dipendenza, e intraprendere un cammino verso un nuovo sguardo e una nuova libertà.

Giovani domande (su sesso e dintorni)

Pubblichiamo anche qui l’articolo scritto nei giorni scorsi per il sito theologhia.com con il titolo: C’è una risposta alle nostre domande sull’amore? [Un grazie speciale a Robert Cheaib per lo spazio che ci ha dato]

Ho letto su Avvenire che in questi giorni si sta svolgendo vicino a Roma un bellissimo evento organizzato da Azione Cattolica dal titolo “A cuore scalzo” in cui oltre duecento giovani potranno confrontarsi con alcuni esperti chiamati a rispondere alle loro domande in materia di affettività e sessualità.

Conoscendo alcuni dei relatori, possiamo dire con certezza che sarà una preziosa possibilità di dialogo e crescita. Ecco qui alcune delle domande poste dai giovani:

  • Perché noi giovani credenti siamo costretti a scegliere tra l’essere casti o l’essere superficiali?
  • Per avere un rapporto matrimoniale è necessario dover aspettare e perché?
  • Come gestire gli eventuali sensi di colpa legati alle nostre pulsioni?

Si tratta certamente di domande che nascondo una sete di verità e di senso, questioni su cui anche io ricordo di essermi ‘scontrato’ molte volte durante i miei vent’anni. Allora mi sono chiesto: cosa può dire la teologia del corpo a questi giovani cuori assetati? Cosa la teologia del corpo ha detto a me su questi punti?

Leggendo le domande, subito mi è venuto in mente il dialogo di Gesù con i farisei sul divorzio (Mt 19 1-9) in cui i questi ultimi chiedono a Gesù se sia lecito ripudiare la propria moglie, ovvero divorziare per un motivo qualsiasi. Probabilmente vi chiederete cosa c’entra il tema del divorzio con gli interrogativi dei giovani di AC che desiderano amare nella verità. Forse nulla, ma a giudicare dalla risposta che Cristo dà ai farisei, penso che si possa trovare molto più di una connessione. Infatti, benché la domanda dei farisei appaia molto specifica e si collochi su un piano legale, Gesù non risponde rimanendo su un piano normativo (si può fare o non si può fare) ma cambia livello e va alla radice profonda della domanda, sviluppandola in ampiezza e profondità.

Se c’è un divorzio infatti, significa che siamo di fronte ad un amore ferito, ad una relazione che sanguina, per cui benché i farisei chiedano precisamente: «È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?» Gesù comprende che la vera domanda è un’altra: Che cos’è l’amore? Cosa significa amare?

Non è forse questo l’interrogativo fondamentale che possiamo individuare anche alla radice delle domande poste dai giovani di AC?

Non è forse questo l’interrogativo fondamentale che possiamo individuare anche alla radice di tante nostre quotidiane domande sul senso della vita, sull’amore, sul maschile e sul femminile?

Ecco allora che la risposta che Cristo dà ai farisei acquista un peso specifico enorme anche per noi: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi».

È come se Gesù ci stesse dicendo che se vogliamo veramente comprendere il mistero profondo dell’amore, è necessario tornare al Principio, al progetto che Dio aveva quando ha creato l’essere umano come maschio e femmina, e infatti cita entrambi i racconti della creazione di Genesi. L’amore, d’altra parte, è un fenomeno tipicamente umano, pertanto per penetrarne il mistero occorre scoprire chi sono veramente l’uomo e la donna. Il problema allora non è quale regola devo seguire, né quale beneficio ho nel seguirla, il problema vero è “chi sono io?” “Qual è la mia verità?”.

Così San Giovanni Paolo II inizia a delineare la sua teologia del corpo, per condurci a scoprire come il nostro corpo sia chiamato a rivelare e a partecipare della bellezza di Dio, e questo non ‘nonostante’ la sessualità, bensì proprio attraverso di essa. Credo quindi che un primo elemento chiave che la teologia del corpo può offrire a questi cuori assetati sia questo: il come devo vivere deriva dal chi io sono!

Se però si prosegue con la narrazione di Matteo 19 ci si accorge immediatamente di come il messaggio di Cristo noi sia poi così immediato, infatti i farisei gli obiettano: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e mandarla via?»  Allora Gesù va al nocciolo del problema: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così».

Queste parole ci rivelano che il “chi io sono” deve però fare i conti con un cuore che si è come atrofizzato. Cristo si riferisce agli effetti del peccato originale che nella storia ci rendono inclini al male, ci rendono preoccupati per noi stessi, incapaci di fare della nostra vita un dono autentico. Piaccia o non piaccia, c’è qualcosa di rotto in ciascuno di noi, siamo portatori di una ferita. Ma Gesù non parla di questa ferita (durezza di cuore) per demolirci, bensì per fare verità: in principio non fu così, il cuore indurito non è la nostra verità!

Noi oggi diamo ormai per scontato che l’amore possa finire, che si possa provare, che avvengano divisioni, tradimenti, incomprensioni e quant’altro… Noi pensiamo ormai sia lecito sperimentare un po’ tutto in campo affettivo… Ma Gesù richiama la nostra verità: in principio non fu così!

Cristo grida al nostro cuore di non lasciarci condizionare dai nostri fallimenti, dai nostri errori, dai nostri ragionamenti inquinati dal peccato, non sono quelli la nostra verità. Noi siamo molto di più.

Cristo nel suo corpo di uomo, ha preso su di sé tutta l’umana debolezza per unirci a sé e restituirci una vita di libertà, una vita capace di farsi dono. Tutto questo è avvenuto nel nostro battesimo, ma tante volte ne siamo ignari, nessuno ci ha mai dischiuso le porte del mistero di cui siamo divenuti partecipi.

Noi tante volte facciamo corsi, accumuliamo nozioni su come vivere cristianamente la sessualità, ma spesso scordiamo che non basta aver capito cosa è giusto fare per amare nella verità. Per entrare nell’amore occorre aprirsi alla redenzione che Cristo ci ha portato e lasciare che sia lui a guarire il nostro cuore incartato.

Ecco allora un secondo elemento chiave che la teologia del corpo può offrire a questi cuori assetati: il chi io sono lo posso scoprire solo nell’amore di Cristo. Solo Cristo infatti ci conosce veramente, lui ha redento l’uomo intero, corpo e sessualità inclusi. Lui ci ha già redento, ma aprire il nostro cuore alla sua guarigione è un cammino quotidiano, nella concretezza della vita.

Se vuoi approfondire di quale cammino si tratta e se hai voglia di andare un po’ più a fondo nella teologia del corpo ti invitiamo a partecipare al corso QUESTO È IL MIO CORPO a Macerata (MC) dall’ 1 al 5 gennaio 2020.

Sarà un entusiasmante viaggio alla scoperta del vero significato del corpo e della sessualità umana secondo il disegno di Dio, un viaggio aperto a tutti dai 20 anni in su.

Scopri di più su: http://www.misterogrande.org/tob/corso-tob/