Cinema & teologia del corpo: Her

Her è un film del 2013, ma abbiamo avuto occasione di guardarlo solo qualche giorno fa.

È un film originale, stimolante e davvero bello, non a caso ha vinto una statuetta agli Oscar come miglior sceneggiatura, insomma, consigliatissimo per una serata di cinema impegnato.

Come abbiamo già fatto per Jojo Rabbit (qui), anche per questo film vorremmo proporre una lettura attraverso le lenti della teologia del corpo, ovvero cercando in esso i “semi del Verbo”, quelle piccole tracce di verità che si possono cogliere anche al di là di quello che è l’intento consapevole del regista e dello sceneggiatore.

E bisogna proprio ammettere che, da questo punto di vista, Her è una miniera di spunti sul senso del nostro essere umani e sulla sete di amore scritta nelle profondità del nostro cuore.

Ma veniamo per attimo alla trama del film, ambientato in un futuro, in realtà, non così distante da noi.

Protagonista è Theodore, un uomo che si è separato da meno di un anno dalla moglie e che di mestiere scrive lettere d’amore su commissione. La sua vita è piuttosto malinconica e solitaria, tra lavoro, videogames e una coppia di amici, Amy e Charles, che nel corso del film arriverà anch’essa a separarsi. Ad un certo punto, Theodore decide di acquistare un nuovo sistema operativo, basato su un’intelligenza artificiale in grado di evolvere e di adattarsi sempre più profondamente alle esigenze dell’utente. Questo sistema operativo si esprime attraverso una voce femminile (una specie di Alexa super-evoluta, che però si chiama Samantha) e attraverso i suoi algoritmi, riesce ad entrare in una crescente empatia con Theodore, costruendo una relazione dialogica sempre più raffinata e intensa fino al punto in cui il protagonista sentendosi così intimamente conosciuto e capito finisce per innamorarsene ed essere addirittura ricambiato.

Samantha però, come ogni sistema operativo che si rispetti, non ha un corpo umano, e questo è il primo elemento che vogliamo sottolineare. Emerge molto nitidamente quale sia il profondo valore del nostro corpo che, se da un lato, è vero, ci limita, invecchia e alla fine muore (come osserverà ad un certo punto anche la stessa Samantha), dall’altro, però, è anche ciò che lei stessa invidia e vorrebbe avere per poter abbracciare ed essere abbracciata, baciare ed essere baciata e poter fare l’amore. Soltanto il corpo umano possiede quello che Giovanni Paolo II definisce “l’attributo sponsale”, ovvero la capacità di esprimere l’amore, di amare e di essere amati.  

Tale difficoltà oggettiva nel vivere l’amore con Theodore, porterà Samantha a fargli una proposta per certi versi drammatica: chiederà infatti ad una ragazza di nome Isabel, che in maniera volontaria (nonché inquietante) si mette a servizio dell’amore tra umani e sistemi operativi, di “prestarle” il corpo. Isabel così si presenta a casa di Theodore, ma sarà Samantha a dirle cosa fare, e sarà Samantha a parlare per lei, così da simulare di avere un corpo. Ma fin da subito Theodore avverte un profondo disagio e quando Samantha gli chiede di dirle che la ama, egli, di fronte al volto di questa sconosciuta, non ce la fa, e interrompe bruscamente anche il momento di passione che stava per avviarsi.

Il corpo umano non è sostituibile perché non è banalmente qualcosa, ma qualcuno: il corpo, il volto, rivela la persona, ed è per questo che Giovanni Paolo II definisce il corpo come “sacramento della persona”. Ritroviamo qui un aspetto fondamentale della teologia del corpo: siamo persone, esistiamo in una unità inscindibile di corpo ed anima, due dimensioni inseparabili: il mio corpo esprime chi sono, non è un contenitore anonimo ed interscambiabile, io sono il mio corpo.

La vicenda di Theodore nel suo complesso sembra per certi versi riproporre il quesito iniziale delle catechesi di Giovanni Paolo II, ovvero quella domanda posta dai farisei a Gesù circa il divorzio: «È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?» (Mt 19, 3-9). Domanda che nasconde una profonda sete di senso e significato sull’amore: “perché l’amore sembra non mantenere ciò che promette?”

Questo interrogativo lo ritroviamo in filigrana lungo tutto il film, dove entrambe le coppie presenti si separano, pur riconoscendo e ricercando la bellezza dell’amore e del condividere la vita con qualcuno. “Perché accade questo?” sembrano domandarsi Theodore e la sua amica Amy.

Giovanni Paolo II ci offre la risposta a questi interrogativi proprio a partire dalle parole di Cristo: «in principio non fu così». Prima del peccato originale non era così, era facile amare e lasciarsi amare, ma il peccato originale ha deturpato il disegno del Creatore, ha frammentato e confuso ogni cosa e ci ha reso irriconoscibile il vero fine dell’eros e della sessualità.

A questo proposito, all’inizio del film incontriamo una scena emblematica: Theodore è a letto e non riesce a dormire, ripensa con nostalgia ai momenti belli vissuti con sua moglie, donna a cui è ancora profondamente legato. Il suo cuore insomma, in quel momento, desidera l’amore. Eppure, questo desiderio profondo del cuore inscritto nella nostra sessualità e capace di portarci fino al Cielo, Theodore cerca di colmarlo chiamando una chat erotica. Inutile dire che ne rimarrà amaramente deluso.

È proprio questa la profonda ferita che il peccato ci ha inferto: ci ha confusi sul significato del nostro corpo e della sessualità e il più delle volte crediamo di poter “fare centro” soltanto dando sfogo ai nostri impulsi o accontentandoci di un piacere momentaneo, mentre il vero fine della sessualità è di condurci all’amore.

Nel film ritroviamo molte diverse sfumature di questa ferita: c’è l’ammissione di Theodore di essersi nascosto nel rapporto con la moglie, c’è la paura di aprirsi e di soffrire, c’è la fatica di accettare la sfida di una relazione tra persone libere, con tutte le difficoltà e le sofferenze che l’amore comporta, preferendo di fatto l’illusione di una voce artificiale a propria immagine e somiglianza (Samantha), ma c’è anche la pretesa di controllare l’altro e la fatica di accogliersi nelle reciproche differenze, come mostrano gli amici Amy e Charles.

Come esseri umani sperimentiamo proprio questo dramma: da un lato desideriamo l’amore, ma dall’altro ci troviamo incapaci di vivere all’altezza dei desideri del nostro cuore. Siamo quindi condannati al fallimento, all’infelicità, alla frustrazione?

Assolutamente no, Cristo si è fatto uomo proprio per guarire questa ferita. Cristo è venuto per liberare il nostro cuore dalle sue prigioni, per convertirlo un po’ alla volta da cuore di pietra, incapace di amare e lasciarsi amare, a cuore di carne, che non si difende più, ma si lascia amare così da poter amare a sua volta.

Cristo, con la sua Pasqua, ci ha rivelato proprio come misteriosamente amore e sofferenza abitino gli stessi luoghi, come amare significhi un po’ morire, ma anche come ad ogni morte per amore segua sempre un trionfo della vita.

L’ultima scena del film è emblematica: uomo e donna (Theodore e la sua amica Amy) che, dopo aver sperimentato il fallimento, la morte delle loro relazioni, stanno seduti sul tetto di un grattacielo e, alle prime luci dell’alba, attendono il sole che sorge. Questo in fondo è ciò che ci insegna la nostra fede: solo l’uomo e la donna redenti da Cristo (sole che sorge dall’alto) possono amare, solo Cristo può svelarci di nuovo il vero significato del corpo e della sessualità.

Del resto, tutto questo è già scritto dentro di noi, abbiamo solo bisogno della luce di Cristo per poterlo rileggere nella verità.

Forse allora anche i nomi dei protagonisti non sono scelti a caso: Theodore (che significa “dono di Dio”) ed Amy (che significa “amata”). Siamo amati da sempre, siamo un dono e siamo fatti per il dono, questa è la nostra verità e questo il nostro destino, scritto da sempre nel nostro corpo e nella nostra sessualità.

Check-up del tuo fidanzamento in 5 punti

Abbiamo parlato da poco di fidanzamento, a proposito della castità, ma vogliamo tornare sull’argomento per una giovane amica che qualche tempo fa ci ha condiviso le fatiche che sta vivendo nella relazione con il suo ragazzo. Sono entrambi bravi ragazzi, hanno poco più di vent’anni, si vogliono bene e ragionano già di matrimonio, ma si stanno scontrando con le loro differenti sensibilità e attese e con la fisiologica fatica di armonizzarle.

Come andare incontro all’altro pur rimanendo sé stessi?

Se amare è mettere l’altro al primo posto, perché non mi sento la prima cosa per lui?

Come continuare ad amare senza rivendicazioni quando l’altro pare preso solo dalle sue cose?

Ascoltandola e vedendo le sue sincere lacrime, ci si è allargato il cuore e abbiamo rivisto in loro anche molte nostre difficoltà relazionali vissute durante il fidanzamento (ed anche dopo a dire il vero).

Difficoltà oggi in larga parte superate ma, come spesso accade, a caldo risulta complicato ricostruire i passaggi che ci hanno aiutato a cambiare prospettiva e a maturare e quindi, benché vorresti trovare la parola giusta da donare, ti ritrovi semplicemente ad offrire un po’ di ascolto fraterno.

Ora però, a mente fredda, qualche ispirazione ci è venuta, e quindi vogliamo provare di buttare giù alcuni pensieri sperando che questa amica (e non solo lei) possa trovare qualche spunto utile. Cinque pensieri essenziali per un piccolo check up del proprio fidanzamento.

1 – Amarsi non fa rima col capirsi al volo

Come prima cosa crediamo che occorra sfatare il mito dell’amore come intesa perfetta. Nel nostro immaginario è purtroppo viva (in modo più o meno consapevole) l’idea che aver trovato l’amore significhi aver trovato qualcuno con cui ci si capisce al volo, qualcuno capace di comprendermi, di anticipare i miei bisogni, di saziare la sete del mio cuore, il tutto in modo spontaneo, quasi che le parole siano un di più.

Purtroppo, o meglio per fortuna, non è così. Ne parlavamo anche commentando la canzone vedi cara di Guccini: come può un’altra persona limitata e fragile come noi essere in grado di saziare le attese del nostro cuore?

Il fatto che ci innamoriamo di una persona e che questa persona ricambi il nostro amore è un dono grandioso, ma non possiamo pensare che questa esperienza ci eviti l’incontro-scontro tra le due libertà in gioco. Ognuno di noi si trova di fronte all’altro con tutto il proprio bagaglio di storia famigliare, di ferite, paure, attese, capacità e desideri che necessariamente non può coincidere con quello dell’altro.

2 – È nella differenza il segreto della creatività

È proprio la differenza insita nel maschile e nel femminile e nelle diverse personalità che si nasconde il segreto di una relazione creativa e appassionante. È nella relazione con l’altro che mi conosco, e scopro sempre più profondamente i mei doni e i miei limiti, e tanti aspetti che non conoscevo di me, o su cui avevo una prospettiva parziale o distorta.

È sempre molto pericoloso entrare in una relazione presumendo di avere già capito tutto, di sapere già cosa è giusto e cosa non lo è senza permettere all’altro di scalfire le nostre convinzioni. Credo sia il tipico difetto dei “bravi ragazzi”, quelli impegnati, quelli osannati perché sempre brillanti, diligenti e disponibili. Lo dico per esperienza personale, io (Tommy) ero uno di questi “bravi ragazzi” e all’inizio del nostro fidanzamento ho fatto molto soffrire Giulia per il mio atteggiamento presuntuoso: ero convinto di essere il solo a sapere cosa fosse giusto per noi.

Solo quando qualcuno ci ha aiutato a capire un po’ meglio il dono nascosto nella nostra differenza, ho potuto iniziare ad aprire gli occhi su questa mia povertà. È stata una crisi feconda perché ho progressivamente capito che insieme è più bello e che al di là della mia e della sua prospettiva, ce n’era una nuova, più ampia e più vera: la nostra.

3 – È la meta a determinare il cammino

Altro elemento chiave è il significato che si sceglie di dare al tempo del fidanzamento. Oggi è largamente diffusa l’idea che avere il ragazzo o la ragazza significhi avere finalmente qualcuno che arriva a colmare la mia solitudine, qualcuno con cui “on demand” posso condividere le mie passioni e fare cose: vacanze, viaggi, serate, esperienze, sesso ecc. Insomma, una specie di app da attivare al bisogno.

Si tratta però di un equivoco drammatico, perché l’epicentro del fidanzamento non sono “io”, ma siamo “noi”: c’è una relazione da costruire! Il fidanzamento non è un comodo parcheggio, ma un cammino avventuroso da percorrere in due e, come per ogni cammino che si rispetti, è la meta a determinare il sentiero da percorrere e l’attrezzatura da portare.  È un po’ come quando vai a camminare in montagna e vuoi arrivare in vetta a 3000 metri: sai che devi portarti una certa attrezzatura e sai che devi scegliere la difficoltà del sentiero in base alle tue capacità.

La meta, il fine, del fidanzamento è il matrimonio. Lo so, può sembrare una cosa all’antica, ma a ben vedere c’è poco da girarci introno: nessuno inizia una storia d’amore pensando ad una data di scadenza, quando due si amano davvero, il desiderio è arrivare a condividere tutta la vita (per approfondire il matrimonio come vocazione potete leggere l’articolo: una valigia per due). Solo tenendo gli occhi fissi su questo orizzonte è possibile camminare senza perdere l’orientamento.

C’è però un altro elemento essenziale di questo cammino che non va sottovalutato: occorre trovare un compagno di viaggio, una guida. È ingenuo pensare che bastiamo noi due… serve qualcuno più esperto di noi, più avanti di noi nel cammino capace di darci le giuste dritte: un padre spirituale, una coppia di amici… Qualcuno che non essendo, come noi, coinvolto nelle dinamiche della relazione possa parlarci con franchezza per il nostro bene, sostenerci e correggerci.

4 – Camminare è per conoscersi

Se il fidanzamento è mettersi in cammino verso il matrimonio, allora più che “fare cose”, diventa cruciale avere a cuore il desiderio di conoscersi reciprocamente sempre più a fondo e di capire se effettivamente siamo chiamati a questo. È quindi un tempo prezioso ed insostituibile di verifica e di conoscenza, un cammino da fare senza paure, senza fretta, ma da percorrere con convinzione. E bisogna anche mettere in conto la possibilità che le nostre strade ad un certo punto si possano separare. Un conto però è comprenderlo a vent’anni quando ci si è volutamente dati un tempo per farlo, un altro conto è accorgersene a quaranta quando magari ci sono già in ballo dei figli e tanto altro.  

È per questo, che non sarebbero da contemplate frasi del tipo: «so che di questo con lui non posso parlare», oppure «di queste cose parleremo quando saremo sposati», o ancora «quando saremo sposati sarà diverso… ». Se non si investe in questo tempo, se non lo si sfrutta per confrontarsi su tutto (cose comode e meno comode) se non si parla di come ci si immagina la vita famigliare, i figli… se non si condividono in questa fase le aspettative sulla vita, sul lavoro, sulle relazioni, ecc… quando si pensa di farlo? Allora forse, converrebbe passare meno serate a sciropparsi serie tv e dedicare più di tempo al dialogo, magari aiutati da un buon libro o a fare insieme esperienze di crescita.

Certo il conoscersi è un processo che non potrà mai dirsi del tutto concluso: non si cesserà mai di conoscere più a fondo l’altro e se stessi anche dopo il matrimonio… ma partire bene, al momento giusto è fondamentale.

5 – Conoscersi è per amarsi

Giovanni Paolo II diceva che «L’amore non è una cosa che si può insegnare, ma è la cosa più importante da imparare». Si, l’amore è qualcosa da imparare perché anche quando le nostre intenzioni sono sincere, dobbiamo inevitabilmente scontrarci con due pesanti macigni: da un lato il fatto che istintivamente siamo tutti centrati su noi stessi e non ci viene spontaneo mettere davanti un’altra persona, dall’altro il fatto che per comunicare l’amore occorre sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda di qualcun altro radicalmente diverso da noi e la cosa non è affatto scontata.

Amare è un’arte a cui lasciarsi iniziare, perché non basta provare un certo sentimento per qualcuno, per poter dire di amarlo. L’amore è concreto, è fattivo, si coinvolge con l’altro… che i sentimenti ci siano è quasi ovvio, se no neanche ci si sarebbe imbarcati in una storia, molto meno ovvio è riuscire a comunicarsi l’amore.

Io posso scriverti decine di messaggini appassionati con emoticon e cuoricini, posso comporre per te dediche strappalacrime da postare sui social, ma se poi se non trovo il tempo per stare con te, per farti sentire importante, per interessarmi alla tua vita e farti spazio nella mia, ecc.… come posso dire di amarti?

Il fidanzamento è quasi un corso di lingue. Occorre l’umiltà di imparare il linguaggio dell’altro, cosa lo fa sentire amato e cosa no. È un po’ come quando facciamo un regalo a qualcuno e dobbiamo lasciare da parte i nostri gusti per provare di indovinare le attese del festeggiato al fine di trovare qualcosa che lo renda felice… lo stesso è con i linguaggi dell’amore. Ed è straordinario quando l’altro riesce a balbettare qualcosa per noi nella nostra “lingua”.

Ecco qui 5 pensieri o poco più… nessuna pretesa di esaurire l’argomento, solo il vivo desiderio che tra essi possa nascondersi una scintilla per la vita di questa cara amica e non solo.

Lasciarsi amare

L’amore nella nostra formazione cristiana è spesso stato presentato come la meta del cammino, “imparare ad amare” sembra essere la strada maestra da seguire, come se dovessimo pian piano migliorarci per poter arrivare ad amare veramente, ad amare come Dio. «Vorrei saperti amare come Dio…»

Un po’ come se occorresse miscelare tra loro una buona dose di vita sacramentale, due manciate quotidiane di preghiera e abbondante impegno, per poter via via salire di livello nell’amore.

È così che frequentemente abbiamo purtroppo confuso il cammino cristiano con il perfezionismo.

Stringiamo i denti e ci proviamo. Se le cose vanno benino per un po’, ci gonfiamo di orgoglio. Quando poi inesorabilmente, nonostante tutti i nostri sforzi, ci ritroviamo al punto di partenza a fare i conti con le nostre solite debolezze, finiamo per avvilirci e sentirci da “buttare via” perché il traguardo sembra irraggiungibile e sproporzionato rispetto alle nostre forze.

Capita allora di sentirsi dire che non siamo noi a dover amare, ma che dobbiamo lasciarci amare: “lasciati amare da Dio”.

Ricordo che da ragazzo questa frase mi faceva parecchio arrabbiare: “ma come cavolo si fa a lasciarsi amare da Dio?”  La risposta poi, mi faceva incavolare ancora di più perché più o meno era sempre la stessa: “accorgiti dei doni che Dio ti fa, cura la tua vita di preghiera, ricevi regolarmente i sacramenti, cerca di seguire i comandamenti…” insomma, in pratica riprendere col cammino di auto-perfezionamento di cui sopra.

Con gli anni ho capito che la cosa in sé ha il suo senso, è vero, il cuore della nostra fede è lasciarsi amare, accogliere l’amore di Dio, ma non è facendo un insieme coordinato di atti cristiani che mi ritroverò un giorno a sentire concretamente l’amore di Dio. La prospettiva è un’altra.

Attraverso la teologia del corpo abbiamo scoperto come in realtà, l’amore non è un traguardo, ma sta all’origine della nostra vita, è il fondamento della nostra fede. Siamo redenti, siamo salvati, siamo amati, si tratta veramente di accogliere questo amore e di lasciarsi trasformare.

Ma veniamo al dunque, accogliere, accettare di ricevere, non è cosa facile. In ciascuno di noi dopo il peccato originale c’è come una stortura, un difetto di fabbrica che ci spinge a voler fare da soli, a voler raggiungere, a voler meritare tutto compreso l’amore. Nessuno accetta facilmente di lasciarsi amare gratis.

La sappiamo bene, lo vediamo su noi stessi anche quando banalmente qualcuno ci invita a cena: sempre ci sentiamo in dovere di portare qualcosa una pianta, un dolce, una bottiglia di vino. Vogliamo essere slegati, autosufficienti, non ci sta bene avere i conti aperti con gli altri, avere un debito con qualcuno.  

Con Dio è più o meno lo stesso, siamo stati educati a dover fare cose per Dio, non ci viene naturale accoglierlo e riconoscerlo. E allora come lasciarsi amare? Come sperimentare il suo amore?

Non possiamo essere superficiali, non esistono ricette! Di certo però, non credo sia un’esperienza che possiamo fare stando seduti comodamente in divano a ragionare su Dio.

Possiamo sperimentare il suo amore quando abbiamo le mani libere, quando non difendiamo più niente…

Spesso, almeno per me è stato così, ti lasci amare quando incontri la crisi, il dolore, quando le tue sicurezze vengono meno, quando la terra ti frana da sotto i piedi e il tuo cuore grida a Cristo. 

Quando ti abbandoni, smetti di agitarti per stare a galla e abbracci la tua croce ovvero quella situazione difficile che hai davanti e dalla quale ti stavi difendendo. Quando accetti di entrare in quella morte insieme a Lui e dopo un tempo di passione, scopri che in quella morte Lui ti ha portato alla vita.

È un’esperienza che si comprende a posteriori: eri morto e ti ritrovi vivo. È un’esperienza pasquale.

È così, credo, che ci è dato di scoprire il Suo volto e di commuoverci perché incondizionatamente amati.

È dopo questo tipo esperienza che possiamo iniziare a scorgere nella Parola di Dio, il volto e lo sguardo amorevole di colui che ci ha tirato fuori dalla morte e vuole donarci vita.

È dopo questo incontro che la nostra vita sacramentale e di preghiera, può cessare di essere perfezionismo e diventare relazione.

È dopo aver sperimentato il suo amore che salva e non ci molla che possiamo capire un po’ meglio cosa significa “lasciarsi amare”.

Vedi cara

Quest’estate la nostra amica Valeria ci ha chiesto di ascoltare attentamente questa canzone di Francesco Guccini e sapevamo che non era una richiesta casuale!

Non nascondiamo la nostra ignoranza musicale: è davvero una canzone bellissima che non conoscevamo.

Guccini è un apprezzato cantautore, emiliano come noi, ma per noi che siamo cresciuti con Mtv, non era altro che uno di quelli della “vecchia guardia” con la “R” moscia, di cui non valeva più di tanto la pena interessarsi (sì, siamo proprio ignoranti musicalmente parlando!).

Pare che Guccini abbia scritto questa canzone per la sua prima moglie quando erano ancora fidanzati, con l’intento di rassicurarla in seguito ad un’infatuazione avuta per un’altra ragazza e per aiutarla a comprendere un po’ meglio il suo mondo interiore.

Questo a grandi linee ciò che lo ha spinto a comporre questa canzone. Ma come spesso accade, da vero artista, da anima inquieta che si interroga autenticamente sul senso delle cose, anche lui finisce per scrivere qualcosa capace di andare molto oltre ciò che vorrebbe dire. A ben vedere infatti, ogni testo poetico ed introspettivo che è bagnato dalla vita porta in sé una grande ricchezza di significati. E come tutto ciò che è profondamente umano, anche qui possiamo riconoscere alcuni frammenti di teologia del corpo.

Se condividete con noi l’ignoranza musicale, ascoltatela, se già la conoscete, godetevela ancora una volta perché davvero questo testo ci regala riflessioni molto profonde. (vedi cara)

Ascoltandola a noi si sono accese varie luci e vogliamo condividervi alcune suggestioni.

Guccini si rivolge alla sua ragazza ed inizia riconoscendo che avverte in sé stesso un’evoluzione, che cambia un po’ ogni giorno, che è differente. Riconosce di essere una persona in cammino, una persona che cambia attraverso le esperienze che la vita ogni giorno pone sulla sua strada.

Tutto questo spesso fa paura, specie agli innamorati, perché sperimentando una passione molto forte, vedono la persona amata così bella e desiderabile che sperano resti sempre così, che non arrivi mai il momento del cambiamento e della disillusione.

È la tentazione di pensare di poter com-prendere l’altro, di aver capito tutto di lui, di rinchiuderlo nei nostri schemi, nelle nostre categorie per rassicurarci e averlo sotto il nostro controllo.

Guccini ci ricorda invece che una persona non è mai qualcosa di catalogabile, di dato una volta per tutte. Resta una distanza: non potremo mai essere completamente trasparenti l’uno all’altra, ciò che viviamo dentro di noi resta in parte incomprensibile all’altro, perché le parole non bastano ad esprimere il nostro sentire, che è molto più ricco e complesso di ciò che il nostro linguaggio verbale è in grado di spiegare.

Ogni persona infatti, è un mondo interiore unico in cui coesistono aspetti contraddittori: paure e speranze, zone di luce e zone d’ombra, margini di crescita e rischi di regressione. La vita umana, per fortuna, non è un copione già scritto, ogni giorno ci è data l’occasione di scoprire meglio noi stessi e chi ci sta accanto.

Per questo non si può guardare ad una relazione d’amore come un capolavoro immutabile da conservare e proteggere, l’amore uomo-donna non è roba da museo dove tutto è fermo ed immobile, l’amore vero è un giardino nel quale la vita cresce, germoglia, appassisce e rifiorisce per portar frutto.

C’è poi un altro aspetto che, secondo noi, Guccini riesce a far emergere in modo magistrale: l’amore umano porta in sé una certa insaziabilità.

Le parole che dice alla sua futura sposa: «Tu sei molto, anche se non sei abbastanza […] Tu sei tutto, ma quel tutto è ancora poco» se da un lato lasciano trasparire in modo straordinario la bellezza dell’amore tra uomo e donna, dall’altro sottolineano la sete e l’attesa di un amore più grande.

Si smaschera così quell’illusione che avevamo in testa anche noi quando ci siamo fidanzati e che abbiamo ritrovato in tanti amici single, ovvero l’idea che quando avrò il ragazzo o la ragazza sarò finalmente felice. Ma come può un’altra persona limitata e fragile come noi essere in grado di saziare le attese del nostro cuore?

Nel cuore dell’uomo è inscritto il desiderio di Dio perché siamo stati creati da Dio e per Dio ed egli non cessa di attirarci a sé. L’amore umano allora, come suggeriva Giovanni Paolo II, è una via privilegiata per aprirsi al mistero dell’amore infinito di Dio.

Probabilmente questo Guccini non lo pensava, ma di certo lo intuisce nel suo cuore, infatti, benché innamorato, non teme di dire: «io cerco ancora»

Infine, una parola la spendiamo sul motivo ricorrente della canzone: «Vedi cara è difficile spiegare. È difficile capire se non hai capito già». Queste parole che sembrano voler insistere sull’incomunicabilità esistente tra loro, in realtà ci aprono orizzonti straordinari.

Certo, come dicevamo, tra due persone esiste un’incomunicabilità che non è mai risolvibile una volta per tutte, ma questo è anzitutto un mistero che ciascuno deve scoprire in sé stesso.

Un po’ come Blaise Pascal, Guccini sembra volerci dire che «il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce» e per questo pare invitare la sua fidanzata a cercare e scoprire in sé stessa queste ragioni. Infatti, solo se affronterà il suo personale viaggio interiore, prendendo coscienza che anche lei è persona in cammino portatrice di un anelito di infinito che nessun’altra creatura può saziare, le sarà possibile capire ciò che lui in questi versi, sta cercando di spiegare.

È proprio così, ci sono cose che è difficile spiegare ed è difficile capire se non passano per l’esperienza diretta della vita, e non a caso sono proprio le cose più importanti: l’amore, il dolore, il perdono, la fiducia, la speranza. Quando  facciamo esperienza di queste cose non importa quasi più che qualcuno ce le spieghi, perché in fondo abbiamo capito già.

I nostri auguri ai Ferragnez

Cari Chiara e Federico,

vi conosco da poco, da quando sono sbarcata su Instagram qualche mese fa, e da quando ho iniziato a seguirvi devo ammettere che mi siete simpatici e mi sono dovuta ricredere su alcuni pregiudizi che avevo su di voi.

All’inizio guardavo le vostre stories e avevo l’impressione che viveste in un mondo drasticamente distante dal mio, tutto luccichii e lussi che in pochi possono permettersi.

Chiara, parliamoci chiaro, dell’appartamento lussuoso in cui vivi nel quartiere CityLife di Milano con la tua adorabile famiglia, a parte la macchina per il caffè che abbiamo uguale, io non potrei permettermi probabilmente nemmeno un divano. Per non parlare del tuo strabordante guardaroba, che la maggior parte delle volte abbini in maniera improbabile, ma che rimane uno dei sogni proibiti di ogni donna. E quanto ho bonariamente invidiato quest’estate i vostri continui viaggi in giro per la nostra meravigliosa Italia, coccolati con cene che solo la mise en place era una meraviglia.

Già, tutte queste cose mi fanno pensare che le nostre vite siano molto distanti.

Ma poi, quando vedo che ti si illuminano gli occhi quando sei con il tuo Leoncino e quando vedo te e Fede abbracciati e innamorati come una qualsiasi coppia, penso che in realtà siamo molto più vicine di quanto possa sembrare ad un primo sguardo. E siamo vicine perché siamo donne, e come donne siamo felici se abbiamo un uomo accanto che ci ama e se questo amore ci dona un figlio. Ecco la somiglianza più profonda al di là di tutte le dissomiglianze esterne e superficiali.

Ma veniamo al motivo principale di questa lettera: come sanno bene tutti i vostri affezionati follower, il primo settembre è stato il vostro secondo anniversario di nozze, e mi sono emozionata anch’io guardando il video che avete pubblicato, riascoltando le promesse personalizzate che vi siete scambiati il giorno del vostro matrimonio.

Vi siete detti delle cose molto belle e significative. Chiara commossa hai detto a Fede: “Non ho bisogno che il mondo mi ami, ho bisogno che mi ami una sola persona, e sei e sarai sempre tu.”

Fede altrettanto commosso hai detto a Chiara: “Bukowski diceva che l’essere umano ha due grandi difetti: l’incapacità di arrivare in orario e l’incapacità di mantenere le promesse. Io non posso garantirti che sarò sempre in orario ma ti prometto che anche se in ritardo ci sarò per sempre.”

Amore ed eternità. C’è qualcosa di grande nelle vostre parole, e non mi riferisco alla citazione di Bukowski, ma alla parola «sempre» che entrambi avete pronunciato. C’è qualcosa di profondo in questo desiderio di amore eterno che palpita nel vostro cuore e vi ha spinto a promettervi fedeltà nel matrimonio. E a questo proposito, una citazione la sfodero anch’io, ma in questo caso si tratta di Wojtyla, alias Giovanni Paolo II, che ne La bottega dell’orefice scrive: «L’amore non è un’avventura, […] non può durare solo un momento. L’eternità dell’uomo passa attraverso l’amore. Ecco perché si ritrova nella dimensione di Dio – solo lui è Eternità».

Cara Chiara, hai proprio ragione, ciò che conta e dà pienezza alla vita non è avere milioni di follower, ma amare e lasciarsi amare da una persona reale in una quotidianità reale, e chi più di te può dirlo con piena consapevolezza? Ma sai, questa tua frase mi lascia anche un pizzico di preoccupazione: sei proprio sicura che il tuo Federico saprà amarti sempre come il tuo cuore di donna desidera? Non pensi che potrà deluderti ogni tanto, che potrà fallire qualche giorno nell’amarti? Non per cattiveria, te lo assicuro, ma perché è un essere umano come te, e per quanto potrà amarti ciò rimarrà comunque limitato, rimarrà qualcosa di piccolo per ciò che di immenso il tuo cuore desidera.

Ecco allora il mio augurio per te, Chiara, che l’amore che sperimenti con Fede possa essere il trampolino di lancio per conoscere un amore ancora più grande, l’Amore di Chi ti ha pensata e creata, di Chi ti ama da sempre, anche quando non sei amabile per niente, di Chi ti ha donato Federico e di Chi ti ha donato Leoncino. L’Amore ha un nome e un volto, e io ti auguro di incontrarlo un giorno.

Caro Federico, la promessa che hai fatto a Chiara mi intenerisce: mi fa intuire come nel cuore di ogni l’uomo, l’amore è qualcosa di esclusivo e non può essere pensato a scadenza. Mi intenerisce però anche perché penso che con queste parole ti sei fatto carico di un peso molto più grande di te. Mi chiedo, come fai ad essere sicuro che ci sarai sempre? Credi davvero di poterlo fare da solo?

Il mio augurio per te, Fede, è che tu possa piano piano imparare a non contare solo sulle tue sole forze, perché sai è anche pochettino presuntuoso, ma che tu scopra un po’ alla volta che c’è Qualcuno a cui affidarsi, Qualcuno che ama e dona anche se al ritardo aggiungiamo l’assenza, Qualcuno pronto a garantire per te, non al posto tuo beninteso, ma insieme a te.

È quel Qualcuno che ha acceso in te il desiderio per Chiara, è quel Qualcuno che ti sta rendendo partecipe in maniera gratuita dell’amore, una delle pochissime cose che non si possono comprare.

Il nostro augurio, in fondo, cari Ferragnez è che il vostro sincero desiderio di amarvi per sempre, vi conduca passo dopo passo a scoprire il volto dell’Amore, il volto del Dio di Gesù Cristo. Perché davvero, «al di là di tutti questi amori che ci riempiono la vita, c’è l’Amore» e vive in continua attesa di noi.

L’amore è davvero l’inizio di una nuova era (ft. Jovanotti)

Dopo aver commentato Chiaro di luna (qui) e Fango (qui) non resistiamo a fare qualche riflessione a partire anche da Nuova era, brano che ci piace un sacco, non solo per il valore della canzone, energica e romantica allo stesso tempo, ma soprattutto perché, come spesso capita, Jovanotti riesce ad evidenziare alcuni tratti dell’amore capaci di risuonare profondamente nella nostra vita.

Se hai fatto l’esperienza di innamorarti e di essere ricambiato lo sai bene: l’amore è veramente «l’inizio di una nuova era», niente appare più come prima, è come una nuova creazione.

Non stiamo parlando del “colpo di fulmine”, ma del momento in cui una persona con tutto il suo essere, ovvero i suoi pensieri, il suo modo di fare, il suo corpo, la sua sensibilità… inaspettatamente ci appare sotto una luce nuova e non esce più dal cerchio delle nostre attenzioni. È il momento in cui ci sembra possibile e tanto desiderabile “gettare un ponte” verso il mondo dell’altro, un mondo distante e misterioso come lo è ogni uomo da ogni donna, ma allo stesso tempo estremamente attraente. È il momento in cui scopriamo che anche l’altra persona desidera tutto questo e il ponte gettato da entrambi diventa incontro dei cuori.

È qualcosa che ci trascende: un’altra persona prende dimora nel nostro cuore senza che possiamo farci nulla. A te magari piacevano le ragazze bionde, ma questa ragazza dai capelli mori, inspiegabilmente, è entrata nel tuo cuore. È come un «fermo immagine del mondo», perché tutto ciò che prima contava, d’improvviso appare sfuocato rispetto a lei. Tu vorresti pensare ad altro, vorresti provare a studiare, a fare sport… ma il pensiero di lei ti accompagna costantemente, la cerchi, le scrivi, e saresti pronto a «grandi imprese» pur di godere della sua presenza.

È una straordinaria e fondamentale esperienza di decentramento: tu, che prima ti sentivi al centro del mondo, che organizzavi tutto in funzione dei tuoi bisogni e delle tue voglie, improvvisamente ti trovi a mettere davanti un’altra persona. Non un corpo da usare o su cui fantasticare, ma una persona tutta intera nella sua verità, con il suo «cuore che batte» e che fa battere anche il tuo.

È il mistero dell’amore che risuona «come un tamburo che annuncia la vittoria», la vittoria sull’egoismo e sul possesso, e ci apre a fare della nostra vita un dono a qualcuno diverso da noi.

Ma al medesimo tempo questa esperienza ci rivela a noi stessi, svela la nostra preziosità. Fino al giorno prima, in noi c’era sempre qualcosa che non andava, non ci sentivamo mai pienamente all’altezza degli altri e delle cose, ma ora che scopriamo di essere entrati nel cuore di un’altra persona, di essere per lei desiderabili e unici al mondo, intuiamo anche il nostro inestimabile valore.

È un mistero di meraviglia: quell’attesa del cuore che prima non sapevamo spiegare, e tentavamo in molti modi di saziare, improvvisamente si compie in un’estasi che non si riesce a comunicare. Ci scopriamo unici e insostituibili proprio per quella stessa persona che portiamo nel cuore.

Ed il cuore esulta in una gioia mista a timore: «Stiamo pensando alla stessa cosa io e te, nello stesso momento. Lo senti, lo sento…».

Qualcuno dice che «è una reazione chimica», i filosofi parlano di un «eterno movimento», in fondo non c’è una spiegazione logica, eppure siamo io e te trasfigurati nell’amore, avvolti da qualcosa che ci supera e che non si riesce mai pienamente a comunicare, lo sento io e lo senti tu.  

Ed è incredibile, perché la vita, improvvisamente, prende un senso e un sapore nuovo che prima non aveva, e questo incontro dei cuori dischiude ai nostri occhi un orizzonte di bellezza.

È esperienza di infinito, è assaggio di eternità, perché entrambi sogniamo che il nostro amore sia per sempre, che non abbia mai fine.

È un’esperienza rivoluzionaria perché svela anche in nostro destino: vivere l’uno per l’altro. Ad entrambi infatti appare straordinariamente bello e desiderabile stare insieme, condividere tutto, condividere la vita.

L’Amore crea, l’amore attrae, l’amore chiama. Sentiamo allora la chiamata ad essere «una cosa sola» ad essere «Due sillabe della stessa parola»: a dire insieme una parola di vita al mondo, senza appiattirci, senza fonderci, ma ognuno col suo dono proprio insieme all’altro.

È insomma esperienza di Dio. Dio che è Amore e che ci apre a partecipare all’amore, Dio che supera i nostri rigidi schemi e scompagina le nostre piccole convinzioni per rivelarci il senso di una vita piena vissuta nel dono reciproco.

È per questo che sperimentarlo, ci fa sentire «un poeta, anzi di più un profeta» perché amandoci possiamo annunciare la bellezza di Dio che è amore e che dona sé stesso perché possiamo avere vita.

Facilmente, di fronte a questa lettura, qualcuno scrollerà le spalle pensando alla fase dell’innamoramento giovanile, apice della passione e ormai sbiadito ricordo, distante anni luce dall’ordinario ménage famigliare… E se invece di essere il vertice dell’amore, l’esperienza dell’innamoramento fosse un preludio, un’anticipazione della gioia che attende gli amanti nella loro vita?

Non sappiamo se Jovanotti ha mai letto Solov’ëv, ma questo straordinario autore russo ci offre un’affascinate chiave per superare questo “luogo comune”.

Egli sostiene infatti, che la visione ideale che gli amanti hanno l’uno dell’altro durante l’innamoramento non è un’illusione, bensì una rivelazione della bellezza definitiva per cui Dio li ha creati. Egli vede quindi nell’innamoramento un appello reciproco che gli amanti si rivolgono: «amami perché io diventi così come tu mi stai vedendo!». Innamorarsi sarebbe quindi una promessa della bellezza che attende gli amanti se accettano la scommessa di vivere l’uno per l’altro uniti nell’amore.

Siamo convinti che ascoltare Jovanotti cantare questo appassionato inno all’amore per sua moglie, a cinquantanni suonati, sia la conferma più bella che non si tratta solo di illusioni giovanili, ma che l’amore, se ci crediamo fino in fondo, mantiene le sue promesse: si dilata, cresce, matura e non può finire perché la sua sorgente è in Dio.

Sì, l’amore è davvero l’inizio di una nuova era. Grazie Lorenzo.

Una valigia per due

Alcune settimane fa, nel preparare un incontro in streaming con un gruppo famiglie della nostra diocesi, abbiamo avuto occasione di riprendere in mano Amoris Laetitia.

Rileggendo alcuni passaggi, c’è stata una frase che questa volta ci è risuonata in modo particolare, facendoci ripensare alla nostra esperienza pre e post matrimoniale. Per maggiore chiarezza evito sintesi e riporto interamente il passaggio di papa Francesco:

«Il matrimonio è una vocazione, in quanto è una risposta alla specifica chiamata a vivere l’amore coniugale come segno imperfetto dell’amore tra Cristo e la Chiesa. Pertanto, la decisione di sposarsi e di formare una famiglia dev’essere frutto di un discernimento vocazionale.» (AL, 72)

Di fronte a questo testo, anche per il fatto che si stava avvicinando il nostro anniversario, è sorta in noi questa domanda: ma noi, da fidanzati, quanto ne eravamo consapevoli?

Purtroppo la risposta è: molto molto poco!

A dire il vero, che il sacramento del matrimonio fosse una vocazione, lo avevamo sentito dire spesso, sia nella nostra formazione giovanile sia nel nostro fidanzamento.

Ma di fatto l’idea che ci avevano trasmesso era quella che la vocazione fosse, in fondo, l’alternativa tra due strade. Ovvero si trattasse di un orientamento personale o verso il matrimonio o verso la vita consacrata… Detta un po’ brutalmente, l’idea era: hai una ragazza, le vuoi bene e non hai mai sentito attrazione per la vita consacrata? Ok, allora la tua vocazione è il matrimonio.

Per cui, capita la direzione da prendere, subentravano tutti i percorsi per vivere bene il fidanzamento e prepararsi al matrimonio, percorsi che però, almeno nella nostra esperienza, hanno sempre avuto un’impronta di tipo morale-psicologico. I temi che andavano per la maggiore erano gli strumenti per crescere nella relazione: come impostare bene il dialogo di coppia, come fare posto a Dio con la preghiera, come vincere i nuclei di morte che possono insinuarsi nella coppia, come affrontare l’arrivo dei figli, come inserirsi nel proprio ambiente parrocchiale e famigliare, ecc…

Per carità, cose importanti, nessuno però ci aveva mai detto che la vocazione al Sacramento del Matrimonio è la risposta ad una chiamata di Cristo a vivere il nostro amore di coppia come segno imperfetto del suo amore per l’umanità.

L’amore, si sa, è un tema sempre controverso, alcuni amici non a caso lo definiscono “ingannevole”. Per quanto riguarda il Sacramento del matrimonio però, come attesta il passaggio di Amoris Laetitia da cui siamo partiti, non si parla genericamente di “volersi bene”, ma di un amore con un’impronta precisa: l’amore di Cristo per la Chiesa.

Come Cristo ha amato la Chiesa? Dando la sua vita per lei! È stato disposto a morire perché lei potesse vivere una vita nuova e più piena.

È quindi un amore capace di dire all’altro: «ho scelto te, al posto di me».

Probabilmente da fidanzato prossimo alle nozze o da novello sposo, se qualcuno mi avesse chiesto “Sei disposto a dare la tua vita per Giulia?”, immaginando appassionate gesta eroiche, avrei risposto senza pensarci due volte: «Certo! La amo, se dovesse capitare un pericolo, sarei disposto a morire per salvarla!»

Ma restava comunque un’ipotesi estremamente remota e, in fondo, il mio immaginario della vita matrimoniale era allora quello di un viaggio romantico ed appassionante, in cui tutto sarebbe stato bello ed entusiasmante. 

Ben presto però mi sono accorto di come la realtà smaschera le aspettative: ad un certo punto, l’impressione era quella di risvegliarmi accanto ad una specie di estranea, diversa dalla fidanzata tenera e amabile a cui il giorno delle nozze avevo detto «Io accolgo te …». Certo, era sempre lei, ma accanto alle cose belle, emergevano anche aspetti sconosciuti, fragilità e limiti tutt’altro che semplici da accogliere. E lo stesso chiaramente era vissuto da lei nei miei riguardi.

All’altare le avevo detto «Io accolgo te…» , ma in fondo, dentro di me, l’idea era: «Io accolgo te purché tu sia sempre carina, amorevole, dolce e comprensiva…»

Lentamente, ho compreso che questo “dare la vita” non passava attraverso eclatanti gesta eroiche, ma attraverso un accettare di morire quotidianamente. Cosa facile a dirsi, ma profondamente lacerante quando sei attaccato alle tue ragioni e ai tuoi modi di vedere le cose e l’altro esce deliberatamente dai tuoi schemi e non li accetta semplicemente perché è diverso da te.

Ricordo che durante un corso per fidanzati ci avevano detto che la relazione matrimoniale è paragonabile ad un viaggio nel quale di due valigie (quelle di ciascuno) occorre farne una sola insieme.

È evidente che in una valigia sola non può entrarci tutto e occorre fare delle rinunce. In me la cosa era abbastanza chiara: c’erano delle rinunce da fare, bisognava trovare un buon accordo, ma il viaggio valeva la pena.

Ciò che non immaginavo era che lungo il cammino, a volte, il bagaglio pesa, e per proseguire occorre lasciare indietro qualcosa… non immaginavo nemmeno che, a mano a mano che si fanno nuove esperienze insieme, occorre fare nuovo spazio ed imparare a fare a meno di qualcos’altro per non perdersi le cose belle. E soprattutto, mai avrei immaginato che anche certe cose spiacevoli che ti ritrovi senza volerlo nella valigia possono rivelarsi occasioni di vita.

Quando ci siamo sposati, proprio non lo immaginavo, ma davvero la chiamata alla vita matrimoniale è una chiamata ad un amore pasquale in cui uomo e donna sono disposti a donarsi reciprocamente la vita. 

Dopo undici anni di matrimonio posso dire che ne vale la pena, perché ad ogni morte per amore è seguita sempre una risurrezione, ad ogni rinuncia è seguito sempre un dono più grande, ad ogni spossessamento, una maggiore libertà, ed oggi quando ci guardiamo negli occhi la gioia è più grande di undici anni fa.

Tornando alla vocazione al matrimonio, siamo sempre più convinti che il Signore, se chiama a vivere un amore come il suo, non lo fa per masochismo, ma perché vuole dilatare il nostro piccolo amore e renderlo capace di cose sempre più grandi. Non a caso nel Sacramento del matrimonio viene effuso sugli sposi lo Spirito Santo che, se accolto, dona la grazia di amare come Cristo ha amato, nel dono sincero di sé.

Crediamo e speriamo che ci sia ancora tanto da camminare e da trafficare con quella benedetta valigia, ma abbiamo toccato con mano che non siamo soli. Lo Sposo è qui e la porta con noi.

E se fossimo tutte “famiglie ferite”?

Veglia di preghiera per le famiglie ferite, percorso diocesano per le famiglie ferite, progetto pastorale per le famiglie ferite. Ultimamente sentiamo questa espressione “famiglie ferite” sempre più di frequente e ogni volta ci verrebbe da alzare la mano dicendo “Eccoci, presenti!”. E invece il nostro alzare la mano sarebbe fuori luogo, perché è un’espressione di solito utilizzata negli ambienti diocesani ed ecclesiali in genere, per indicare le famiglie e le coppie “irregolari”, quelle divorziate e quelle divorziate risposate, per intenderci.

Ma davvero solo perché non apparteniamo a queste due categorie, noi, “gli altri” che siamo regolarmente sposati, possiamo NON dirci “famiglia ferita”?

Certo, la ferita a cui ha fatto riferimento il papa la prima volta che ha usato  questa espressione indicava una realtà precisa, ovvero quando la ferita riguarda il sacramento del matrimonio, cioè tutte quelle persone che hanno visto in qualche modo fallire il loro progetto di vita di coppia e ne portano il peso, compreso il fatto di percepire una certa diffidenza e il sentirsi non completamente accolte all’interno della stessa comunità cristiana.

E quindi, proprio noi che alle volte facciamo sentire queste persone escluse e differenti, possiamo non dirci “famiglia ferita”?

Chi di noi non ha ferite nella propria storia di coppia e nella propria storia personale (che quindi evidentemente diventano ferite di coppia pure quelle)?

Chi porta la ferita di un conflitto con la famiglia di origine, chi porta la ferita della sterilità, chi quella di un figlio con handicap, chi quella di un figlio morto prematuramente, chi porta una ferita nella propria sessualità, chi, ancora, quella di un abbandono, e l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Ci sono ferite più evidenti, che saltano più all’occhio, e ferite meno evidenti, che conoscono solo i diretti interessati, perché troppo intime, troppo dolorose anche solo da nominare.

Ci sono ferite di cui siamo consapevoli e ferite di cui non siamo consapevoli, ma di cui ugualmente portiamo il peso attraverso le nostre rigidità, le nostre false sicurezze, le nostre chiusure, le nostre difese ben serrate.

Ci sono ferite più invadenti e ferite meno invadenti, croci più pesanti da portare e croci meno pesanti, ma tutti, ripeto, tutti, siamo famiglie ferite.

Ah, e non dimentichiamoci del Sacramento del matrimonio. Solo perché il nostro pare “funzionare” pensiamo di essere sempre un’immagine impeccabile del Sacramento che abbiamo celebrato? Siamo realmente un’icona credibile dell’amore di Dio per l’umanità? Noi no, anzi.

Quanto meno perché tutti abbiamo in noi il segno di una ferita, la ferita per eccellenza, quella del peccato originale. Sì, il Battesimo ci ha fatto creatura nuova in Cristo, ma in noi resta l’inclinazione al peccato, come se fossimo su di un piano inclinato che ci porta a “peccare”, cioè fondamentalmente ad avere paura per noi stessi, spingendoci quindi a preservare e ad affermare noi stessi a scapito dell’altro. Tutti portiamo il segno di questa ferita, che ci porta a guardare con sospetto la relazione con l’altro, a temere che l’altro possa privarci di qualcosa, che possa ferirci, approfittarsi di noi, oppure che non sia interessato a noi, o ancora che ci voglia ingannare, manipolare, ecc… anche questo elenco potrebbe essere molto lungo, e la parola “altro” è da intendersi sia con la a minuscola che con la A maiuscola. Sono due facce della stessa medaglia, e se non fosse abbastanza chiaro, le ferite che porti verso l’altro (i fratelli) e verso l’Altro (Dio) sono esattamente le stesse.

Un amico mi raccontava che durante gli esercizi spirituali ignaziani ha riconosciuto in lui un pensiero ricorrente del nemico che era “A Dio tu non interessi, ha di meglio da fare, non ha tempo da perdere con te”. Mesi dopo, ha riconosciuto questo stesso pensiero verso suo padre, ricontattando il sé bambino, ripensando al fatto che il padre non è mai andato alle sue partite di basket perché, evidentemente, aveva di meglio da fare. Questo era, nella sua storia, uno degli effetti del peccato originale, che aveva intaccato l’immagine di Dio ma anche, in parte, il suo modo di relazionarsi, tendendo a rendersi sempre brillante e interessante, appunto, per il timore che le altre persone si voltassero dall’altra parte, pensa un po’.

Che ci piaccia o no questa è la nostra situazione, e ognuno porta dentro di sé una versione particolare di “contro-parola” – direbbe don Fabio Rosini – o effetto del peccato originale nella propria storia, con cui, se sarà fortunato, potrà fare i conti. La cosa peggiore che possa capitare infatti, credo sia non accorgersene e restare fermi alla superficie finendo per collocarsi sul versante di quelli non feriti, dei bravi, di quelli che hanno fatto tutte le cose a modo, o peggio, che credono di aver meritato ciò che di buono hanno nella vita a suon di buone azioni e sforzi di volontà.

Essere cristiani non significa essere bravi e perfetti, il cristiano non è uno indenne, uno che non si è mai ferito, ma uno le cui ferite sono diventate luogo di salvezza.

Il cristiano è qualcuno che ha sperimentato come il Signore si sia rivelato e lo abbia visitato proprio attraverso le ferite della sua storia, ed è testimone del fatto che queste stesse ferite sono diventate feritoie di grazia per la propria vita.

Solo così, da questa prospettiva, possiamo incontrare veramente gli altri con tutto il bagaglio di sofferenza che portano, da “famiglia ferita” a “famiglia ferita”: la Chiesa allora sarà realmente quell’ospedale da campo di cui più volte ha parlato Papa Francesco.

Di questo ci parla il Natale, di un Dio che non ha temuto di prendere un corpo come il nostro e di farsi carico delle nostre ferite, affinché le nostre fragilità potessero divenire il luogo della manifestazione della sua grazia.

“Per le sue piaghe noi siamo stati guariti”  (Is 53,5)

Buon cammino a tutti verso il Signore che viene.

Giovani domande (su sesso e dintorni)

Pubblichiamo anche qui l’articolo scritto nei giorni scorsi per il sito theologhia.com con il titolo: C’è una risposta alle nostre domande sull’amore? [Un grazie speciale a Robert Cheaib per lo spazio che ci ha dato]

Ho letto su Avvenire che in questi giorni si sta svolgendo vicino a Roma un bellissimo evento organizzato da Azione Cattolica dal titolo “A cuore scalzo” in cui oltre duecento giovani potranno confrontarsi con alcuni esperti chiamati a rispondere alle loro domande in materia di affettività e sessualità.

Conoscendo alcuni dei relatori, possiamo dire con certezza che sarà una preziosa possibilità di dialogo e crescita. Ecco qui alcune delle domande poste dai giovani:

  • Perché noi giovani credenti siamo costretti a scegliere tra l’essere casti o l’essere superficiali?
  • Per avere un rapporto matrimoniale è necessario dover aspettare e perché?
  • Come gestire gli eventuali sensi di colpa legati alle nostre pulsioni?

Si tratta certamente di domande che nascondo una sete di verità e di senso, questioni su cui anche io ricordo di essermi ‘scontrato’ molte volte durante i miei vent’anni. Allora mi sono chiesto: cosa può dire la teologia del corpo a questi giovani cuori assetati? Cosa la teologia del corpo ha detto a me su questi punti?

Leggendo le domande, subito mi è venuto in mente il dialogo di Gesù con i farisei sul divorzio (Mt 19 1-9) in cui i questi ultimi chiedono a Gesù se sia lecito ripudiare la propria moglie, ovvero divorziare per un motivo qualsiasi. Probabilmente vi chiederete cosa c’entra il tema del divorzio con gli interrogativi dei giovani di AC che desiderano amare nella verità. Forse nulla, ma a giudicare dalla risposta che Cristo dà ai farisei, penso che si possa trovare molto più di una connessione. Infatti, benché la domanda dei farisei appaia molto specifica e si collochi su un piano legale, Gesù non risponde rimanendo su un piano normativo (si può fare o non si può fare) ma cambia livello e va alla radice profonda della domanda, sviluppandola in ampiezza e profondità.

Se c’è un divorzio infatti, significa che siamo di fronte ad un amore ferito, ad una relazione che sanguina, per cui benché i farisei chiedano precisamente: «È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?» Gesù comprende che la vera domanda è un’altra: Che cos’è l’amore? Cosa significa amare?

Non è forse questo l’interrogativo fondamentale che possiamo individuare anche alla radice delle domande poste dai giovani di AC?

Non è forse questo l’interrogativo fondamentale che possiamo individuare anche alla radice di tante nostre quotidiane domande sul senso della vita, sull’amore, sul maschile e sul femminile?

Ecco allora che la risposta che Cristo dà ai farisei acquista un peso specifico enorme anche per noi: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi».

È come se Gesù ci stesse dicendo che se vogliamo veramente comprendere il mistero profondo dell’amore, è necessario tornare al Principio, al progetto che Dio aveva quando ha creato l’essere umano come maschio e femmina, e infatti cita entrambi i racconti della creazione di Genesi. L’amore, d’altra parte, è un fenomeno tipicamente umano, pertanto per penetrarne il mistero occorre scoprire chi sono veramente l’uomo e la donna. Il problema allora non è quale regola devo seguire, né quale beneficio ho nel seguirla, il problema vero è “chi sono io?” “Qual è la mia verità?”.

Così San Giovanni Paolo II inizia a delineare la sua teologia del corpo, per condurci a scoprire come il nostro corpo sia chiamato a rivelare e a partecipare della bellezza di Dio, e questo non ‘nonostante’ la sessualità, bensì proprio attraverso di essa. Credo quindi che un primo elemento chiave che la teologia del corpo può offrire a questi cuori assetati sia questo: il come devo vivere deriva dal chi io sono!

Se però si prosegue con la narrazione di Matteo 19 ci si accorge immediatamente di come il messaggio di Cristo noi sia poi così immediato, infatti i farisei gli obiettano: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e mandarla via?»  Allora Gesù va al nocciolo del problema: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così».

Queste parole ci rivelano che il “chi io sono” deve però fare i conti con un cuore che si è come atrofizzato. Cristo si riferisce agli effetti del peccato originale che nella storia ci rendono inclini al male, ci rendono preoccupati per noi stessi, incapaci di fare della nostra vita un dono autentico. Piaccia o non piaccia, c’è qualcosa di rotto in ciascuno di noi, siamo portatori di una ferita. Ma Gesù non parla di questa ferita (durezza di cuore) per demolirci, bensì per fare verità: in principio non fu così, il cuore indurito non è la nostra verità!

Noi oggi diamo ormai per scontato che l’amore possa finire, che si possa provare, che avvengano divisioni, tradimenti, incomprensioni e quant’altro… Noi pensiamo ormai sia lecito sperimentare un po’ tutto in campo affettivo… Ma Gesù richiama la nostra verità: in principio non fu così!

Cristo grida al nostro cuore di non lasciarci condizionare dai nostri fallimenti, dai nostri errori, dai nostri ragionamenti inquinati dal peccato, non sono quelli la nostra verità. Noi siamo molto di più.

Cristo nel suo corpo di uomo, ha preso su di sé tutta l’umana debolezza per unirci a sé e restituirci una vita di libertà, una vita capace di farsi dono. Tutto questo è avvenuto nel nostro battesimo, ma tante volte ne siamo ignari, nessuno ci ha mai dischiuso le porte del mistero di cui siamo divenuti partecipi.

Noi tante volte facciamo corsi, accumuliamo nozioni su come vivere cristianamente la sessualità, ma spesso scordiamo che non basta aver capito cosa è giusto fare per amare nella verità. Per entrare nell’amore occorre aprirsi alla redenzione che Cristo ci ha portato e lasciare che sia lui a guarire il nostro cuore incartato.

Ecco allora un secondo elemento chiave che la teologia del corpo può offrire a questi cuori assetati: il chi io sono lo posso scoprire solo nell’amore di Cristo. Solo Cristo infatti ci conosce veramente, lui ha redento l’uomo intero, corpo e sessualità inclusi. Lui ci ha già redento, ma aprire il nostro cuore alla sua guarigione è un cammino quotidiano, nella concretezza della vita.

Se vuoi approfondire di quale cammino si tratta e se hai voglia di andare un po’ più a fondo nella teologia del corpo ti invitiamo a partecipare al corso QUESTO È IL MIO CORPO a Macerata (MC) dall’ 1 al 5 gennaio 2020.

Sarà un entusiasmante viaggio alla scoperta del vero significato del corpo e della sessualità umana secondo il disegno di Dio, un viaggio aperto a tutti dai 20 anni in su.

Scopri di più su: http://www.misterogrande.org/tob/corso-tob/

10 cose che ho imparato nei primi 10 anni di matrimonio

Il 15 giugno abbiamo fatto una bellissima festa per festeggiare i nostri primi 10 anni di matrimonio e abbiamo cercato di tirare un po’ le somme per ricordarci ciò che è importante per i prossimi 10 anni! Di seguito il mio il punto di vista.

1) Non posso cambiare mio marito, ma lui è cambiato lo stesso!

I primi anni di matrimonio, accanto all’entusiasmo per le cose nuove (che bello! vado a fare una lavatrice con la nostra nuova lavatrice nella nostra nuova casa!) e per la vita quotidiana insieme, ci siamo presto accorti che la diversità di idee, aspettative, modi di fare e di pensare, di agire e di reagire (tutto insomma!) ci portavano a stare molto scomodi insieme, a farci soffrire per apparenti banalità. Ovviamente il problema non era tanto scegliere un tipo di mensola piuttosto che un’altro, quanto invece (questo lo abbiamo capito dopo) non sentirci ascoltati e accolti dall’altro. Quanto avrei voluto, in quei momenti, che Tommy fosse diverso, e lui altrettanto evidentemente!

La cosa è bella è che piano piano piano (vedi punto 9) ci siamo ritrovati cambiati, più capaci di stare in relazione tra noi, più attenti all’altro, più disponibili all’ascolto e al dialogo senza fucile già puntato preventivamente contro l’altro.

Non si tratta di magia, ma di disponibilità a mettersi in discussione, in cammino, e tanto lavoro su di sé, spirituale e umano.

Ah, per non destare fraintendimenti: ciò non significa che siamo diventati uguali! Anzi, sempre più differenti, ma quelle differenze non erano più un problema, anzi una risorsa e una pienezza per la nostra coppia.

2) La sessualità ha bisogno di tempo

Questo è un tema molto ampio, che tratteremo sicuramente in modo più approfondito nei suoi tanti aspetti in altri articoli. Qui basti dire che, visto che la nostra vita sessuale è iniziata con la nostra vita matrimoniale, abbiamo dovuto conoscerci anche sotto questo punto di vista. E come la nostra relazione si è approfondita man mano in questi 10 anni, di pari passo così è stato anche per la nostra intimità fisica. Sembra scontato, ma sappiamo che per tante coppie la sessualità è un problema, e purtroppo se ne parla ancora molto poco. Un piccolo segreto, scontato se volete ma neanche tanto, è questo: l’intimità fisica cresce in funzione dell’intimità della relazione.

3) Dai bisogni inconsapevoli alle scelte consapevoli

Quanto mi ha fatto soffrire vedere che quella che pensavo fosse una scelta d’amore, recava in sé, oltre a questo, tanti miei bisogni (parlo dal mio punto di vista, ma ciò riguarda entrambi in modo  più o meno importante) di cui, a 22 anni, età in cui mi sono sposata, non ero minimamente consapevole. Vedere quello che c’era dietro alla facciata di “coppia modello”, è stato piuttosto doloroso, intuire che amare è una cosa diversa da quello che credevo, altrettanto doloroso.

Credo che alla maggior parte delle coppie possa succedere questo, in modo più o meno traumatico e più o meno “patologico”. Dopo questo “shock” iniziale, è stato fondamentale fare memoria della storia di Dio con noi, come singoli e come coppia. Lui non poteva essersi sbagliato. Così su una nuova fiducia, è stato importante ri-scegliere, questa volta in modo davvero consapevole, il nostro matrimonio, ma soprattutto fidarci di Dio che era in mezzo a noi e ci teneva per mano.

4) La fecondità è aderire al progetto di Dio per la nostra coppia

Fecondità. Parola tanto odiata e tanto amata. Non avendo figli, i primi anni di matrimonio, ma già al corso prematrimoniale, la parola fecondità faceva “rima” con “piano B se le cose non funzionano bene”. Quanto odiavo questo concetto: c’è la fertilità, poi per chi non ha figli c’è la fecondità. Mi faceva proprio arrabbiare. Anche questo è un argomento di vita vissuta molto importante, profondo, ampio, difficile. Troppa roba per condensarla in poche righe. Quello che voglio dire per ora, qui, è questo: ogni coppia è chiamata ad essere feconda, se no, anche se ha 2,3,4,5 figli, rimane in un certo senso “sterile”. La fecondità è aderire al progetto di Dio per la nostra coppia. Fecondità è lasciare lo spazio a Dio di agire, assecondare lo Spirito Santo, essere come le pale eoliche che si lasciano attraversare del vento dello Spirito e producono “energia”, cioè vita, cioè quello che Dio vuole generare con noi (ringrazio mio papà che mi ha regalato questa immagine). Chiara Corbella ed Enrico Petrillo lo testimoniano: quanta vita, quanti figli partoriti alla fede e tanto altro, attraverso la loro storia vissuta con Dio.

5) Ci sono momenti molto difficili in cui butteresti tutto all’aria.. non farlo perché, semplicemente, ne seguiranno di molto belli, anche se ti sembra impossibile

Questo è più un mantra di speranza da ricordarsi, portare al cuore e alla mente, per i momenti più difficili. Il Signore fa nuove tutte le cose, chiedi a Lui, arrabbiati, disperati, supplicaLo: non vede l’ora di poterti liberare dalle tue prigioni e dai tuoi sepolcri.

6) Alcune cose è meglio non farle insieme, altre, o insieme o niente.

Su questo punto ci si intende presto con degli esempi. Cucinare ad esempio, è un ambito nel quale io e mio marito agiamo in modo molto diverso per cui insieme è un po’ difficile. Per cui o cucino io e lui non si intromette, o viceversa. Ma questo significa anche che è bene conservare un proprio spazio, fare delle esperienze anche da soli, coltivare la propria differenza per arricchirsi e arricchire l’altro.

Ci sono altre cose poi, che abbiamo imparato che è meglio fare insieme, per il bene della coppia ma anche degli altri. Ad esempio: vi chiedono un servizio in parrocchia? Farlo come singolo o farlo come coppia è tutta un’altra cosa. Se lo fate come coppia, mettete in gioco anche la vostra relazione, il vostro sacramento, e ciò arricchisce enormemente di più il vostro contributo e la vostra “missione”.  Ed è pure una cura preventiva da protagonismi personali, dall’impegno più fuori casa che dentro casa, dall’essere coinvolti in dinamiche sterili e non equilibrate anche rispetto alla propria coppia e famiglia.

7) Meglio non fare troppi progetti ma godere di ciò che la vita ci offre

Anche questo è un mantra da ricordare. La vita che ti viene data da vivere è ora. Troppo tardi quando sarai in pensione, troppo tardi forse anche l’anno prossimo. Ci sono delle possibilità, opportunità, che la vita ti offre ora. Coglierle al volo e goderne è accogliere i doni che Dio vuole farci oggi. Per questo non bisogna programmare troppo: se si è troppo impegnati nel seguire il proprio programma si rischia di non cogliere ciò che di bello e alternativo ci viene messo davanti.

8) Le relazioni, alcune in particolare, sono il bene più prezioso

Non sono quella che socializza facilmente. Mio marito va molto meglio sotto questo punto di vista. Una delle cose più importanti che abbiamo capito in questi 10 anni è che Dio si è manifestato tante volte attraverso le persone che ci ha messo a fianco. Le relazioni in cui si può parlare di sé, delle proprie fatiche e ferite, in cui ci si sostiene a vicenda, si condivide e si cresce nella comunione sono un grande dono di Dio, più prezioso dell’oro, perché non si possono comprare ma sono solo un dono.

9) Non bisogna avere fretta, lo Spirito è maestro delle lente maturazioni

Tante volte ci siamo chiesti cosa Dio desideri da noi e cosa noi con Lui. La risposta non l’abbiamo ancora, però non possiamo non vedere quanto la nostra vita sia cambiata in questi 10 anni. Per chi non ci conosce bene, tutto sembra rimasto uguale: stesso paese, stessa casa, stesso lavoro (almeno uno dei due), nessun figlio ecc… quante cose invece noi e chi ci conosce bene sa che sono cambiate! Dentro di noi, nella nostra relazione, nel nostro rapporto con Dio, nelle nostre amicizie, in quello che facciamo, anche se non sbandierato da nessuna parte. Nella fede non ci sono soluzioni e risposte pronte, bisogna solo mettersi in cammino, in ascolto, e in gioco, e piano piano, piano piano, piano piano, lo Spirito crea e ti fa maturare, e il seme germoglia.

10) Più ti muovi, più ti arricchisci

In questi 10 anni le nostre automobili hanno percorso tantissimi km. Incontri, esperienze, amici da vedere, testimonianze da fare, relazioni, colloqui, esercizi spirituali, seminari, cene. I nostri familiari sanno bene che siamo sempre in giro e si sono rassegnati sia a badare alla nostra gatta mentre siamo via, sia al fatto che spesso manchiamo ai tradizionali pranzi della domenica e affini. È vero, spesso anche io mi sono lamentata di questo essere spesso in macchina, o in treno o anche aereo, ma la verità è che ogni tragitto è stato sempre ricompensato. Quanto ringrazio il Signore di non avermi lasciato nelle mie comodità e nei miei cliché, del sabato a fare la spesa e della domenica a pranzo o dai miei o dai suoceri, con un’alternanza rigorosa.

Lo ringrazio perché ha allargato i nostri orizzonti, ci ha regalato amicizie bellissime, ci ha fatto sentire la sua presenza in mille modi, ci sta guarendo e salvando piano piano.

Questo non significa che debba essere così per tutti, però è vero che più allarghi i tuoi orizzonti, più il tuo mondo diventa ricco.

Ora siamo curiosi di scoprire e vivere ciò che ci riserveranno i prossimi 10 anni.