Vedi cara

Quest’estate la nostra amica Valeria ci ha chiesto di ascoltare attentamente questa canzone di Francesco Guccini e sapevamo che non era una richiesta casuale!

Non nascondiamo la nostra ignoranza musicale: è davvero una canzone bellissima che non conoscevamo.

Guccini è un apprezzato cantautore, emiliano come noi, ma per noi che siamo cresciuti con Mtv, non era altro che uno di quelli della “vecchia guardia” con la “R” moscia, di cui non valeva più di tanto la pena interessarsi (sì, siamo proprio ignoranti musicalmente parlando!).

Pare che Guccini abbia scritto questa canzone per la sua prima moglie quando erano ancora fidanzati, con l’intento di rassicurarla in seguito ad un’infatuazione avuta per un’altra ragazza e per aiutarla a comprendere un po’ meglio il suo mondo interiore.

Questo a grandi linee ciò che lo ha spinto a comporre questa canzone. Ma come spesso accade, da vero artista, da anima inquieta che si interroga autenticamente sul senso delle cose, anche lui finisce per scrivere qualcosa capace di andare molto oltre ciò che vorrebbe dire. A ben vedere infatti, ogni testo poetico ed introspettivo che è bagnato dalla vita porta in sé una grande ricchezza di significati. E come tutto ciò che è profondamente umano, anche qui possiamo riconoscere alcuni frammenti di teologia del corpo.

Se condividete con noi l’ignoranza musicale, ascoltatela, se già la conoscete, godetevela ancora una volta perché davvero questo testo ci regala riflessioni molto profonde. (vedi cara)

Ascoltandola a noi si sono accese varie luci e vogliamo condividervi alcune suggestioni.

Guccini si rivolge alla sua ragazza ed inizia riconoscendo che avverte in sé stesso un’evoluzione, che cambia un po’ ogni giorno, che è differente. Riconosce di essere una persona in cammino, una persona che cambia attraverso le esperienze che la vita ogni giorno pone sulla sua strada.

Tutto questo spesso fa paura, specie agli innamorati, perché sperimentando una passione molto forte, vedono la persona amata così bella e desiderabile che sperano resti sempre così, che non arrivi mai il momento del cambiamento e della disillusione.

È la tentazione di pensare di poter com-prendere l’altro, di aver capito tutto di lui, di rinchiuderlo nei nostri schemi, nelle nostre categorie per rassicurarci e averlo sotto il nostro controllo.

Guccini ci ricorda invece che una persona non è mai qualcosa di catalogabile, di dato una volta per tutte. Resta una distanza: non potremo mai essere completamente trasparenti l’uno all’altra, ciò che viviamo dentro di noi resta in parte incomprensibile all’altro, perché le parole non bastano ad esprimere il nostro sentire, che è molto più ricco e complesso di ciò che il nostro linguaggio verbale è in grado di spiegare.

Ogni persona infatti, è un mondo interiore unico in cui coesistono aspetti contraddittori: paure e speranze, zone di luce e zone d’ombra, margini di crescita e rischi di regressione. La vita umana, per fortuna, non è un copione già scritto, ogni giorno ci è data l’occasione di scoprire meglio noi stessi e chi ci sta accanto.

Per questo non si può guardare ad una relazione d’amore come un capolavoro immutabile da conservare e proteggere, l’amore uomo-donna non è roba da museo dove tutto è fermo ed immobile, l’amore vero è un giardino nel quale la vita cresce, germoglia, appassisce e rifiorisce per portar frutto.

C’è poi un altro aspetto che, secondo noi, Guccini riesce a far emergere in modo magistrale: l’amore umano porta in sé una certa insaziabilità.

Le parole che dice alla sua futura sposa: «Tu sei molto, anche se non sei abbastanza […] Tu sei tutto, ma quel tutto è ancora poco» se da un lato lasciano trasparire in modo straordinario la bellezza dell’amore tra uomo e donna, dall’altro sottolineano la sete e l’attesa di un amore più grande.

Si smaschera così quell’illusione che avevamo in testa anche noi quando ci siamo fidanzati e che abbiamo ritrovato in tanti amici single, ovvero l’idea che quando avrò il ragazzo o la ragazza sarò finalmente felice. Ma come può un’altra persona limitata e fragile come noi essere in grado di saziare le attese del nostro cuore?

Nel cuore dell’uomo è inscritto il desiderio di Dio perché siamo stati creati da Dio e per Dio ed egli non cessa di attirarci a sé. L’amore umano allora, come suggeriva Giovanni Paolo II, è una via privilegiata per aprirsi al mistero dell’amore infinito di Dio.

Probabilmente questo Guccini non lo pensava, ma di certo lo intuisce nel suo cuore, infatti, benché innamorato, non teme di dire: «io cerco ancora»

Infine, una parola la spendiamo sul motivo ricorrente della canzone: «Vedi cara è difficile spiegare. È difficile capire se non hai capito già». Queste parole che sembrano voler insistere sull’incomunicabilità esistente tra loro, in realtà ci aprono orizzonti straordinari.

Certo, come dicevamo, tra due persone esiste un’incomunicabilità che non è mai risolvibile una volta per tutte, ma questo è anzitutto un mistero che ciascuno deve scoprire in sé stesso.

Un po’ come Blaise Pascal, Guccini sembra volerci dire che «il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce» e per questo pare invitare la sua fidanzata a cercare e scoprire in sé stessa queste ragioni. Infatti, solo se affronterà il suo personale viaggio interiore, prendendo coscienza che anche lei è persona in cammino portatrice di un anelito di infinito che nessun’altra creatura può saziare, le sarà possibile capire ciò che lui in questi versi, sta cercando di spiegare.

È proprio così, ci sono cose che è difficile spiegare ed è difficile capire se non passano per l’esperienza diretta della vita, e non a caso sono proprio le cose più importanti: l’amore, il dolore, il perdono, la fiducia, la speranza. Quando  facciamo esperienza di queste cose non importa quasi più che qualcuno ce le spieghi, perché in fondo abbiamo capito già.

L’amore è davvero l’inizio di una nuova era (ft. Jovanotti)

Dopo aver commentato Chiaro di luna (qui) e Fango (qui) non resistiamo a fare qualche riflessione a partire anche da Nuova era, brano che ci piace un sacco, non solo per il valore della canzone, energica e romantica allo stesso tempo, ma soprattutto perché, come spesso capita, Jovanotti riesce ad evidenziare alcuni tratti dell’amore capaci di risuonare profondamente nella nostra vita.

Se hai fatto l’esperienza di innamorarti e di essere ricambiato lo sai bene: l’amore è veramente «l’inizio di una nuova era», niente appare più come prima, è come una nuova creazione.

Non stiamo parlando del “colpo di fulmine”, ma del momento in cui una persona con tutto il suo essere, ovvero i suoi pensieri, il suo modo di fare, il suo corpo, la sua sensibilità… inaspettatamente ci appare sotto una luce nuova e non esce più dal cerchio delle nostre attenzioni. È il momento in cui ci sembra possibile e tanto desiderabile “gettare un ponte” verso il mondo dell’altro, un mondo distante e misterioso come lo è ogni uomo da ogni donna, ma allo stesso tempo estremamente attraente. È il momento in cui scopriamo che anche l’altra persona desidera tutto questo e il ponte gettato da entrambi diventa incontro dei cuori.

È qualcosa che ci trascende: un’altra persona prende dimora nel nostro cuore senza che possiamo farci nulla. A te magari piacevano le ragazze bionde, ma questa ragazza dai capelli mori, inspiegabilmente, è entrata nel tuo cuore. È come un «fermo immagine del mondo», perché tutto ciò che prima contava, d’improvviso appare sfuocato rispetto a lei. Tu vorresti pensare ad altro, vorresti provare a studiare, a fare sport… ma il pensiero di lei ti accompagna costantemente, la cerchi, le scrivi, e saresti pronto a «grandi imprese» pur di godere della sua presenza.

È una straordinaria e fondamentale esperienza di decentramento: tu, che prima ti sentivi al centro del mondo, che organizzavi tutto in funzione dei tuoi bisogni e delle tue voglie, improvvisamente ti trovi a mettere davanti un’altra persona. Non un corpo da usare o su cui fantasticare, ma una persona tutta intera nella sua verità, con il suo «cuore che batte» e che fa battere anche il tuo.

È il mistero dell’amore che risuona «come un tamburo che annuncia la vittoria», la vittoria sull’egoismo e sul possesso, e ci apre a fare della nostra vita un dono a qualcuno diverso da noi.

Ma al medesimo tempo questa esperienza ci rivela a noi stessi, svela la nostra preziosità. Fino al giorno prima, in noi c’era sempre qualcosa che non andava, non ci sentivamo mai pienamente all’altezza degli altri e delle cose, ma ora che scopriamo di essere entrati nel cuore di un’altra persona, di essere per lei desiderabili e unici al mondo, intuiamo anche il nostro inestimabile valore.

È un mistero di meraviglia: quell’attesa del cuore che prima non sapevamo spiegare, e tentavamo in molti modi di saziare, improvvisamente si compie in un’estasi che non si riesce a comunicare. Ci scopriamo unici e insostituibili proprio per quella stessa persona che portiamo nel cuore.

Ed il cuore esulta in una gioia mista a timore: «Stiamo pensando alla stessa cosa io e te, nello stesso momento. Lo senti, lo sento…».

Qualcuno dice che «è una reazione chimica», i filosofi parlano di un «eterno movimento», in fondo non c’è una spiegazione logica, eppure siamo io e te trasfigurati nell’amore, avvolti da qualcosa che ci supera e che non si riesce mai pienamente a comunicare, lo sento io e lo senti tu.  

Ed è incredibile, perché la vita, improvvisamente, prende un senso e un sapore nuovo che prima non aveva, e questo incontro dei cuori dischiude ai nostri occhi un orizzonte di bellezza.

È esperienza di infinito, è assaggio di eternità, perché entrambi sogniamo che il nostro amore sia per sempre, che non abbia mai fine.

È un’esperienza rivoluzionaria perché svela anche in nostro destino: vivere l’uno per l’altro. Ad entrambi infatti appare straordinariamente bello e desiderabile stare insieme, condividere tutto, condividere la vita.

L’Amore crea, l’amore attrae, l’amore chiama. Sentiamo allora la chiamata ad essere «una cosa sola» ad essere «Due sillabe della stessa parola»: a dire insieme una parola di vita al mondo, senza appiattirci, senza fonderci, ma ognuno col suo dono proprio insieme all’altro.

È insomma esperienza di Dio. Dio che è Amore e che ci apre a partecipare all’amore, Dio che supera i nostri rigidi schemi e scompagina le nostre piccole convinzioni per rivelarci il senso di una vita piena vissuta nel dono reciproco.

È per questo che sperimentarlo, ci fa sentire «un poeta, anzi di più un profeta» perché amandoci possiamo annunciare la bellezza di Dio che è amore e che dona sé stesso perché possiamo avere vita.

Facilmente, di fronte a questa lettura, qualcuno scrollerà le spalle pensando alla fase dell’innamoramento giovanile, apice della passione e ormai sbiadito ricordo, distante anni luce dall’ordinario ménage famigliare… E se invece di essere il vertice dell’amore, l’esperienza dell’innamoramento fosse un preludio, un’anticipazione della gioia che attende gli amanti nella loro vita?

Non sappiamo se Jovanotti ha mai letto Solov’ëv, ma questo straordinario autore russo ci offre un’affascinate chiave per superare questo “luogo comune”.

Egli sostiene infatti, che la visione ideale che gli amanti hanno l’uno dell’altro durante l’innamoramento non è un’illusione, bensì una rivelazione della bellezza definitiva per cui Dio li ha creati. Egli vede quindi nell’innamoramento un appello reciproco che gli amanti si rivolgono: «amami perché io diventi così come tu mi stai vedendo!». Innamorarsi sarebbe quindi una promessa della bellezza che attende gli amanti se accettano la scommessa di vivere l’uno per l’altro uniti nell’amore.

Siamo convinti che ascoltare Jovanotti cantare questo appassionato inno all’amore per sua moglie, a cinquantanni suonati, sia la conferma più bella che non si tratta solo di illusioni giovanili, ma che l’amore, se ci crediamo fino in fondo, mantiene le sue promesse: si dilata, cresce, matura e non può finire perché la sua sorgente è in Dio.

Sì, l’amore è davvero l’inizio di una nuova era. Grazie Lorenzo.

Una valigia per due

Alcune settimane fa, nel preparare un incontro in streaming con un gruppo famiglie della nostra diocesi, abbiamo avuto occasione di riprendere in mano Amoris Laetitia.

Rileggendo alcuni passaggi, c’è stata una frase che questa volta ci è risuonata in modo particolare, facendoci ripensare alla nostra esperienza pre e post matrimoniale. Per maggiore chiarezza evito sintesi e riporto interamente il passaggio di papa Francesco:

«Il matrimonio è una vocazione, in quanto è una risposta alla specifica chiamata a vivere l’amore coniugale come segno imperfetto dell’amore tra Cristo e la Chiesa. Pertanto, la decisione di sposarsi e di formare una famiglia dev’essere frutto di un discernimento vocazionale.» (AL, 72)

Di fronte a questo testo, anche per il fatto che si stava avvicinando il nostro anniversario, è sorta in noi questa domanda: ma noi, da fidanzati, quanto ne eravamo consapevoli?

Purtroppo la risposta è: molto molto poco!

A dire il vero, che il sacramento del matrimonio fosse una vocazione, lo avevamo sentito dire spesso, sia nella nostra formazione giovanile sia nel nostro fidanzamento.

Ma di fatto l’idea che ci avevano trasmesso era quella che la vocazione fosse, in fondo, l’alternativa tra due strade. Ovvero si trattasse di un orientamento personale o verso il matrimonio o verso la vita consacrata… Detta un po’ brutalmente, l’idea era: hai una ragazza, le vuoi bene e non hai mai sentito attrazione per la vita consacrata? Ok, allora la tua vocazione è il matrimonio.

Per cui, capita la direzione da prendere, subentravano tutti i percorsi per vivere bene il fidanzamento e prepararsi al matrimonio, percorsi che però, almeno nella nostra esperienza, hanno sempre avuto un’impronta di tipo morale-psicologico. I temi che andavano per la maggiore erano gli strumenti per crescere nella relazione: come impostare bene il dialogo di coppia, come fare posto a Dio con la preghiera, come vincere i nuclei di morte che possono insinuarsi nella coppia, come affrontare l’arrivo dei figli, come inserirsi nel proprio ambiente parrocchiale e famigliare, ecc…

Per carità, cose importanti, nessuno però ci aveva mai detto che la vocazione al Sacramento del Matrimonio è la risposta ad una chiamata di Cristo a vivere il nostro amore di coppia come segno imperfetto del suo amore per l’umanità.

L’amore, si sa, è un tema sempre controverso, alcuni amici non a caso lo definiscono “ingannevole”. Per quanto riguarda il Sacramento del matrimonio però, come attesta il passaggio di Amoris Laetitia da cui siamo partiti, non si parla genericamente di “volersi bene”, ma di un amore con un’impronta precisa: l’amore di Cristo per la Chiesa.

Come Cristo ha amato la Chiesa? Dando la sua vita per lei! È stato disposto a morire perché lei potesse vivere una vita nuova e più piena.

È quindi un amore capace di dire all’altro: «ho scelto te, al posto di me».

Probabilmente da fidanzato prossimo alle nozze o da novello sposo, se qualcuno mi avesse chiesto “Sei disposto a dare la tua vita per Giulia?”, immaginando appassionate gesta eroiche, avrei risposto senza pensarci due volte: «Certo! La amo, se dovesse capitare un pericolo, sarei disposto a morire per salvarla!»

Ma restava comunque un’ipotesi estremamente remota e, in fondo, il mio immaginario della vita matrimoniale era allora quello di un viaggio romantico ed appassionante, in cui tutto sarebbe stato bello ed entusiasmante. 

Ben presto però mi sono accorto di come la realtà smaschera le aspettative: ad un certo punto, l’impressione era quella di risvegliarmi accanto ad una specie di estranea, diversa dalla fidanzata tenera e amabile a cui il giorno delle nozze avevo detto «Io accolgo te …». Certo, era sempre lei, ma accanto alle cose belle, emergevano anche aspetti sconosciuti, fragilità e limiti tutt’altro che semplici da accogliere. E lo stesso chiaramente era vissuto da lei nei miei riguardi.

All’altare le avevo detto «Io accolgo te…» , ma in fondo, dentro di me, l’idea era: «Io accolgo te purché tu sia sempre carina, amorevole, dolce e comprensiva…»

Lentamente, ho compreso che questo “dare la vita” non passava attraverso eclatanti gesta eroiche, ma attraverso un accettare di morire quotidianamente. Cosa facile a dirsi, ma profondamente lacerante quando sei attaccato alle tue ragioni e ai tuoi modi di vedere le cose e l’altro esce deliberatamente dai tuoi schemi e non li accetta semplicemente perché è diverso da te.

Ricordo che durante un corso per fidanzati ci avevano detto che la relazione matrimoniale è paragonabile ad un viaggio nel quale di due valigie (quelle di ciascuno) occorre farne una sola insieme.

È evidente che in una valigia sola non può entrarci tutto e occorre fare delle rinunce. In me la cosa era abbastanza chiara: c’erano delle rinunce da fare, bisognava trovare un buon accordo, ma il viaggio valeva la pena.

Ciò che non immaginavo era che lungo il cammino, a volte, il bagaglio pesa, e per proseguire occorre lasciare indietro qualcosa… non immaginavo nemmeno che, a mano a mano che si fanno nuove esperienze insieme, occorre fare nuovo spazio ed imparare a fare a meno di qualcos’altro per non perdersi le cose belle. E soprattutto, mai avrei immaginato che anche certe cose spiacevoli che ti ritrovi senza volerlo nella valigia possono rivelarsi occasioni di vita.

Quando ci siamo sposati, proprio non lo immaginavo, ma davvero la chiamata alla vita matrimoniale è una chiamata ad un amore pasquale in cui uomo e donna sono disposti a donarsi reciprocamente la vita. 

Dopo undici anni di matrimonio posso dire che ne vale la pena, perché ad ogni morte per amore è seguita sempre una risurrezione, ad ogni rinuncia è seguito sempre un dono più grande, ad ogni spossessamento, una maggiore libertà, ed oggi quando ci guardiamo negli occhi la gioia è più grande di undici anni fa.

Tornando alla vocazione al matrimonio, siamo sempre più convinti che il Signore, se chiama a vivere un amore come il suo, non lo fa per masochismo, ma perché vuole dilatare il nostro piccolo amore e renderlo capace di cose sempre più grandi. Non a caso nel Sacramento del matrimonio viene effuso sugli sposi lo Spirito Santo che, se accolto, dona la grazia di amare come Cristo ha amato, nel dono sincero di sé.

Crediamo e speriamo che ci sia ancora tanto da camminare e da trafficare con quella benedetta valigia, ma abbiamo toccato con mano che non siamo soli. Lo Sposo è qui e la porta con noi.