La grande avventura dell’essere padre in CAPTAIN FANTASTIC

Conosci Captain Fantastic? No, non è l’ennesimo supereroe, ma il titolo di un film del 2016 con Viggo Mortensen come protagonista, dove l’attore interpreta il ruolo di Ben, un padre di sei figli.

In questo nostro tempo, che qualcuno ha definito caratterizzato proprio dall’assenza della paternità, con tutto ciò che questo termine significa nella realtà e simbolicamente, questa storia punta tutto invece su un padre.

In estrema sintesi il film racconta di una famiglia molto sui generis che decide di crescere i figli in una foresta del Nord America, lontano dalla cultura dominante, e proponendo un proprio modello educativo alquanto originale e decisamente radicale, dove non sono previsti l’elettricità (tanto meno device elettronici) e festività tradizionali come il Natale, ma lo sono ad esempio la caccia a mani nude e la venerazione dell’intellettuale Noam Chomsky.

Se all’inizio sembra funzionare tutto in maniera quasi idilliaca, ben presto succede qualcosa (tranquilli, non spoileriamo) che inizia a incrinare questo modello educativo, anche se nello scorrere del film continuano ad esserne evidenti pregi da un lato e difetti dall’altro. Proseguendo nella storia poi, si arriva ad una crisi definitiva quando gli insegnamenti paterni fanno incorrere in un grave pericolo un membro della famiglia. A questo punto il limite di questo modello educativo diventa evidente, ma quando tutto sembra solo un grande fallimento, è proprio la capacità del padre di ammetterlo, che permette di ricominciare in un altro modo e mantenere unita la famiglia.

Il film ovviamente è molto più ricco di così, ma per gustarne tutte le emozioni e le scene irriverenti che contiene, vi invitiamo a guardarlo (se non lo avete già fatto).

Ora quello che vogliamo sottolineare sono proprio i tratti paterni che emergono, al netto delle “particolarità”.

Innanzitutto Ben è un padre di sei figli: basta questo per dire che non si limita al minimo indispensabile per diventare padre, ma è generoso, non ha paura di dare la vita, non ha paura di perderci (i propri spazi, il proprio tempo, i propri soldi, ecc..) perché sa che nel donare la vita non la si perde ma la si guadagna.

In questo “guadagno” c’è sicuramente anche il fatto che ogni figlio porta una sua bellezza e una sua ricchezza specifica alla famiglia. Nel film ciò è rappresentato dal fatto che ogni figlio suona uno strumento musicale diverso, come a dire che ognuno ha una personalità diversa che “suona” in maniera differente, e può offrire il suo personale contributo alla “melodia” famigliare.

Inoltre, è interessante notare che, nonostante la madre non sia presente fisicamente (vedendo il film capirete perché), la sua presenza si percepisce in tutto il film, proprio perché Ben non è un padre single: anche se solo, è un uomo che è divenuto padre attraverso una donna, sua moglie. È la coppia che ha generato, è la sua donna che lo ha reso padre ancora prima dei suoi figli. Anche questo è un tratto che spesso si dimentica: la paternità è un dono che arriva sempre dall’unione con una donna, è frutto di un dono reciproco, e questo la rende più libera perché la rende appunto “frutto” e non risultato o traguardo di un proprio progetto personale.

E come fa il padre, Ben?

Innanzitutto educa personalmente i suoi figli e si gioca in prima persona, anche sugli argomenti più scomodi come la morte o il sesso. Insomma, non delega a nessuno questa sua responsabilità paterna, ma se ne assume tutto il carico, facendo anche degli errori certo, ma mettendocela tutta.

In questo suo impegno educativo mostra vari tratti di una paternità vissuta autenticamente e pienamente e che potremmo riassumere in questi punti:

  • Non ha paura di parlare con i figli, di presentargli la realtà così com’è, e non si sottrae alle loro domande, ma si fa trovare, così come egli non manca di fare domande a loro. Con metodo maieutico infatti, li ascolta e chiede loro lo sforzo di esprimere il proprio pensiero e di sostenerlo, non si accontenta di risposte superficiali o da slogan.
  • Non teme di mettere i figli davanti alla realtà della morte come parte integrante della vita.
  • Non ha paura di esercitare la sua autorità (dal latino auctor cioè “colui che fa crescere”), non ha timore di prendere una posizione netta: nell’educare trasmette i suoi valori, un po’ strampalati in questo caso, ma che hanno il pregio di essere consistenti, trasmettendo ai figli un’etica solida e coerente, che loro potranno in futuro accogliere o contestare.
  • È capace di sintonizzarsi sulle emozioni dei propri figli, cioè di percepirle, riconoscerle e validarle. Li “vede” anche da questo punto di vista, non vede solo le sue aspettative su di loro. Magistrale in questo senso è la scena di sintonizzazione emotiva attorno al fuoco all’inizio del film: Ben iniziare a suonare la chitarra proponendo un ritmo, ma si dimostra pronto a cambiarlo nel momento in cui uno dei sei figli ne esprime uno diverso, suonando le percussioni ed esprimendo la propria rabbia. Tutta la famiglia a quel punto si sintonizza su quel ritmo e su quell’emozione, facendo sentire accolto e validato lo stato emotivo di Rellian.
  • Ben è anche un padre che a suo modo trasmette il maschile ai propri figli maschi: con la lotta e la caccia passa loro la gestione dell’aggressività, e quando il figlio maggiore parte per farsi la sua vita, gli fa un conciso e diretto “discorso” da uomo a uomo su come trattare (con rispetto) le donne.
  • Inoltre è un padre che non ha paura di andare controcorrente rispetto alla cultura che abita. Nel film questo è certamente un’iperbole, ma ci offre un insegnamento prezioso perché, se è vero che tutti, in quanto figli, ereditiamo una cultura, è altrettanto vero che una volta adulti, siamo legittimati a diventarne padri, ovvero ad elaborane una nostra visione e ad offrire un nostro personale contributo. Anche questo ci sembra un importante compito a cui essere iniziati proprio in famiglia.
  • Infine, è un padre che sa riconoscere i propri limiti e da questi si fa mettere in discussione. Questo è uno degli insegnamenti più forti del film: Ben è un padre che sa ammettere i suoi errori e sa chiedere scusa e questo, anziché fargli perdere autorevolezza davanti ai propri figli, al contrario gliene fa di nuovo guadagnare la stima. Infatti, come si vede nello snodarsi del film, non è il fallimento che crea una rottura con i figli, ma la sua negazione. Ed è riconoscerlo e ammetterlo che fa recuperare la stima e la relazione con i figli.

Captain Fantastic insomma ci è piaciuto perché racconta una paternità autentica, non perfetta, ma vissuta in pienezza, con audacia e forza, e capace di compiere il passaggio più grande (e più difficile): passare da una paternità autocentrata che vede i figli in funzione del proprio progetto, ad una paternità decentrata che rinuncia al proprio progetto per mettersi al servizio di quello che ogni figlio vorrà liberamente intraprendere. 

È quindi un film che incoraggia ogni uomo a diventare padre nel senso più pieno del termine: non è generare un figlio (o sei figli) che rende padri, è assumersene tutta la responsabilità, con i propri limiti ed errori, certo, ma non sono questi che compromettono la paternità, nel momento in cui ci prende la responsabilità anche di quelli.

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Cinema & teologia del corpo: Diamanti

Riprendiamo una rubrica che avevamo iniziato molto tempo fa e che ha lo scopo di rileggere alcuni “prodotti” culturali attuali attraverso le lenti della teologia del corpo. (qui trovate la rubrica dedicata)

Il film Diamanti di Ozpetek, a quanto pare, è stato il film italiano più visto del 2024 e questo ci sembra un buon motivo per spendere due parole non tanto da critici d’arte cinematografica (ovviamente non lo siamo) ma appunto per fare qualche riflessione alla luce della teologia del corpo a proposito del tema che emerge dal film.

Una delle caratteristiche peculiari della pellicola è il fatto che il regista abbia diretto un cast di 18 attrici e che le figure maschili presenti abbiano ruoli per lo più marginali o negativi, proponendosi così come un film che ha come protagonista il femminile.

La trama, infatti, si snoda nella Roma degli anni ’70, all’interno di una sartoria di alto livello che confeziona abiti di scena per il cinema e per il teatro, e che ha il vanto di lavorare con premi Oscar e famose personalità dello spettacolo. La sartoria Canova, così si chiama, è gestita da due sorelle, Alberta e Gabriella, che hanno alle loro dipendenze un nutrito gruppo di donne delle quali il film ci offre alcuni scorci della loro vita privata.

Ciò che emerge nel complesso è per molti aspetti un ribaltamento del mondo a cui siamo abituati: il sesso forte infatti è il femminile e non il maschile e ciò si riflette in tutta una serie di situazioni che vediamo “capovolte” rispetto a ciò che è stato (e per certi versi è ancora) il rapporto tra i sessi nel nostro contesto socio-culturale.

Ad esempio, in questa azienda di famiglia sono tutte donne tranne il segretario, che viene “comandato” a bacchetta da Alberta; il segretario è anche amante di una dipendente molto più anziana di lui; la “poligamia” è al femminile, vissuta da un’altra dipendente che ha una relazione con due uomini contemporaneamente; i maschi giovani e aitanti che compaiono nell’ambiente di lavoro come facchini o poco più, sono oggetto di battute a doppio senso e anche di un certo scherno che li riduce a oggetti sessuali; e infine viene commesso un “maschicidio”.

Questo ribaltamento ottiene il suo effetto perché fa riflettere, ma rischia di sembrare solo una rivendicazione da parte femminile, di un ruolo dominante che, alla fine, ricade negli stessi errori commessi dal patriarcato e dal maschio-centrismo della nostra società: prevaricazioni e ingiustizie, questa volta prevalentemente dal femminile al maschile.

Può esserci invece un altro modo?

Giovanni Paolo II afferma che nel Disegno di Dio l’essere umano è creato come maschio e femmina per vivere in comunione, ma dopo il peccato la differenza sessuale è divenuta un problema e l’essere umano si concepisce soltanto come maschio o femmina.

In questa differenza di lettera – la “e” sostituita dalla “o” – c’è un cambiamento radicale: significa che, se prima della ferita del peccato, uomo e donna erano consapevoli del dono che erano uno per l’altra, della loro pari dignità e del fatto che la loro differenza fosse per la comunione, dopo il peccato tutto ciò cambia profondamente. Appare infatti il dominio reciproco: la relazione uomo-donna cioè appare perturbata dal sospetto, dalla minaccia di appropriazione, e la differenza è vissuta come competizione e come ostacolo all’alleanza.

Giovanni Paolo II ci dice, cioè, che il patriarcato e il maschilismo (così come anche il femminismo e le sue derive) non sono solo un problema socio-culturale, ma sono innanzitutto effetti della ferita che porta il cuore umano che, se lasciato a se stesso, non è in grado di amare né di recuperare e vivere in pienezza la relazione uomo-donna, a qualsiasi livello, sia di coppia che nella società.

Ecco allora che abbiamo tutti bisogno di redenzione, cioè di lasciar trasformare il nostro cuore da Cristo perché accada in maniera autentica e profonda ciò che succede alla fine del film, ovvero che tutti i conflitti trovano una riconciliazione: le sorelle Canova riescono a condividere i propri dolori e questo permette loro di ritrovarsi e fare di nuovo squadra, la rivalità tra due attrici si risolve in una ammirazione e stima reciproca, il rapporto tra le titolari della sartoria e le dipendenti diventa sorellanza e collaborazione tanto da creare in poco tempo un abito meraviglioso per un film che sarà girato il giorno successivo.

Infine, anche il rapporto uomo – donna, che cogliamo nei personaggi della costumista e del regista, che nel corso del film hanno una furiosa litigata proprio sull’abito sopracitato, trova pace nel momento in cui Stefano Accorsi, che interpreta il regista, si rivolge a Bianca Vega, la costumista premio Oscar, senza arroganza, prepotenza o competizione, ma chiedendole con garbo e sincero interesse, la sua preziosa collaborazione.

Ecco come dovrebbe essere il rapporto uomo-donna: un rapporto di stima reciproca dove la differenza dell’altro è vissuta come arricchimento e non come occasione di prevaricazione o di competizione. Solo accogliendo il dono costituito dal contributo insostituibile dell’altro sesso, quel “film” che è la nostra vita e che è la nostra società, potrà trasformarsi in un autentico capolavoro.

Cinema & teologia del corpo: Her

Her è un film del 2013, ma abbiamo avuto occasione di guardarlo solo qualche giorno fa.

È un film originale, stimolante e davvero bello, non a caso ha vinto una statuetta agli Oscar come miglior sceneggiatura, insomma, consigliatissimo per una serata di cinema impegnato.

Come abbiamo già fatto per Jojo Rabbit (qui), anche per questo film vorremmo proporre una lettura attraverso le lenti della teologia del corpo, ovvero cercando in esso i “semi del Verbo”, quelle piccole tracce di verità che si possono cogliere anche al di là di quello che è l’intento consapevole del regista e dello sceneggiatore.

E bisogna proprio ammettere che, da questo punto di vista, Her è una miniera di spunti sul senso del nostro essere umani e sulla sete di amore scritta nelle profondità del nostro cuore.

Ma veniamo per attimo alla trama del film, ambientato in un futuro, in realtà, non così distante da noi.

Protagonista è Theodore, un uomo che si è separato da meno di un anno dalla moglie e che di mestiere scrive lettere d’amore su commissione. La sua vita è piuttosto malinconica e solitaria, tra lavoro, videogames e una coppia di amici, Amy e Charles, che nel corso del film arriverà anch’essa a separarsi. Ad un certo punto, Theodore decide di acquistare un nuovo sistema operativo, basato su un’intelligenza artificiale in grado di evolvere e di adattarsi sempre più profondamente alle esigenze dell’utente. Questo sistema operativo si esprime attraverso una voce femminile (una specie di Alexa super-evoluta, che però si chiama Samantha) e attraverso i suoi algoritmi, riesce ad entrare in una crescente empatia con Theodore, costruendo una relazione dialogica sempre più raffinata e intensa fino al punto in cui il protagonista sentendosi così intimamente conosciuto e capito finisce per innamorarsene ed essere addirittura ricambiato.

Samantha però, come ogni sistema operativo che si rispetti, non ha un corpo umano, e questo è il primo elemento che vogliamo sottolineare. Emerge molto nitidamente quale sia il profondo valore del nostro corpo che, se da un lato, è vero, ci limita, invecchia e alla fine muore (come osserverà ad un certo punto anche la stessa Samantha), dall’altro, però, è anche ciò che lei stessa invidia e vorrebbe avere per poter abbracciare ed essere abbracciata, baciare ed essere baciata e poter fare l’amore. Soltanto il corpo umano possiede quello che Giovanni Paolo II definisce “l’attributo sponsale”, ovvero la capacità di esprimere l’amore, di amare e di essere amati.  

Tale difficoltà oggettiva nel vivere l’amore con Theodore, porterà Samantha a fargli una proposta per certi versi drammatica: chiederà infatti ad una ragazza di nome Isabel, che in maniera volontaria (nonché inquietante) si mette a servizio dell’amore tra umani e sistemi operativi, di “prestarle” il corpo. Isabel così si presenta a casa di Theodore, ma sarà Samantha a dirle cosa fare, e sarà Samantha a parlare per lei, così da simulare di avere un corpo. Ma fin da subito Theodore avverte un profondo disagio e quando Samantha gli chiede di dirle che la ama, egli, di fronte al volto di questa sconosciuta, non ce la fa, e interrompe bruscamente anche il momento di passione che stava per avviarsi.

Il corpo umano non è sostituibile perché non è banalmente qualcosa, ma qualcuno: il corpo, il volto, rivela la persona, ed è per questo che Giovanni Paolo II definisce il corpo come “sacramento della persona”. Ritroviamo qui un aspetto fondamentale della teologia del corpo: siamo persone, esistiamo in una unità inscindibile di corpo ed anima, due dimensioni inseparabili: il mio corpo esprime chi sono, non è un contenitore anonimo ed interscambiabile, io sono il mio corpo.

La vicenda di Theodore nel suo complesso sembra per certi versi riproporre il quesito iniziale delle catechesi di Giovanni Paolo II, ovvero quella domanda posta dai farisei a Gesù circa il divorzio: «È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?» (Mt 19, 3-9). Domanda che nasconde una profonda sete di senso e significato sull’amore: “perché l’amore sembra non mantenere ciò che promette?”

Questo interrogativo lo ritroviamo in filigrana lungo tutto il film, dove entrambe le coppie presenti si separano, pur riconoscendo e ricercando la bellezza dell’amore e del condividere la vita con qualcuno. “Perché accade questo?” sembrano domandarsi Theodore e la sua amica Amy.

Giovanni Paolo II ci offre la risposta a questi interrogativi proprio a partire dalle parole di Cristo: «in principio non fu così». Prima del peccato originale non era così, era facile amare e lasciarsi amare, ma il peccato originale ha deturpato il disegno del Creatore, ha frammentato e confuso ogni cosa e ci ha reso irriconoscibile il vero fine dell’eros e della sessualità.

A questo proposito, all’inizio del film incontriamo una scena emblematica: Theodore è a letto e non riesce a dormire, ripensa con nostalgia ai momenti belli vissuti con sua moglie, donna a cui è ancora profondamente legato. Il suo cuore insomma, in quel momento, desidera l’amore. Eppure, questo desiderio profondo del cuore inscritto nella nostra sessualità e capace di portarci fino al Cielo, Theodore cerca di colmarlo chiamando una chat erotica. Inutile dire che ne rimarrà amaramente deluso.

È proprio questa la profonda ferita che il peccato ci ha inferto: ci ha confusi sul significato del nostro corpo e della sessualità e il più delle volte crediamo di poter “fare centro” soltanto dando sfogo ai nostri impulsi o accontentandoci di un piacere momentaneo, mentre il vero fine della sessualità è di condurci all’amore.

Nel film ritroviamo molte diverse sfumature di questa ferita: c’è l’ammissione di Theodore di essersi nascosto nel rapporto con la moglie, c’è la paura di aprirsi e di soffrire, c’è la fatica di accettare la sfida di una relazione tra persone libere, con tutte le difficoltà e le sofferenze che l’amore comporta, preferendo di fatto l’illusione di una voce artificiale a propria immagine e somiglianza (Samantha), ma c’è anche la pretesa di controllare l’altro e la fatica di accogliersi nelle reciproche differenze, come mostrano gli amici Amy e Charles.

Come esseri umani sperimentiamo proprio questo dramma: da un lato desideriamo l’amore, ma dall’altro ci troviamo incapaci di vivere all’altezza dei desideri del nostro cuore. Siamo quindi condannati al fallimento, all’infelicità, alla frustrazione?

Assolutamente no, Cristo si è fatto uomo proprio per guarire questa ferita. Cristo è venuto per liberare il nostro cuore dalle sue prigioni, per convertirlo un po’ alla volta da cuore di pietra, incapace di amare e lasciarsi amare, a cuore di carne, che non si difende più, ma si lascia amare così da poter amare a sua volta.

Cristo, con la sua Pasqua, ci ha rivelato proprio come misteriosamente amore e sofferenza abitino gli stessi luoghi, come amare significhi un po’ morire, ma anche come ad ogni morte per amore segua sempre un trionfo della vita.

L’ultima scena del film è emblematica: uomo e donna (Theodore e la sua amica Amy) che, dopo aver sperimentato il fallimento, la morte delle loro relazioni, stanno seduti sul tetto di un grattacielo e, alle prime luci dell’alba, attendono il sole che sorge. Questo in fondo è ciò che ci insegna la nostra fede: solo l’uomo e la donna redenti da Cristo (sole che sorge dall’alto) possono amare, solo Cristo può svelarci di nuovo il vero significato del corpo e della sessualità.

Del resto, tutto questo è già scritto dentro di noi, abbiamo solo bisogno della luce di Cristo per poterlo rileggere nella verità.

Forse allora anche i nomi dei protagonisti non sono scelti a caso: Theodore (che significa “dono di Dio”) ed Amy (che significa “amata”). Siamo amati da sempre, siamo un dono e siamo fatti per il dono, questa è la nostra verità e questo il nostro destino, scritto da sempre nel nostro corpo e nella nostra sessualità.

La fecondità che non ti aspetti

Il pomeriggio di Natale, come da tradizione, abbiamo guardato un cartone animato, e quest’anno, per la prima volta su Netflix e non al cinema, abbiamo visto Klaus – I segreti del Natale, che in realtà è del 2019. Ne avevano parlato gli amici di  Cattonerd (qui) e così ci siamo fidati.

Si tratta della rivisitazione della nascita di Babbo Natale e ci ha colpito tanto la versione che viene raccontata. Ci ha colpito perché parla di una ferita che ci tocca da vicino, ma soprattutto perché mostra tanto quanto una catechesi di don Renzo Bonetti, o di chi per lui, che la sterilità non è mai l’ultima parola, e che dall’amore tra un uomo e una donna nasce sempre qualcosa.

Nel corso della storia infatti (di seguito vi avverto che c’è un piccolo spoiler), si scopre che Klaus, quel solitario taglialegna che vive in fondo ad un bosco e che possiede un magazzino stranamente pieno di giocattoli, nasconde un grande dolore: la perdita della moglie tanto amata, con la quale ha atteso per anni che arrivassero i figli desiderati da entrambi, figli che non sono mai arrivati. I bellissimi giocattoli fatti a mano sono proprio frutto di quell’attesa, frutto di quel desiderio coltivato da entrambi.

Dopo essere rimasti inutilizzati per tanto tempo, sarà proprio grazie al dono di questi giocattoli ai bambini della vicina città di Smeerensburg, che gli abitanti di questa cupa e inospitale cittadina, da violenti, tristi e vendicativi, inizieranno piano piano a cambiare volto e atteggiamento, in una catena di atti di generosità e bontà, che giungerà progressivamente a cambiare il loro cuore e le loro relazioni.

Ecco come un cartone animato mostra in modo molto semplice il senso profondo nascosto nell’apparente sterilità di una coppia.

Se c’è l’amore tra sposi, nasce la vita. Sempre. In qualche forma diversa e creativa, certamente non quella che ci si era immaginati, ma nasce, perché l’amore genera la vita.

Se c’è l’amore tra sposi, non si rimane soli, perché l’amore si dilata, coinvolge e per sua forza propria aumenta le relazioni.

Se c’è l’amore tra sposi, Dio dona sempre i figli che ogni coppia ha promesso di accogliere il giorno delle nozze. Solo che spesso dimentichiamo che i figli, per Dio, non sono solo quelli generati nella carne, ma sono quelli che Lui vuole donare, secondo il suo progetto: «A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.»

Se c’è l’amore tra sposi, Dio mantiene la promessa contenuta nella sua benedizione primordiale: «Siate fecondi e moltiplicatevi». La mantiene con i Suoi tempi, che quasi sempre non sono i nostri o quelli che vorremmo, e la mantiene secondo quello che ha preparato per noi, spesso molto più creativo e inaspettato di quello che possiamo immaginare. Stando alla storia di Klaus: come poteva immaginare quel semplice taglialegna che invece di fare contenti solo i suoi 3-4 figli, ne avrebbe resi felici migliaia, tanto da essere chiamato “Babbo” da tutti i bambini del mondo?

Se c’è l’amore tra sposi, la famiglia lì ha inizio e non solo quando nasce un bambino. Già, perché l’amore genera la vita. Genera l’altro, genera il noi di coppia, genera quella relazione accogliente che diventa “culla” e “focolare” sia per i figli che eventualmente nasceranno, ma anche per chi si incontra nel cammino. E spesso, a questo proposito, dimentichiamo che per noi cristiani il sacramento del matrimonio riguarda la coppia e non la famiglia, nel senso che è l’amore tra l’uomo e la donna ad essere sacramento dell’amore di Cristo.

Se c’è l’amore tra sposi e c’è il desiderio di camminare secondo il progetto di Dio e non secondo il proprio, l’happy ending è garantito. Ma non è garantito nel senso che prima o poi un figlio arriverà, è garantito nel senso che è Dio stesso che ci renderà fecondi, in modo inatteso e inaspettato, ma accadrà, se ci apriamo a Lui e accogliamo ciò che vuole donarci.

La fecondità infatti è sempre quella che non ti aspetti perché non si programma a tavolino, non è una “soluzione fai-da-te” e non è un progetto da perseguire: la fecondità, per qualsiasi coppia, sboccia e accade, perché è un dono.

Sì, per qualsiasi coppia, ma anche per qualsiasi persona perché, non dobbiamo dimenticarlo, la fecondità in fondo riguarda tutti: l’essere generativi in senso largo, ampio, è di tutte le persone, di qualsiasi condizione e in qualsiasi stato vocazionale si trovino. Essere fecondi è essere come Maria: aperti alla volontà di Dio e al suo progetto personalissimo su ciascuno di noi.

Cinema & teologia del corpo: Jojo Rabbit

Chi di voi ha visto Jojo Rabbit? Se non lo avete visto, il consiglio è di rimediare al più presto.

È un film bellissimo, esilarante e serio, profondo e divertente. A noi è piaciuto talmente tanto che dopo averlo visto al cinema con i nostri nipoti, siamo tornati a vederlo anche in questi giorni, sotto le stelle, in uno di quei cinema all’aperto di paese, deliziosi e un po’ all’antica.

Dopo aver frequentato i corsi di Christopher West negli USA al TOB INSTITUTE, ogni tanto, quando guardiamo un film, cerchiamo i “semi del verbo”. Christopher infatti ad ogni corso propone sempre la visione di un film, ma non una pellicola a tema religioso, tipo Gesù di Nazareth o I dieci comandamenti, bensì un film hollywoodiano, “insospettabile” per così dire, dove chiede di prestare particolare attenzione ai messaggi profondi che si possono cogliere, che rimandano alla fede e alla teologia del corpo. Proprio come abbiamo letto domenica infatti, è convinto che grano e zizzania crescano inevitabilmente assieme, e che quindi, piuttosto che rigettare ciò che è “mondano”, valga piuttosto la pena riconoscere in ogni cosa i semi del verbo, piccole tracce di verità che si possono cogliere anche al di là di quello che è l’intento consapevole del regista o dello sceneggiatore.

Jojo Rabbit da questo punto di vista ci è sembrato particolarmente stuzzicante.

Il film è ambientato in Germania durante la seconda guerra mondiale, all’epoca quindi del nazismo. Il protagonista del film infatti, un bambino di 10 anni, sta per partecipare ad un weekend di training per la gioventù hitleriana, di cui sta entrando orgogliosamente a far parte, tanto che ha per amico immaginario niente meno che Hitler, interpretato in maniera caricaturale nonché magistrale dal regista Taika Waititi.

«Oggi tu diventi un uomo» questo è quello che si dice Jojo prima di partire e questo è l’asse portante delle nostre riflessioni: cosa significa diventare un uomo? Questa è infatti una delle domande-chiave a cui vuole rispondere la teologia del corpo.

Al campo di formazione per giovani nazisti, diventare un uomo significa imparare ad usare il pugnale, la pistola e a lanciare una bomba a mano, significa odiare (gli ebrei), ma significa soprattutto imparare ad uccidere e a combattere per uccidere. La scena più significativa qui è quando Jojo viene preso in giro perché ritenuto codardo e deve dimostrare di non esserlo uccidendo un coniglio, cosa che non farà e che gli costerà l’appellativo di “Jojo coniglio” appunto.

Ma diventare un uomo è proprio questo?

Per diventare uomini c’è bisogno di confrontarsi con l’uguale (il maschile) e con il differente (il femminile), e questo film ci offre degli spunti molto interessanti su questo.

Jojo non ha il padre, che è impegnato al fronte, e nel rapporto con l’amico immaginario Hitler si avverte tanto il suo bisogno di una figura paterna con cui confrontarsi e che creda in lui. Nel vuoto della presenza reale però, tale figura immaginaria è idealizzata, tanto da rendere il piccolo Jojo un vero e proprio fanatico nazista desideroso di compiacere il suo Hitler.

Al campo di formazione incontra però una nuova figura maschile: il capitano Klenzendorf, personaggio pittoresco e discutibile a cui una menomazione fisica, dovuta ad una ferita di guerra, ha interrotto bruscamente i sogni di carriera militare e ridimensionato significativamente il feeling con l’ideologia nazista. Sarà lui che, a dispetto delle attese, nel corso del film si preoccuperà per Jojo, lo proteggerà, arrivando infine a fare un gesto dal profondo valore paterno: sacrificare la sua vita per quella del piccolo.

La madre (Scarlett Johansson) è la figura chiave per il piccolo Jojo, è lei a donargli nelle parole e nei fatti un prezioso insegnamento sull’amore. Nei dialoghi tra i due infatti lei gli consegna alcune frasi-chiave che spetterà a Jojo verificare e fare proprie nel corso della vita: «L’amore è la cosa più forte al mondo» e «La vita è un dono e dobbiamo celebrarla». Tali dichiarazioni non rimangono però frasi sospese e astratte, perché la madre ha accolto segretamente nella loro casa una ragazza ebrea, Elsa, testimoniando così con la sua stessa vita cosa significa l’amore e perché vale la pena vivere (qui non posso svelare oltre se non avete visto il film).

E sarà proprio nel rapporto con Elsa, di cui scopre di nascosto l’esistenza, che Jojo imparerà a fare i conti con la realtà dell’altro, che non è più un fantasma ideale contro cui combattere, ma è una persona concreta, con i suoi sentimenti e i suoi bisogni, e a cui infine si affezionerà fino ad innamorarsene.

Andando verso una conclusione, possiamo allora dire che questo film ci può regalare alcuni importanti spunti su cosa significa essere padri: insegnare a offrire la propria vita, e su cosa invece significa essere madri: insegnare ad accogliere la vita.

Grazie all’aver fatto esperienza di un padre e di una madre Jojo, alla fine del film, potrà finalmente liberarsi dell’amico immaginario Hitler, che non gli serve più, dato che ha sperimentato una paternità reale, ma soprattutto ha imparato cosa significa davvero diventare uomo.

Nelle ultime scene infatti, Jojo, che è innamorato di Elsa, può decidere se farle credere che la Germania ha vinto la guerra, trattenendola così con sé, oppure se dirle la verità, lasciandola libera di uscire dal suo nascondiglio, a costo di perderla. Jojo sceglie di dirle la verità e di lasciarla libera, dimostrando di aver imparato nonostante i suoi dieci anni e mezzo ad amare nel modo più sublime: mettere davanti la felicità dell’altro e lasciarlo libero.

Ecco cosa significa diventare uomo: imparare ad amare e fare ciò che si ha in potere di fare per amore, anche contro il proprio stesso interesse.