Ma come ti vesti?! (teologia del corpo edition)

Vi ricordate il programma di Real Time condotto da una superchic Carla Gozzi e da Enzo Miccio? Nel corso di ogni puntata i due conduttori esaminavano il guardaroba della protagonista, ritenuta vestirsi male o con capi non adatti alla sua fisicità, e la aiutavano a realizzarne uno più alla moda e capace di valorizzare il suo aspetto.

Ecco, è da un po’ che rifletto sul tema dell’abito e quest’estate tale argomento si è ripresentato più volte, sia chiacchierando con alcune ragazze più giovani e condividendo insieme osservazioni e sensazioni personali, ma anche osservando l’abbigliamento estivo sfoggiato con molta nonchalance dalla teenager di oggi.

Sebbene non sia praticamente mai oggetto di catechesi o evangelizzazione, la questione del vestito non è da poco: l’abito non è affatto un dettaglio frivolo, non è una questione superficiale, l’abito infatti “presenta” la persona, manda un messaggio, dice cosa penso di me, cosa penso del mio corpo, come mi guardo e come voglio essere guardata.

È quindi un tema che riguarda in maniera profonda l’identità e qui lo esaminerò dal punto di vista femminile, il che non vuol dire non tener presente la prospettiva maschile, anzi.

Ancora una volta la teologia del corpo mi ha offerto le chiavi di lettura più illuminanti, a mio avviso, per districarmi in quest’ambito e, a partire da essa, desidero condividere 4 punti che Carla Gozzi ed Enzo Miccio definirebbero “Mai più senza”, ovvero quei riferimenti da tenere sempre presenti e che in questo caso, non riguardano caratteristiche estetiche, ma piuttosto coordinate di base più profonde, che la filosofia chiamerebbe antropologiche, ovvero riguardanti l’essenza dell’essere umano-persona.

Punto 1: Il corpo è sacramento della persona

Questo significa che il corpo rende visibile l’incomunicabile mistero della persona: detto in altri termini, il corpo manifesta la persona, che è unità inscindibile di anima e corpo.

Da ciò deriva che il corpo ha altissima dignità, non è un involucro muto, non è parte della persona, ma è la persona, è sua diretta espressione. Per questo motivo tutto ciò che riguarda la parte visibile di me, compreso il mio modo di vestire, parla di me, di come mi penso, di come mi sento. Se allora, siamo d’accordo sul fatto che ogni persona è preziosa, unica e irripetibile, anche il modo di vestire è chiamato a riflettere questa preziosità, questa unicità.

Ricordiamoci che siamo figlie di Dio, figlie di Re e siamo innanzitutto rivestite del Suo Amore, per questo motivo siamo autorizzate e possiamo autorizzarci a vestirci bene, a essere belle, a valorizzarci. Anzi, solo sulla base di questo presupposto il nostro essere belle prende pieno significato e valore.

Come avrete capito insomma, questo primo punto smonta direttamente tutti quegli atteggiamenti di svalutazione del corpo e del proprio aspetto fisico che spesso hanno preso piede in diversi ambienti cattolici. In certi contesti “parrocchiosi” ad esempio, mi facevano notare anche alcune giovani, se ti trucchi e ti vesti carina quasi ti senti in colpa perché temi che gli altri pensino che vuoi essere appariscente o che sei vanitosa.

Oserei dire che la prospettiva va proprio ribaltata: sminuirsi e svalutarsi con il proprio modo di vestire non è rendersi merito come persone, come figlie di Dio. Anche per questo il termine modest fashion spesso usato nel mondo cattolico non mi è mai particolarmente piaciuto (anche se comprendo cosa significhi), anzi lo ritengo proprio infelice perché l’aggettivo modesto, secondo la Treccani, è sinonimo di dimesso, senza pretese, umile… e da qui ad anonimo e sciatto la strada è breve.

Punto 2: Sei creata come femmina e lì c’è un dono per te e per gli altri

È proprio così, Dio ci ha creato femmine dando forma non solo al nostro corpo, ma anche alla nostra psiche (come pensiamo, come ci relazioniamo) e addirittura anche al nostro spirito, cioè la parte più profonda di noi, il nostro modo di amare.

È bello pensare che Dio mi ha creato in quanto donna perché la mia femminilità fosse un dono e perché il mio modo di amare fosse caratterizzato da quelle sfumature di tenerezza e cura che solo la femminilità sa incarnare.

Nel guardaroba allora dico sì a gonne, vestiti, capi svolazzanti e colorati, gioelli… insomma tutto ciò che è marcatamente femminile e che renda evidente una differenza con il mondo maschile. Non sto dicendo che dobbiamo essere tutte leopardate come Costanza Miriano (ognuno ha i suoi gusti) o tutte agghindate come se fossimo sul set di Un diavolo veste Prada, ma che per ciascuna, rispettando il proprio stile, sia importante un tocco di femminilità.

Mi sembra infatti un valore aggiunto testimoniare anche attraverso l’abbigliamento che l’essere donna è bello, che la femminilità è una caratteristica profonda della mia identità in cui mi riconosco appieno, pur nella mia specificità e modalità, e che non mi toglie nulla, anzi, è proprio l’identità profonda che Dio ha scelto per me e per la mia missione nel mondo.

Punto 3: Dio affida ad ogni donna la dignità di ogni uomo (e viceversa naturalmente)

Cosa significa abiti femminili? Provocanti e seducenti? Quanto è opportuno che sia lunga (o corta) la gonna? E quanto profonda la scollatura? Al mare in bikini e micro-brasiliana sì o no?

Qui permettetemi una citazione che smonta ogni questione di questo tipo e va dritta al punto. Chi conosce la teologia del corpo sa che Giovanni Paolo II commenta la famosa frase: “Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore” e mette in luce un fatto molto vero: per effetto della concupiscenza (leggi ferita del peccato originale) ognuno di noi è incline a guardare l’altro come qualcuno da usare/possedere, e c’è quindi bisogno di una redenzione del cuore che renda puro anche il nostro sguardo.

Allora – dice Giovanni Paolo II – Cristo in questo brano di Vangelo “assegna come compito ad ogni uomo la dignità di ogni donna; e contemporaneamente (sebbene dal testo ciò risulti solo in modo indiretto) assegna anche ad ogni donna la dignità di ogni uomo”.

Che vuol dire? Prendiamo il caso della moda mare di questi ultimi anni. Mi ricordo di un uomo sposato, cattolico, che aveva scritto su FB denunciando il tipo di costumi che portano le ragazze oggi, con lato B molto scoperto diciamo, perché non lo aiutavano rispetto alla sua personale lotta per la purezza. Ricordo anche la risposta di una signora che gli recriminava il fatto che un uomo, se davvero fosse integro, non dovrebbe neanche fare certi tipi di pensieri.

Ecco, Giovanni Paolo II dice non solo che è necessaria una lotta per la purezza, perché il cuore dell’uomo (e della donna) è ferito ontologicamente su questo punto. Ma poi responsabilizza entrambi dicendo: uomo, tu sei responsabile della dignità della donna; donna, tu sei responsabile della dignità dell’uomo.

La dignità riguarda il fatto che la persona è sacra, ha un valore inestimabile e non può mai essere ridotta ai suoi soli attributi sessuali.

Per noi donne essere responsabili della dignità dell’uomo può significare molte cose, ma, prima di tutto, significa essere consapevoli di questa ferita di cui l’uomo-maschio porta conseguenze in modo peculiare per ciò che riguarda lo sguardo sul femminile. Siamo chiamate ad aiutarlo nella lotta per la purezza dello sguardo, facendo sì che il suo sguardo, quando si posa su di noi, incontri sempre il mistero di una persona e non un’esposizione di mercanzia. Infatti, soltanto uno sguardo che vede nell’altro qualcuno e non qualcosa è uno sguardo pienamente all’altezza della dignità dell’essere uomo.

Siamo quindi custodi gli uni degli altri, custodi dello sguardo che si posa su di noi, custodi della nostra piena dignità di persone. Ciò non significa ovviamente indossare un burqa o una muta da sub, ma essere consapevoli che a seconda dell’abito che indossiamo possiamo custodire o meno chi ci guarda. Il pudore, ultimo punto, riguarda proprio questa custodia.

Punto 4: Pudore e nudità

Immaginate, uscendo dalla doccia, di essere sorprese dallo sguardo di uno sconosciuto alla finestra e immaginate la vostra reazione: vi coprireste immediatamente, ma non la faccia, bensì i vostri attributi sessuali. Diverso sarebbe se estrasse vostro marito da cui vi sentite profondamente amate.

Perché questa differenza di reazioni? Il pudore secondo GPII è una reazione difensiva naturale della persona che è portata a nascondere i propri attributi sessuali quando essi finiscono sotto lo sguardo di qualcuno che può ridurci esclusivamente ad essi, svilendo la dignità del nostro essere persona. Si tratta di un moto spontaneo di custodia che avviene perché ogni persona ha in sé il desiderio innato di essere amata, non di essere usata.

Allora il pudore è una parola preziosa da riscoprire: non è vergogna del corpo, non è nemmeno “pudicizia”, ma è il desiderio di suscitare amore, rispetto per l’integrità della nostra persona, e non di suscitare, al contrario, uno sguardo che spersonalizza, che oggettivizza, perché focalizzato solo sugli attributi sessuali.

A questo proposito, per quanto riguarda l’abbigliamento è interessante che Karol Wojtyla puntualizza che non è soltanto la quantità di pelle che scopriamo a definirne la moralità del vestito, quanto piuttosto la situazione/funzione dell’abito, e anche il tipo di relazione tra le persone coinvolte.

Ci sono infatti situazioni oggettive che richiedono che il corpo sia in parte scoperto, ad esempio, dice il papa: “Non è contrario fare il bagno in costume, ma è impudico portarlo per strada e nel corso di una passeggiata”, e qui va da sé che dovremmo mettere molto in discussione la moda attuale, e che non vale dire passivamente che la moda di oggi è questa e che si trovano solo vestiti così. Non è un fatto su cui si può sorvolare perché, a questo punto lo abbiamo capito, in gioco non c’è solo il vestito, ma la dignità della persone.

Infine ci sono situazioni, come ad esempio la relazione tra sposi, in cui la nudità, parziale o totale, non solo è pienamente rispettosa della dignità della persona in virtù dell’amore, che cambia lo sguardo sull’altro, ma potremmo dire che è anche necessaria. Infatti la mascolinità e la femminilità espressi anche nel corpo, permettono e alimentano l’amore tra i coniugi, che non è certamente solo platonico, ma vive di tutte le dimensioni della persona.

In conclusione, il tema dell’abbigliamento è complesso, vasto e cruciale in merito alla nostra identità nel senso più profondo del termine. Non è mai una questione solamente estetica, ma è sempre anche morale, ovvero oggetto di una scelta per il bene. Sarebbe bello allora se il vestito non prendesse forma solo dalla moda del momento o dal caso, ma dalla consapevolezza di tutto ciò che manifesta e significa e dalla convinzione che anche il nostro corpo e il nostro abbigliamento possono evangelizzare oppure no.

La bella morte

Negli ultimi giorni la mia famiglia ha vissuto un momento importante e intenso, la morte del nonno. Importante e intenso, appunto, non brutto. Non riesco a dire che sia stato un brutto momento, anzi, mi viene proprio da dire che sia stato un momento bello. E lo dico con tutto il rispetto per il dolore che ciascuno di noi ha provato.

Sì, morire può essere bello, non perché non si soffra, ma perché oltre la sofferenza si possono cogliere doni preziosi, la morte infatti non è mai l’ultima parola sull’uomo, e in questa esperienza familiare lo abbiamo toccato con mano.

Lo sapevamo già, ad esempio la storia di Chiara Corbella Petrillo ce lo aveva insegnato, ma vedere che anche la morte di un uomo di 89 anni, che per qualcuno potrebbe apparire scontata, ha qualcosa da insegnare, mi fa davvero dire che “il Regno di Dio è in mezzo a noi”, nell’ordinarietà della vita vissuta con fede.

Il nonno ha vissuto proprio così la sua vita, da uomo onesto nel suo lavoro di direttore di banca, da marito e padre amorevole, saggio, di poche parole, ma sempre giuste e sapienti, da uomo mite, che ha vissuto in tutta pienezza la sua vita, e che viveva la sua vecchiaia nella pace e nella fiducia.

Con questa stessa pace ha affrontato gli ultimi giorni, dove non ha smesso di sorridere negli attimi in cui era cosciente e incontrava il volto di qualcuno accanto a lui, e di ringraziare. Le sue ultime parole, nelle ultime ore di agonia, dove faceva fatica a respirare, non era più nè grado né di mangiare né di bere, senza dentiera, con un grande sforzo di fiato e di tutto il corpo sono state: “Ti ringrazio molto” a sua sorella, che gli stava inumidendo le labbra per un pò di conforto. Quanto è vero che se impariamo a ringraziare, lo faremo anche nel momento della prova più difficile, la morte.

In quelle ore, poche per fortuna, ho proprio pensato che fosse unito a Cristo nella sofferenza della Croce. L’ultima cosa che ha “mangiato” infatti è stata una briciola di ostia consacrata, meno di 24 ore prima della morte: uniti nella sofferenza per un breve tratto, per poi essere uniti nella beatitudine eterna.

Dal momento che la situazione di salute del nonno è precipitata nel giro di pochissimi giorni, la sensazione è stata proprio quella di aver vissuto un piccolo triduo pasquale nell’intimità della nostra famiglia, dal venerdì alla domenica, giorno in cui il nonno è salito al Padre.

Un altro particolare che mi ha colpito è stato che, ad un certo punto, eravamo in cinque donne intorno a lui, nella sua elegante stanza da letto, e ho pensato che non fosse un caso. Sua moglie, sua figlia, la sorella, due nipoti: le donne di famiglia hanno presidiato la situazione, hanno consolato, si sono prese cura, hanno vigilato, hanno accarezzato, hanno cantato, hanno pregato. E non sto dicendo che gli uomini di famiglia non hanno fatto nulla, ma mi è stato evidente come il ministero femminile sia davvero diverso da quello maschile. Stare presso la vita e presso la morte è del femminile, la carezza di una donna è diversa dalla carezza di un uomo, la tenerezza di una donna è diversa dalla tenerezza di cui è capace l’uomo. Anche nel Vangelo, del resto, sono le donne che tamponano la sofferenza e cercano di preservare la dignità, come la la Veronica con il suo gesto rimasto alla storia, sono le donne che stanno presso la croce, sono le donne che poi si preoccupano del corpo di Gesù, la mattina successiva.

E come la domenica mattina a Maddalena viene annunciata la Resurrezione, così anche nella liturgia della domenica in cui il nonno è salito al Cielo, il tema era la resurrezione. E se la Parola ci parla nella vita concreta nel qui ed ora, impossibile non leggerla come la certezza che il nonno è stata accolto tra le braccia di Dio, in cui ha sempre creduto.

Il giorno del funerale poi, quale gioia scoprire che la liturgia del giorno parlava del nonno: nella prima lettura dal libro della Sapienza “Le anime dei giusti , invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace.”

E nel Vangelo: “Così anche voi, quando avete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare.”

Proprio così è morto il nonno, nella pace di aver fatto tutto ciò che “doveva” fare, nella consolazione di aver compiuto la sua missione su questa terra, nella gioia di aver accanto a lui tutta la sua amata famiglia.

E il dono della sua esistenza non è cessato con la morte, perché ci ha lasciato il suo testamento spirituale, dove ringrazia per i doni che ha ricevuto nella vita, benedice tutti e ci raccomanda “la sola cosa importante in questa vita e in quella futura, la Fede”.