Quaresima: storie di fioretti e fallimenti

Di solito l’arrivo della quaresima tende a suscitare in molti di noi sinceri slanci di miglioramento.

Ricordo che da piccolo questo era il periodo dei celebri “fioretti”. Sia in famiglia, sia al catechismo scattava un imperativo: bisogna fare qualche sacrificio per Gesù!

I fioretti normalmente potevano assumere due connotazioni: una negativa, ovvero le rinunce, e una propositiva, i buoni propositi. Sul fronte rinunce, ricordo molteplici approcci: rinuncia a guardare la TV, rinuncia ai dolciumi, rinuncia alla carne di venerdì e la rinuncia per me sempre più ostica… quella alla nutella!

Accanto alle rinunce, ero sollecitato ad inserire anche la parte più costruttiva: i buoni propositi. Qualche preghierina in più, non litigare con le sorelle, cercare di stare attento a messa, aiutare mamma ad apparecchiare, e via dicendo.

Se mi guardo indietro, devo constatare che da bambino, l’idea che mi ero fatto della quaresima era quella di un periodo veramente triste.

Crescendo, in me aveva prevalso un’ impostazione volontarista. Per cui negli anni delle superiori e dell’università la quaresima era diventata un tempo privilegiato per rimettersi in carreggiata nella vita di fede, una specie di training, di preparazione atletica in cui stringere i denti per poi vivere bene il resto dell’anno… Era finito il tempo dei banali fioretti da bambino, bisognava avventurarsi in qualcosa di più originale e articolato. Non più una banale rinuncia alla nutella, ma fare qualcosa di serio per essere bravi cristiani e piacere a Gesù.

Iniziava così l’epoca dei grandi propositi, la mia fantasia si sbizzarriva per cercare di trovare qualcosa di valido per mettere a frutto quel tempo: leggere una pagina di vangelo tutte le sere, non parlar male degli altri, dire le lodi ogni mattina, una messa extra infra-settimana, leggere un libro edificante, non usare internet per 40 lunghi giorni… Grandi propositi a cui corrispondevano sempre sistematici fallimenti.

Ricordo un episodio emblematico: mi ero proposto di digiunare a pane e acqua tutta una giornata fino a cena. Riuscito a superare eroicamente il pranzo con un solo pacchetto di cracker, a metà pomeriggio il morso della fame mi spinse in cucina. Volevo concedermi un altro pacchetto di cracker, ma poi mi dissi “i miei hanno comprato il pane, meglio mangiare un po’ di quello perché se avanza è un peccato”. Aprendo il sacchetto vidi che all’interno c’era anche una fragrante rosetta…  ve la faccio breve, intorno alle 17 stavo pasteggiando con un buon panino al salame.

Così, normalmente, capitolavano uno dopo l’altro i miei fioretti. E io passavo da sentimenti di grande compiacimento interiore se per due o tre giorni riuscivo ad essere costante, a delusione e sfiducia non appena fallivo il bersaglio.

Tutto era per me una ascesi volontarista, un perfezionamento, una specie di autoaffermazione religiosa in cui Gesù era poco più di una “scusa” camuffata sullo sfondo.

Per lungo tempo non sono riuscito ad andare oltre questo orizzonte, e le parole che ascoltavo in proposito erano sempre su quel tenore: chi diceva che Gesù ha sofferto per noi e quindi anche noi dobbiamo soffrire, chi diceva che la quaresima è un esercizio di rinuncia a sé perché Gesù ci ha detto che dobbiamo rinnegare noi stessi, chi ancora sosteneva che solo mortificando il corpo col digiuno e la preghiera si espiano i peccati, e così via…  Incontravo sempre frasi fatte, scollegate tra loro e non riuscivo a trovare un senso autentico a questo insieme di mortificazioni, per cui ho passato anche alcune quaresime in cui i buoni propositi erano praticamente azzerati per evitare la frustrazione del fallimento. Vivevo una fede fatta di comportamenti, norme e precetti, ma senza alcuna profondità relazionale.

Credo che molto spesso nei nostri ambienti cattolici si rischi di ripetere questo cliché. Un cristianesimo trasformato in etica esigente che vuole guadagnarsi la salvezza attraverso impegno, coerenza ed abnegazione: una malintesa concezione della sofferenza, un certo disprezzo del corpo, l’idea che Gesù voglia da noi qualcosa, che sia affetto da una specie di strano sadismo per cui è contento se anche noi soffriamo. Insomma, il pensiero che ci sia una specie di “tassa da pagare” per essere cristiani o per garantirsi i favori di Dio.

Tutto questo ci stanca, ci prosciuga, ci demoralizza perché manca una autentica prospettiva di relazione figliale con Dio. Tutto questo ci ha fatto perdere di vista che nel battesimo siamo figli di Dio, che il cuore di tutto è la relazione con il Padre e che Cristo da noi non vuole nulla, ma soltanto che ci apriamo all’amore di Dio.

La Liturgia che scandisce il tempo della Chiesa ci guida attraverso periodi di preparazione e momenti di compimento. La quaresima è quel tempo favorevole che ci prepara alla Pasqua. Ma in questa preparazione, l’iniziativa non è, come spesso pensiamo, nostra: “mi devo preparare”.

L’iniziativa è l’indistruttibile voglia che Dio ha di incontrarci ancora nel profondo del nostro cuore. Il Padre rivolge a noi la sua Parola, e la sua Parola il primo giorno della quaresima si sofferma sulle tre forme attraverso cui Dio si propone di incontrarci in questo tempo. (cfr. Mt 6,1-6.16-18)

Elemosina, preghiera e digiuno non sono precetti da assolvere, ma esperienza di unione con il Signore.

La preghiera che è relazione per eccellenza, dialogo cuore a cuore con il Padre, è posta come ponte unificante tra l’elemosina e il digiuno, che si ritrovano come atti profondamente connessi tra loro.

Digiuno ed elemosina sono infatti chiamati ad essere espressione di questa relazione. Il digiuno è multiforme rinuncia a ciò che appaga i nostri sensi e se vissuto nella relazione diventa partecipazione all’amore pasquale di Cristo. Infatti, ci fa sperimentare una piccola morte a noi stessi, al nostro individualismo, affinché possiamo aprirci al passaggio dell’elemosina, il passaggio all’amore donato, ovvero del dono di ciò a cui abbiamo rinunciato.

Esempio pratico: io digiuno da una pizza per donare i 20€ che ho risparmiato a chi ne ha bisogno, rinuncio ad un’ora di TV per donare quel tempo a qualcuno… il digiuno diviene così trampolino per passare da una vita di possesso ad una vita di dono.

La Pasqua d’altronde è proprio questo, è rivelazione dell’amore di Dio nella storia attraverso la passione, la morte e la risurrezione di Cristo.

La quaresima ci prepara a questo grande passaggio dalla morte alla vita, attraverso piccole morti e piccole risurrezioni quotidiane nelle quali il Padre desidera sempre più svelarsi a noi. Piccole “pasque” in cui ritrovarci sempre più figli.

Fissiamo allora lo sguardo su ciò che veramente conta: lasciamoci riconciliare con il Padre, sapendo che di tutto ciò che è vissuto da figli in Cristo, nulla è da buttare, né i nostri fioretti né i nostri fallimenti.

Buona quaresima.

L’irrinunciabile esperienza della solitudine

Che Jovanotti ci piaccia è già venuto a galla (vedi Il Cantico dei Cantici di Jovanotti). Senza dubbio è un’artista di una sensibilità particolare.

Ultimamente mi è capitato di riascoltare una sua vecchia canzone che avevo completamente dimenticato, ma le cui parole, non so perché, erano ancora impresse da qualche parte nella mia memoria.

Il pezzo in questione si intitola “Fango” e devo confessare che quando uscì la prima volta nel 2007, non mi attirò per nulla. Oggi invece, riascoltandolo con inaspettato gusto, si sono accese nella mia testa numerose ‘lampadine’ che vorrei provare di condividere con voi.

Io lo so che non sono solo  Anche quando sono solo”

È il ritornello che ricorre come un mantra in questo brano e pare quasi una sintesi tra una massima sapienziale e una filastrocca per bambini. Il tema è quindi quello della solitudine, un tema attuale e se vogliamo, per certi versi anche drammatico. Che frustrazione la solitudine, credo che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sperimentato questa sofferenza: desiderare qualcuno con cui parlare cuore a cuore, qualcuno con cui condividere una fatica, o una gioia, ma non sapere a chi rivolgerci.

In questo testo però la prospettiva appare diversa, non c’è disperazione, ma matura consapevolezza. L’autore si rende conto di non essere solo anche quando intorno a lui non c’è nessuno. Ovviamente basta dare uno sguardo al testo per capire che non si sta riferendo ad un amico immaginario, è piuttosto come se volesse sottolineare che la sua solitudine nasconde una presenza interiore.

Insomma, Jovanotti lo sa di non essere solo quando è solo… e io?

Mi tornano alla mente le riflessioni di San Giovanni Paolo II che, meditando sull’esperienza del primo uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio, si sofferma proprio sul significato della sua solitudine di fronte a Dio.

Siamo nel secondo capitolo della Genesi, un testo dall’alto contenuto simbolico, in cui l’uomo, plasmato dalla polvere del suolo e dal soffio divino di Dio (appunto “con il cielo e con il fango”), nonostante si trovi ad avere a disposizione tutto il creato, sperimenta la solitudine. Una solitudine che porta Dio ad esclamare: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”.

Secondo Giovanni Paolo II questa esperienza, non riguarda solamente il fatto che non sia ancora stata creata la donna, ma ha a che fare con la natura stessa dell’uomo, cioè con la sua umanità.

Come esseri umani infatti, al contrario delle altre creature viventi (animali e piante), siamo dotati di una vita interiore e pertanto ciò che ci accade, non ci accade e basta, ma ciò che viviamo nel corpo tocca inesorabilmente la nostra interiorità, ci interroga, ci stupisce, ci ferisce, muove le nostre idee, le nostre sensazioni, i nostri sentimenti e soprattutto attiva la nostra capacità di interpretazione, di giudizio e di decisione. È lì che ogni persona può aprirsi alle domande ultime su sé stessa, sull’esistenza, sulla trascendenza, è lì che può scoprirsi sola con Dio.

La Bibbia chiama questa dimensione ‘cuore’, i teologi utilizzano la parola ‘coscienza’, per Giovanni Paolo II è qui che attraverso l’esperienza del proprio corpo ogni uomo trova la sua vera identità di persona ad immagine e somiglianza di Dio, scoprendosi capace di relazione con Dio come “partner dell’Assoluto”.

La solitudine allora, non è vuoto da riempire, ma è scoperta di una presenza!

In quanto esseri umani, a ben vedere, non siamo mai soli quando siamo soli, viviamo in un costante dialogo interiore con noi stessi, e con ciò che vive dentro di noi. Questo è il fondamento della preghiera, che è superamento dell’isolamento in quanto relazione figliale con Dio Padre che parla al cuore. Questa è la grandezza dell’essere umano: la sola creatura che nella solitudine è capace di conoscersi, di possedersi, di donarsi liberamente e di entrare in comunione con altre persone e con il suo Creatore.

Di fronte a questa realtà si comprende perché Jovanotti dice:

 “l’unico pericolo che sento veramente

È quello di non riuscire più a sentire niente”

Il vero rischio che corriamo è quello di smettere di vivere al livello più profondo della nostra esistenza, di fermarci in superficie. È il rischio dell’insensibilità, di non riuscire più a cogliere il senso oltre le cose:

“Il profumo dei fiori l’odore della città

Il suono dei motorini il sapore della pizza

Le lacrime di una mamma le idee di uno studente”

Nulla è per caso, tutto muove perché possiamo “stare con le antenne alzate verso il cielo” ovvero vivere in relazione con Dio e così capire meglio noi stessi, gli altri e il mistero della vita.

Pensare richiede un allenamento quotidiano, una lettura di ciò che si vive, si sente, si soffre e l’esercizio della memoria con cui si costruisce l’esperienza. Oggi purtroppo viviamo in una cultura che sistematicamente narcotizza il pensiero, non siamo più abituati a sopportare la frustrazione del silenzio e della solitudine. Siamo sempre connessi, con tutto tranne che con noi stessi, per cui le cose che viviamo, gli eventi, le relazioni, tutto resta muto.

Alcuni giorni fa durante l’incontro con un gruppo di universitari, un ragazzo confidandoci il suo smarrimento ci ha chiesto come fare a capire se vale la pena impegnarsi in una relazione seria con la ragazza che frequenta oppure se conviene restare amici. Qualcosa abbiamo provato a dire, ma purtroppo qui non esistono ricette, occorre recuperare e custodire il contatto con la propria vita interiore. Senza l’assunzione di questo compito (che comprende anche il cammino con un padre spirituale), di fronte a domande come questa, non serviranno a molto nemmeno rosari e novene. Infatti, prima ancora di portare ogni cosa davanti a Dio, è necessario che io trovi la mia collocazione di fronte a ciò che sto vivendo, che io dia un nome ai pensieri e ai sentimenti che si muovono in me.

A ben vedere ciò che spesso ci mette in crisi, non sono i problemi in sé stessi, quanto la nostra capacità di rispondere ad essi, insomma la nostra responsabilità. Certo tutto questo comporta una fatica, ed anche la disponibilità ad ascoltare le ferite e le angosce del proprio cuore, ma non è possibile prescindere da questo passaggio, specie per chi desidera iniziare una relazione di coppia. Giovanni Paolo II diceva che l’unità tra uomo e donna scaturisce dall’incontro di due solitudini, ovvero di due persone che hanno sperimentato la loro solitudine di fronte a Dio e hanno accolto la loro vita come un dono scoprendosi chiamate al dono di sé. Solo così è possibile trovare ancora “il coraggio di innamorarsi […] di svegliarsi e di alzarsi. Di smettere di lamentarsi…”.

L’augurio che insieme vogliamo cogliere da questa canzone è quello di poter guardare alla solitudine e al silenzio non più come a nemici da evitare, ma come alleati da custodire. La solitudine è una esperienza irrinunciabile che ci mette di fronte a noi stessi, ai nostri limiti, ai nostri desideri, al rapporto con Dio.

Il ritornello “Io lo so che non sono solo, anche quando sono solopossa allora diventare una piccola preghiera capace di condurci a profondità nuove della nostra vita.

La Luce oltre le luci

Finalmente sono riuscita a riordinare la casa dopo le feste di Natale: tolta la ghirlanda dallo specchio all’ingresso, rimesse le statuine nella loro scatola pronte a tornare in scena tra 11 mesi e, infine, riposto l’albero made in china, naturalmente dopo averlo svestito da tutte le palline (meno quelle che non sono sopravvissute alla gatta) e dalle luci intermittenti, che davano quel tocco così caldo alla casa.

Già, le luci. Mi ricordo che da bambina facevo un gioco mentre ero in auto con mia madre, di solito nel tragitto casa dei nonni – casa nostra, ed era quello di contare quanti alberi di Natale illuminavano le case lungo la strada. Vederli mi affascinava, era come se per un breve periodo dell’anno succedesse qualcosa di magico: l’atmosfera del Natale rendeva appunto tutto più brillante e “luccicoso”.

In questi giorni mi è ritornato alla mente quel gioco, mentre rimettevo al loro posto gli addobbi, e mentre mi capitava di osservare le persone che facevano altrettanto per le luci natalizie dei loro giardini.

Alberi, presepi, slitte, addobbi luminosi di varia natura e dimensione, alcuni davvero molto grandi… chissà quanta fatica per installare quelle luci, e che dispiegamento di forze, incluso necessariamente l’utilizzo di gru e piattaforme aeree!

E mi sono ritrovata a pensare proprio a questo, a quanto impegno, quanta organizzazione, quanta energia (sia fisica che elettrica!) mettano in campo le persone per avere alberi illuminati durante le feste natalizie per poi disfare tutto i primi di gennaio, e ho avuto come la sensazione che questo, per certi versi, purtroppo ci rispecchi. Rispecchi un certo modo di vivere la fede, che rischiamo tutti, e cioè quello di accontentarci di luccicare per un attimo, con sforzi, impegno, e grande appariscenza… per poi ritornare alla vita di prima senza porci troppi problemi, di accontentarci di ‘indossare’ un occasionale luccichio superficiale (e artificiale) che poi non lascia nulla e non incide nella vita di tutti i giorni: insomma un vivere la fede tanto quanto basta, come le luci di Natale, che ti servono da dicembre al 6 gennaio, ma poi la tua vita, tutto il resto dell’anno, la vivi senza.

Mi viene in mente quello che mi diceva un’amica durante queste feste, cioè che secondo lei ci sono i cristiani, e poi ci sono i cristiani che sono anche persone in cammino. Anche se una persona va a messa tutte le domeniche, diceva lei, non è detto che sia una persona in cammino.

Che significa allora essere cristiani? Significa aver ricevuto la luce del Battesimo: sì, ad ognuno di noi il giorno del battesimo è stata consegnata una candela accesa simbolo della vita di Cristo (vera Luce) che illumina la nostra vita rendendoci tempio dello Spirito Santo.

La luce accesa in noi quel giorno però è stata spesso e inevitabilmente soffocata da mille altre cose nel corso della nostra vita, ma resta in noi come la nostalgia di quella luce e di quel calore e allora ci ritroviamo irresistibilmente attratti da ciò che brilla. Così finiamo tante volte per credere che basti indossare occasionalmente qualche scintillio superficiale per colmare quel vuoto.

E che significa invece essere cristiani in cammino? Significa aver riscoperto la nostalgia di questa luce nel profondo di sé stessi e camminare per tornare a farla risplendere e custodirla viva.  A questo proposito, tornando ai nostri addobbi natalizi, come non pensare ai Re Magi, che sono coloro che non si accontentano di uno scintillio passeggero ed effimero, perché sanno che le luci che passano sono fatte per orientarci ad un’altra luce, quella vera. Essi seguono la scia della stella che passo dopo passo, km dopo km, anno dopo anno, li avvicina sempre più a quell’incontro a tu per tu con la “luce vera, quella che illumina ogni uomo”.

E noi, concretamente, come possiamo porci nella prospettiva dei magi? Non ho una risposta esauriente, ma credo che sia essenziale porre il rapporto con il Signore davvero al centro della propria vita, ovvero che la relazione con Lui sia in noi quella luce fondante capace di illuminare tutto il resto. Credo anche sia importante non accontentarsi di abitudini religiose o di eventi che ci scuotano con scintillii emotivi e forse pure artificiosi, ma piuttosto coltivare un dialogo il più possibile continuativo e sincero con Lui, aprire il cuore alle Sue ispirazioni quotidiane, e chiedere di custodirci nella luce contro le tentazioni del nemico che vuole oscurarla con i luccichii superficiali.

Per quanto ci riguarda, ci sono più cose che ci sostengono nello stare in cammino, o almeno a provarci: avere una guida spirituale, che ci aiuta a non raccontarcela e a prendere seriamente le scelte che dobbiamo fare, e a farle con il Signore; gli esercizi spirituali, che sono un tempo privilegiato di incontro con Lui nel qui ed ora; inoltre, importantissimo per noi è avere amicizie che condividono con noi la fede e un cammino spirituale, persone con cui sentiamo di parlare lo stesso linguaggio e con cui possiamo condividere gioie e fatiche autentiche; infine, tutto questo che ho appena scritto non avrebbe senso senza la ricerca di un incontro quotidiano con il Signore, a tu per tu, attraverso la sua Parola e la nostra vita quotidiana.

Queste sono solo alcune modalità che ci sono state preziose fino ad oggi nel mantenerci in cammino, certo non significa che siano le uniche o le migliori, e non significa nemmeno che questo metta al riparo da errori, cantonate e fraintendimenti. Ma il bello è che poco importa, perché tutto serve per arrivare a Lui, anche i nostri errori. Anche a questo proposito, possiamo guardare i Magi: l’incontro con Erode poteva sembrare un grandissimo errore, eppure è proprio Erode che, dopo aver consultato gli scribi e i sacerdoti, indica loro il luogo esatto, Betlemme. Senza Erode, forse, non sarebbero mai arrivati a destinazione. Questo pensiero mi consola molto: tutto serve, nel piano di Dio, anche se sul momento ci sembra di non capire nulla. L’incertezza è unita indissolubilmente alla fiducia, anche questo fa parte del cammino: se sapessimo già tutto infatti, non servirebbe fiducia, non servirebbe cammino.

Ciò che ci attende alla fine, comunque, è certo: la gioia sarà grandissima, come quando arrivi ad alcune tappe fondamentali della tua vita e, guardandoti indietro, metti insieme i pezzi, e finalmente scorgi un filo rosso, o una stella cometa potremmo dire, che ha accompagnato il tuo cammino fino a lì, qualcosa che nei singoli fatti ti era sfuggito, ma ora lo vedi, ti è chiaro! Ecco che senso aveva questo, ecco a che cosa mi ha preparato quell’altro, ecco perché quest’altra cosa ancora. Un filo rosso, o meglio, una cometa che ti ha guidato e ti sta guidando sempre più vicino alla “Luce vera, quella che illumina ogni uomo.”

Lui è il Verbo fatto carne, in lui è la vita e la vita è la luce degli uomini. Quest’anno allora, mentre riponiamo negli scatoloni i nostri addobbi natalizi, ricordiamo al nostro cuore che tutte le luci scintillanti delle feste trovano il loro senso solo nella Luce vera, quella che forse sotto tanta polvere, ancora arde nei nostri cuori.