L’amore è davvero l’inizio di una nuova era (ft. Jovanotti)

Dopo aver commentato Chiaro di luna (qui) e Fango (qui) non resistiamo a fare qualche riflessione a partire anche da Nuova era, brano che ci piace un sacco, non solo per il valore della canzone, energica e romantica allo stesso tempo, ma soprattutto perché, come spesso capita, Jovanotti riesce ad evidenziare alcuni tratti dell’amore capaci di risuonare profondamente nella nostra vita.

Se hai fatto l’esperienza di innamorarti e di essere ricambiato lo sai bene: l’amore è veramente «l’inizio di una nuova era», niente appare più come prima, è come una nuova creazione.

Non stiamo parlando del “colpo di fulmine”, ma del momento in cui una persona con tutto il suo essere, ovvero i suoi pensieri, il suo modo di fare, il suo corpo, la sua sensibilità… inaspettatamente ci appare sotto una luce nuova e non esce più dal cerchio delle nostre attenzioni. È il momento in cui ci sembra possibile e tanto desiderabile “gettare un ponte” verso il mondo dell’altro, un mondo distante e misterioso come lo è ogni uomo da ogni donna, ma allo stesso tempo estremamente attraente. È il momento in cui scopriamo che anche l’altra persona desidera tutto questo e il ponte gettato da entrambi diventa incontro dei cuori.

È qualcosa che ci trascende: un’altra persona prende dimora nel nostro cuore senza che possiamo farci nulla. A te magari piacevano le ragazze bionde, ma questa ragazza dai capelli mori, inspiegabilmente, è entrata nel tuo cuore. È come un «fermo immagine del mondo», perché tutto ciò che prima contava, d’improvviso appare sfuocato rispetto a lei. Tu vorresti pensare ad altro, vorresti provare a studiare, a fare sport… ma il pensiero di lei ti accompagna costantemente, la cerchi, le scrivi, e saresti pronto a «grandi imprese» pur di godere della sua presenza.

È una straordinaria e fondamentale esperienza di decentramento: tu, che prima ti sentivi al centro del mondo, che organizzavi tutto in funzione dei tuoi bisogni e delle tue voglie, improvvisamente ti trovi a mettere davanti un’altra persona. Non un corpo da usare o su cui fantasticare, ma una persona tutta intera nella sua verità, con il suo «cuore che batte» e che fa battere anche il tuo.

È il mistero dell’amore che risuona «come un tamburo che annuncia la vittoria», la vittoria sull’egoismo e sul possesso, e ci apre a fare della nostra vita un dono a qualcuno diverso da noi.

Ma al medesimo tempo questa esperienza ci rivela a noi stessi, svela la nostra preziosità. Fino al giorno prima, in noi c’era sempre qualcosa che non andava, non ci sentivamo mai pienamente all’altezza degli altri e delle cose, ma ora che scopriamo di essere entrati nel cuore di un’altra persona, di essere per lei desiderabili e unici al mondo, intuiamo anche il nostro inestimabile valore.

È un mistero di meraviglia: quell’attesa del cuore che prima non sapevamo spiegare, e tentavamo in molti modi di saziare, improvvisamente si compie in un’estasi che non si riesce a comunicare. Ci scopriamo unici e insostituibili proprio per quella stessa persona che portiamo nel cuore.

Ed il cuore esulta in una gioia mista a timore: «Stiamo pensando alla stessa cosa io e te, nello stesso momento. Lo senti, lo sento…».

Qualcuno dice che «è una reazione chimica», i filosofi parlano di un «eterno movimento», in fondo non c’è una spiegazione logica, eppure siamo io e te trasfigurati nell’amore, avvolti da qualcosa che ci supera e che non si riesce mai pienamente a comunicare, lo sento io e lo senti tu.  

Ed è incredibile, perché la vita, improvvisamente, prende un senso e un sapore nuovo che prima non aveva, e questo incontro dei cuori dischiude ai nostri occhi un orizzonte di bellezza.

È esperienza di infinito, è assaggio di eternità, perché entrambi sogniamo che il nostro amore sia per sempre, che non abbia mai fine.

È un’esperienza rivoluzionaria perché svela anche in nostro destino: vivere l’uno per l’altro. Ad entrambi infatti appare straordinariamente bello e desiderabile stare insieme, condividere tutto, condividere la vita.

L’Amore crea, l’amore attrae, l’amore chiama. Sentiamo allora la chiamata ad essere «una cosa sola» ad essere «Due sillabe della stessa parola»: a dire insieme una parola di vita al mondo, senza appiattirci, senza fonderci, ma ognuno col suo dono proprio insieme all’altro.

È insomma esperienza di Dio. Dio che è Amore e che ci apre a partecipare all’amore, Dio che supera i nostri rigidi schemi e scompagina le nostre piccole convinzioni per rivelarci il senso di una vita piena vissuta nel dono reciproco.

È per questo che sperimentarlo, ci fa sentire «un poeta, anzi di più un profeta» perché amandoci possiamo annunciare la bellezza di Dio che è amore e che dona sé stesso perché possiamo avere vita.

Facilmente, di fronte a questa lettura, qualcuno scrollerà le spalle pensando alla fase dell’innamoramento giovanile, apice della passione e ormai sbiadito ricordo, distante anni luce dall’ordinario ménage famigliare… E se invece di essere il vertice dell’amore, l’esperienza dell’innamoramento fosse un preludio, un’anticipazione della gioia che attende gli amanti nella loro vita?

Non sappiamo se Jovanotti ha mai letto Solov’ëv, ma questo straordinario autore russo ci offre un’affascinate chiave per superare questo “luogo comune”.

Egli sostiene infatti, che la visione ideale che gli amanti hanno l’uno dell’altro durante l’innamoramento non è un’illusione, bensì una rivelazione della bellezza definitiva per cui Dio li ha creati. Egli vede quindi nell’innamoramento un appello reciproco che gli amanti si rivolgono: «amami perché io diventi così come tu mi stai vedendo!». Innamorarsi sarebbe quindi una promessa della bellezza che attende gli amanti se accettano la scommessa di vivere l’uno per l’altro uniti nell’amore.

Siamo convinti che ascoltare Jovanotti cantare questo appassionato inno all’amore per sua moglie, a cinquantanni suonati, sia la conferma più bella che non si tratta solo di illusioni giovanili, ma che l’amore, se ci crediamo fino in fondo, mantiene le sue promesse: si dilata, cresce, matura e non può finire perché la sua sorgente è in Dio.

Sì, l’amore è davvero l’inizio di una nuova era. Grazie Lorenzo.

Cinema & teologia del corpo: Jojo Rabbit

Chi di voi ha visto Jojo Rabbit? Se non lo avete visto, il consiglio è di rimediare al più presto.

È un film bellissimo, esilarante e serio, profondo e divertente. A noi è piaciuto talmente tanto che dopo averlo visto al cinema con i nostri nipoti, siamo tornati a vederlo anche in questi giorni, sotto le stelle, in uno di quei cinema all’aperto di paese, deliziosi e un po’ all’antica.

Dopo aver frequentato i corsi di Christopher West negli USA al TOB INSTITUTE, ogni tanto, quando guardiamo un film, cerchiamo i “semi del verbo”. Christopher infatti ad ogni corso propone sempre la visione di un film, ma non una pellicola a tema religioso, tipo Gesù di Nazareth o I dieci comandamenti, bensì un film hollywoodiano, “insospettabile” per così dire, dove chiede di prestare particolare attenzione ai messaggi profondi che si possono cogliere, che rimandano alla fede e alla teologia del corpo. Proprio come abbiamo letto domenica infatti, è convinto che grano e zizzania crescano inevitabilmente assieme, e che quindi, piuttosto che rigettare ciò che è “mondano”, valga piuttosto la pena riconoscere in ogni cosa i semi del verbo, piccole tracce di verità che si possono cogliere anche al di là di quello che è l’intento consapevole del regista o dello sceneggiatore.

Jojo Rabbit da questo punto di vista ci è sembrato particolarmente stuzzicante.

Il film è ambientato in Germania durante la seconda guerra mondiale, all’epoca quindi del nazismo. Il protagonista del film infatti, un bambino di 10 anni, sta per partecipare ad un weekend di training per la gioventù hitleriana, di cui sta entrando orgogliosamente a far parte, tanto che ha per amico immaginario niente meno che Hitler, interpretato in maniera caricaturale nonché magistrale dal regista Taika Waititi.

«Oggi tu diventi un uomo» questo è quello che si dice Jojo prima di partire e questo è l’asse portante delle nostre riflessioni: cosa significa diventare un uomo? Questa è infatti una delle domande-chiave a cui vuole rispondere la teologia del corpo.

Al campo di formazione per giovani nazisti, diventare un uomo significa imparare ad usare il pugnale, la pistola e a lanciare una bomba a mano, significa odiare (gli ebrei), ma significa soprattutto imparare ad uccidere e a combattere per uccidere. La scena più significativa qui è quando Jojo viene preso in giro perché ritenuto codardo e deve dimostrare di non esserlo uccidendo un coniglio, cosa che non farà e che gli costerà l’appellativo di “Jojo coniglio” appunto.

Ma diventare un uomo è proprio questo?

Per diventare uomini c’è bisogno di confrontarsi con l’uguale (il maschile) e con il differente (il femminile), e questo film ci offre degli spunti molto interessanti su questo.

Jojo non ha il padre, che è impegnato al fronte, e nel rapporto con l’amico immaginario Hitler si avverte tanto il suo bisogno di una figura paterna con cui confrontarsi e che creda in lui. Nel vuoto della presenza reale però, tale figura immaginaria è idealizzata, tanto da rendere il piccolo Jojo un vero e proprio fanatico nazista desideroso di compiacere il suo Hitler.

Al campo di formazione incontra però una nuova figura maschile: il capitano Klenzendorf, personaggio pittoresco e discutibile a cui una menomazione fisica, dovuta ad una ferita di guerra, ha interrotto bruscamente i sogni di carriera militare e ridimensionato significativamente il feeling con l’ideologia nazista. Sarà lui che, a dispetto delle attese, nel corso del film si preoccuperà per Jojo, lo proteggerà, arrivando infine a fare un gesto dal profondo valore paterno: sacrificare la sua vita per quella del piccolo.

La madre (Scarlett Johansson) è la figura chiave per il piccolo Jojo, è lei a donargli nelle parole e nei fatti un prezioso insegnamento sull’amore. Nei dialoghi tra i due infatti lei gli consegna alcune frasi-chiave che spetterà a Jojo verificare e fare proprie nel corso della vita: «L’amore è la cosa più forte al mondo» e «La vita è un dono e dobbiamo celebrarla». Tali dichiarazioni non rimangono però frasi sospese e astratte, perché la madre ha accolto segretamente nella loro casa una ragazza ebrea, Elsa, testimoniando così con la sua stessa vita cosa significa l’amore e perché vale la pena vivere (qui non posso svelare oltre se non avete visto il film).

E sarà proprio nel rapporto con Elsa, di cui scopre di nascosto l’esistenza, che Jojo imparerà a fare i conti con la realtà dell’altro, che non è più un fantasma ideale contro cui combattere, ma è una persona concreta, con i suoi sentimenti e i suoi bisogni, e a cui infine si affezionerà fino ad innamorarsene.

Andando verso una conclusione, possiamo allora dire che questo film ci può regalare alcuni importanti spunti su cosa significa essere padri: insegnare a offrire la propria vita, e su cosa invece significa essere madri: insegnare ad accogliere la vita.

Grazie all’aver fatto esperienza di un padre e di una madre Jojo, alla fine del film, potrà finalmente liberarsi dell’amico immaginario Hitler, che non gli serve più, dato che ha sperimentato una paternità reale, ma soprattutto ha imparato cosa significa davvero diventare uomo.

Nelle ultime scene infatti, Jojo, che è innamorato di Elsa, può decidere se farle credere che la Germania ha vinto la guerra, trattenendola così con sé, oppure se dirle la verità, lasciandola libera di uscire dal suo nascondiglio, a costo di perderla. Jojo sceglie di dirle la verità e di lasciarla libera, dimostrando di aver imparato nonostante i suoi dieci anni e mezzo ad amare nel modo più sublime: mettere davanti la felicità dell’altro e lasciarlo libero.

Ecco cosa significa diventare uomo: imparare ad amare e fare ciò che si ha in potere di fare per amore, anche contro il proprio stesso interesse.

Pentecoste: godiamoci il bacio di Dio!

Lo Spirito Santo, il bacio di Dio sull’umanità

Se iniziamo parlando di San Bernardo, ai più verrà in mente un coccoloso cagnolone di grossa taglia, eppure esiste un santo molto affascinante che ha in comune lo stesso nome: Bernardo di Chiaravalle.

Cosa centra San Bernardo con la Pentecoste ve lo diciamo subito… in vista della Pentecoste, il nostro caro amico don Luigi, ci ha condiviso alcune meditazioni di questo santo sullo Spirito Santo. Si tratta di intuizioni bellissime che nascono dalla sensibilità di un mistico, e che racchiudono, con buona pace dei più scettici, una sorprendente concretezza. Vogliamo quindi provare di raccontarvi con le nostre povere parole questa meraviglia.

Nei sermoni sul Cantico dei Cantici, San Bernardo, contemplando il linguaggio d’amore degli sposi e la capacità del loro corpo di esprimere l’amore attraverso gesti concreti, vede una rappresentazione simbolica del mistero trinitario di Dio. Come diceva Giovanni Paolo II infatti, il nostro Dio non è solitudine, ma è una famiglia, e il mistero trinitario ci rivela proprio Dio come comunione di amore e intimità tra le tre persone divine.

San Bernardo in particolare si sofferma sul versetto «Mi baci con i baci della sua bocca» (Ct 1,2) il bacio quindi come gesto d’amore, quel bacio bocca a bocca che appare come la trasmissione dello stesso respiro, della stessa vita, gli rivela una realtà ancora più profonda.

Certo dobbiamo qui purificare il nostro sguardo inquinato, non si tratta ovviamente del cosiddetto «bacio alla francese», ma semplicemente di un incontro appassionato delle labbra.

E proprio questo incontro delle labbra fa dire a San Bernardo che lo Spirito Santo può essere visto come il bacio del Padre al Figlio poiché rappresenta «l’imperturbabile pace del Padre e del Figlio, il saldo vincolo, l’indivisibile amore e l’indissolubile unità tra i due».

Dice San Bernardo che il Padre ama il Figlio, e lo abbraccia con una singolare dilezione (ovvero un amore spirituale costante), ma anche egli stesso è amato da parte del Figlio, il quale per amore Suo accetta la morte in croce.

Le letture di questo tempo di Pasqua, in fondo, non hanno fatto altro che ricordarci quotidianamente tutto questo, che Cristo e il Padre sono una cosa sola: «io sono nel Padre e il Padre è in me», e che noi, nella Pasqua di Cristo, abbiamo accesso a questa unità: «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi.»

San Bernardo dice proprio che a pronunciare la frase del Cantico «Mi baci, con il bacio della sua bocca» è la sposa e «sposa» è ogni anima che ha sete di Dio. È affascinante allora guardare alla Pentecoste, al dono dello Spirito Santo, come ad un bacio che ci dona il Padre.

Il vangelo che troveremo nella liturgia dice «soffiò su di loro» e per soffiare, guarda caso, bisogna proprio protendere le labbra come a voler baciare.

La bocca, le labbra, sono un mistero di vita potentissimo perché sono bacio, respiro, parola e nutrimento.

Questo soffio-bacio-parola attraversa tutta la Scrittura, la apre e la chiude. Lo troviamo al principio, quando Dio crea con la parola e plasma l’essere umano come attraverso un bacio, comunicandogli la sua vita più intima attraverso il soffio di un alito di vita. E lo troviamo al compimento delle scritture nel mistero Pasquale, quando Cristo sul talamo della croce, chinato il capo, spirò, ovvero soffiò, condivise a noi la sua vita. Ed è sempre il tema del bacio a ricordarci che è possibile guardare tutta la Bibbia anche come un’appassionata storia d’amore tra Dio e l’umanità.

La Pentecoste ci parla proprio di questo Dio innamorato che attende di baciarci attraverso il Figlio, ci parla di questo bacio spirituale che è più di un bacio, è condivisione di vita eterna.

Forse qualcuno potrà trovarsi un po’ a disagio all’idea di ricevere un bacio sulla bocca da Dio. Eppure, proprio questo incontro libero delle labbra, questa condivisione dei respiri può in modo forte e concreto raccontare il mistero della vita nuova, che ci è comunicata nella Pentecoste attraverso lo Spirito Santo.

Benché siamo tutti messi maluccio, non si tratta di una «respirazione bocca a bocca» che subiamo, può trattarsi solo un bacio. Può essere solo un bacio perché soltanto il bacio bocca a bocca è incontro di due libertà. Solo il bacio rivela desiderio di intimità, desiderio di una vicinanza fino a diventare una cosa sola: io in te e tu in me.

Questa festa allora ci parla di un Dio innamorato che attende di baciarci. Oggi Dio bacia, Dio mi bacia, protende le sue labbra per incontrare le mie e condividermi il suo respiro, la sua vita più intima che è la comunione. Accoglierò questo bacio? Godrò di questo bacio?

Buona Pentecoste

Anche il tuo corpo fa Pasqua con Lui

Ci accingiamo a vivere una Pasqua del tutto particolare e certamente, visto il contesto attuale, tutti ci auguriamo che resti “unica”. Da parte nostra possiamo dire che desideriamo resti unica, non solo perché non si ripetano altre pandemie, ma anche perché tutti noi possiamo gustarla in un modo completamente nuovo.

Ecco allora che forse, più che coltivare l’amarezza per i riti a cui non ci sarà possibile partecipare, o abbandonarci al dispiacere per ciò che irrimediabilmente mancherà quest’anno, crediamo sia più saggio provare di mettere a fuoco ciò che di essenziale questo tempo ci ha lasciato, per vivere intensamente il mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù.

È vero, quest’anno non potremo andare nell’edificio chiesa per la Santa Messa, ma avremo forse la possibilità di riscoprire la Chiesa come «famiglia di Dio», come «famiglia di famiglie» che, insieme, si sostiene vicendevolmente in questa fase di difficoltà. Se siamo una coppia di sposi poi, la nostra casa è anche «chiesa domestica» a tutti gli effetti, perché la nostra relazione è abitata da Cristo. Ma soprattutto in quanto battezzati, siamo divenuti noi stessi tempio dello Spirito Santo, dello Spirito dei figli di Dio per mezzo del quale possiamo chiamare Dio, «Padre».

È vero, purtroppo non sarà possibile ricevere fisicamente il corpo e sangue di Cristo, ma avremo ugualmente la possibilità di accostarci al mistero eucaristico, che è il mistero del Suo corpo donato per amore. Un corpo reale: il suo sudore, la suo schiena, il suo capo, le sue spalle, le sue mani e i suoi piedi inchiodati alla croce, ci danno la misura schietta del suo amore per noi, concreto ed incarnato senza fronzoli e sdolcinatezze.

È vero, non abbiamo la mediazione di quei preziosi segni che solo la liturgia ci sa comunicare (il ramo d’ulivo, la lavanda dei piedi, il bacio della croce e la luce della notte di Pasqua), ma abbiamo la possibilità di riscoprire la nostra persona, il nostro corpo, che non solo è il segno più bello di tutto il creato, perché portiamo in noi l’immagine e somiglianza con Dio, ma è ciò con cui possiamo unirci al Padre nella preghiera per essere sacrificio vivente, santo e gradito a Dio.

Ecco allora che per cercare di penetrare un po’ di più il grande mistero pasquale, desideriamo proporvi una piccola meditazione da fare personalmente, “corpo a corpo” con Cristo, ispirata ad un testo di Jo Croissant. Una meditazione che crediamo ci aiuti a cogliere il mistero del divino e dell’umano, che in Cristo si sono uniti per non essere mai più separati.

  • IL SUDORE: il nostro nel Suo

«In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra.» (Lc 22,44)

Mediante l’agonia di Gesù al Getsemani è stato santificato il sudore dell’uomo. Dio disse ad Adamo: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”. Gesù suda sangue, quasi ad esprimere in modo radicale il dono di tutto il suo essere, corpo, anima e spirito, per la redenzione del mondo. Accetta di assumere le conseguenze del peccato originale e, con il sudore come gocce di sangue, riscatta tutto il lavoro dell’uomo. Quel sudore esprime l’intensità della sua sofferenza interiore, della sua lotta con il nemico, padre di menzogna, che cerca di convincerlo dell’inutilità del suo sacrificio.

Signore Gesù, ti rendiamo grazie per averci riscattati con il tuo sangue.

Ti offriamo il nostro lavoro, le nostre lotte interiori ed esteriori

Affinché tu le associ alla tua redenzione.

Non sia vano alcuno nostro sforzo,

non sia inutile alcuna nostra sofferenza,

ma tutto possa servire per la tua gloria e per la salvezza delle anime.

  • LA SCHIENA: la nostra nella Sua

«Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare.» (Gv 19,1)

Con la flagellazione Gesù ha offerto la sua schiena alla cattiveria degli uomini, accettando di soffrire nella sua carne le lacerazioni che il male e l’ingiustizia infliggono alla carne umana.

Signore, ti offriamo tutte le sofferenze presenti nella nostra carne.

Ti offriamo la nostra schiena ricurva sotto il peso di tanti fardelli.

Concedici di non sopravvalutare le nostre forze

E di non caricarci di fardelli che non ci chiedi portare,

ma di portare con gioia la nostra parte di sofferenza.

  • IL CAPO: il nostro nel Suo

«E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo» (Gv 19, 2)

Con l’incoronazione di spine Gesù offre il suo capo per ottenerci la purificazione della nostra mente.

Signore, ti offriamo tutto ciò che non capiamo della nostra vita,

tutto ciò che ci sembra senza senso, inutile

e che non riusciamo a controllare.

Signore, sia la nostra testa sottomessa al tuo cuore,

affinché non dimentichiamo mai che sei il nostro Creatore e Salvatore.

Proteggici dall’orgoglio e della presunzione.

Dacci l’intelligenza delle Scritture,

la comprensione dei tuoi misteri con il cuore.

Come Salomone, ti chiediamo

la saggezza di non giudicare tutto in modo umano,

ma di vedere ogni cosa nella tua luce.

  • LE SPALLE: le nostre nelle Sue

«Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota» (Gv 19,17).

Nella via crucis, Gesù offre le sue spalle. Sarà schiacciato sotto un fardello troppo pesante per le sue spalle umane, conoscendo pienamente la nostra condizione di debolezza.

Signore ti offriamo tutto ciò che ci disturba, che ci tormenta,

ciò che è troppo pesante per noi e che ci schiaccia.

Aiutaci a non sottrarci ai tuoi disegni,

a portare la nostra croce con coraggio e con fiducia,

sapendo che la porti insieme a noi.

  • PIEDI E MANI: i nostri nei Suoi

Sulla croce offre i suoi piedi e le sue mani, immobilizzati, resi impotenti, affinché tre giorni dopo scaturisca la potenza della resurrezione.

Signore, ti offriamo i momenti

in cui ci fai vivere un’immobilità che ci crocifigge,

in cui siamo praticamente impossibilitati ad agire,

in cui dobbiamo renderci conto della sconfitta e della morte.

Vogliamo proclamare la tua vittoria sul male e sulla morte,

la nostra certezza che tu cambi il male in bene

con la potenza della tua resurrezione.

Ci siamo imbattuti in questo testo di Jo Croissant quasi per sbaglio, ma crediamo che, visti i tempi che stiamo vivendo, non sia stato un caso. Pensiamo che valga davvero la pena dedicare un piccolo spazio della nostra settimana santa a questo “corpo a corpo” con il Signore Gesù, per gustare ancora più personalmente ed intensamente come la Sua Pasqua non è qualcosa che riguarda solo il nostro domani e l’aldilà, ma riguarda sempre il nostro oggi, la nostra vita concreta nel corpo, in ogni suo aspetto. Lui è venuto per redimere tutto di noi; tutto ciò che siamo, in Lui, passa da morte a vita perché Lui solo fa nuove tutte le cose.

 Buona Pasqua di Resurrezione da Giulia e Tommy

E la tua Annunciazione?

Anche il 25 marzo di 20 anni fa era la festa dell’Annunciazione.

Era l’anno del Grande Giubileo, Papa Giovanni Paolo II stava vivendo il suo pellegrinaggio in Terra Santa e quel giorno volle celebrare questa solennità con una messa nella basilica dell’Annunciazione a Nazareth.

Oggi anche noi celebriamo questa solennità, ma com’è il nostro rapporto con questa ricorrenza liturgica?

Dobbiamo ammettere che nel nostro immaginario l’evento dell’Annunciazione ha connotati un po’ “fiabeschi”: Maria in ginocchio e di fronte a lei il classico ragazzone biondo con le ali che porta l’annuncio. Questo è un po’ il leitmotiv che l’arte cristiana ci ha consegnato e in verità spesso fatichiamo ad andare oltre quest’immagine per cogliere il contenuto simbolico di questo evento straordinario.

L’Annunciazione infatti non è stata banalmente una comunicazione di servizio da parte di Dio ad una sua creatura, tutt’altro: il mistero dell’Annunciazione custodisce in sé il mistero dell’incarnazione ed è quindi intimamente legato con la teologia del corpo, e di conseguenza alla vita di ciascuno di noi.

Maria con la sua risposta libera, con il suo “sì”, si conforma alla volontà del Padre, fa spazio nella sua carne, al Verbo della vita, al redentore del mondo. Maria tesserà nel suo grembo la carne del Figlio di Dio e dopo nove mesi lo genererà.

Karol Wojtyła, nel poema La Madre, immagina lo stupore di Maria che ripensa all’evento dell’Annunciazione :

«Questo momento di tutta la vita, dacché lo conobbi nella parola,

da quando divenne mio corpo, nutrito in me col mio sangue,

custodito nell’estasi –

cresceva nel mio cuore in silenzio, come un Nuovo Uomo,

tra i miei stupiti pensieri ed il lavoro quotidiano delle mie mani»

Questo evento è il mistero che fa di Maria la Madre di Dio e le consente di raggiungere un’unione con Dio inimmaginabile per le attese dello spirito umano fino ad allora.

Ma a ben vedere, questo è anche il mistero della nostra umanità: come ha più volte sottolineato Giovanni Paolo II, Maria rappresenta anche l’immagine di tutto il genere umano. Ciascuno di noi infatti è chiamato, come Maria, ad essere tempio dello Spirito Santo, ad accogliere la Parola, il Verbo di Dio.

Anche per noi infatti, come per Maria, la vita eterna, la vita piena, passa per un annuncio.

Anche in noi il Dio del cielo desidera dimorare per generare vita, comunione, bellezza.

L’esistenza di ciascuno di noi è fatta di tanti piccoli annunci, di tante “parole” che se accolte, posso fecondare la nostra vita e di riflesso anche quella altrui.

Ogni Eucaristia, ogni incontro con la Parola, ogni evento della nostra vita, può diventare per noi Annunciazione, momento in cui Dio si rivela e ci chiede la disponibilità ad essere accolto, ci chiede di fargli spazio, di dargli la nostra carne.

E se, come Maria, diremo il nostro “sì”, inizierà una gestazione feconda, generativa, che porterà vita.

Come abbiamo letto nella seconda lettura di oggi, Dio Padre non desidera sacrifici, ma un corpo ci ha preparato…  Diciamo allora il nostro “Eccomi”, apriamoci a questo mistero e arriveremo anche noi a gioire cantando il nostro Magnificat.

L’irrinunciabile esperienza della solitudine

Che Jovanotti ci piaccia è già venuto a galla (vedi Il Cantico dei Cantici di Jovanotti). Senza dubbio è un’artista di una sensibilità particolare.

Ultimamente mi è capitato di riascoltare una sua vecchia canzone che avevo completamente dimenticato, ma le cui parole, non so perché, erano ancora impresse da qualche parte nella mia memoria.

Il pezzo in questione si intitola “Fango” e devo confessare che quando uscì la prima volta nel 2007, non mi attirò per nulla. Oggi invece, riascoltandolo con inaspettato gusto, si sono accese nella mia testa numerose ‘lampadine’ che vorrei provare di condividere con voi.

Io lo so che non sono solo  Anche quando sono solo”

È il ritornello che ricorre come un mantra in questo brano e pare quasi una sintesi tra una massima sapienziale e una filastrocca per bambini. Il tema è quindi quello della solitudine, un tema attuale e se vogliamo, per certi versi anche drammatico. Che frustrazione la solitudine, credo che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sperimentato questa sofferenza: desiderare qualcuno con cui parlare cuore a cuore, qualcuno con cui condividere una fatica, o una gioia, ma non sapere a chi rivolgerci.

In questo testo però la prospettiva appare diversa, non c’è disperazione, ma matura consapevolezza. L’autore si rende conto di non essere solo anche quando intorno a lui non c’è nessuno. Ovviamente basta dare uno sguardo al testo per capire che non si sta riferendo ad un amico immaginario, è piuttosto come se volesse sottolineare che la sua solitudine nasconde una presenza interiore.

Insomma, Jovanotti lo sa di non essere solo quando è solo… e io?

Mi tornano alla mente le riflessioni di San Giovanni Paolo II che, meditando sull’esperienza del primo uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio, si sofferma proprio sul significato della sua solitudine di fronte a Dio.

Siamo nel secondo capitolo della Genesi, un testo dall’alto contenuto simbolico, in cui l’uomo, plasmato dalla polvere del suolo e dal soffio divino di Dio (appunto “con il cielo e con il fango”), nonostante si trovi ad avere a disposizione tutto il creato, sperimenta la solitudine. Una solitudine che porta Dio ad esclamare: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”.

Secondo Giovanni Paolo II questa esperienza, non riguarda solamente il fatto che non sia ancora stata creata la donna, ma ha a che fare con la natura stessa dell’uomo, cioè con la sua umanità.

Come esseri umani infatti, al contrario delle altre creature viventi (animali e piante), siamo dotati di una vita interiore e pertanto ciò che ci accade, non ci accade e basta, ma ciò che viviamo nel corpo tocca inesorabilmente la nostra interiorità, ci interroga, ci stupisce, ci ferisce, muove le nostre idee, le nostre sensazioni, i nostri sentimenti e soprattutto attiva la nostra capacità di interpretazione, di giudizio e di decisione. È lì che ogni persona può aprirsi alle domande ultime su sé stessa, sull’esistenza, sulla trascendenza, è lì che può scoprirsi sola con Dio.

La Bibbia chiama questa dimensione ‘cuore’, i teologi utilizzano la parola ‘coscienza’, per Giovanni Paolo II è qui che attraverso l’esperienza del proprio corpo ogni uomo trova la sua vera identità di persona ad immagine e somiglianza di Dio, scoprendosi capace di relazione con Dio come “partner dell’Assoluto”.

La solitudine allora, non è vuoto da riempire, ma è scoperta di una presenza!

In quanto esseri umani, a ben vedere, non siamo mai soli quando siamo soli, viviamo in un costante dialogo interiore con noi stessi, e con ciò che vive dentro di noi. Questo è il fondamento della preghiera, che è superamento dell’isolamento in quanto relazione figliale con Dio Padre che parla al cuore. Questa è la grandezza dell’essere umano: la sola creatura che nella solitudine è capace di conoscersi, di possedersi, di donarsi liberamente e di entrare in comunione con altre persone e con il suo Creatore.

Di fronte a questa realtà si comprende perché Jovanotti dice:

 “l’unico pericolo che sento veramente

È quello di non riuscire più a sentire niente”

Il vero rischio che corriamo è quello di smettere di vivere al livello più profondo della nostra esistenza, di fermarci in superficie. È il rischio dell’insensibilità, di non riuscire più a cogliere il senso oltre le cose:

“Il profumo dei fiori l’odore della città

Il suono dei motorini il sapore della pizza

Le lacrime di una mamma le idee di uno studente”

Nulla è per caso, tutto muove perché possiamo “stare con le antenne alzate verso il cielo” ovvero vivere in relazione con Dio e così capire meglio noi stessi, gli altri e il mistero della vita.

Pensare richiede un allenamento quotidiano, una lettura di ciò che si vive, si sente, si soffre e l’esercizio della memoria con cui si costruisce l’esperienza. Oggi purtroppo viviamo in una cultura che sistematicamente narcotizza il pensiero, non siamo più abituati a sopportare la frustrazione del silenzio e della solitudine. Siamo sempre connessi, con tutto tranne che con noi stessi, per cui le cose che viviamo, gli eventi, le relazioni, tutto resta muto.

Alcuni giorni fa durante l’incontro con un gruppo di universitari, un ragazzo confidandoci il suo smarrimento ci ha chiesto come fare a capire se vale la pena impegnarsi in una relazione seria con la ragazza che frequenta oppure se conviene restare amici. Qualcosa abbiamo provato a dire, ma purtroppo qui non esistono ricette, occorre recuperare e custodire il contatto con la propria vita interiore. Senza l’assunzione di questo compito (che comprende anche il cammino con un padre spirituale), di fronte a domande come questa, non serviranno a molto nemmeno rosari e novene. Infatti, prima ancora di portare ogni cosa davanti a Dio, è necessario che io trovi la mia collocazione di fronte a ciò che sto vivendo, che io dia un nome ai pensieri e ai sentimenti che si muovono in me.

A ben vedere ciò che spesso ci mette in crisi, non sono i problemi in sé stessi, quanto la nostra capacità di rispondere ad essi, insomma la nostra responsabilità. Certo tutto questo comporta una fatica, ed anche la disponibilità ad ascoltare le ferite e le angosce del proprio cuore, ma non è possibile prescindere da questo passaggio, specie per chi desidera iniziare una relazione di coppia. Giovanni Paolo II diceva che l’unità tra uomo e donna scaturisce dall’incontro di due solitudini, ovvero di due persone che hanno sperimentato la loro solitudine di fronte a Dio e hanno accolto la loro vita come un dono scoprendosi chiamate al dono di sé. Solo così è possibile trovare ancora “il coraggio di innamorarsi […] di svegliarsi e di alzarsi. Di smettere di lamentarsi…”.

L’augurio che insieme vogliamo cogliere da questa canzone è quello di poter guardare alla solitudine e al silenzio non più come a nemici da evitare, ma come alleati da custodire. La solitudine è una esperienza irrinunciabile che ci mette di fronte a noi stessi, ai nostri limiti, ai nostri desideri, al rapporto con Dio.

Il ritornello “Io lo so che non sono solo, anche quando sono solopossa allora diventare una piccola preghiera capace di condurci a profondità nuove della nostra vita.

A proposito di porno

Recentemente, su più fronti, siamo stati interpellati sul tema pornografia.

Allo scorso Forum WAHOU un ragazzo ci ha chiesto come poterne uscire, in un’altra occasione una donna sposata ci ha confidato sconvolta di aver scoperto che suo marito guarda abitualmente video porno, ed infine un’amica ci ha condiviso la preoccupazione per il fratello ventenne che sta da pochissimi mesi con una ragazza che gli ha già proposto di guardare (e non solo) porno insieme …

In modo soft ormai la pornografia è diventata una cosa quotidiana, un prodotto stuzzicante e gratuito a disposizione H24 comodamente sui nostri smartphone per riempire i nostri vuoti interiori.

Nonostante i continui tentativi di normalizzarla rendendola un ingrediente di tante cose come serie tv, reality, pubblicità e video musicali, tutti quanti intuiamo tacitamente che nella pornografia c’è qualcosa che non va. Anche chi la difende dicendo che il sesso è una cosa naturale, in fondo in fondo sa che non è poi così naturale avere un incontro intimo col proprio smartphone. Basti pensare che per accedervi occorre uscire dall’ambiente reale delle relazioni sociali e passare, non senza un pizzico di furtività, ad un ambiente virtuale che per pulirci la coscienza abbiamo chiamato: ‘per adulti’.

Purtroppo, ciò che è stato propinato come espressione di libertà contro ogni censura, presenta in realtà un duplice problema: la pornografia fa male ed è un male!

Si, la pornografia fa male, ma fa male a chi?  Di fatto, se non è coinvolto nessun’altro, a chi faccio del male se guardo qualcosa di ‘spinto’ nel segreto della mia stanza?

Fa male a me! Io sono la vittima! E sebbene sul momento ne esca eccitato, non mi rendo conto che la pornografia come un parassita mi sta divorando dall’interno.

Innanzitutto, crea dipendenza. Ci sono sull’argomento numerosi studi neurologici che mostrano come il meccanismo fisiologico che si innesca in chi guarda pornografia è simile a quello di chi assume droghe.

(Vi rimandiamo all’associazione Puri di cuore che si occupa dell’argomento per approfondirne il tema della dipendenza).

Ma non è tutto: la pornografia altera anche il mio immaginario. Non tanto perché spesso mostra rapporti violenti o perversi, quanto perché altera il modo di vedere le altre persone.

Per un uomo che guarda pornografia, le donne cessano di essere persone con una storia, dei sogni, delle ferite, delle attese, ed iniziano a tramutarsi in pezzi di corpo da valutare e da usare. Corpi inanimati su cui fantasticare per il proprio piacere. Per molti questo è il normale sguardo mascolino, ma non è affatto così: questo è uno sguardo pornografico. Un conto è essere attratti dalle donne, altro è uno sguardo che analizza e separa il corpo dalla persona.

Questi sono alcuni degli effetti più nefasti della pornografia, ma se ci fermiamo al dato che la pornografia fa male, rischia di sfuggirci la cosa più importante, ovvero che la pornografia fa male perché è un male.

Un male è qualcosa che indipendentemente dalle circostanze e dalle intenzioni non solo non edifica, ma disgrega la persona allontanandola dalla sua pienezza.

La pornografia però non è un male per il fatto che il sesso è un male, né perché i corpi nudi siano un male.

Qualcuno dice che il male della pornografia è che fa pensare troppo al sesso, ma a ben vedere il sesso viene esibito, consumato, idolatrato, ma non certamente pensato. La nostra cultura pornografica non sa più pensare il sesso. Se sapessimo pensarlo dovremmo chiederci: cos’è il sesso? Che significato ha? Oppure: Chi lo ha inventato?

Da cattolici diciamo: “Dio!” Dio ci ha creati come maschi e femmine e la sua benedizione sull’uomo e sulla donna è stata: “siate fecondi e moltiplicatevi!” (Gn 1,28) ovvero: il desiderio sessuale è buono!

Il desiderio sessuale è quell’energia che nel progetto di Dio ci deve portare ad uscire da noi stessi per fare della nostra vita un dono. Ma quando questo desiderio viene deformato dal male si tramuta in lussuria e allora l’energia del desiderio non è più diretta al dono di me all’altro, bensì all’usare l’altro e al farsi usare dall’altro. La lussuria disgrega così la persona, allontanandola dalla sua dignità.

Karol Wojtyla in Amore e Responsabilità riflettendo sulla differenza tra ‘usare’ ed ‘amare’ scrive:

“La persona è un bene che non si accorda con l’utilizzazione […] La persona è un bene al punto che solo l’amore può dettare l’atteggiamento adatto e interamente valido a suo riguardo”.

Probabilmente tutti abbiamo sperimentato di essere stati usati da qualcuno e certamente sappiamo che non ci ha fatto bene, tutti auspichiamo invece di essere trattati con amore.

Va detto che quando Wojtyla parla di amore non si riferisce a romanticherie di varia natura, ma ha in testa qualcosa di molto chiaro: amare qualcuno è volere il bene di quella persona. Proprio per questo, sempre in Amore e responsabilità, constata come, tanto più l’amore è vero, tanto più il soggetto si sente responsabile della persona.

Possiamo allora cogliere come nella pornografia, tra tutti gli atteggiamenti possibili, l’amore non sia affatto contemplato: le persone sono ridotte ad oggetti bidimensionali che si usano a vicenda per essere usati da chi guarda, nessuno ha cura di nessuno, nessuno è veramente riconosciuto come persona.

Al contrario del cinema dove c’è un messaggio, si racconta una storia, ci sono personaggi interpretati, nella pornografia nessuno è veramente interessato alla trama (quando eventualmente c’è), nessuno si cura del vissuto dei personaggi, del loro stato d’animo… l’obiettivo è uno e uno solo: suscitare la lussuria in chi guarda.

Giovanni Paolo II nelle sue catechesi individua proprio qui il vero problema della pornografia: la pornografia non svela troppo, ma piuttosto svela troppo poco della persona! Il pudore è oltrepassato, violentato e si perde inevitabilmente il mistero della persona e del suo corpo.

Proprio per questo la pornografia è sempre insoddisfacente: ci eccita, ma non è in grado di riempire il vuoto del nostro cuore. La cerchiamo per sentirci vivi, ma ne usciamo tristi, la usiamo assetati di intimità, ma ci ritroviamo sempre più soli, la guardiamo per essere liberi di fare ciò che ci pare ma alla fine ci risvegliamo nella gabbia della dipendenza.

Comprendere che la pornografia è male e fa male, è certamente un primo e insostituibile passo per decidere di affrontare questa abitudine o peggio, dipendenza, e intraprendere un cammino verso un nuovo sguardo e una nuova libertà.

Giovani domande (su sesso e dintorni)

Pubblichiamo anche qui l’articolo scritto nei giorni scorsi per il sito theologhia.com con il titolo: C’è una risposta alle nostre domande sull’amore? [Un grazie speciale a Robert Cheaib per lo spazio che ci ha dato]

Ho letto su Avvenire che in questi giorni si sta svolgendo vicino a Roma un bellissimo evento organizzato da Azione Cattolica dal titolo “A cuore scalzo” in cui oltre duecento giovani potranno confrontarsi con alcuni esperti chiamati a rispondere alle loro domande in materia di affettività e sessualità.

Conoscendo alcuni dei relatori, possiamo dire con certezza che sarà una preziosa possibilità di dialogo e crescita. Ecco qui alcune delle domande poste dai giovani:

  • Perché noi giovani credenti siamo costretti a scegliere tra l’essere casti o l’essere superficiali?
  • Per avere un rapporto matrimoniale è necessario dover aspettare e perché?
  • Come gestire gli eventuali sensi di colpa legati alle nostre pulsioni?

Si tratta certamente di domande che nascondo una sete di verità e di senso, questioni su cui anche io ricordo di essermi ‘scontrato’ molte volte durante i miei vent’anni. Allora mi sono chiesto: cosa può dire la teologia del corpo a questi giovani cuori assetati? Cosa la teologia del corpo ha detto a me su questi punti?

Leggendo le domande, subito mi è venuto in mente il dialogo di Gesù con i farisei sul divorzio (Mt 19 1-9) in cui i questi ultimi chiedono a Gesù se sia lecito ripudiare la propria moglie, ovvero divorziare per un motivo qualsiasi. Probabilmente vi chiederete cosa c’entra il tema del divorzio con gli interrogativi dei giovani di AC che desiderano amare nella verità. Forse nulla, ma a giudicare dalla risposta che Cristo dà ai farisei, penso che si possa trovare molto più di una connessione. Infatti, benché la domanda dei farisei appaia molto specifica e si collochi su un piano legale, Gesù non risponde rimanendo su un piano normativo (si può fare o non si può fare) ma cambia livello e va alla radice profonda della domanda, sviluppandola in ampiezza e profondità.

Se c’è un divorzio infatti, significa che siamo di fronte ad un amore ferito, ad una relazione che sanguina, per cui benché i farisei chiedano precisamente: «È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?» Gesù comprende che la vera domanda è un’altra: Che cos’è l’amore? Cosa significa amare?

Non è forse questo l’interrogativo fondamentale che possiamo individuare anche alla radice delle domande poste dai giovani di AC?

Non è forse questo l’interrogativo fondamentale che possiamo individuare anche alla radice di tante nostre quotidiane domande sul senso della vita, sull’amore, sul maschile e sul femminile?

Ecco allora che la risposta che Cristo dà ai farisei acquista un peso specifico enorme anche per noi: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi».

È come se Gesù ci stesse dicendo che se vogliamo veramente comprendere il mistero profondo dell’amore, è necessario tornare al Principio, al progetto che Dio aveva quando ha creato l’essere umano come maschio e femmina, e infatti cita entrambi i racconti della creazione di Genesi. L’amore, d’altra parte, è un fenomeno tipicamente umano, pertanto per penetrarne il mistero occorre scoprire chi sono veramente l’uomo e la donna. Il problema allora non è quale regola devo seguire, né quale beneficio ho nel seguirla, il problema vero è “chi sono io?” “Qual è la mia verità?”.

Così San Giovanni Paolo II inizia a delineare la sua teologia del corpo, per condurci a scoprire come il nostro corpo sia chiamato a rivelare e a partecipare della bellezza di Dio, e questo non ‘nonostante’ la sessualità, bensì proprio attraverso di essa. Credo quindi che un primo elemento chiave che la teologia del corpo può offrire a questi cuori assetati sia questo: il come devo vivere deriva dal chi io sono!

Se però si prosegue con la narrazione di Matteo 19 ci si accorge immediatamente di come il messaggio di Cristo noi sia poi così immediato, infatti i farisei gli obiettano: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e mandarla via?»  Allora Gesù va al nocciolo del problema: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così».

Queste parole ci rivelano che il “chi io sono” deve però fare i conti con un cuore che si è come atrofizzato. Cristo si riferisce agli effetti del peccato originale che nella storia ci rendono inclini al male, ci rendono preoccupati per noi stessi, incapaci di fare della nostra vita un dono autentico. Piaccia o non piaccia, c’è qualcosa di rotto in ciascuno di noi, siamo portatori di una ferita. Ma Gesù non parla di questa ferita (durezza di cuore) per demolirci, bensì per fare verità: in principio non fu così, il cuore indurito non è la nostra verità!

Noi oggi diamo ormai per scontato che l’amore possa finire, che si possa provare, che avvengano divisioni, tradimenti, incomprensioni e quant’altro… Noi pensiamo ormai sia lecito sperimentare un po’ tutto in campo affettivo… Ma Gesù richiama la nostra verità: in principio non fu così!

Cristo grida al nostro cuore di non lasciarci condizionare dai nostri fallimenti, dai nostri errori, dai nostri ragionamenti inquinati dal peccato, non sono quelli la nostra verità. Noi siamo molto di più.

Cristo nel suo corpo di uomo, ha preso su di sé tutta l’umana debolezza per unirci a sé e restituirci una vita di libertà, una vita capace di farsi dono. Tutto questo è avvenuto nel nostro battesimo, ma tante volte ne siamo ignari, nessuno ci ha mai dischiuso le porte del mistero di cui siamo divenuti partecipi.

Noi tante volte facciamo corsi, accumuliamo nozioni su come vivere cristianamente la sessualità, ma spesso scordiamo che non basta aver capito cosa è giusto fare per amare nella verità. Per entrare nell’amore occorre aprirsi alla redenzione che Cristo ci ha portato e lasciare che sia lui a guarire il nostro cuore incartato.

Ecco allora un secondo elemento chiave che la teologia del corpo può offrire a questi cuori assetati: il chi io sono lo posso scoprire solo nell’amore di Cristo. Solo Cristo infatti ci conosce veramente, lui ha redento l’uomo intero, corpo e sessualità inclusi. Lui ci ha già redento, ma aprire il nostro cuore alla sua guarigione è un cammino quotidiano, nella concretezza della vita.

Se vuoi approfondire di quale cammino si tratta e se hai voglia di andare un po’ più a fondo nella teologia del corpo ti invitiamo a partecipare al corso QUESTO È IL MIO CORPO a Macerata (MC) dall’ 1 al 5 gennaio 2020.

Sarà un entusiasmante viaggio alla scoperta del vero significato del corpo e della sessualità umana secondo il disegno di Dio, un viaggio aperto a tutti dai 20 anni in su.

Scopri di più su: http://www.misterogrande.org/tob/corso-tob/

“L’amore tra sposi? È un dono di Dio!” [Intervista]

Domenica scorsa siamo stati a San Donà di Piave (VE), invitati ad accompagnare con una relazione e delle attività di riflessione guidata, la festa vicariale della famiglia. Il titolo della giornata era: Se tu conoscessi il dono di Dio. La sessualità nel matrimonio. In questa occasione siamo stati intervistati per l’inserto Vita in famiglia del settimanale diocesano La vita del Popolo. Per chi volesse leggere l’intervista la pubblichiamo di seguito.

“La sessualità, il sesso, è un dono di Dio. Niente tabù. È un dono di Dio, un dono che il Signore ci dà”. Giusto un anno fa Papa Francesco usava queste parole per rispondere alle domande di un gruppo di giovani della Diocesi di Grenoble-Vienne ricevuti in udienza. “Il sesso – ha continuato il Pontefice – ha due scopi: amarsi e generare vita. È una passione, è l’amore appassionato. Il vero amore è appassionato. L’amore fra un uomo e una donna, quando è appassionato, ti porta a dare la vita per sempre. Sempre. E a darla con il corpo e l’anima”. E tutto questo c’entra profondamente con il sacramento del matrimonio, con la fede e con la spiritualità che più si fa concreta e quotidiana più diventa autentica.

Lo spiegano bene Tommaso e Giulia, sposi della diocesi di Bologna da una decina d’anni, formati sulla teologia del corpo frequentando prima il Master in fertilità e sessualità coniugale presso il Pontificio istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia, poi il corso Theology of the Body Institute tenuti da Christopher West in America. Intervengono domenica all’incontro organizzato dal vicariato di San Donà di Piave su questi temi.

La “teologia del corpo” di San Giovanni Paolo II è riferimento cruciale. Cosa si può dire, in poche parole?

Sono 129 discorsi sull’amore umano che il pontefice polacco pronunciò nelle sue udienze del mercoledì dal 1979 al 1984, un profondo e sorprendente percorso composto in preghiera di fronte all’eucarestia. Per noi non si è trattato di una folgorazione, ma di una lenta scoperta di bellezza che è diventata progressiva trasformazione del nostro modo di vedere e di vivere la mascolinità e la femminilità, il matrimonio e tutta la nostra fede.

L’avete definita “un messaggio di redenzione, una straordinaria sintesi evangelica”…

Scorgere una risonanza profonda di queste riflessioni di Giovanni Paolo II nella propria esperienza di vita, nel matrimonio, nello sguardo sull’altro sesso…  Che bello poter decifrare il grido del proprio cuore assetato di pienezza e riconoscere che Cristo da sempre ascolta quel grido e desidera saziarlo. Che liberazione scoprire e riscoprire il senso del proprio essere corpo e della propria tensione erotica, osservando questo mistero dal principio fino alla sua prospettiva ultima e definitiva. Che meraviglia iniziare ad intuire la grandezza della chiamata al dono di sé, del senso del matrimonio, dell’unione sessuale, della castità, del celibato …

L’incontro titola: “Se tu conoscessi il dono di Dio. La sessualità nel matrimonio”. Qual è il legame tra sessualità e sacramento?

I sacramenti ci rivelano misteri spirituali attraverso segni fisici e concreti in cui siamo coinvolti con tutto ciò che siamo per essere uniti a Cristo. Noi abbiamo perso la capacità di cogliere il mistero dei gesti che compiamo nella liturgia, ma senza il corpo non ci sarebbero nemmeno i Sacramenti: senza l’immersione del corpo in acqua e l’unzione con olio non avremmo il battesimo, senza il mangiare l’unico pane consacrato non avremmo l’Eucaristia… Così è anche nel matrimonio, senza l’unirsi in una carne degli sposi non ci sarebbe il matrimonio sacramentale: non viene considerato valido finché i due sposi non si uniscono sessualmente. Questo perché le promesse che i coniugi si scambiano all’altare, di accoglienza e donazione reciproca totale, fedele e feconda, non possono realizzarsi “in astratto”, ma solo se tali “parole” si incarnano nella vita della coppia, e il rapporto sessuale compie tali promesse, le rende vere attraverso il corpo degli sposi.

Anche sessualità e spiritualità sono ambiti spesso considerati distinti, separati….

Questa frattura in parte è eredità di un certo approccio manicheo, che considera lo spirito superiore al corpo, ma è anche conseguenza di una educazione falsata dalla concupiscenza. Se infatti come educatore, consacrato o genitore, la mia sessualità mi crea problema, finirò per proiettarlo su di essa evitando l’argomento o trattandolo con rigidità ed intransigenza. La sessualità è un dono che Dio ci fa per immetterci sulla strada dell’amore. Senza eros infatti non ci innamoreremmo e senza di esso non inizieremmo ad amare: se Dio ha a che fare con l’amore, allora anche la sessualità ha a che fare con Dio.

Nel matrimonio si incontrano due persone diverse per eccellenza, uomo e donna. Come incide la differenza? E si ricompone? Come?

Tante volte essa diviene purtroppo fonte di dolorose fratture. Ma la soluzione non è, come pensano molti, arrivare a smussare gli angoli e livellare le differenze perché proprio la differenza è lo spazio dell’incontro e della realizzazione dell’amore. Se fossimo uguali quale arricchimento potremmo donarci? Se fossimo uguali non ci sarebbe nessuna intimità da costruire nel corso della vita. Certo le differenze creano delle difficoltà, specie in un’epoca come la nostra in cui si è fatto coincidere la felicità con l’autorealizzazione, ma il cammino del matrimonio è aprirsi ad un amore più grande, quello di Cristo per l’umanità, un amore capace di accogliere l’altro in tutto ciò che è per farlo fiorire nella sua bellezza e unicità di persona.

E’ facile pensare che la quotidianità irrompe e modifica le relazioni, spesso le “consuma”, le “logora”, le svela per quello che sono (o peggio)…

L’immaginario comune ci porta a vedere la quotidianità come un tempo di ‘apnea’ in cui tirare avanti in attesa del weekend o delle vacanze in cui finalmente godere la vita, le relazioni … La nostra esperienza ci dice invece che la quotidianità è quantomai necessaria per crescere nell’amore e quindi anche nella sessualità. Se non imparo ad accogliere l’altro fin dalle piccole cose di tutti i giorni, ad esempio la richiesta di mettere a posto le scarpe invece di lasciarle in mezzo alla stanza, come posso pensare che si senta amato? E se non si sente amato nelle piccole cose di tutti i giorni, come farà a vivere l’unione sessuale come dono autentico di sé? Una volta un sacerdote ci ha detto che l’amore o si fa 24 ore al giorno oppure non si fa nemmeno quella mezz’oretta in camera da letto. Ogni giorno ci è data un’opportunità per crescere nell’amore, questo però comporta il mettere al centro l’altro, e non noi stessi con i nostri piani e le nostre aspettative. È una fatica da fare, ma l’unica che porta alla comunione.

Il contesto di oggi, con tutti i suoi fraintendimenti, non aiuta…

Non ci avventuriamo in complicate analisi sociologiche. Se guardiamo alla nostra esperienza, ci pare di poter dire che tanti fraintendimenti sulla sessualità nascono dal mix di questi due fattori: innanzitutto l’aver ridotto la sessualità ad una funzionalità prettamente biologica che ognuno può gestire a suo piacimento come ambito di divertimento e piacere sganciato dal resto della persona. In più negli ambienti cristiani ci ritroviamo ad aver ‘assorbito’ una visione distorta che separa in modo netto anima e corpo, spirituale e carnale, come se ci fosse in ognuno di noi una parte buona e una cattiva, o se non cattiva comunque meno buona e importante della prima.

Voi cosa consigliate per il bene di ogni matrimonio?

La relazione va curata, bisogna ritagliarsi spazi di dialogo profondo, dove possa crescere l’intimità, che prima ancora di essere fisica è un’intimità del cuore, per imparare un po’ alla volta a svelarci all’altro, nelle nostre gioie, nelle fatiche, sentendoci rispettati e non giudicati. Imparare a chiedere all’altro ciò di cui abbiamo bisogno senza ferirlo è uno degli obiettivi più importanti da raggiungere insieme. Curare la relazione poi, significa anche liberarla progressivamente da tutte quelle aspettative che ci portano a pretendere che l’altro ci renda felici. Tanti cortocircuiti di coppia nascono proprio da questa pretesa, solo l’amore di Dio è in grado di saziare le attese del nostro cuore, l’amore umano è un dono per scoprire insieme l’amore di Dio.

(Articolo di Francesca Gagno)

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Il Cantico dei Cantici di Jovanotti

Quest’estate sono stata al JOVA BEACH PARTY, tappa di Rimini, e proprio lì, come ultima canzone che Jova ci ha regalato, ho ascoltato per la prima volta Chiaro di luna (dai, non sarò l’unica che va i concerti senza aver ascoltato l’ultimo album?!).

Il testo mi ha colpito in modo particolare, tanto da farmi pensare ad un Cantico dei Cantici  moderno e inconsapevole, ma certamente autentico, come l’amore che Lorenzo ha testimoniato durante il concerto per sua moglie Francesca, lì presente.

Ricordate il Cantico dei Cantici? Quel libro che si trova proprio al centro della Bibbia? È un libro tutto particolare, perché, con buona pace dei più puritani, contiene tanto “corpo”: ci sono due innamorati che si rivolgono l’uno all’altra in modo appassionato ed esplicito, indugiando su fianchi, seno, lingua, più altre immagini non esplicite ma piuttosto evocative come ”Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio e un fremito mi ha sconvolta.”.

Ecco qualche altro esempio per rinfrescarci la memoria:

Mi baci con i baci della sua bocca!

Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino.

Per la fragranza sono inebrianti i tuoi profumi

Le curve dei tuoi fianchi sono come monili,

opera di mani d’artista.

Il tuo ombelico è una coppa rotonda

che non manca mai di vino inebriante.

Il tuo ventre è un mucchio di grano,

circondato da gigli.

La tua statura rassomiglia a una palma

e i tuoi seni ai grappoli.

Ho detto: «Salirò sulla palma,

coglierò i grappoli di datteri;

mi siano i tuoi seni come grappoli d’uva

e il profumo del tuo respiro come di pomi».

Sono versi appassionanti che cantano in modo diretto e mai volgare la bellezza dell’amore erotico tra uomo e donna e non ho potuto fare a meno di ritrovare questi tratti anche in alcuni versi di della canzone di Jovanotti:

Voglio avere torto mentre tu mi baci

Respirare l’aria delle tue narici

E non esiste paesaggio più bello della tua schiena

Quella strada che porta fino alla bocca tua

Cercherò il tuo sguardo nei posti affollati

La tua libertà oltre i fili spinati

Non potrai capire mai cosa scateni

Quando mi apri la finestra dei tuoi seni.

Quindi, se non fosse già abbastanza chiaro, il Cantico dei Cantici è  un libro dove protagonista è l’amore espresso attraverso il corpo. Giovanni Paolo II ha avuto il merito di affermare che questo tipo di amore non è solamente simbolico dell’amore tra Dio e il suo popolo (questa era la lettura preferenziale che ne veniva data in precedenza), anzi egli ribadisce con forza che non è nonostante il corpo e l’amore erotico che possiamo incontrare il mistero di Dio rivelato dal Canto dei cantici, ma è piuttosto in esso e attraverso di esso che ci riusciamo.

L’amore erotico infatti, prima di essere “inquinato” dal peccato originale, non era separato dall’amore divino, così come non erano separati corpo e anima, e nemmeno realtà spirituale da realtà sensuale.

Anche oggi è possibile, anzi è possibile e bello, camminare verso l’unione di questi opposti. Sembra difficile o strano? E invece no, si chiama redenzione del cuore e accade quando la dimensione erotica non è svincolata dalla persona, quando non c’è scarto tra corpo e persona, quando c’è perfetta coincidenza tra attrazione fisica e attrazione per quella persona intera… è esattamente per questo motivo che il Cantico dei Cantici non ha niente a che fare con un romanzo Harmony, ed è esattamente per questo motivo che Jovanotti immagina di avere un calendario non con qualsiasi modella tutte curve, ma con sua moglie, e non per eccitarsi guardando parti del suo corpo come se fosse un oggetto da possedere, ma per guardarla come un uomo guarda la donna che ama, e che trova sempre più attraente, sempre più erotica perché sempre più amata, in tutto quello che è.

C’è un calendario sul muro della mia officina

Per ogni mese una foto futura di te

Che sei ogni giorno più erotica, o mia regina

Non c’è un secondo da perdere

Ancora di più, l’eros è come quel propulsore creato per portare l’uomo fino alle vette dell’amore divino, e ancora oggi è possibile intuire quest’esperienza, tanto è vero che

Non esiste esperienza più mistica e più terrena

Di ballare abbracciato con te al chiaro di luna. (Jovanotti)

L’amore umano, più viene vissuto in pienezza e più apre ad una dimensione spirituale e divina:

Come quella volta che abbiamo scoperto

Che davanti a noi c’era uno spazio aperto

Che insieme si può andare lontanissimo (Jovanotti) 

Sì, l’amore porta a non accontentarsi, a raggiungere spazi e luoghi (interiori ma non solo) inesplorati, ad andare sempre più lontano, un passo dopo l’altro, a penetrare sempre più a fondo l’intimità dell’altro. L’amore non ha un punto di arrivo (quanto sarebbe assurdo dire: “Ci amiamo abbastanza… ora possiamo accontentarci!”) , proprio perché tende all’Infinito, tende per sua intrinseca natura a voler oltrepassare il tempo e lo spazio perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore! (Cantico dei Cantici)

E quindi sì, noi sposi possiamo davvero cantare:

Guardami negli occhi come fossimo

Complici di un piano rivoluzionario

Un amore straordinario (Jovanotti)

Già, siamo complici tra noi e con Dio nel testimoniare il Suo infinito e personalissimo amore, nel trasmettere la sua stessa vita, nel comunicare quanto è straordinariamente grande il Suo desiderio di intimità con noi.

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